MaraMora

... credevi veramente di conoscere tutto sul sesso?

Racconti eros, articoli sul sesso e recensioni di film hard

Come mi sono convertito

Mi sono convertito alla legge del membro quella sera di settembre di cinque anni fa. Ve la voglio raccontare perché la storia è di quelle che fanno venire i brividi sulla pelle. Ero uscito da un cinema porno, davano non mi ricordo più bene che film con un’attrice mora alta e snella. Bella veramente, una sorta di dea. Non avevo niente da fare quella sera ed ero entrato nel cine porno stancamente senza voglia particolari. Mi ero seduto in una delle ultime file ed intorno a me si svolgevano i soli movimenti di froci che si davano da fare. Guardavo lei e le sue forme a l’avidità con cui prendeva quei cazzi di tutte le dimensioni. Una vera ingorda. Le ultime scene mi avevano fatto eccitare. Un trio goloso ed intraprendente con lei a prenderlo contemporaneamente in fregna ed in bocca. Due sventole di membri che facevano, senza esagerazione almeno venti centimetri l’uno. Cappelle rosse grandi e lucide che davano l’impressione di scoppiare in un fiume di sborra da un momento all’altro. E lei godeva in maniera selvaggia e, secondo me non recitava, in quel momento stava proprio venendo a ripetizione. Guardavo allibito i movimenti dela testa di lei sul cazzo in bocca e pensavo stranamente a che cosa dovesse provare lei ad avere quell’affare che le strusciava il palato con il piolo che aveva nel ventre. Pensavo che doveva sentirsi una regina capace di controllare le emozioni dei due tori in calore. Uscii dal cinema con quelle immagini ed avevo voglia di farmi una sega. Così andai nel bagno pubblico lì vicino. Sembrava deserto. Entrai in una delle stanzette e provai a chiudermi dentro ma la serratura era rotta. Poco male pensai e accostai la porta. Tirai fuori il mio membro già in tiro ed iniziai un lento su e giù. Ad un tratto la porta si apre e un giovane mi guarda allibito. «Scusa» mi fa e non smette di guardare il mio affare in erezione totale. «Niente» borbottai falsamente ma non usciva ed io ero imbarazzato. Lui allunga la mano titubante non sapendo quali potessero essere le mie reazioni. Lo lasciai afre. La sua mano accarezzò delicatamente l’asta di carne dura come il marmo. Sentii un brivido percorrermi la schiena. Immaginai in un ostante le mille sensazioni che aveva provato la biondona nell'hard che avevo appena finito di vedere. Tesi il braccio e posai la mano sulla sua patta già gonfia. Lui entrò e si appoggiò con la schiena alla porta in modo da impedire l’apertura dall’esterno. Mi inginocchiai davanti a lui e cominciai ad armeggiare con la cintura dei pantaloni con una mano, mentre con l’altra accarezzavo lascivamente la patta. Sentivo sotto il palmo che la bestia cresceva vertiginosamente e dopo qualche secondo lo liberai dalla morsa dei jeans. Sotto lo slip si poteva scorgere il profilo di un cazzo di proporzioni notevoli come quelli del film. Gli calai anche le mutande e il suo membro scattò in avanti come una molla. Adesso era davanti alla mia faccia ed io mi sentivo una troia in calore vogliosa di bere il suo sperma. Me lo infilai in gola e comincia a pompare avidamente ed ad ogni p0ompata mi sentivo sempre più donna e più vacca. Ed ad ogni pompata avevo voglia di prenderlo ancora da tutte le parti. Mentre lo sentivo gemere di piacere mi rammaricai che non c’era un altro cazzo da infilarmi nel curo e pensai che solo le donne possono godere in maniera così feroce prendendolo contemporaneamente davanti e di dietro. «Sì, si, sto per venire» mi avvisò il mio toro ed io mi preparai ben bene a prendere il getto bollente. «Godo» gemette. Mi aspettai subito la cascata di sborra, invece passarono alcuni secondi in cui vidi il suo arnese fremere ed io godere infinitamente. Poi, finalmente, il getto bollente mi prese in viso ed io con la lingua cercai di raccogliere le gocce. Mentre gli ripulivo la coppella venni anch’io e fu molto bello. Da allora mi convertii al pilo di carne e sono felice.

 

Ego te absolvo

E' una storia vera. Quando? Non credo sia importante. Dove? La citazione di alcuni luoghi lo lascia intendere. Altrimenti basta navigare in internet. La storia? Eccola.

Avevo avuto l'incarico di occuparmi dell'inizio della realizzazione di un nuovo insediamento industriale. Durata prevedibile, più o meno sei mesi continuativi. Successivamente interventi sporadici. Avevo visitato la zona solo un paio di volte, ma sempre molto velocemente, dalla mattina alla sera. Difficoltà? Le solite organizzative e tecniche, anche in considerazione della quasi totale assenza di cultura industriale, localmente. Per me la vera difficoltà erano le intromissioni dei politici, che del resto non potevi mandare a quel paese, in quanto la realizzazione dipendeva da una chiara volontà politica. Chi mi aveva preceduto, per il minimo di logistica necessaria, era riuscito a realizzare una certa di sistemazione dei pur necessari uffici, e una specie di 'foresteria', allestendo alcuni minialloggi in una nuova palazzina che in origine era destinata ad alloggi popolari. Erano stati capaci anche di dar vita a una 'mensa aziendale'. Una cucina, un paio di locali con alcuni tavoli, ed erano stati chiamati a curarla del personale locale: una cuoca, una aiutante cuoca, due cameriere, un uomo tuttofare. I 'raccomandanti', essenziali e omnipresenti, avevano garantito professionalità e operosità, e devo dire che in questo caso avevano promesso bene. Eravamo in pochi, al massimo una dozzina, e preparavano dei pasti veramente gustosi, molti ispirati alla gastronomia del posto. Poiché, in qualche modo, rappresentavo il top management, all'inizio non mi è stato facilissimo convincere la cuoca che lasciavo totalmente a lei il compito del menu giornaliero. Io non avevo nessuna dimestichezza con problemi di ristorazione. Ed ho fatto bene. Veramente una cuoca in gamba. E cameriere brave e volonterose. In genere giovani mamme di famiglia, che, se li avevano, lasciavano i pargoli alle nonne e loro lavoravano. In un certo senso ero orgoglioso di quella mensa che, tutto sommato, era una famiglia un po' eterogenea, affettuosamente curata, almeno nel vitto, sempre variato, con generi freschi e di ottima qualità, e preparati espressamente. Niente di precotto o congelato. Non vi dico i latticini. Non ne avevo mai assaggiato di simili, né ebbi modo di assaporarli in seguito. E il pane? Tutto sommato eravamo nella zona del grano duro, dei forni a legna. Per motivi di lavoro avevo avuto modo di conoscere Vittorio Conti, ingegnere, della società che aveva avuto l'appalto di alcuni lavori, e per ricambiare l'ottima cena che mi aveva offerto nella casa dove abitava con la moglie Carla, e la piccola Dorina, chiesi alla cuoca, Luisa, se potevo invitarli a cena, e lei ne fu entusiasta: avrebbe preparato qualcosa di speciale e di caratteristico. Vittorio Conti doveva trascorrere in zona almeno un paio d'anni, e s'era sistemato abbastanza benino. Aveva locato un grazioso appartamento mobiliato, in un edifico di recente costruzione, e si era fatto raggiungere dalla biondissima e giovane Carla, che aveva si e no 28 anni, e dalla graziosa Dorina, di 4. Lui ne aveva 35, torinese, uscito dal politecnico con lode, e subito inserito nella progettazione e realizzazione di impianti industriali. Malgrado l'età, aveva una notevole esperienza, affinata anche in impianti simili a quello che stavamo realizzando, sia in Italia che all'estero. Avevamo stretto subito una cordiale amicizia e, cosa non usuale tra rappresentante della committenza e controparte, c'eravamo sorpresi a darci del tu. Del resto, io avevo solo un paio d'anni più di lui. Riuscii persino a persuadere Carla a chiamarmi per nome, e, grazie a una bambolina e a certe caramelle al miele, Dorina mi chiamava zio Paolo. La cena preparata da Luisa raccolse plausi e richiesta di ricette. Luisa, però, non volle svelare l'indirizzo del caseificio, e si limitò ad assicurare che di quando in quando avrebbe fornito la tavola di casa Conti, per il mio tramite. Vinello bianco, fresco, frizzante. Finimmo la serata da Vittorio, chiacchierando del più e del meno, e Carla ci raggiunse dopo aver messo a letto la bambina. ^^^ Le cose andarono così per un certo tempo. Mi sembrava di aver trovato una nuova casa. Ormai ci trascorrevo quasi ogni momento libero. Del resto, quando andavo in cantiere, nella valle, a qualche chilometro dalla città, quasi sempre mi incontravo con Vittorio e lui, immancabilmente, mi invitava a cena, raccomandandomi di non portare niente… Di solito, dopo aver trascorso qualche ora in cantiere salivamo al paese vicino, dove lui aveva un paio di locali, cortesemente messi a sua disposizione dal Comune, in uno storico palazzo locale, Palazzo D'Amato, con un portale monumentale e un bellissimo cortile interno. Poi, ognuno per suo conto tornava alla propria abitazione, nel capoluogo, e la sera ero a casa sua! I tempi non ci consentivano di riposare il sabato. E quella sera Vittorio, a cena, non nascose il suo disappunto per doversi precipitare in sede, dove era stata indetta una riunione per il lunedì mattina. Gli seccava lasciare sole moglie e figlia. Mi disse che contava moltissimo su di me, e che mi affidava il suo tesoro, la sua famiglia, e che la curassi come se fosse mia, come se fossi lui. Lo rassicurai, e gli dissi di stare tranquillo. Si sarebbe fatto sentire telefonicamente. Del resto sperava di essere di ritorno il mercoledì sera. Aveva prenotato per la domenica sera, da Palese, alle 19,10. Non c'era volo diretto, prima a Fiumicino e poi a Caselle! Mentre Vittorio era andato a prendere del vino fresco, Carla mi disse.

"Perché non lo accompagniamo noi, a Palese?"

"Certo, e possiamo anche andare a riprenderlo, al ritorno. Pure Dorina?"

"Io ne sarei contenta. Così vede gli aeroplani, saluta il papà. Ti dispiace?"

"Assolutamente no."

"Magari, quando rientriamo ti fermi a cena, così la casa non mi sembrerà terribilmente vuota…"

"Non sarà tardi per la cena di Dorina?"

"Io credo solo di poco, credo che saremo a casa per le otto e trenta."

"Anche prima, se è per questo." Vittorio rientrava col vino.

"Cosa state complottando."

"Nessun complotto" -disse Carla- "ma ti comunichiamo le nostre decisioni."

"Cioè?"

"Ti accompagniamo noi a Palese, e viene anche Dorina. Partenza alle sedici e trenta" -mi guardò interrogativamente, feci un cenno di assenso- "stabilito!" Si alzò e andò a dare un bacio sulla guancia del marito, mentre lui riempiva i bicchieri. Faceva abbastanza caldo, fuori, ma l'ambiente era climatizzato. ^^^ La settimana precedente avevamo assistito ai festeggiamenti in onore della Madonna della Bruna, che dopo i riti religiosi veri e propri, termina con una manifestazione del tutto singolare. Ogni anno viene allestito un folcloristico e coloratissimo carro, sul quale sono costruite immagini, sacre e profane, in variopinta cartapesta. Veri piccoli capolavori artistici. Una volta giunto nella grande piazza. Il carro viene preso d'assalto dalla folla dei partecipanti, che lo distruggono. Ogni anno si ripete questo insolito ed unico rituale: ognuno cerca di afferrare una piccola immagine di cartapesta, un frammento, per conservarlo con devozione nella propria casa o nel luogo di lavoro e mostrarlo con fierezza agli amici. Avevamo assistito, sorpresi e curiosi, a questo assalto, da una finestra degli uffici della Banca d'Italia, invitati dal direttore. Dorina volle scendere in piazza, andare vicino ai pochi resti del carro, sempre contornati da una calca incredibile. Vittorio se la mise a cavalcioni sulle spalle. Andammo giù tutti, lo seguimmo Carla ed io. Non era facile attraversare quella massa umana. Carla era dinanzi a me, la presi per i fianchi, per non farla allontanare da me. Faceva ancora molto caldo, si soffocava, sentivo il suo bel sederino che premeva su me… proprio lì… si muoveva, nel camminare a piccolissimi passi. I fianchi erano morbidi, caldi. Il 'top' lasciava scoperta una parte, dove erano le mie mani, le mie dita. Si, avevo sempre ammirato Carla, l'ho sempre considerata un bel tocco di biondina, ma quello strofinio era proprio eccitante. Chissà se si era accorta di quando andava accadendo nei miei pantaloni. Ad un tratto si fermò, si voltò. Ora erano le sue tette a premere sul mio petto. Non avevo tolto le mani dai fianchi. Mi guardò, alzò il volto. Era rossa, sudata.

"Andiamo via, Paolo… andiamo via… mi sento soffocare… usciamo da questa ressa… non ce la faccio."

"Vieni, appoggiati a me." Le passai il braccio intorno alla vita, la sostenni. La mano le sfiorava il seno, a pelle, era senza reggipetto. Con molti sforzi, quasi di peso, la trascinai verso il portone della banca, riuscimmo a raggiungerlo. Finalmente. Mi guardò, con occhi dolcissimi. La mia mano era sempre lì.

"Grazie, Paolo… senza te sarei svenuta, caduta…" Sentì che stavo per sfilare la mano.

"Ti prego, sorreggimi ancora… non ce la faccio…" Entrammo nel portone, la sollevai, così, in braccio, la portai verso l'ascensore. Armeggiai per aprirlo, entrammo. Era aggrappata al mio collo. Spinsi il bottone, al piano dove eravamo stati, nell'abitazione del direttore, bussai, ci aprirono, andai nel salotto, la deposi sul divano. Carla si guardò intorno. Le era stato portato un bicchiere d'acqua, lo bevve, tutto. Sorrise in giro.

"Grazie, sto molto meglio…" Le chiesero se volesse sdraiarsi un po'. Rifiutò, assicurò che stava benissimo, ora. Dopo un po' tornò Vittorio con la bambina che brandiva, fiera, un minuscolo pezzo di cartapesta. ^^^ Siamo a domenica. Giorno della partenza di Vittorio. Rimasi a pranzo da loro. Niente di elaborato. Un'insalata di riso, roast-beef, macedonia di frutta con gelato, e un ottimo caffè. Come avevamo stabilito, poco prima delle cinque del pomeriggio, caricata la piccola valigia di Vittorio nel portabagagli, ci avviammo verso Palese. Carla volle che sedessi davanti, a fianco al marito, lei e Dora sarebbero stati sul sedile posteriore. Traffico molto tranquillo. Vittorio scelse le strade nazionali, senza allungare il percorso per raggiungere l'autostrada. Del resto, fino all'aeroporto c'erano meno di 70 chilometri. Infatti, parcheggiammo che erano le diciotto. Ancora un'ora per la partenza dell'aereo. Rapido check-in, e c'era tempo per il gelato più volte chiesto da Dorina. Voleva un cono, con i gusti che avrebbe scelto lei: fragola e limone. Noi sedemmo in un angolo del bar, per fortuna climatizzato, e ordinammo del caffè freddo, molto buono, non la solita acqua nera che servono in certi esercizi… Dieci minuti prima della partenza, l'altoparlante rinnovò l'invito all'imbarco immediato dei passeggeri per Roma. Uscita numero uno. Vittorio abbracciò la moglie, baciò Dorina, che gli si era avvinghiata al collo, una vigorosa stretta di mano a me, e ancora, sorridendo, la raccomandazione:

"Paolo, le affido a te! Mettiti al mio posto!" Un cenno di saluto e mise la borsa sul nastro trasportatore, attraversò il metal-detector. Andammo alla vetrata. Dalla scaletta Vittorio si voltò a salutarci. L'aereo decollò in perfetto orario. Ci avviammo all'auto. Dorina si strofinava gli occhi. La mamma la sistemò sul sedile posteriore, sdraiata, con la sua giacca di cotone ripiegata sotto la testa, legandola alla meglio con le cinture di sicurezza. Poi venne a sedere accanto a me. Mi guardò, mi sorrise, mi pose la mano sulla gamba. Affettuosamente.

"Home?"

"OK madam." La stessa strada di prima, sempre poco il traffico. Carla volse il viso verso me, con un'aria che non sapevo interpretare. Tra l'ansioso e il vago, quasi canzonatorio.

"Se non era per te, Paolo, sarei caduta per terra, in mezzo a quella folla scalmanata… per fortuna mi hai sorretto… grazie…"

"Figurati, Carla, era il meno che potessi fare. Come stai?"

"Bene, adesso… ma non ci crederai… stavo perfino meglio quando mi sorreggevi, le tue mani, che sentivo sulla mia pelle, mi davano sicurezza, coraggio, serenità… E… ti ho sentito anche quando eri dietro di me… Mi sembra che non ti sia del tutto indifferente…" Ora il suo sguardo era ansioso, impaziente. Mi domandai se dovessi prendere le sue parole come una 'avance', come un 'invito', usando il linguaggio del poker. C'era solo un mezzo per saperlo. 'Andare a vedere' o anche 'rilanciare'. Io ero sicuro del mio 'asso'. Allungai la mano, la misi sulla sua coscia calda, sulla stoffa di cotone a fiori del suo leggero vestito di cotone. Su, quasi all'inguine.

"No, non mi sei indifferente, tutt'altro… sono fortemente attratto da te, dalla tua bellezza…" E strinsi la mano. Lei vi pose sopra la sua, con una lieve carezza.

"L'ho capito… me l'hai fatto chiaramente capire…"

"Ed io? Ti sono completamente insignificante?" La sua carezza si fece più insistente. Scosse la testa, guardando dinanzi a sé, la strada. Conducevo senza fretta. Dorina era assopita, la vedevo nello specchietto retrovisore. Sospirò profondamente.

"Tu mi sconvolgi… purtroppo…"

"Purtroppo?"

"Sono sposata, Paolo, c'è Dorina…"

"E con ciò? Dorina dorme… Vittorio è lontano…"

"Ma è mio marito…" La mia mano la carezzava dolcemente. Sempre sulla stoffa.

"Carla, certi impulsi, che nascono spontanei, prepotenti, sono del tutto naturali. Quello che é illogico e devastante é il soffocarli. Ed è pericoloso, perché prima o poi esplodono, distruggono…" Sentivo che tremava sotto la mia carezza. La voce non era ferma, sicura.

"Allora?"

"Non puoi opporti alla corrente del fiume, dei sentimenti, delle pulsioni. Devi lasciarti trasportare da essa… ti porterà alla calma del lago… del mare…"

"Ma può travolgerti, sommergerti, devastarti…"

"C'è un vecchio proverbio che dice: 'piegati, giunco, che l'onda passerà'!" Mi guardò con occhi duri.

"Quindi… una botta e via?"

"Ho detto onda, non cavallone… e l'onda si ritrae ma poi torna, sempre, all'infinito." Ero riuscito, intanto, a intrufolare la mano sotto la gonna… sulla pelle calda e accapponata, percorsa da un fremito, dall'elettricità. Taceva, seguitava a guardare la strada, poi si voltò per vedere Dorina. Seguitava a dormire, placida, tranquilla. Scorgevo il tremore delle sue narici… La mano proseguì, ostinata, salì sul ventre piatto, s'infilò nelle mutandine… incontrò i prato serico del suo pube riccioluto… seguitò ancora… lei si distese un po', spostando il bacino in avanti… rovesciò il capo indietro… dischiuse appena le gambe… le mie dita erano tra le sue grandi labbra… vellicavano il piccolo clitoride palpitante… avvertivano l'umida impazienza della vagina… vi si infilarono… il suo grembo sussultava sempre più inarrestabilmente… gemeva…. Si agitava… mise la sua mano sulla mia… strinse…. Forte…. Dette quasi in un urlo… Temevo che i miei pantaloni non avrebbero resistito alla violenza della mia eccitazione.

"Paolo… non devi… non… Paolo…. Paolooooooo!" E l'orgasmo la travolse. Non immaginavo che quella biondina, quella bambolina, potesse così facilmente a raggiungere il piacere. Rimase così, con la mia mano stretta tra le sue gambe e trattenuta dalla sua, la testa china, i capelli dinanzi agli occhi chiusi, il respiro che andava lentamente quietandosi. Per qualche minuto che mi parve una eternità. Si raddrizzò, lentamente. Mi guardò con gli occhi pieni di pianto, le labbra tremanti… Sfilai piano piano la mano da quella deliziosa morsa… per rimetterla sul volante, malgrado fosse intrisa della sua linfa vischiosa. La prese tra le sue, la portò alla bocca, la baciò. Mi guardò con un sorriso affascinante… promettente…

"Siamo pazzi, Paolo, pazzi." Le cinsi le spalle, si avvicinò a me, teneramente. Poi, si allontanò, guardò dietro. Dorina stava stiracchiandosi. Aumentai la velocità. Non ci volle molto per raggiungere la sua abitazione. Parcheggiai dietro l'edificio. Presi in braccio Dorina, che ormai era ben sveglia. Carla mi precedette, aprì il portone, l'ascensore. Salimmo nel suo appartamento. Non sapevo se congedarmi o….

"Entra Paolo. La cena sarà in tavola tra mezz'ora. Prima faccio cenare Dorina e la metto a letto. Se vuoi rinfrescarti sai dov'è il bagno."

 

Avevo bisogno d'una doccia. Fredda. Mi limitai a mettere la testa sotto il getto della doccia. Asciugatomi, andai nel salotto, accesi la televisione. Erano circa le nove della sera. Carla apparve. Serena, tranquilla, radiosa. Indossava una semplice vestaglia, rosa, tenuta chiusa da una cintura di stoffa, di colore un po' più scuro. Ai piedi, sandali aperti, con le unghie dei piedini accuratamente ricoperte d'uno smalto corallo chiaro. Capelli sciolti, appena un leggero strato di rossetto sulle labbra. Gli occhi, color smeraldo, erano splendenti. Aveva due bicchieri.

"Un aperitivo, Paolo?" Mi ha teso un bicchiere, alzato il suo. Abbiamo bevuto. La guardavo senza sapere come dovessi comportarmi. Sempre col suo bicchiere nella mano, ancora mezzo pieno, sedette sulle mie ginocchia. Si riempì la bocca del liquido arancione, avvicinò le sue labbra alle mie, le dischiuse col tocco umido della sua lingua, spruzzò il sorso di aperitivo nella mia bocca, e la tenne chiusa con un lungo bacio. Quella donna era ammaliante. Con una semplicità disarmante, come se avessimo una focosa relazione chissà da quanto tempo. Poggiò il bicchiere vuoto sul tavolino, mi abbracciò. Stretto. Baci sempre più insistenti, passionali, ardenti, eccitanti, sensuali, stimolanti. Le mie mani, nella vestaglia, la cercavano, la frugavano, carezzavano le sue piccole tette e il bocciolo dei suoi capezzolini. Ad un tratto si sciolse dall'abbraccio, dolcemente.

"Adesso a cena, caro… a cena… ci vuole dopo… l'aperitivo!" Non avevo proprio voglia di cenare. Piluccai qualcosa, bevvi una coppa di vino frizzante. Un cucchiaio di gelato… Così, del resto, fece anche lei. Ogni tanto i nostri sguardi si incrociavano. C'era un silenzio perfino imbarazzante. Al termine, disse che lasciava tutto così, l'indomani sarebbe venuta Franceschina, la donna, ci avrebbe pensato lei. Comunque, dovendo giungere dal paese, non sarebbe stata lì prima delle undici! Mi tese la mano. Tornammo verso il divano del salotto. Sedetti. Andò al mobile bar. Prese una bottiglia, due ballon.

"Cognac?"

"Si, grazie… ma poco…" Ne versò nei bicchieri. Venne a sedersi accanto a me. Accese la TV. Cronaca sportiva. Le cinsi la vita. Si rincantucciò al mio fianco. La mano sul suo piccolo seno. Rimase così, con la testa sulla mia spalla. Guardava la TV, ma non so se seguiva cosa trasmettevano. La carezzavo teneramente. Si rannicchiò ancora di più. Tirando su le gambe. Sembrava più una bambina che una donna fatta. Una bambolina, splendida, irresistibile. Decisi che avrei lasciato a lei ogni iniziativa. Anche se l'eccitazione montava sempre più. Dopo un po' sentii un lieve ronfare, come le fusa di una gattina… ricordai la poesiola imparata a scuola, all'asilo… Pussy cat, Pussy cat, oh where have you been… gattina, gattina, oh dove sei stata… In effetti, però, pensavo non tanto al 'cat' quanto alla bella 'pussy' che avevo vicino. Sì, Carla era veramente un bel tocco di fi….gliola, di pussy. Ad un tratto trillò il telefono. Guardai l'orologio. Le dieci e mezzo. Svegliai Carla con un bacio, le porsi il ricevitore.

"Pronto…Vittorio?.. Ciao… sei già a casa? Qui tutto bene… Paolo è ancora qui… guarda la TV… OK, te lo saluto io…Ciao." Mi guardò sorridente.

"OK. Ho dormito un po', vero?"

"Si!"

"Ho russato?"

"Hai fatto le fusa…"

"Andiamo a letto?" Si alzò, mi tese la mano. Quell'andiamo ebbe un effetto fantastico. Poneva fine ad una attesa titubante, e faceva nascere una prospettiva eccitante e impaziente. Invece, non dovevo essere impaziente. Mi ero comportato bene, fino a quel momento. Non m'ero mostrato precipitoso, ma dolce e sereno. Entrammo nella sua camera da letto. In quel letto lei e Vittorio…. Mi sorpresi ad alzare le spalle… Lo sapevo. Ma che scoperta facevo! Del resto, Vittorio non mi aveva detto di mettermi al suo posto? Era quello che mi accingevo a fare! Lei mi guardò, sorridendo.

"Ti serve un pigiama?" Scossi la testa. Il suo volto era luminoso, raggiante, beato…

"Io vado in quel bagno… tu puoi andare nell'altro… di fronte…" Dopo cinque minuti, ero a letto. Non sapevo da che parte lei preferiva stare. Mi misi a destra, guardando il letto… Ero nudo, col lenzuolo fino alla vita. Dopo qualche minuto entrò lei, ancora con quella vestaglia, ma poggiata sulle spalle. Andò dall'altra parte, la lasciò cadere… stava per entrare nel letto..

"No, ti prego, Carla… fatti vedere… sei bellissima, eccezionale, fantastica… vieni da questa parte…" Scalza, sorridente, a piccoli passi, girò intorno al letto. Era a fianco a me, che m'ero seduto, ammirandola. Un personale molto più bello e attraente di quanto svelassero i vestiti. Perfetto. Minuto, elegante, con spalle meravigliose, piccolo seno, modellato splendidamente, e le fragole dei capezzoli visibilmente eretti; ventre piatto, fianchi rotondi e sodi, braccia, gambe, tornite paradisiacamente; il triangolo biondo rame del suo pube che mi stava facendo impazzire. Allungai la mano, mi tese la sua, la attirai a me. Mai vista una bambolina del genere, affondai il volto nei ricci serici del suo grembo, ne aspirai il profumo, la lingua, curiosa, volle assaporare il nettare che stillava dal suo sesso… La tenni così… Poi, si sciolse dolcemente dall'abbraccio… alzò il lenzuolo… mi venne accanto… Certamente aveva veduto la testimonianza del mio desiderio incontenibile. Niente di eccezionale, vi assicuro, 'aurea mediocritas' avrebbe detto Ovidio. Baciai Carla sulle labbra, scesi a suggerle i capezzoli…

"Ti voglio, Paolo… adesso… subito… ti voglio…" Si mise supina. Un corpicino stupendo, l'avrei mangiata di baci… Mi guardava… aveva tirato su le ginocchia, le dischiuse, offrendo ai miei occhi sbarrati l'incantevole visione del suo sesso. Rosa, meraviglioso, incorniciato d'oro… Mi misi tra le sue gambe, sorreggendomi sulle ginocchia, su una mano… prese il glande, turgido e bramoso, lo condusse all'ingresso della sua rorida vagina, inarcò la schiena, si avvicinò. Lentamente, molto lentamente, iniziai a penetrarla… Era calda, pulsante, ma stretta come mai ne avevo incontrate nella mia vita…. Deliziosamente stretta… che andava allargandosi al passaggio del glande, stringendosi subito su lui, fasciandolo, carezzandolo… Ero così preso da quel nuovo, sconosciuto piacere voluttuoso, che non mi accorsi che dovevo fermarmi: ero al 'non plus ultra'. I nostri movimenti erano in perfetta sincronia, armonici, come frutto di antica consuetudine, affinamento raggiunto con l'esperienza… Balzava sotto di me…. Mi accoglieva e si allontanava, con le gambe strette sul mio dorso… Una sensazione meravigliosa, nuova, mai sperimentata… e stavamo scalando insieme, verso la vetta del piacere più travolgente che conoscessi… insieme…. Era lei a sussurrarmi, con affanno, con volto rapito, estasiato, il suo, il nostro godimento…

"Insieme amore… sei bello… splendido… eccomi tesoro… ti sento…. Eccomi…. Aspettami…. Eccomi…. Adesso… adesso…. Adessooooooo… sì…. Si…. Così…." E il suo orgasmo fu accolto e accompagnato dalla più esuberante invasione del mio seme che mai m'era capitata prima di allora… E lei lo mungeva, il mio sesso, freneticamente, golosamente, avidamente… fino all'ultima goccia, e mi strinse in sé… a lungo… Non si calmò subito… Le mie carezze, i miei baci, accompagnarono teneramente il lento ritorno alla normalità… si fa per dire… perché non abbandonava la forte presa del mio fallo, in lei… Poi giacemmo, supini, spossati, ma non esauriti… Carla, interessata, volle accertarsi della mia… disponibilità… Voltò il viso verso me, mi sussurrò nell'orecchio che non aveva mai conosciuto un appagamento del genere, un'onda così travolgente, un orgasmo che l'aveva disfatta, ma già era pronta, mi assicurò…

"Ed anche tu…sei….rifiorito…" Si mise a cavallo a me… Dalla sua vagina stillavano ancora gocce che testimoniavano la nostra voluttà… e questo facilitò il suo inebriante e delizioso impalamento… si fermò un po'… chiuse gli occhi… rovesciò il capo… e la sua fu una cavalcata che, partita al passo, si trasformò presto in trotto, e quindi in galoppata sempre più impetuosa, appassionata, irrefrenabile, trascinante… fin quando un lungo gemito, sempre crescente, e l'ultimo sussulto, non coronarono il palpitante raggiungimento del traguardo. E fu anche questa volta accolta dal dilagare in lei del tiepido calore del mio seme. Non finì lì. Ad un certo punto, tra le mie braccia, con la testa sul mio petto, i lunghi capelli sciolti, si assopì… Guardai l'orologio. Le cinque! Cercando di non farla svegliare, la deposi dolcemente sul materasso, sgusciai dal letto, andai nel bagno, mi ripulii alla meglio. Mi vestii.. Quando tornai in camera, stava stiracchiandosi, con gli occhi semichiusi.

"Vai via? Mi lasci?"

"Alle sei viene a prendermi l'autista, a casa mia, vado, gli devo dare alcuni documenti da far portare in cantiere…"

"Torni?"

"Si."

"Subito. Ti aspetto… abbiamo ancora tante cose da…. Dirci…" Mise giù la testa, ripiombò nel sonno. Non era mio proposito tornare… ero uno schifoso traditore… Vittorio mi aveva affidato la sua famiglia… sua moglie… ed io… Che bastardo ero stato. Si, Carla era divinamente incantevole, insuperabile, ma… era la moglie di Vittorio. Per andare a casa dovevo passare dinanzi alla chiesa di San Francesco, quella a fianco della Banca d'Italia. Stava aprendo in quel momento. Un sacerdote, anziano, un po' grassoccio, si affacciò dalla porta, dette uno sguardo alla piazza. C'era solo una vecchina che stava avviandosi alla chiesa, Tra poco ci sarebbe stata la prima Messa del mattino. Mi venne un'idea. Chissà se riuscivo a liberarmi di questo macigno che m'opprimeva la coscienza. Avevo tradito Vittorio! Salii le scale, entrai. Il vecchio sacerdote si fermò, si voltò, mi guardò.

"Reverendo, vorrei confessarmi…"

"A quest'ora? Devo celebrare… è una cosa lunga? Grave?" Mi guardò fisso.

"Lunga no, padre, ma grave… almeno per me…"

"Venite…" Si avviò verso la Sacrestia, vi entrò, mise una stola viola, andò a sedere in un angolo, vicino a un inginocchiatoio. Mi fece cenno di inginocchiarmi. Disse qualche parola, sottovoce.

"Da quanto tempo non vi confessate?"

"Da parecchio, padre, non ricordo."

"Ditemi…" Brevemente, gli confessai cosa avevo fatto, come mi sentissi un verme, per aver tradito un amico, fatto l'amore con sua moglie… una donna sposata… No, io ero scapolo… Mi ascoltò, guardando ogni tanto verso la chiesa.

"Allora.. figlio mio… niente altro?"

"E cosa di peggio potevo fare?"

"Ma vi sentite pentito?"

"Certo!"

"Promettete di non ripeterlo più?"

"Certo."

"Dite l'atto di dolore… se non lo ricordate leggete il foglietto sull'inginocchiatoio." Lessi sottovoce, lui pronunciò poche parole, che non compresi, fece il segno di benedizione…

"Ego te absolvo…."

"Andate, e ricordatevi la promessa." Lo guardai, stupito.

"La penitenza, padre?"

"Dite tre pater, ave, e gloria allo Spirito Santo, perché vi illumini e vi mostri la retta via. Andate, ora, devo celebrare." Mi avviai all'uscita. Confuso, irritato, indignato… Non potevo crederci, quindi la penitenza era quella! Tutta lì, per quello che avevo fatto. Scesi le scale, lentamente, mi avviai verso la casa di Carla. Avevo lasciata quella splendida creatura che mi aveva fatto impazzire dal piacere. Mi aveva detto che mi avrebbe aspettato. Mi aveva sussurrato di tornare presto. Alzai le spalle. Per tre pater, ave e gloria, valeva la pena tornare da lei!

 

Sonata per violoncello

Sono Carla, ho 22 anni frequento la facoltà di lettere, vivo in una famiglia di musicisti, i miei suonano per hobby, mia sorella Erica invece frequenta il primo anno del conservatorio, lei suona il violoncello, io sono l'unica della famiglia a non saper suonare alcuno strumento, apprezzo la musica, ma sono negata per suonarla, ha ciascuno il suo.

L'estate scorsa, mia sorella si era appena diplomata e aveva deciso di iscriversi al conservatorio, io stavo finendo gli esami della sessione estiva, ero uscita per andare in facoltà per prendere alcuni appunti, i miei era al lavoro, mia sorella era rimasta da sola in casa, quando sono scesa ho preso la bicicletta e mi sono avviata, dopo neanche duecento metri ho bucato, allora ho ripreso la bici e sono ritornata a casa a piedi, quando stavo per entrare in casa ho sentito suonare il violoncello, Erica evidentemente aveva deciso di fare pratica, io adoravo quando mia sorella suonava, in quel momento ho sentito che suonava un arrangiamento che le avevo chiesto io tempo fa,? per Elisa?, anche se nata per pianoforte, alcuni passi al violoncello mi facevano impazzire e Erica aveva deciso di accontentarmi.

Aprii piano la porta per non disturbarla, in punta di piedi mi diressi verso il soggiorno dove sentivo suonare, dalla porta la vidi, aveva abbassato la tapparella, era davanti alla grande finestra del terrazzo, indossava soltanto un reggiseno celeste e delle mutandine in tinta, la luce filtrata dalla tapparella la rendeva quasi eterea, non si accorse di me e continuò a suonare, il sole che filtrava disegnava sul suo corpo arabeschi di luce, il movimento del suo braccio si accompagnava a leggeri accenni con la testa, io non ho mai avuto interesse per le donne, ma quell'immagine di mia sorella che suonava, mi parve la cosa più erotica e eccitante che avessi mai visto, il mio sguardo percorse tutto il suo corpo, beandomi di quella vista.

Mi avvicinai piano alle sue spalle posai delicatamente le mie mani sulle sue spalle, lei trasalì per un secondo, poi dovette capire che ero io, e continuò a suonare, quella musica dolcissima che si spandeva nell'aria, mi rendeva quasi in trance, cominciai a far scendere le mie mani sulle sue braccia, adesso ero consapevole che la mia carezza non era più fraterna, stavo carezzandola come un amante, mi chinai su di lei spostando i suoi capelli e posai le mie labbra sul suo collo, Erica non si sottrasse al mio bacio, anzi sposto il collo di lato a favorire la mia manovra, cominciai a muovere le mie mani sul suo corpo, avevo trovato i suoi seni piccoli e sodi, adesso indugiavo carezzandoli da sopra la stoffa, la mia eccitazione decise per me, insinuai le mie mani dentro le coppe andando a cercare i suoi capezzoli, li trovai e cominciai a carezzarli, ebbi la soddisfazione di sentirli diventare duri sotto i miei massaggi.

Adesso l'atmosfera era rovente, io avevo la bocca secca, sentivo che mi ero spinta molto oltre, ma non avevo nessun desiderio di ritornare indietro, Erica si era ormai abbandonata sotto le mie mani, aveva smesso di suonare, e si lasciava cullare dai miei massaggi strofinando la sua testa sul mio corpo, tirai portai una mano all'allacciatura del reggiseno, con un movimento lo sganciai liberando i suoi seni, con un gesto fluido Erica lo lasciò cadere a terra e si girò a guardarmi, anche se era mia sorella mi parve bellissima, i suoi occhi brillavano di eccitazione su quel suo viso ancora da ragazzina, le sue labbra lucide mi attiravano, mi chinai verso di lei e iniziai a baciare timidamente le sue labbra, lei subì passivamente per qualche secondo, poi mi porse la sua lingua , io la accolsi nella mia bocca, mi parve la cosa più buona che avessi mai assaggiato, adesso ci stavamo abbracciando strette, mentre le nostre lingue si intrecciavano nelle nostre bocche, stemmo così per alcuni interminabili istanti, io portai la mia mano verso le sue mutandine, e infilai una mano dentro iniziando a carezzarle la fica, la trovai già bagnata, le mie dita indugiarono sulla sua apertura mentre continuavamo a baciarci, i nostri sensi erano incendiati, Erica mi sfilò la maglietta che indossavo liberando i miei seni, si chinò a leccarli soffermandosi a succhiare i miei capezzoli, ormai esploravamo i nostri corpi cercando il modo migliore di darci piacere.

Io non resistetti, dovevo sentire il suo sapore, volevo che lei fosse mia, mi chinai verso la sua fica, lei non fece alcuna opposizione, e finalmente affondai la mia lingua dentro di lei, la senti gemere al mio tocco, iniziai a leccare con foga, mi stringevo alle sue cosce tirandola verso di me come se avessi voluto entrarle dentro, leccai ogni cm della sua fica succhiando tutto il suo nettare, il suo sapore mi inebriava, Erica gemeva e si contorceva, le mordicchiai il clitoride, sentii il suo corpo contrarsi, stava per avere un orgasmo, incollai la mia bocca alla sua fica, volevo che mi venisse in bocca, quando il suo orgasmo esplose la mia bocca si riempì di liquido, iniziai a bere tutto era un nettare squisito, mentre Erica si rilassava dall'orgasmo io ripulivo la sua fica con la lingua entrandole in profondità.

Subito dopo la abbracciai, stringendola a me, volevo sentire il suo corpo caldo e fremente dall'orgasmo avuto, e sentire le sue sensazioni, Erica fu dolcissima, si strinse a me e cerco la mia bocca baciandomi con trasporto, sussurro un -Grazie- e riprese a baciarmi, accolse la mia lingua nella sua bocca succhiandola come un gelato.

Restammo alcuni minuti ferme ad abbracciarci, poi le mani di Erica cominciarono ad esplorare il mio corpo soffermandosi sulla mia fica, mi stava facendo eccitare nuovamente, mi piaceva la sua esuberanza cominciò a succhiarmi i capezzoli mentre le sue dita si faceva no strada dentro di me, iniziò un ditalino lento e deciso, continuando a leccarmi le tette, io mi abbandonavo ai suoi baci godendo del suo lavorio, ma non mi bastava, volevo risentire Erica, sentire la sua fica palpitante, mentre stava godendo, non mi importava di godere, volevo far godere lei, cercai di portarmi di nuovo sulla sua fica, ma Erica mi bloccò venendomi sopra, adesso avevo la sua fica sul viso, allungai la lingua per succhiare quel paradiso, Erica abbassò la sua testa andando a leccare la mia fica, il contatto della sua lingua mi fece sussultare, mai nessun ragazzo mi aveva procurato sensazioni così forti, per reazione affondai ancora di più la mia lingua nella sua fica, adesso facevamo a gara a chi leccava più forte, il piacere che ci davamo reciprocamente ci annientava.

Esplosi in un orgasmo lungo e interminabile, venni nella sua bocca, continuando a leccare Erica, non capivo niente, ad un certo punto la fica di Erica mi riempi nuovamente la bocca, eravamo venute simultaneamente.

Stemmo li abbracciate per terra coccolandoci a vicenda, a un certo punto Erica si alzò e preso il Violoncello mi suonò? Per Elisa?.

 

La prima volta

Sono sempre stato attratto dalle donne, fin da quando ho capito che cosa mi potevano dare, ovviamente dal punto di vista sessuale. Le mie prime esperienze le ho fatte a 13 anni con mia cugina - come credo la maggior parte di noi -, anche lei tredicenne ma con maggiore esperienza di me, la quale mi ha fatto conoscere per la prima volta il corpo nudo di una ragazza. Ma non è di questo che volevo parlarvi.

Come detto, dopo la prima esperienza solo visiva e tattile con mia cugina, ho iniziato ad avere dei contatti più ravvicinati con l'altro sesso, fatti di toccate, masturbazioni reciproche fino ad arrivare al primo rapporto completo quando avevo 17 anni. Lei era la mia fidanzatina di allora, vergine pure lei, che aveva deciso di donarmi il suo fiore prezioso. Fu un rapporto molto bello che soddisfò entrambi; a questo ne seguirono altri con lei e con alte ragazze.

Tuttavia c'era sempre un tarlo che mi rodeva, qualche cosa che volevo fare per completare le mie esperienze sessuali. Per un po' non riuscivo a capire cosa fosse; poi ad un certo punto ho avuto l'illuminazione. Navigando in internet o guardando qualche film porno, mi resi conto che mi soffermavo sempre di più ad osservare gli uccelli degli attori. Sì, mi attiravano i maschi nudi, i loro cazzi mosci che piano piano si indurivano sotto i sapienti colpi di lingua delle pornostar. Non nego che la scoperta mi sconvolse un po'; mai avrei pensato che mi sarebbe venuta voglia di provare a fare sesso con un uomo. Eppure era così; scopavo ancora felicemente e con soddisfazione la mia ragazza, ma avevo sempre questo chiodo fisso in mente. Iniziavo a cercare in internet siti, possibilmente amatoriali, nei quali ammirare uomini nudi; volevo provare a masturbare un cazzo che non fosse il mio, prenderlo in mano, segarlo e, perché no, provare a fare un pompino.

Ma ero ancora molto titubante. Come avrei potuto trovare una persona con la quale provare questa esperienza? I miei amici sono tutti etero, sul lavoro era escluso, tanto meno frequentare locali gay. Cercavo una persona come me, magari alla prima esperienza, ancora un po' indeciso per confrontarci sull'argomento. Mi venne l'idea della chat. E così iniziai a chattare nelle stanze dei bisessuali, cercando di trovare una persona con la quale potesse crearsi quel feeling necessario per procedere oltre. Mi stavo scoraggiando perché incontravo solo persone volgari, frettolose, navigate che non facevano al caso mio. Volevo abbandonare, quando incontrai Marco il quale nel suo profilo aveva indicato di essere alla prima esperienza; sapendo come andavano le cose, non avevo molta fiducia, tuttavia gli diedi credito. Chiacchierammo un po' di noi, delle nostre esperienze, dei nostri desideri; era una persona piacevole, simpatica, con la quale si creò fin da subito un bel feeling. Ci trovavamo in chat quasi ogni sera e tra noi si era creato un clima complice; entrambi desideravamo quella esperienza, ma con la persona giusta; immaginavamo come sarebbe stato un nostro incontro, ma senza che ci masturbavamo perché a nessuno dei due piaceva farlo davanti ad un video. Fu così che venne naturale scambiarsi i numeri di telefono e le conversazioni in chat si spostavano al telefono. Dopo circa un mese di conoscenza, entrambi lo volevamo ma nessuno osava chiederlo: fui io che ad un certo punto, prendendo il coraggio a due mani, gli chiesi di incontrarsi. Rimase un attimo muto al telefono, tanto che pensai se ne fosse andato; invece mi rispose di sì e il giorno dopo ci incontrammo in un bar dove ci eravamo dati appuntamento. L'imbarazzo fu evidente in entrambi, eravamo piuttosto contratti e rompere il ghiaccio non fu facile. Tuttavia la simpatia che si era creata fra di noi consentì di rendere via via l'atmosfera meno tesa; bevemmo un aperitivo in allegria. Ad un certo punto mi chiese se lo invitavo a casa mia - vivo solo e lui no, quindi ero io che avrei dovuto ospitare -; a quelle parole una poderosa erezione si impadronì del mio cazzo e, non senza un certo timore, gli dissi che mi faceva avrebbe fatto molto piacere. Mentre ci dirigevamo verso il io appartamento, ognuno con il proprio mezzo, mi venne la tentazione di chiamarlo al cellulare e dirgli di lasciar perdere tutto. Ma non lo feci.

Appena entrati a casa mia, ci guardammo con un certo imbarazzo. Mi chiese dov'era il bagno e lo indirizzai: dopo che ebbe finito, compresa una doccia, andai anche io e mi feci una doccia anche io. Avevo un erezione che mi faceva quasi male; lo volevo da morire!!! Così uscii nella stanza dov'era lui solo con l'accappatoio, deciso a provare il tutto per tutto. Mi vide e sorrise. Andai verso la cucina a prendere qualcosa da bere e lui mi seguì; ero girato a prendere i bicchieri e lui mi venne dietro abbracciandomi e facendomi sentire la sua prepotente erezione. Muovevo un po' il mio culo sul suo cazzo, mentre lui ha portato le mani sul davanti e aprendomi l'accappatoio. Lo fece cadere a terra ed io mi girai verso di lui. L'imbarazzo non c'era più. Gli slacciai la camicia, sotto non portava nulla; mi abbassai e gli sbottonai i pantaloni. Glieli abbassati e rimase solo con i boxer; volevo vederglielo e così glieli abbassai e il suo cazzo scatto come una molla verso l'alto, libero da qualsiasi costrizione. Mi venne un crampo allo stomaco; lo avevo desiderato da molto ed ora ce l'avevo lì, davanti a me; un cazzo non enorme, ma di dimensioni rispettabili,  lucido, duro e gonfio.

Non sapevo cosa fare; ho iniziato ad accarezzarlo ed ho provato una stretta allo stomaco come quando feci l'amore la prima volta. Lo presi in mano in tutta la sua lunghezza, era caldo, pulsante, una bellissima sensazione. Lui era eccitatissimo, tanto che dopo poco tempo che glielo toccavo, venne in una sborrata colossale che mi colò sulla mano e andò a colpire anche il mio petto con alcuni schizzi violenti. A questo punto andammo sul letto in camera mia. Mi fece stendere e iniziò ad accarezzarmi l'uccello; era tesissimo e anche io non ci misi molto prima di eruttare una grande quantità di sborra sulla sua mano. Nonostante ciò né il mio né il suo cazzo si erano ammosciati; oramai avevamo rotto il ghiaccio. Me lo riprese in mano ed io chiusi gli occhi per gustarmi quelle splendide sensazioni. Ad un certo sentii un grande calore sulla mia cappella ed un senso di umido: aprii gli occhi e vidi Marco con in bocca il mio uccello. Fu una visione bellissima e una sensazione stupenda tanto che dovetti trattenermi per non venire subito di nuovo. Era bravo, me lo leccava piano piano poi lo imboccava, scendeva fino a leccarmi i ciglioni ancora gonfi. Lo volevo anche io; glielo presi in mano e lo obbligai a venirmi sopra per fare un 69, come tante volte in chat avevamo fantasticato. Lo vidi sopra di me e iniziai, con un po' di timore, a leccarlo. Era una sensazione strana, ma molto piacevole. Lo presi in bocca, lo succhiai, gli leccavo anche le palle. Volevo stuzzicargli anche il buchino dietro, ma non osavo visto che mi aveva detto che non gli interessava essere penetrato - come a me del resto. Ma lui aveva più coraggio di me e mi toccò con un dito proprio lì; se possibile il mio uccello si irrigidì ancora di più. Non resistetti oltre e, dopo averlo avvertito, sborrai nuovamente e intensamente. Non se la sentì di farsi sborrare in bocca e quindi si ritrasse, anche se qualche schizzo lo raggiunse sul volto; finito l'effetto della mia sborrata lo feci stendere sul letto e ripresi a spompinarlo; godeva molto e non appena gli posi il dito sul buchetto se ne venne anche lui. Non so che mi prese ma non mi spostai e mi feci venire in bocca, anche se non ingoiai la sua sborra.

Rimanemmo stesi sul letto per un po' con gli uccelli sempre barzotti a scambiarci le sensazioni che avevamo avuto. Prima di terminare la serata godemmo ancora grazie alle nostre bocche e stavolta lui, per contraccambiare il mio gesto, si fece venire in bocca.

Così provai a fare sesso con un uomo. Non è rimasta l'unica esperienza, anche con Marco ci siamo rivisti molte volte e abbiamo infranto anche alcuni limiti che pensavo fossero invalicabili. Abbiamo provato la penetrazione, sia attiva che passiva. Ed io ho provato anche ad indossare intimo femminile, cosa che mi ha eccitato moltissimo.

Ma la figa rimane la cosa più bella che si possa provare.

 
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