MaraMora

... credevi veramente di conoscere tutto sul sesso?

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Campi Magnetici

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"Amore, e... se sabato prossimo andassimo al lago?" chiese Marco con gli occhi fissi sul body perizoma in pizzo che copriva appena il corpo snello di Martina, la sua ragazza. Lei non rispose, e lui muto, ristette a fissare ancora per qualche attimo le dita di Martina che correvano svelte lungo le due strisce di stoffa soffice e traforata allacciate attorno al collo. Solo allora lei gli ricambiò lo sguardo squadrandolo circospetta

"Da soli?" gli chiese con un leggero sospiro portandosi le mani dietro la schiena totalmente nuda a cercare i gancini del reggiseno.

"No, inviterei anche Sandra" rispose piatto Marco aiutandola solerte con i gancini.

"E perché?" chiese Martina voltando la testa quasi di scatto. Marco allargò le braccia fissando il volto contrito di Martina, e con estrema disinvoltura proruppe gioviale

"E solo per fartela conoscere meglio e scopare un po'!" Lei tornò a voltarsi di scatto

"Non ho capito lei con chi dovrebbe scopare?" chiese sempre più accigliata.

"Ma con noi, no?" le rispose serafico giocando con il reggiseno di pizzo rimastogli in mano, imitando inconsapevolmente Martina che a sua volta con le mani stropicciava nervosa il corpetto. La stoffa era disegnata a fiori selvaggi ricamati sul pizzo, che s'arrampicavano verso il seno lasciandole scoperto l'ombelico. Quindi Martina con un sol gesto incrociò le braccia stringendo nei pugni i bordi frastagliati dell'indumento, e in un batter di ciglia si sbarazzò del corpetto che la rendeva ancora più sexy ed estremamente sensuale. I seni ondeggiarono liberi, il bacino oscillò dolcemente sensuale ma la replica fu dura e inequivocabile

"Io con tua sorella non scopo!" Marco sbuffò accigliato. La sua donna non era il tipo di ragazza che si rifiutava per partito preso. Strinse gli occhi nell'inutile ricerca spasmodica di un qualcosa che non esisteva e indispettito rimase zitto. Era evidente che Martina era in polemica con lui, come era altrettanto vero che lei non aveva mai disdegnato senza un più che valido motivo una scopata con amici o dei semplici conoscenti.

"Ma non dire stronzate!" ribatté sprezzante e assolutamente insofferente verso quegli atteggiamenti puramente ideologici

"L'altra sera alla festa di facoltà ti sei fatta scopare da mezzo dipartimento di fisica" Lei l'affrontò in cagnesco, ma dalle sue labbra non uscì nemmeno un monosillabo. Era innegabile che la situazione era paradossale. Entrambi amavano il sesso di gruppo, e anche prima di conoscersi lo consideravano un gioco innocente da esaltare, da vivere. Non a caso erano soliti frequentare i loro comuni amici per allegri ritrovi dove la musica era alta, la birra scorreva a fiumi e dove c'era l'assoluto divieto di indossare alcun capo di vestiario, specialmente per le ragazze. Marco schioccò la lingua. Martina l'aveva conosciuta proprio ad una di queste feste di compleanno, e come voleva la migliore tradizione ci si era subito fidanzato. Grazie ad un invito galeotto fatto dagli amici per gli amici l'aveva notata con il viso immerso fra le cosce della festeggiata. Da quello sguardo era partito il fulmine! Da quel preciso istante aveva capito che non avrebbe mai più scordato tanto presto quel visetto luminoso dalle gote macchiate del suo sperma e dagli umori di chi sa quale altra ragazza, o ragazzo. A distanza di mesi, da quella fantastica domenica pomeriggio, ricordava distintamente i mugolii delle amiche e degli amici, la musica assordante e ovviamente il piacere di penetrare la diafana ragazza a carponi sul tappeto. Noncurante del gelo urticante che si era frapposto fra loro si trastullò indolente con i ricordi ancora orgogliosamente impressi in ogni sua terminazione nervosa. Canticchiò con spavalderia quel motivetto ritmato che lieto gli risuonava nelle orecchie, e che allora aveva piacevolmente ascoltato per la prima volta a tutto volume dall'impianto stereo della villa inframmezzato ai vagiti della festeggiata e degli altri presenti. Era innegabile. Le cose veramente belle da ricordare, quelle a cui appellarsi con tutte le proprie forze, erano tante e allo stesso tempo poche, ma essenziali. Non poteva e soprattutto non voleva ignorarle perché erano li a ribadirgli che quella ragazza arrabbiata che lo guardava odiosa era Martina, la sua Martina. Ed erano quelli i mille e più particolari, le mille e più sensazioni che lo rendevano ogni giorno più forte e fiero della sua donna. Tra i tanti momenti felici gli piaceva esaltarne uno, particolare e privatissimo: il momento del loro primo incontro. Aveva scolpito in qualche angolo del suo cervello un immagine così vivida che aveva il potere in qualunque istante di infiammarlo, di fargli perdere il controllo dei sensi. Quello speciale grimaldello, quel ripido dosso scosceso lungo il quale ruzzolava il suo entusiasmo era incarnato dalle lunghe mani affusolate di Martina, che sdraiata sul canapè e con la testa infilata sotto un bel paio di lunghe gambe femminili, teneva aperte le cosce della festeggiata ingolosita dalla penetrazione. Quello era stato il loro primo incontro: entrambi si stavano dedicando alla bionda dalla lunghe gambe di alabastro che festeggiava così il suo ventisettesimo compleanno. Prima di quel fatidico pomeriggio Marco non aveva mai avuto l'occasione di conoscere il suo grande amore, e così era stato per Martina, invitata dalla festeggiata sua grande amica. Marco indaffarato dalla penetrazione non aveva avuto il modo di scorgere il volto di Martina, ma era sicuro che gli occhi della sua futura donna non si erano persi, neanche per un solo instante, il suo pene affondato nella bionda. Era rimasta a lungo rintanata tra le cosce della festeggiata e solo di quando in quando, attenta a non disturbare il coito, aveva asciugato con la lingua quella vagina madida di umori e già occupata da un pene particolarmente eccitato. Questo era accaduto nella pause e Marco fermo dentro la sua dama di alabastro aveva percepito chiaramente il giocare di lingua di Martina che si infrangeva ora sul suo pene, ora sul clitoride della festeggiata. Ogni volta che le lunghe dita di Martina avevano toccato, giocato lusingando il corpo fremente della festeggiata Marco aveva subito la stretta dei muscoli vaginali, tanto da costringerlo istantaneamente ad accelerare correndo incontro all'orgasmo. Prima di staccarsi ed eiaculare sulla schiena bianca e liscia della bionda, inginocchiato e ancora conficcato tra quelle natiche, aveva impresso gli ultimi affondi decisi stringendole con forza i lombi guizzanti. E quando stava ancora prendendo la decisione se sprizzarle il seme sulla schiena o prendere la via del retto aveva di nuovo avvertito quell'ignoto tocco morbido di lingua che ora gli solleticava lo scroto. Con il pene conficcato per metà aveva guardato istintivamente verso il basso, e un viso radioso l'aveva inesorabilmente catturato. La fronte, le gote, il mento e i capelli umidi di sudore e sperma l'avevano intrigato a tal punto, che non aveva potuto fare a meno di inginocchiarsi immediatamente sulla sconosciuta offrendole il pene prossimo all'eiaculazione. I giorni successivi, per quanto avesse cercato di ricostruire l'accaduto, non era mai riuscito a ricordare quando la statuaria Martina s'era infilata tra le cosce della festeggiata. Ma adesso quel visino angelico e disarmante lo stava squadrando cattivo

"Embé? Con tua sorella, no!" impose una volta di più Martina. Le labbra erano tirate, la fronte aggrottata ma gli occhi non erano duri. Marco si rilassò leggermente. Capiva che in fondo quelle erano solo delle rimostranze puerili d'una ragazzina inutilmente gelosa, e di conseguenza innocue malgrado non né avesse ancora appreso completamente la natura. Doveva capire, doveva comprendere ma assolutamente non voleva angariare gratuitamente la sua donna in alcun modo. Stavano insieme ormai da sei mesi; ed erano già un mucchio di minuti, di ore e di giorni che significavano molto per lui. Avevano potuto vivere assieme tanti bei momenti d'amore puro e molte feste di sesso sfrenato assieme ai loro amici. In tanti, nudi e nella stessa casa. Bei momenti ma vissuti sempre senza sua sorella.

"Non fare l'isterica! Mi dici perché con Sandra non lo vuoi fare?" Martina in un unico gesto sì sbarazzò del perizoma di pizzo bianco maliziosamente fiorito sul pube. Giocò per qualche attimo sfregando i polpastrelli sul disegno esuberante a fiori che sembrava sbocciare sulla pelle. Poi, nuda, replicò

"Se ho detto di no, ed è no!" Marco prima di risponderle perse gli occhi, la parola e la cognizione del tempo rimirando il corpo nudo ed atletico di Martina. Il collo era lungo, le spalle dritte ma non imponenti, il seno piccolo e tonico, i fianchi dolci e la vita stretta. Le gambe erano forse un po' troppo lunghe ma si completavano alla perfezione con il ventre piatto dal pube perennemente rasato. Capì una volta di più d'essere vertiginosamente innamorato di lei, ma quello non era il momento delle smancerie e replicò con altrettanta durezza

"Uh, che lagna! Te lo dico io perché non ci vuoi scopare, perché sei gelosa di lei!" Martina sfiorandosi il pube con le dita constatò che aveva ancora da radersi prima che il giorno fosse finito, e dirigendosi verso il bagno gli urlò dietro

"Ma di che vai cianciando?" Marco rimastole dietro di qualche passo replicò con voce ferma

"Vedi che ho ragione! Non vi eravate mai praticamente parlate prima e finché non ti ho detto che da anni ci scopo assieme... tu, tu non hai mai detto beh! Ma da quando lo sai... mi fai sentire queste scene di gelosia del cazzo!"

"E allora non posso essere gelosa?" replicò Martina con la testa letteralmente ficcata nell'armadietto dei cosmetici nella ricerca scomposta di qualcosa che non si faceva trovare. Marco, gesticolando ampiamente, s'affacciò sulla porta del bagno e apostrofandola in tono canzonatorio l'aggredì verbalmente

"No, no pallina! Così non va bene, io con Sandra ci posso scopare quando voglio, perché lei è solo mia sorella e a noi sta bene così! E se tu sei gelosa di una scopata è un problema solo tuo!"

"Va bene! Allora è finita, me né vado. Vai pure a scoparti quella troia di tua sorella" gli rispose urlando tra le lacrime dopo avergli chiuso la porta in faccia.

"Va bene! Cosa aspetti!?" le rispose rauco di rimanendo con il viso poggiato quanto più possibile alla porta.

"Non lo so cosa mi trattenga dal metterti le mani addosso" replicò singhiozzando Martina.

"La porta chiusa! E' questa cazzo porta chiusa che ti impedisce di andartene" urlò Marco canzonandola e allontanandosi mormorò sottovoce

"Oddio ecco un'altra finta gelosa, un'altra gelosa del cazzo!" sacramentò dando una manata contro lo stipite della camera. Lei sembrò comunque averlo udito e con voce più ferma chiese attraverso la porta

"Come?" Marco con tre falcate ritornò nei pressi del bagno e appoggiatosi alla porta con voce alterata sbraitò

"Non lo sai? Te lo dico io! In realtà non è la porta che ti trattiene, ma è proprio il sentirsi un po' cogliona a lasciare il proprio uomo solo perché scopa con la sorella... e in effetti ed è da dementi essere gelose della cognata! A meno che tu non sia lesbica... non ti sarai mica innamorata di Sandra?"

"Stronzo!"

"Si, stronzo ma intelligente, sì stronzo ma libero... sì stronzo ma con dignità!" -Qualche giorno prima...- Erano passate da poco le diciotto quando Marco, rincasato dal lavoro, aveva trovato la sorella ancora china su i libri. Non sapeva se invidiarla, oppure no. Si era laureato da circa otto mesi e da quasi due lavorava in una grande multinazionale. Mentre Sandra, al terzo anno di economia e commercio, si stava ancora godendo appieno lo status di studentessa libera da qualsiasi vincolo lavorativo. Dal corridoio ristette a spiarla seduta alla scrivania della sua camera. Indossava i soliti shorts elasticizzati che lui tanto adorava. Il tessuto elastico aderiva e si modellava insinuandosi in ogni piega tanto da sembrare una seconda pelle. Infine una canotta bianca da uomo appartenuta a lui le copriva a malapena i seni che difficilmente potevano essere contenuti da un qualsiasi altro tipo di indumento. Il respiro era regolare e la matita si muoveva piano mossa da dita quasi immobili sul libro aperto. Marco senza fare rumore si avvicinò e quando le fu di spalle con un rapido scatto l'abbracciò iniziando a giocare con i suoi seni. Sandra saltò sulla sedia ma fu felice di sentire sul proprio corpo le mani impetuose e maschie del fratello. Marco la lusingò giocando con i suoi capezzoli duri e ritti per alcuni secondi. Lentamente e delicatamente le massaggiò i seni finché non finì per scegliere inevitabilmente la vulva dai contorni netti, segnati dalla stoffa elasticizzata degli shorts.

"Sandra, hai voglia di farlo adesso?" le chiese quando il respiro della sorella cambiò inesorabilmente il passo.

"No, dai Marco debbo finire di leggermi la dispensa per l'esamino di statistica, ed è solo la seconda volta che la leggo" rispose aggiustandosi il cavallo degli shorts insinuato, ancora più in profondità, dal massaggio del fratello. Marco non sì diede per vinto e presa la mano della sorella la poggiò sulla patta dei pantaloni

"Ma dai sorellina, ho un cazzo così duro, ho una voglia così forte che se non me la dai mi faccio una sega, e me la faccio qui davanti a te!" Sandra fingendo d'essere piccata sbuffò

"Uff ma vai da Martina, no? E poi non so perché ma da quando ti sei laureato sembra che il tempo per te si sprechi" poi smettendo di colpo la recita slacciò prima la cintura dei pantaloni e quindi abbassò la zip. Marco con estrema calma aiutò la sorella. Finì di abbassarsi i pantaloni e impalato rimase in piedi vicino a lei con indosso solo le mutande. Con un tintinnio la cintura aveva toccato terra e a Sandra non era restato che guardare con cupidigia il rigonfiamento delle mutande che avvolgevano il sesso. Il pene era a meno di un palmo dal suo naso, era così vicino che poteva già godere dei primi effluvi odorosi. Marco presala per la testa l'accompagnò fino a farle appoggiare la bocca sulla stoffa tesa delle mutande, sussurrandole malizioso

"Va bene intanto io mi tolgo la camicia. Ma perché tu oggi sei vestita, non è che hai le tue cose?"

"Ma no! Mi scopi da una vita e dovresti sapere che prendo la pillola" rispose Sandra infilando le dita sotto la stoffa delle mutande a cercare la carne tesa e calda. Marco sì abbassò l'indumento intimo ed il pene ritto senza più costrizioni reclinò sino a battere contro le tempie della ragazza. Sandra sì voltò leggermente verso il fratello ed il pene scivolò dalle tempie al naso rimanendo poggiato, fermo, sulle labbra

"E allora perché sei vestita?" Sandra prima di rispondere impugnò il pene e, dopo averlo baciato in punta, abbassò completamente la pelle che ricopriva il glande

"Perché se rimango con la passera al vento finisce che ho le mani sempre li"

"Ma è proprio per quello che stiamo nudi, per toccarci, scopare" rispose il ragazzo stringendo i muscoli delle natiche quando la sorella posò nuovamente le labbra e poi la lingua sul glande ormai ben lubrificato. Sandra gli sorrise ed affondò il viso sul pube particolarmente peloso del fratello, tanto che la peluria si stendeva fin oltre l'ombelico. Strizzò il pene alla base un paio di volte e poi molto lentamente tornò a rilasciarlo solennemente

"Sono infoiata, Marco lo capisci o no?"

"Allora scopiamo, teh, guarda se non è bello oggi il mio bel corazziere" le propose sfiorando il pene, dal glande umido di saliva ed umori, disegnando magici itinerari sulle gote imporporate della sorella.

"Ehi, ehi un cazzo così non lo sì può lasciar perdere" rispose giocosa Sandra dopo averlo impugnato di nuovo mimando l'uso d'un microfono.

"Allora senti il mio programmino, te lo faccio sentire nella passerina finché non vieni e poi ti sborro addosso... ti macchio i capelli" disse d'un sol fiato aiutandola a togliersi la sua canotta, più larga di due misure.

"Maiale"

"Si! Sono il tuo porcello di casa... sono il tuo porcello personale e tu la mia maialina tuttofare" rispose rauco prendendole in mano entrambi i seni. Sandra sì gustò il massaggio del fratello finché i capezzoli non le fecero male, quindi con gli occhi brillanti d'eccitazione sì alzò dalla sedia abbassandosi gli short. L'indumento estremamente elastico sì arrotolò lungo i fianchi sino a cadere lungo le gambe lasciandola nuda, disponibile e vogliosa, ad un palmo dal pene teso di Marco. Rimasta in piedi di fronte al fratello tornò ad impugnare il pene

"I capelli no, che sono stata ieri dal parrucchiere, e già l'altra volta mi ha detto: ma Sandra che gel usi? E' parecchio fissante, ed è difficile da tirar via" Marco le restituì il favore e con due dita andò a contornare il perimetro esterno del pube meticolosamente depilato

"E tu le potevi dire: è la sborra del mio fratellino porcellino"

"Scemo!" rispose giocosa Sandra; le dita del fratello erano ormai quasi dentro di lei.

"Allora, ti va il programma?" chiese Marco spingendola verso il letto. Sandra s'adagiò sul suo ampio letto dove spesso avevano dormito assieme. Si spalancò le labbra della vagina con le dita e lo invitò su di lei, esortandolo

"Sì, ma vedi di venirmi in faccia dopo che ho goduto almeno una volta... oppure direttamente in bocca"

"Si, sì miscredente, però, mettiti a pancia in giù. Perché io la sorellina porcellina me la scopo solo alla pecorina" le rispose con una calda voce arrochita dal desiderio carezzandole l'interno delle cosce. Sandra sì rivoltò all'istante offrendosi al fratello con il sedere spinto verso alto, in ginocchio sul letto. Percepì il lento schiudersi delle grandi labbra e il solco delle natiche sempre più divaricato. Gemette dal piacere e guardando il fratello dal basso verso l'alto quasi l'implorò

"Marco, quando ho dato l'esame di statistica ci chiudiamo in casa per due giorni e tu mi insegni a prenderlo nel culo. Promettimelo, dai promettimi di sì" Sandra sempre inginocchiata sul letto sì spalancò la vulva con le dita abbassandosi sino a schiacciare i seni sul letto. Marco capì una volta di più che la sorella stava morendo dalla voglia d'essere penetrata. Si posizionò dietro di lei, le carezzò la schiena e con molta delicatezza s'apprestò a scoparla. Superò a stento la resistenza delle labbra esterne spingendosi lentamente in profondità fino a poggiare il pube alle sue natiche. Quando fu fermo dentro di lei raggiunse per un attimo i seni con le dita sussurrandole "Va bene Sandra però tu mi devi promettere che proverai a farlo con Martina. In fondo lei è la mia ragazza, tu sei mia sorella e la figa piace a tante ragazze, non capisco perché tu ti ostini a non voler venire con noi"

"Coglione, a me la figa piace. E' solo che non voglio farlo con lei" rispose Sandra. Marco rimase immobile ancora per qualche secondo senza rispondere. Le contrazioni vaginali che percepiva erano l'eco speculare delle sensazioni che la sorella stava provando. Si mosse leggermente dosando immobilità e movimento godendo di ogni minima contrazione fin quando percepì con sicurezza che la sorella stava per raggiungere l'orgasmo. Allora accelerò nei movimenti evitando gli strattoni, finché, dopo un paio d'affondi ben vibrati, spinse il pene ancora più in profondità. Sandra cominciò ad ansimare e a godere. L'esortava a continuare e lui in preda ad un arrapamento animale esaudiva ogni suo desiderio. Prostrata sulle ginocchia ansimava per l'affanno, e pian piano, in quella condizione di impotenza, s'eccitò a tal punto che iniziò a dimenarsi scompostamente persa nel turbinio della libidine. Il pene di Marco era bollente e sentirlo così prepotente dentro di lei la faceva urlare e incitare come un ossessa. Marco capiva d'essere al tempo stesso protagonista e spettatore, animale da monta e guardone. Era estasiato. Si muoveva in perfetto accordo con la sorella, ma la guardava anche muovere i fianchi con energia affondandosi il membro nella vagina, danzando contro di lui, scatenarsi e godere. La trattenne per i fianchi fin quando lei non raggiunse l'orgasmo urlando. Solo allora il letto smise di cigolare e i toraci di ansimare, e fermo immobile, inginocchiato dietro di lei la seguì con lo sguardo accasciarsi sul letto esausta. Aveva preferito vederla staccarsi da sola e allora, solo allora, con il membro gocciolate, l'aveva rovesciata sotto di se. Accovacciato sul suo torace le aveva poggiato subito il pene sul viso, e subito la prima goccia di sperma aveva zampillato festante sul mento, sulla bocca e sulle guance di Sandra. Dopo quel primo segnale le mani di entrambi avevano preso a muoversi frenetiche. Marco si masturbava e la sorella si spalmava lo sperma sul viso. Marco prendeva la mira e Sandra si succhiava le dita.

"Tu non vuoi leccare Martina solo perché sei gelosa di lei" le rinfacciò in un attimo di calma. Sandra afferrò il pene del fratello e dopo aver risucchiato sonoramente l'ultimo grumo di sperma rispose quasi scocciata

"Se la pensi così allora vai a scoparti la tua donna!" Marco tacque. Non poteva sapere ma la medesima risposta l'avrebbe ricevuta dalla stessa Martina qualche giorno più tardi. Sandra malgrado il commento poco felice non si mosse dal letto rimanendo sdraiata sotto il fratello, e lui con molta delicatezza prese allora a carezzarle la rettilinea e perfetta vulva fulcro idoneo per un paio di gambe nervose e sode. Introdusse il medio nella fessura sfiorando con estrema delicatezza clitoride bagnato. Sandra gemette ansimando di piacere, e fu allora che Marco le disse

"Adesso non essere ingiusta, tu sei sempre mia sorella, con te scoperò sempre e proprio perché non voglio smettere di farlo è meglio che abituiamo Martina a scopare insieme a noi" Sandra sospirò gemendo

"Illuso" replicò caustica malgrado si sapesse in quel atmosfera inebriante, sdraiata sul letto ad ammirare la bellezza infinita di un pene ancora in erezione e assaporando il gusto e l'odore voluttuoso del sesso che profumava la stanza di maschio e di femmina.

"Ecco, e sarebbe anche il caso che tu ti trovassi un amico cosi facciamo doppia coppia" le rispose cocciuto Marco distendendosi tra le sue gambe. Sandra percepì le dita del fratello che l'aprivano tutta. Alzò la testa. Guardò il suo clitoride che svettava per il fratello. Iniziò a godere subito, non appena Marco iniziò a succhiare le labbra viscide degli umori di entrambi.

"Cosa vuoi fare, la vuoi portare a casa quando anche ci sono io?" chiese Sandra in preda al godimento, ch'era il proseguimento dell'orgasmo precedente. Il suo corpo sembrava non voler smettere assolutamente di godere e di dimenarsi. Marco di conseguenza non aveva nessuna intenzione di smettere di succhiare e leccare la vulva della sorella, finché durante una pausa non le disse rauco

"Si, voglio vedervi l'una sull'altra. Voglio vedervi venire in faccia l'una con l'altra, voglio vedervi ubriache delle vostre fiche" Il pensiero di rifiutare di incontrare la ragazza di suo fratello, prima forte e protervo, la sfiorò solo per un attimo, e quindi l'abbandonò. Era un gesto sciocco, infantile ed inutile. Richiuse gli occhi e dischiuse le labbra

"Va bene, scoperò con lei" pensò "In fondo è solo al donna di mio fratello!"

 

Martina cercò qualcosa nello zaino borsa. Un fazzoletto. Una penna. Un pacchetto di sigarette. Cercare oggetti nella borsa nei momenti di sconforto sembrava essere per una donna l'unica via di fuga.

"Capisci? Vuole farmi scopare assieme alla sorella! Altro che sabato di relax, un bel sabato di merda!" disse impugnando delle chiavi, e così come un ebete rimase immobile per qualche secondo, artigliata dal terrore ottuso d'essere abbandonata.

"E dai, adesso esageri! Ti conosco fin troppo bene per capire che c'è sotto dell'altro!" replicò la bionda alta e sottile.

"No, no è come ho detto!" rispose sentendosi ingorgare il cuore in gola tanto da dover deglutire per poter ritornare a respirare.

"Ma chi ci crede! Tu proprio tu che schifi scopare per due giorni di fila? Ma non farmi ridere! Di piuttosto che ti sta antipatica sua sorella, sei più credibile" Martina sveltì senza ragione il passo in quell'istante e barcollando tra la folla che la sfiorava percepì appena l'intensità dello sguardo di Lucilla che cercava di mantenere il contatto suoi occhi

"Non è neanche quello il motivo" rispose netta chiedendosi in silenzio se l'amica avesse effettivamente compreso quel malessere che non calava, che dentro di lei non si placava. Ch'era così forte. Così prepotente

"Sua sorella, se vuoi, mi è anche simpatica." ansimò

"No, no le cose sono altre!" aggiunse poi con un filo di voce.

"Allora non dirmi che ti fa schifo scopare con la tua futura cognata?"

"Ma quale cognata, stiamo assieme da poco, e poi il problema è lui! Che bisogno ha di scoparci assieme, eh?" chiese affogandosi con le sue stesse parole, ma gli occhi, al contrario della voce, brillarono lucenti.

"Ma scusa, ma tu di che ti impicci? A te cosa frega se lui ci scopa assieme. E poi, parli proprio tu che sei sempre stata per la scopata libera. E anche lui mi pare, no? E se non sbaglio quando l'hai visto per la prima volta... il suo coso era dentro di me... e forse se tu non l'avessi distratto me lo avrebbe anche picchiato in culo! Ed era il mio culo, la mia fica che lui si stava scopando! Ricordi?" Martina annuì.

"Bene, allora sei gelosa anche di me?"

"No, di te no"

"E allora, qual è il problema?" Martina in quel secondo desiderò essere nei pensieri di Sandra, di essere scrutata a fondo dalla sorella del suo uomo e a sua volta voleva ricambiare quell'ipotetico sguardo negli occhi

"Ma è sua sorella! Io per esempio non ci scopo con mia sorella!" rispose rancorosa, ma al contempo desiderosa d'essere compresa per tutto ciò che era, per quello che significava la sua felicità, per la gioia d'essere la donna di Marco.

"Certo, sei figlia unica!" la canzonò cattiva Lucilla

"Ma poi che discorsi mi fai? Vi amate, state bene insieme... noi tutti scopiamo assieme, quando possiamo andiamo in vacanza assieme... facciamo tutto assieme, e allora perché vuoi rovinare le amicizie, per una scopata con la sorella del tuo moroso?" Martina respirò forte

"Ma lei è appunto sua sorella!" replicò ricercando spasmodicamente nell'aria viziata del bar l'odore di Marco lasciatole il giorno prima. Delusa sbatté le palpebre. Non aspirò altro che fumo di sigaretta e caffè bruciato, ma nonostante tutto l'odore di Marco era impresso nelle sue narici. Come era altrettanto netto il desiderio di lui di volerla ad ogni costo abbracciata all'inguine della sorella, a coronare quell'esplicita volontà di possederle entrambe mentre si baciavano vicendevolmente la vulva.

"Di nuovo! Ma che differenza fa, e se fossi io, o un'altra? Cazzo Martina, il maschio è maschio, la femmina è femmina ed è naturale che si scopi! E poi e poi, che discussione scema da alienate. Se solo adesso che sei agli inizi ti fai delle storie... per delle scemate, figuriamoci per le cose grosse!" Martina scrollò le spalle in gesto pigro, svogliato

"Che vuoi dire, che i miei problemi non sono problemi, che ti sto annoiando, che... che dovrei stare zitta perché questi sono solo fatti miei... eh?"

"Adesso che fai offendi? E no carina, adesso non dire stronzate! La verità è che sei troppo innamorata di lui per capire con lucidità quello che ti sta capitando. Ed io questo lo capisco, è naturale, hai perso la testa per lui. Ma dimentica questa cazzo di guerra ipotetica con sua sorella per... per una banale ciucciata. Se non allenti la corda lo perdi! Per paura di... di... conoscere una che è solo la sorella... Ti lasci indietro l'uomo e l'amore"

"Ma adesso per non perderlo cosa dovrei fare? Seguirlo in ogni sua fisima?" domandò percependo il proprio alito denso, intriso di rabbia e di stordimento.

"Martina, non mi sembra che farsi due giorni al lago sua sorella... sia una fisima! Dai, non mi prendere per il culo! Hai scopato per molto meno, e se debbo dirtela tutta non credo affatto che ci siano dei problemi, quelli veri intendo, tra te e lei! C'è solo che sei innamorata pazza di Marco ma sei ancora un tantino troppo ingorda di lui"

"Che vuol dire ingorda?"

"Voglio dire che questa gelosia da pianerottolo t'ha fatto perdere la testa. Più dell'amore che provi per Marco. Ovviamente lei deve accettarti come compagna di suo fratello in tutto e per tutto, ma è altrettanto vero che anche tu devi riconoscere che lei è sua sorella e c'era prima di te! E con questo devi ricordarti sempre che, cazzo, giocate su piani diversi. E' impossibile che vi pestiate i piedi! Lei in fin dei conti è solo sua sorella, non so se ti è chiaro?" Martina fece per rispondere ma Lucilla la bloccò di nuovo

"Te l'ho già detto! Occhio che se continui ad essere così gelosa... per un problema che non c'è, prendi una sbandata che la metà basta!" Le pareti del bar erano grigie, scure come una giornata nebbiosa, e una fila di minuscoli di faretti alogeni illuminavano il bancone spargendo luce diretta e bianca su tazzine e bicchieri non risparmiando neanche le calvizie del barista. Ombre e lampi scoccati altrove risvegliarono il groppo in gola di Martina che tornò ciecamente all'attacco

"La fai facile tu! Però quando lui va a casa la sera è sicuro che dormono assieme, che fanno la doccia assieme... oppure se fa tardi ad un appuntamento è perché magari se l'é scopata" disse guardandosi e mani sottili abbandonate sul piccolo tavolino da bar non smettendo mai di pensarlo. Di volerlo, lì, con lei

"E poi, poi c'è sempre il dubbio, c'é sempre l'angoscia di pensarlo con un'altra"

"Alt! Fermati! Adesso sei ingiusta. Primo, questa eventualità potresti averla sempre senza scomodare sua sorella. Quindi, sta tranquilla, lei, non te lo porterà mai via. Secondo, mi dici perché tu non vai con loro? E, o perché non le diventi amica? E, o perché non ce la presentate? E, o perché non ci troviamo tutti e la conosciamo assieme?" Martina mosse la testa come per mescolare, riordinare la mente, così da rimuovere i rimasugli di una gelosia malinconia

"Ma è qualche anno più piccola di noi, è ancora al terzo anno di economia e commercio... non credo sia fattibile... non abbiamo gli stessi interessi" rispose sbattendo gli occhi sbavati di rimmel.

"Non abbiamo gli stessi interessi?" la canzonò Lucilla, poi cambiando tono di voce

"Tutte scuse! E' solo sua sorella e punto! Andate al lago sabato e smettila di farti queste gran menate!" Martina improvvisamente la vide, la immaginò, la sognò. In un luogo senza nome, in un momento senza tempo Sandra indossava una gonna stretta che scivolava, si sollevava; il tessuto che si ripiegava quasi fosse stato impalpabile e aereo. Quell'emozione che le si parò davanti a gli occhi significò in parte le emozioni di quell'idea

"Ma cose le dico? Ho saputo che ogni tanto, anzi no quasi sempre scopi con tuo fratello" Lucilla sorrise, Lucilla la capì, Lucilla sapeva.

"Accidenti, ma quando mai ci è voluta una scusa più stronza come questa per farsi una scopata, eh? Non è più semplice che lasci fare tutto a Marco, non più semplice farsi trovare pronte e basta?" Martina era più che sicura che Lucilla aveva percepito il suo fremito, di curiosità, di tormento. Quando sul volto della sua più grande amica si dipinse il sorriso del vincitore non cercò minimamente di difendere le sue posizioni. Osservò le vene del suo collo pulsare, continuando a sorriderle, ma senza rassicurarla. Non ancora

"Ma" tentò di replicare.

"Dormici sopra, e domani ne riparliamo, va bene?" Martina scosse il capo, senza dire nulla, il fiato gonfio le impediva di spiegarsi ed il suo respiro si era fatto quasi affannoso. Insistente. Scacciò quel palpito nella gola e proruppe d'un fiato

"Si hai ragione, ma invece perché non ci vediamo a casa mia... o a casa tua, più tardi, ti va?"

"Ma basta parlare di Marco, eh?" Martina inclinò di poco il capo, trattenendo un gemito voluttuoso che presto sarebbe eruttato dal profondo delle sue viscere. Continuando a stento a respirare rispose

"No, no niente Marco... e poi lui ha un impegno di lavoro. Lo dicevo per vederci un po', tra di noi"

"Ah questo è parlare da femmina, va bene! Alle sette vieni a casa mia"

"A casa tua?"

"Si a casa mia! Stiamo meglio, e siamo sole" Martina si alzò d'impulso senza più concentrarsi, né attardarsi sui dettagli della confessione che aveva avuto un attimo prima con Lucilla. Si sentiva come rigenerata, e liberata di un peso che ora le sembrava remoto, trascurabile. Non le parve vero, ma in quell'istante, presa com'era dall'emozione, avvertì una sorta di compiacimento interiore. Non voleva spendere un secondo di più nell'intenzione vana di rifiutare la presenza di Sandra o di misurare la distanza tra loro. Decise. Decise e basta, nel secondo esatto in cui le sue gambe si mossero, fasciate appena dal collant. Nero. Scuro e umido sul cavallo. La calza seguì fluidamente le mutandine che erano bianche e bagnate. Lucilla sembrò aver capito il messaggio silenzioso, perché rimase seduta al tavolino con le gambe ripiegate e dischiuse. Gli occhi chiari la fissavano contenti.

 

Sandra, come ogni mattino, si stava facendo una doccia bollente, anche se in realtà avrebbe avuto bisogno di una buona rilassante dormita tra lenzuola profumate di umori dopo una notte di ardori sessuali. Adorava stare distesa sul letto con le gambe unite, quasi intrecciate e giocare con l'ombra umida del suo sesso sul lenzuolo umido e spiegazzato. Umori che dovevano essere i suoi, uniti a quelli di un amico, di un amica... di Marco. Il fratello dormiva ancora, era tardi per lui ma l'aveva sentito rigirarsi nel letto tutta la notte, inquieto. Si insaponò veloce e senza perdersi in ulteriori distrazioni evitò di masturbarsi. Non pensò a nulla, neanche al piccolo impiccio che si era venuto a creare tra lei, Marco e Martina. I secondi passarono muti e ben presto il bagno fu invaso da una nebbia di caldo vapore tanto che le piastrelle gocciolavano lacrime di incertezza. E fu proprio tra i fumi prodotti dalla doccia, che dalla porta aperta emerse il volto assonnato e stanco di Marco. Sandra lo salutò ed uscì gocciolante dal box doccia danzando sulle sue atletiche gambe affusolate. Scosse il seno dalle larghe aureole marroni, e ballando maliziosa mosse flessuosa i fianchi. Stava offrendo, senza alcuna reticenza, il ventre piatto dal pube carnoso e depilato ad un Marco dalla vista annebbiata dal sonno. La risposta sua non si fece attendere, e con estrema tenera passione quelle mani impetuose piombarono sui seni e sulla vulva, per accarezzare, stringere, penetrare. Per Sandra tutto era cominciato fortuitamente cinque anni prima cercando un paio di tanga puliti nel cassetto del comò nella casa dei genitori. Nella fretta si era dimenticata di chiudere la porta, e le era bastato un solo momento per intravedere la figura di Marco ritrarsi di scatto per non farsi scorgere. Era stato per un solo istante, ma quando s'era nuovamente voltata verso la porta, Marco non c'era già più. Per nulla imbarazzata aveva acceso la luce della stanza e aveva proseguito senza fretta nella vestizione fingendo di non aver visto nulla. S'era sentita estremamente lusingata, affatto offesa o umiliata, per essere stata colta da quello sguardo malizioso che solo all'apparenza poteva essere considerato un gesto molesto, traditore. E proprio perché veniva da una persona per la quale provava un enorme affetto, da suo fratello, lo considerava ancora più sincero e profondo. Marco non aveva affatto violato la sua intimità, semmai era stato il suo chiudersi in camera un gesto di scortesia nei confronti del fratello. Rammarico subito riassorbito dalla consapevolezza che Marco, eccitato, si fosse masturbato in suo onore. Quel pensiero, come allora, la riempiva d'orgoglio, e in quella sera di cinque anni prima quasi non aveva chiuso occhio masturbandosi sotto le lenzuola. Uscì dalla doccia e frizionandosi il corpo con l'accappatoio si rivolse al fratello intento a radersi davanti allo specchio

"Che bisogno c'era di parlarle del lago? Così l'hai messa di fronte ad una scelta obbligata, o me la lecca o vi lasciate!" Marco anch'esso nudo aveva la nera peluria riccioluta del petto imperlata d'acqua e sapone emolliente. Tendendo la pelle con una mano e passando il rasoio con l'altra rispose

"Ma no, che dici!?"

"Guarda che io non voglio responsabilità! Se vi mollate sono cazzi vostri! E la colpa è solo tua" rispose piccata, ma dentro di se sperava in quell'incontro. Era un motivo in più per evadere dalla quotidianità dello studio, che in quel periodo era pesante e si annoiava parecchio. Qualsiasi occasione di uscire di casa, che esulasse quotidianità, era la benvenuta. Marco si risentì a sua volta, e dopo essersi passato due dita sulla pelle appena rasata e viscida di sapone rispose a mezza bocca

"Adesso sei tu che la fai tragica. Martina era solo furiosa quando mi ha detto così. In fondo non credo che dietro ci sia un razionale preciso, fa solo i capricci!" Sandra si tolse l'accappatoio e fiera, con il petto in fuori, si affiancò al fratello. Si aggiustò i capelli guardandosi nello specchio mentre la sua immagine riflessa, vicina a quella di Marco, la faceva sentire molto sensuale e desiderabile. Così era e così era sempre stato da quel fatidico giorno di cinque anni prima, e come allora godeva sempre di più di quella forma di esibizionismo. Aveva bisogno di sapersi guardata, sempre in ogni attimo della giornata, con occhi pieni di desiderio.

"Che idee superficiali hai sulle donne! Sarà stato il modo con cui le hai proposto tutta la faccenda che l'ha fatta arrabbiare, e non il cosa!" gli rispose sfiorandosi delicatamente i capezzoli con il dorso della mano.

"Ma per carità! Non è la prima volta che andiamo con qualche coppia di amici per il fine settimana a scopare da qualche parte. E non si è mai incazzata quando le ho proposto di ciulare con degli sconosciuti, neanche quando Japy s'è messo con quella ragazza francese che nessuno di noi conosceva. Eppure ho dovuto usare il cric per dividerle" rispose con vigore. Intanto il suo pene ad ogni respiro lambiva il bordo esterno del lavandino. Sandra prima gli carezzò distrattamente il fallo e poi lesta gli rubò dalle mani il pennello da barba ancora pregno di sapone. Quindi, dopo aver alzato la gamba e poggiato il piede sulla vasca, frizionò il sapone sul pube. Spostandosi percepì il tocco delle sue natiche sulla coscia irsuta di Marco e, come colpita da una scossa elettrica, rabbrividì di piacere. Perché ciò che la inebriava, che la faceva sentire protagonista di quel piccolo universo formato da lei e suo fratello, era la loro completa disponibilità. Il primo che aveva voglia, non ave! va che da chiedere, non aveva che da allungare le mani.

"Sveglia Marco, è perché sono tua sorella!" tentò di spiegargli afferrando lesta del rasoio lasciato incautamente sul lavandino. Lo guardò eccitata. Era il suo personale ammiratore che la possedeva quando ne aveva il desiderio, e lei era sua la dea che si lasciava prendere senza tanti riguardi continuando ad essere normalmente la sorella.

"E che cazzo centra?" interloquì burbero guardandola di sottecchi rasarsi il pube. La stava spiando, come l'aveva sempre spiata dagli inizi della loro relazione. E come allora lui continuò a spiarla. Sandra non disse nulla. Doveva ammettere che il fratello era stato molto discreto prima e molto aperto poi, nei suoi movimenti, e si era sempre comportato come il migliore dei fratelli. Sbatté il rasoio sul lavandino per ripulirlo della poltiglia di peluria ispida e guardandolo con una mezza smorfia gli rispose

"Uh, quando fai così sei insopportabile! Ma non capisci che forse non gradisce che io sia presente, non ti viene in mente che io potrei raccontare tutto alla mamma... che potrei spifferare in giro cosa fa la nuova ragazza del suo figlioletto?"

"Beh, non sarai così stronza! Questi sono cazzi nostri! I vecchi hanno la loro vita e noi la nostra! E tu non sei così bastarda da andare da mamma e papa' a parlare dei cazzi nostri, no?" rispose secco Marco

"... e poi qui a Milano, a casa nostra, facciamo quel cazzo che vogliamo! Ci mancherebbe altro!" Sandra pur capendo perfettamente che l'animo umano si adattava a tutto pur di difendersi, non desiderava affatto spingere a tutti i costi la fidanzata del fratello ad incontrarla di controvoglia. Tutto e solo perché Marco le desiderava entrambe, nello stesso letto. Per quell'estremo tentativo di giustificarsi provò per lui un sentimento simile al disgusto. In quei momenti riusciva più ad immedesimarsi in Martina, che nel fratello. Anche se dovette poi ammettere che l'idea di incontrala iniziava a stuzzicarla. Sempre più spesso, quando il fratello le parlava di Martina le capitava di pensare a come dovesse essere eccitato lui e a quanto dovesse essere lubrificata la vulva della sua quasi cognata. Allora misurando le parole replicò

"Certo, ma questo lei lo sa? Io dubito, o forse non le hai raccontato bene come stanno le cose"

"Vuoi dire che non si fida?" Non era l'esperienza con un'altra donna che le mancava e neanche le emozioni del sesso di gruppo le erano sconosciute, e spesso, vedendo un bell'uomo o una bella ragazza, le capitava di immaginare mille e più coinvolgimenti. Ben presto quindi si ritrovò a desiderare di incontrarsi assieme a Marco e Martina. Pur tuttavia desiderava che tutto si fosse svolto alla luce del sole senza mille inutili segreti. Passandosi con due dita la crema idratante su tutto il pube tentò di spiegare al fratello quanto fosse importante per lei la chiarezza

"Voglio dire che lei ci tiene ad essere la tua ragazza, e ti vuole bene a tal punto che desidera che non ci siano malintesi, cose non dette, fatti nascosti... Marco raccontale di noi, raccontale tutto. Perché solo cosi la convincerai"

"Ma io le ho già raccontato tutto, le ho detto di noi fin dal primo momento!" Sandra inaspettatamente tremò per un potente brivido che la scosse da capo a piedi. Il desiderio d'avere tra le labbra il pene del fratello ancora umido degli umori di Martina si tramutò nella voglia di toccarlo, di stringerlo nelle mani, di cacciarlo in bocca, di scorrere la lingua dai testicoli fino al glande e infine di conoscere l'impronta saporosa della fantomatica Martina. Sempre passandosi la crema, ora sulle cosce, commentò

"Beh, se è così non hai più alternative. Però siccome ti conosco, e so che sei sempre un po' distratto, allora, credo che tu debba riprovarci"

"Ci proverò"

"Si, ma ora! Subito!"

 

Martina trafelata, gonna stretta e i tacchi alti, in qualche maniera arrivò al campanello di Lucilla. Il trillo stridente fu subito seguito dal ciabattare sordo dell'amica che le aprì con indosso solo l'accappatoio.

"Stai bene? Come mai questo ritardo?" le chiese apprensiva non appena la trovò con gli occhi bassi ferma sulla soglia, gonfia di invidia e di voglia di sesso repressa.

"Sono stata al telefono con lui" sussurrò a mezza bocca Martina.

"E allora?" l'incitò Lucilla dando tre mandate alla porta dopo averla fatta accomodare. Martina ch'era sempre bella ma troppo stanca e sciupata non riuscì a dire nulla.

"Dai, parla, avete litigato e vi siete lasciati, eh? Ho detto bene, vero?" tornò a domandarle Lucilla impaziente di ricevere un qualche tipo di spiegazione. All'amica che le chiedeva spiegazioni fu tentata di risponderle -non è successo niente- ma non era vero e la sua mente era popolata di immagini svariate, belle e brutte che irriverenti le salivano dal cuore e dal ventre

"No, no! Beh sì, all'inizio ho messo giù. Ero in strada, stavo tornando a casa dall'università. Non potevo parlare, e poi son quelle cose a cui devi pensare molto prima di rispondere"

"Cioè?" insistette Lucilla sbarazzandosi dell'accappatoio. E poggiando provocatoriamente le mani sui fianchi nudi guardò di nuovo l'amica con aria interrogativa. Focalizzò la sua attenzione sugli occhi che splendevano di una luce strana e insoddisfatta. Come la sua pelle che negli ultimi giorni stava diventando sempre più chiara. Quasi diafana. Sembrava che non avesse provato un orgasmo da mesi. Martina coinvolta in quello sguardo serrò gli occhi in un atto estremo di sfida.

"Ci ho solo ripensato" rispose quindi brusca dischiudendo le gambe e lasciando che la punta della scarpa destra scivolasse di lato. La spavalderia la lasciò quasi subito e senza alcun preavviso fu una scossa da un brivido lascivo. Il fulmine partì dal cervello, rapido e violento.

"Uh, come sei difficile, strana e complicata" commentò chiassosa Lucilla, e si voltò piccata. Di quella piroetta Martina ricordò per un istante il colore della sua pelle, un eccitante color latte e miele. Il collo lungo e aristocratico, il mento sfuggente e le spalle nude, soavi. Indugiò ancora qualche attimo sull'attaccatura superiore del seno dalle areole appena più scure, ben delineate. Forse era troppo alta e sottile nel corpo ma eccitava in egual misura uomini e donne. Ed anche Martina, malgrado tutti i suoi problemi, si stava eccitando. Lucilla stava risvegliando le sue voglie. Immaginò d'essere abbracciata all'inguine della sua migliore amica, succhiarle la vagina mentre le dita giocavano libere più in basso a molestare l'ano rilassato e circondato da tante pieghe.

"Mi ha detto che tra lui e sua sorella c'è grande intesa e che per loro è una cosa troppo bella e naturale per smettere così, senza una ragione" spiegò all'improvviso affannata. Col cuore palpitante deglutì l'affanno. Lucilla era tornata a voltarsi e malgrado fosse quasi spigolosa, Martina le invidiava una volta di più il ventre piatto ed il sedere. Era un invidia che non era un invidia perché Lucilla le aveva sempre permesso di giocare con il suo corpo e perché era sciocco temere l'imponderabile. Tornò faticosamente alle sue ansie ed aggiunse

"Io mi sono sentita una merda, un dettaglio trascurabile... E già, perché loro hanno scopato per anni, scopano adesso e sempre scoperanno! Qualsiasi cosa accada, loro scoperanno!"

"Vieni in bagno che finisco di asciugarmi i capelli" l'invitò prendendole la mano con la sua ancora umida, come era ancora umida la sua pelle nuda dopo la doccia. L'estrema familiarità di Lucilla ebbe il potere di calmarla. Ricompose le idee, riorganizzò i pensieri, quelli veri, gli unici che dovevano avere il diritto di popolarle la testa. E solo lì, si dovevano concentrare, progredire e rimanere per sempre suoi. Perché quelli erano i sogni, i desideri, i suoi voleri che ogni tanto poteva accarezzare, enfatizzare e realizzare in solitudine, anche se erano stupidi o inutili. Banali o ovvi. Perché a lei piaceva così. Allora lottò con se stessa, doveva rimanere lucida, non poteva buttarsi ciecamente sull'inguine di Lucilla, anche se né aveva voglia, anche se entrambe ne avevano voglia. E allora senza malizia chiese

"Posso spogliarmi anch'io?"

"Beh, io in realtà ti avevo inviato per quello, ma lascia perdere e dimmi tutto" Martina non se lo fece ripetere due volte e subito si sfilò la giacca con estrema disinvoltura.

"Si Lucy, ma lo sai quanto mi rilassa stare nuda" spiegò prima di iniziare quella confessione che sembrava essere già terminata, conclusa, risolta il giorno precedente

"Quando lui se ne è andato mi sono fatta anche la barba alla milù per venire da te!" rispose nella dolorosa consapevolezza di non aver nessuna voglia di tornare a casa e rivederlo. Quindi cercò, trovò e quindi sganciò il bottone metallico della gonna così da assecondare fluidamente la discesa della cerniera, e anche la giacca finì buttata sul letto quasi nello stesso istante in cui si abbassò la gonna.

"Ma non ti aveva chiamato al telefono?" chiese Lucilla ad alta voce per ridurre la distanza tra la camera ed il bagno, disturbata dal phon che ronzava nei loro timpani. Martina non vista si concentrò sulle mutandine che fece dissolvere come d'incanto

"Si, questo pomeriggio" rispose quando finalmente si sentì a suo agio potendo mostrare il suo sesso, e allora solo allora si liberò anche dalla stretta del reggiseno di raso lucido.

"Ma poi vi siete visti ancora, vero?" Martina equivocando sul rumore di fondo prodotto dal phon non rispose e si concentrò sui lacci che sostenevano le calze che sganciò ad uno ad uno con maliziosa precisione. Scalciò via le scarpe giusto il tempo per sbarazzarsi delle collant e poi le indossò di nuovo a piedi nudi. Da femmina sicura fece scivolare le spalline sulle spalle nude, e così anche i lacci bianchi della canotta bianca. Quando fu nuda ondeggiò sulle scarpe dirigendosi verso il bagno. Le scarpe erano sandali neri chiusi in punta con solo un intreccio di lacci che si rincorrevano attorno alla caviglia. Sistemò i capelli, lisci, all'indietro, agitati appena qua e là e fu pronta ad affrontare se stessa. Ciecamente aveva creduto in un insperato cambiamento del vento, che il tutto svanisse, che finisse in una bolla di sapone, e totalmente inerme aveva lasciato che quel suo incubo la occupasse tutta

"Si quando io ho messo giù, ho anche spento il cellulare e allora Marco è corso ad aspettarmi sotto casa. E' uscito prima dal lavoro ed è corso da me"

"Ma poi lui non lavora in quel posto in culo ai lupi?"

"Si è ha fatto prima di me!"

"Beh, morale cosa ti ha detto?"

"Mi ha ripetuto le stesse cose che mi aveva detto al telefono"

"Ma c'è un ma, vero?" Nel privato e nel turbinio della sua mente, che non aveva mai smesso di girare e di pensare, qualcosa si mosse diversamente, e nel caos quel qualcosa si mosse in direzione contraria

"Quando l'ho guardato in faccia... quella era la faccia di uno che l'aveva preso in culo... è stato come un cazzotto, una pappina sul naso. Lucy mi sono sentita male per lui, e sono scoppiata in lacrime"

"Ma adesso lui dov'é, perché non sei con lui?"

"L'ho mandato via!" dichiarò. E invece voleva che lui fosse li, come voleva che un mucchio di cose non fossero mai accadute. Voleva essere quella che non aveva voluto, o che altri non le avevano permesso essere. Oppure che non aveva avuto il coraggio di diventare.

"Allora sei stronza, perché?"

"Oh, non lo so! Gli ho urlato dietro... gli ho detto chiamarmi domani e sono scappata in casa"

"Ottima mossa! Ottima mossa!" commento sarcastica Lucilla sbattendo gli occhi brillanti, accesi d'un colore vivido, quasi cattivo.

"Sentiamo, tu cosa avresti fatto?"

"Io sono dell'idea che è sempre meglio dirsi le cose, dirsi tutto e poi se è possibile... bisogna fare la pace. Per conto mio, se lui scopa con la sorella non è un problema. Il problema c'é se tu punti i piedi senza un motivo!" Sensi che mulinavano vorticosi, momenti già vissuti, macchie di verità, fatti accaduti

"Non ho capito, l'unica che si deve giustificare, che si deve mortificare dovrei essere io?" replicò sfatta rispondendo al disordine del cuore

"Ma avete sbagliato a capire, io che faccio la seconda, solo perché lui si scopa la sorella. No, no mi dispiace ma io continuo ad essere contraria"

"Non è questione di fare la seconda! Te l'ho già detto l'altro giorno. Non devi temerla come concorrente! E' solo la sorella, e tu sei la sua donna. Lo capisco quando dice che lui con lei scoperà sempre. Certo è la sorella! Ma è da te che vuole essere amato, altrimenti non sì faceva quella corsa in macchina ed attraversare Milano da una parte all'altra" Martina si trovava sdraiata sul letto e Lucilla era lì, in piedi, di fronte a lei con la schiena e il bellissimo sedere illuminato dalle luci del tramonto che filtravano dalla finestra dalle tende tirate

"Me lo deve ancora dimostrare... se mi ama me lo deve dire in cento, mille modi" Lucilla aprì il cassetto del comò e tirò fuori un fallo di gomma rosa. Il fallo era ricurvo e, dalla forma poteva essere usato da due donne contemporaneamente.

"E tu forse gli devi dire il motivo del tuo rifiuto, il perché punti i piedi! Di cosa hai così tanta paura da rifiutare un banale invito per un week-end. Lo capisci vero che è abbastanza ambiguo rifiutarsi senza dire il perché su un qualcosa di così banale?" chiese mettendosi un'estremità del fallo in bocca umettandolo con perizia maniacale.

"Io lo amo, ma ho paura che i suoi lo vengano a sapere e allora ho paura dello scandalo... perché potrebbe anche essere l'uomo che sposerò..." spiegò Martina aprendo le gambe, e Lucilla con estrema disinvoltura le infilò il fallo rosa nella vagina umida di umori.

"D'accordo però mi sembra che Marco scopa con la sorella già da qualche anno, no?" chiese Lucilla iniziando a muovere avanti e indietro il fallo rosa.

"Si cinque anni" sospirò laconica Martina distratta dalla coinvolgente penetrazione. Il fallo entrava estremamente fluido.

"E la loro famiglia non ha mai saputo nulla?" Solo quando nell'eccitazione ormai esplosa, Martina rovesciò l'amica sul letto e raggiunse la sua vulva depilata replicò strozzata nell'affanno del piacere

"Si, no... cioè la sua famiglia non sa niente, così pare" deglutendo guardò vogliosa il corpo spigoloso di Lucilla, e con la lingua rovente di chi ha sete iniziò a risucchiarle gli umori biancastri e abbondanti. La penetrò con la lingua in un momento. Dosando leccate e baci al clitoride, centellinandoli, ansimando nella vulva, divorando i suoi umori, in lunghi infiniti risucchi umidi e ribelli. Si tenne abbracciata al ventre di Lucilla sino a quando non si sentì chiamare. Chiedere. Pregare.

"Sopra vienimi sopra!" Lucilla desiderava a sua volta la vulva di Martina. Voleva poter poggiare le proprie labbra sulla vagina, pretendeva ciò che le spettava di diritto: succhiare a sua volta.

"Arrivo, arrivo ma non venire, aspetta" la pregò Martina sfilandosi il fallo bicefalo prima di accucciarsi come una furia sul viso di Lucilla. Appena la lingua e le mani dell'amica furono dentro di lei ritornò avida a succhiare e a tendere ogni piega di quella vulva arrossata e profumata. La bevve ancora e solo allora raggiunse l'orgasmo, e lo raggiunse quasi nello stesso istante in cui Lucilla con volto rapito, le ciocche chiare e disordinate, spettinate abbracciò con maggior vigore i fianchi palpitanti. Martina insinuò arrapata le dita tra le natiche inebriata di profumo e di piacere, poi con lo stesso singulto vorace, prolungato e devastante sibilò il suo godimento. Felici e pagate, con i volti sorridenti ed umidi franarono l'una accanto all'altra, rovesciate. Nel godimento che s'affievoliva pian piano, e che si tramutava in un nuovo desiderio, in una nuova visione del mondo tenera e lucente Martina si sentì chiedere

"Lo fanno ormai da anni senza che i loro genitori sappiano?"

"Sì"

"E allora sei in una botte di ferro! Tua suocera non saprà nulla! Puoi contare sulla loro discrezione"

"Tu allora cosa dici di fare?"

"Devi fidarti di loro"

 

La sera risplendeva di luce brillante, ma per Sandra non era così importante da perdersi nello sfolgorio del tramonto. Il fumo della sua sigaretta invece si confondeva con l'emozione della novità. Il suo sguardo fisso si perdeva nel caos di corso Vittorio Emanuele. L'area pedonale era stracolma di gente che lentamente passeggiava intenta nei più disparati commenti in un venerdì di fine maggio. Marco sarebbe arrivato con Martina e in quel momento lo sentiva abbastanza lontano, le era chiaro che il fratello con la mente stava con la sua donna. Sedeva sulla panchina di pietra nei pressi della fontana e la gente passava senza notarla, mentre lei fissava l'uscita della metropolitana. Il via vai di persone era ininterrotto e non c'era nessuno che lei conoscesse. Poi d'improvviso s'accorse del suo sguardo. Martina e Marco si stavano avvicinando tenendosi per mano, e lei la guardava sorridente. Sandra si alzò dalla panchina e Martina dopo aver gettato uno sguardo fugace d'intesa al fidanzato la salutò con la mano. Era così bella, così misteriosa ed affascinante che si stupì lei stessa per quella reazione. Continuò a fissarla. Le guardava i suoi occhi che sembravano rispecchiare le luci del corso tanto che poteva chiaramente notare il bellissimo azzurro di cui erano colorati. Era l'azzurro del cielo più limpido, era un azzurro così intenso che l'affascinò a tal punto da restarne incantata. Marco strinse affettuosamente la mano di Martina che impercettibilmente aveva sveltito il passo. Sandra era di fronte a loro seduta sulla panchina. Finalmente si erano visti, trovati, incontrati. Finalmente tutti e tre. Dopo giorni di poche parole e tanti litigi. Dopo i suoi silenzi, le frasi di circostanza di Martina, le sue telefonate, i toni scocciati di Sandra e le sue incursioni nel letto della sorella, alla fine si erano visti. Era al settimo cielo, era felice e sino alla sera prima non avrebbe scommesso nulla sul loro incontro e stava dolorosamente cominciando a pensare che Martina odiasse Sandra e di conseguenza odiasse lui. Ma in quel turbinio di folla che incrociava, strusciava vociando attorno a loro si sorprese. Si esaltò scoprendo i sorrisi di Martina e gli ammiccamenti di Sandra.

"Sandra questa è Martina. Martina questa è Sandra" le presentò emozionato appena si furono riuniti. Nonostante Martina e Sandra vivessero su pianeti diversi, in mondi che si sfioravano solo grazie a lui, Marco aveva provato sempre più spesso la voglia, a volte la necessità, di volerle amiche e soprattutto amanti. Doveva faticare parecchio a ricacciare in gola il respiro affannoso quando cercava di trasmettere loro questo suo desiderio. E si emozionava come un fanciullo nel tentativo di spiegare alle sue eroine quanto gli sarebbe piaciuto guardarle, vederle ridere e sorridere sotto il suo sguardo. Ma prima di quella sera solo rabbia e noia, nervosismo e gioia, erano state le emozioni, le sensazioni ch'erano traspirate dai volti, dagli occhi e dai gesti delle due donne che amava.

"Ciao, piacere di conoscerti" la salutò cordiale Sandra. Martina per un breve istante restò impassibile, come se fosse abituata ad essere fissata. Poi reclinò la testa e le sorrise

"Sembra proprio che il nostro uomo abbia fatto di tutto per farci incontrare" disse stringendosi a Marco.

"E' strano vedersi solo ora, perché è un po' che ci sei, no? Sono sei mesi vero?" chiese Sandra parlando abbastanza velocemente, ma la sua voce si manteneva calda.

"Sei mesi e nove giorni" decretò con orgoglio Marco rispondendo per entrambe. Sentite quelle parole, Sandra, guardò orgogliosa il fratello, poi sorridendo ad entrambi si avvicinò di più alla coppia. E ad un passo da loro le venne spontaneo rivolgersi a Martina

"Appunto. Ma in ogni caso io ti avevo vista di sfuggita solo un paio di volte a casa dei miei... qui nella nostra casa di Milano, io nei week-end non ci sono mai... vado a casa, a Cremona, mentre vuoi due scopate sul mio letto matrimoniale" Martina la guardò sorridendo dolcemente, poi tornò ad abbracciare Marco senza risponderle. Ma era innegabile. I suoi occhi volevano sapere e aspettavano un impressione. Era ansiosa di conoscere quale suo particolare aveva colpito Sandra, la sorella del suo uomo

"Ti ha dato fastidio?" chiese allora titubante per tenere vivo il discorso.

"Hei, hei quello è anche il mio letto matrimoniale" intervenne Marco cercando di sdrammatizzare. Ma non fu udito da Sandra che al riparo della sua mente aveva preso ad affastellare pensieri. Già si prefigurava il momento in cui avrebbe posato la bocca sulla vulva eccitata di Martina, bagnata ed intrisa dello sperma del fratello. I turbamenti si fecero sempre più vividi ed altri pensieri ugualmente slegati si ammucchiarono senza risposta nella sua testa

"Ma figurati, non mi ha dato assolutamente fastidio. Per me il sesso è una cosa troppo importante per badare a queste stronzate" disse quando si fu come sbloccata. Martina cogliendo l'espressione smarrita ed eccitata le si avvicinò e dolcemente chiedendole sfacciatamente

"Ma tu sei fidanzata?" Marco totalmente avulso dall'incessante flusso di pensieri silenziosi che si dipanavano compatti congiungendo quella coppia d'occhi femminili esplose gioviale

"Ragazze perché ci girate intorno? Ditemi, vi piacete, cioè voglio sapere se vi trovate belle da mettervi le mani addosso!"

"E dai Marco come sei materiale!" lo redarguì scherzosa Martina ridendo sincera per la battuta. Sandra invece si sentì sciogliere in quel caldo inizio di una sera di fine Maggio, e all'istante non ebbe più alcuna esitazione

"E' sempre stato così. Ma è un caro ragazzo, specialmente quando è esuberante" dichiarò senza esitazione. Ormai aveva definitivamente deciso. Si sarebbe abbandonata tra le braccia di Marco e le gambe di Martina, abbraccio, di cui era sicura non avrebbe più potuto fare a meno. Marco strinse a sé la sorella sfiorandole il sedere

"Vuole dire che ce l'ho lungo"

"Amore lo so!" lo canzonò Martina.

"Beh Sandra è o non è fica la mia Martina?" chiese Marco, continuando nel suo elogio particolare, rivolto alla sorella sempre più coinvolta emotivamente dalla prospettiva di possederli entrambi. Martina sembrò non gradire e scostati fluidi capelli castani dispensò al compagno uno sguardo accigliato. Un brivido di gelo percorse la schiena dell'uomo. Marco fu di nuovo investito dal dubbio e metaforicamente fece un passo indietro e irrigidito rilasciò i muscoli solo quando Sandra non scoppiò a ridere

"Sei un signore! Però ti rispondo lo stesso" accennò tra i singulti di riso ed aggiunse

"Martina è una bella ragazza e devo dire che me la farei anche adesso. Va bene cosi?" Martina tornò a sorridere, e per Marco fu una festa. Quello era il vero sorriso della sua donna, il broncio era definitivamente scomparso

"Siete proprio fratello e sorella!" decretò Martina pizzicando il fianco di Marco a mo' di rimprovero.

"Tranquilla, io sono meglio!" rispose giocosa Sandra che aveva percepito la troppa esuberanza del fratello, evidentemente eccitato all'idea che da li a qualche ora nulla li avrebbe dissuasi dal giocare con i loro corpi. Spostò leggermente il lembo della giacca di Martina zufolando

"In ogni caso hai proprio un bel sedere e un paio di belle tette, e sono piccole come piacciono a me!"

"Dai, sono io che ti invidio il tuo seno. Non vedi come è piccolo il mio?"

"Farei volentieri a cambio con il tuo sai? Però c'é in effetti un vantaggio... un vantaggio che fa impazzire gli uomini"

"La spagnola... che io però considero poco perché così ti perdi un sacco di..." si inceppò Martina

"... di sborra?" suggerì Sandra scoppiando a ridere.

"Sì, sì di sborra che ti finisce sul collo. Ed è dura leccarsi il collo!" concluse Martina sperando che la luce del crepuscolo nascondesse il suo rossore. Marco le guardò parlare l'una vicina all'altra, spensierate e sincere baciate dagli ultimi raggi del sole che illuminava i loro visi. Guance rilassate, fronti aperte e occhi vispi, dolci e furiosi a seconda della luce e delle sensazioni che provavano parlandosi da amiche, da quasi sorelle

"Marty, digli come ci siamo conosciuti" disse allora esortando la compagna con una piccola pacca sul sedere.

"Ma lo saprà!" rispose orgogliosa Martina scoccando al suo uomo un occhiata di profonda intesa.

"No questa non me l'ha raccontata, almeno nei dettagli no!"

"Non ti ha detto che ci siamo incontrati ad una festa di compleanno?" chiese Martina. Marco per non essere costretto a metterle in competizione non riusciva descriverle fisicamente, ma era inesorabilmente attratto dai loro corpi snelli, magri, sensuali. Né era eccitato

"Si, dai questo te l'ho detto!" esclamò sentendosi una volta di più un uomo, un maschio arrapato che le stava già possedendo con i suoi occhi famelici. E loro erano belle. Era estasiato dai loro corpi che si congiungevano per essere ammirati, che distraevano ed emozionavano nei loro movimenti. Perdeva la vista tra le pieghe leggere e le morbide curve che venivano a crearsi. Atteggiamenti e pose che a volte sembrano nascere per caso, o volte con intenzione; ma non era importante. Erano comunque seducenti, erano femmine, e lui le possedeva.

"Forse la festa di compleanno, mi dice qualcosa. Ma tanti si conoscono alle feste!" ammise Sandra cercando nel volto di Marco un cenno in risposta.

"Si era una festa di compleanno" accennò Martina battendo sul tempo Marco

"Ma era il tipo di festa che ha fatto la differenza. Praticamente lui sì stava scopando alla pecorina Lucilla, la mia migliore amica. La festeggiata. Io lo vedo, mi piace e sono pronta a dargliela. Allora vado verso di loro e mi butto tra le cosce di Lucilla per leccarla e guardarmi il suo cazzo che entrava e usciva, contando di spompinarlo appena sì fosse staccato"

"E se avessi deciso di sborrare dentro?" domandò giocoso Marco

"Non mi avresti più conosciuto, eh?" Martina non raccolse lo scherzo e rispose con estrema sicurezza

"Non avrebbe fatto differenza, te lo avrei preso in bocca lo stesso! E poi lo sai anche tu che Lucilla sì fa sborrare solo in culo, vero? E tu te le stavi facendo di passera!"

"E poi come è andata?" chiese Sandra tagliando corto.

"Quando Lucy è venuta lui è uscito ed io glielo preso in bocca! Poi da cosa nasce cosa... e ci siamo messi insieme il mattino dopo. E' venuto a casa mia alle sette e un quarto del sabato scusandosi di non avermi fatto fare neanche una scopata alla missionaria!"

"Alla missionaria?" chiese Sandra stupita

"Ma se lo sempre sentito dire che per lui la pecorina era il non plus ultra. Che fosse figa o culo, sempre alla pecorina!" rise e poi terminò recitando

"A me dice sempre: la sorellina me la scopo sempre alla pecorina"

"Eh, cara mia! La potenza dell'amore" rispose Martina fingendosi piccata nell'orgoglio. Fortunatamente, l'occhio e l'orecchio funzionavano in coppia e quando la vista volgeva altrove Marco riusciva ad eccitarsi ugualmente sentendole parlare. Martina e Sandra erano capaci d'attrarre l'attenzione, di far girare la testa, e di farsi notare. Erano belle perché anche in un breve, intenso scambio di parole, in un commento, un complimento riuscivano a colpire con il proprio profumo con il sorriso, con una parola gentile.

"Adesso piantatela con queste stronzate e ditemi, chi sarà la prima che spoglierà l'altra?" chiese cercando di intromettersi nel discorso. Il piacere del comunicare era il piacere nel contatto, il piacere nello stare assieme e, seppur tra cognate, tra fratello e sorella potevano godere divisi in due mondi distinti che si sfioravano e che proseguivano sempre separati ma appaiati. Sandra non aveva ancora capito se si amavano o semplicemente se si volevano solo bene. Se avevano trovato conforto per ciò che avevano costruito o avevano pensato di costruire. Sapeva soltanto che le piacevano, per la complicità dei loro sguardi, per quelle carezze, per quegli amplessi desiderati e voluti assieme a lei per quell'intesa invisibile che traspariva da ogni loro gesto. Lei sperò che per loro fosse vero amore

"Che ne dite di prendere l'aperitivo e poi la macchina?" chiese Sandra guardano l'orologio

"E se partiamo tra mezz'ora in poco più di trequarti saremo a casa nostra" Gli occhi di Martina incrociarono quelli di Sandra in un lampo di foia rovente; i loro pensieri si unirono, mescolandosi in quella voglia di sesso che scorreva tra di loro

"Per me sta bene, anzi credo che sia meglio per tutti... presentarci a dovere" E Sandra avvertì la supplica maliziosa farsi strada tra le sue gambe, avvertì la voglia schietta di Martina, e per un frammento di secondo, per un frammento impercettibile, lei volle non trovarsi lì. Non li voleva incontrare in una strada brulicante di gente, almeno non la prima sera. Marco intuì al volo il malessere della sorella e spezzando il silenzio delle due donne propose ad alta voce

"Perché non saltiamo anche l'aperitivo e partiamo subito?"

 

Riflessi d'estate

Mi chiamo Sophie, ho 19 anni e vorrei raccontarvi l'"avventura" che mi è capitata l'hanno scorso.
Per festeggiare la maturità ottenuta, io e la mia migliore amica Moira (che spero non mi stia leggendo...) abbiamo deciso di trascorrere un mese di vacanza in Messico.
A causa di un impegno improvviso lei sarebbe partita due giorni dopo di me e ci siamo quindi date appuntamento in un albergo di Guadalajara.
Dopo un lungo viaggio sono giunta in quella località e il clima era torrido.
Dopo una lunga dormita, all'indomani ho fatto un po' di shopping e poi, girando un po' per la città, credo proprio di essermi persa.
Cominciai anche un po' a preoccuparmi, visto che ero finita in un quartiere non molto rassicurante.
Allora, visto che parlavo perfettamente spagnolo, fermai diverse persone chiedendo informazioni, ma nessuno sapeva dirmi come ritornare in albergo.
Dopo mezz'ora finalmente vedo un'auto della polizia e mi avvicino per dire se
mi potevano aiutare.
In quel momento scesero dalla macchina e forse non capendo cosa volevo mi chiesero i documenti. Allora, tanto per cambiare, gli dissi che ero una turista e che avevo lasciato il passaporto in albergo, eccetera. Per farla breve, dopo pochi minuti mi sono ritrovata nella locale stazione di polizia.
Lì mi dissero che stavano cercando un'italiana per traffico di droga, al che cominciai letteralmente a tremare. Sembrava tutto così irreale, un vero incubo. Poi mi portarono in un locale vuoto con un tavolo, dopo un po' entrò una poliziotta e mi ordinò di spogliarmi completamente. Aveva un tono strafottente e mi squadrava dall'alto al basso. Restai completamente bloccata, le mani mi tremavano sempre di più. Anche se a volte potevo fantasmare su situazioni simili, la realtà era ben diversa. A quel punto i miei nervi cedettero e scoppiai in lacrime, inginocchiandomi davanti alla poliziotta e implorandola. In 18 anni non mi ero mai trovata in una situazione così
umiliante.
Al che, sentendo le mie grida, un'altra poliziotta entrò e, non so perché, presi un po' di coraggio e comciai a slacciarmi la camicetta. La seconda poliziotta, che doveva essere la superiore dell'altra, mi disse, con tono gentile, che andava bene così e che c'era stato un malinteso. Mi avrebbe accompagnata lei in albergo per controllare il passaporto e se tutto era in regola. Allora scoppiai ancora in lacrime, ma stavolta per la gioia. La seconda poliziotta mi abbracciò, mi porse un fazzoletto di carta e mi disse che era tutto finito e che ero una ragazza molto dolce. Sembrava un angelo, l'estremo opposto dell'altra vacca (scusate il termine).
In macchina parlammo un po': era veramente molto gentile ed anche una bella donna, sui 35-40 anni, molto fine ed educata. Usava un profumo francese che conosco molto bene. La sua uniforme trovo che accentuasse ancora di più la sua personalità. Si scusò e mi chiese cos'era successo con l'altra poliziotta. Le dissi che ero solo un po' stanca. Lei mi disse che era normale e l'importante che non mi aveva fatto del male. Poi con uno sguardo molto bello mi disse che ero timida.
Arrivammo a quel punto in albergo, salimmo in camera, presi alla svelta il passaporto. Lei lo esaminò e mi disse che putroppo aveva l'ordine di controllare nella camera, per non aver più dubbi riguardo alla questione della droga. In un minuzioso controllo nell'armadio scoprì, per il mio più grande imbarazzo, un "oggetto di piacere" (potete immaginare quale) che avevo nascosto incautamente tra due asciugamani. Credo che non sono mai diventata così rossa in tutta la mia vita.
Lei mi guardò intensamente, io abbassai gli occhi, sorrise e mi disse che era stata giovane anche lei e che non c'era nulla di cui vergognarsi, al che io aggiunsi sospirando che per me lei era ancora giovane e molto bella. Lei mi ringraziò con un sorriso splendente.
Intanto mi chiedevo chi mi avesse mandato quell'angelo liberatore. Mentre continuava a controllare ed era girata, io la guardavo: aveva proprio un bel corpicino, con un gonna sopra il ginocchio che metteva in risalto le sue belle gambe abbronzate. Eh, si, ora che l'incubo del locale di polizia era finito e mi stavo lentamente riprendendo, potevo ricominciare a pensare ai miei fantasmi. Tra i quali, come avrete capito, c'è l'amore tra donne. Ero sempre stata etero, anche se, dopo una grande delusione con un ragazzo, era da un anno che ero sola, e nelle mie fantasie pensavo spesso a com'era farlo con una donna.
Ritornata alla realtà, lei mi fece sedere sul letto, mi guardò intensamente e si sedette accanto a me. Poi mi sorrise e mi disse piano, mettendomi la mano sulla spalla, che in camera era tutto a posto, ma che doveva controllare se addosso avevo qualcosa di illegale. Io sobbalzai un po' e lei si preoccupò subito di rassicurarmi. Mi disse che sarebbe durato pochissimo, che l'avremmo fatto insieme passo a passo, e che appena mi sentivo imbarazzata mi avrebbe aiutata.
A quel punto chiesi se potevamo almeno tirare le tende della camera e accendere solo la luce piccola del comodino. Lei rispose di sì per le tende, ma di no per la luce.
Visto che era così gentile mi sentivo un po' più sicura. Lei rimase seduta sul letto e mi disse di mettermi in piedi davanti a lei. Poi mi guardò da cima a fondo, e disse che ero molto carina, chiedendomi pure se avevo il ragazzo.
Poi mi disse di incominciare. Mi slaccai lentamente la camicetta, e anche se non osavo guardarla in faccia sapevo che mi fissava intensamente. Gli consegnai la camicetta che lei controllò per bene. Mi disse che ero dolcissima e chiese se tutto andava bene. Finora sì. Poi, dopo essermi tolta le scarpe e le calze da tennis bianche, mi sbottonai con una certa esitazione i jeans e quando li toglievo la guardai per un secondo, notando nei suoi occhi una certa soddisfazione, ma evitando di pormi altre questioni in merito.
Le diedi anche i pantaloni, lei li controllò rapidamente stavolta. Poi mi disse che una ragazza con un corpo come il mio doveva avere mille ammiratori.
Io risposi, arrossendo, di no, e istintivamente cercai di tirarmi assieme e di coprirmi con le braccia. Ormai restavo solo con le mutandine e il reggiseno, entrambi bianchi. Allora chiesi se potevo rivestirmi, sperando nella sua gentilezza. Lei con un aria leggermente seria mi disse che dovevo levare tutto e che in fondo eravamo fra donne. Poi mi chiese se ero così pudica anche quando ero in doccia con le mie compagne di classe. Io rimasi ancora bloccata, abbassai la testa e la pregai di smettere che non stavo bene. Poi mi fece risedere vicino a lei, mi strinse forte con le due braccia e mi chiese scusa.
Aprì il frigo e mi versò da bere. Ci guardammo intensamente, mi mise una mano sul ginocchio e mi accarezzò lentamente la coscia. Sentii un brivido piacevole, una cosa mai provata prima. Poi aggiunse che forse sapeva perché non volevo spogliarmi tutta. A quel punto non potevo più trattenere le lacrime, avevo intuito che come donna si era resa conto che in passato mi era capitato qualcosa di brutto. Vidi che anche lei aveva gli occhi lucidi.
Eravamo come in sintonia. Come i riflessi d'estate. Non capivo più nulla, ci fissavamo negli occhi con dolcezza, le raccontai la violenza subita tre anni prima, lei mi raccontò della sua famiglia. Si chiamava Laura, aveva 36 anni, divorziata, un figlio di 17 anni che viveva col padre. Eravamo sdraiate sul letto, abbraccciate, la testa appoggiata sul suo petto, ero come estasiata dalla sua presenza e dal suo profumo. Potevo rivestirmi, ma le dissi che volevo rimanere così, che non volevo muovermi. Lei mi chiese perché, anche se probabilmente entrambe conoscevamo la risposta.
Ero molto emozionata. Poi girai la faccia verso la sua camicetta e le dissi che doveva avere dei seni molto attraenti. Lei un po' rimase sorpresa e non rispose. Mi stavo sciogliendo lentamente. Le chiesi se voleva sempre controllare che non avevo droga su di me. Speravo una risposta sola ed arrivò.
Poi balzai in piedi e le dissi in tono serio che mi ero innamorata di lei.
A quelle parole sobbalzò anche lei, si avvicinò a me e mi disse cosa intendevo. Allora mi misi con la schiena contro il muro, lei si avvicinò lentamente sempre di più e mi domandò se ero sicura, in fondo potevo essere sua figlia.
Mi slacciai il reggiseno e lo lasciai cadere a terra, poi mi coprii subito con le due mani. Lei mi guardò come in estasi. Ormai ero partita, cotta persa e sentivo che stava accadendo qualcosa di meraviglioso...

Mi chiese se ero lesbica e mi disse che lei non lo era. A quel punto cercai di
guardarla il più teneramente possibile e mi tolsi lentamente, una dopo l'altra, le mani che mi coprivano i seni. Le mie amiche dicevano sempre che avevo dei seni con una bellissima forma soda. Lei li guardò. Seguivo ogni movimento dei suoi splendidi occhi verdi. Si avvicinò, mi sorrise. Io ero praticamente bloccata contro il muro, apettavo un suo segnale e il mio cuore
batteva a mille all'ora.
A quel punto si abbassò e raccolse il mio reggiseno. Con la mano sinistra me
lo appoggiò dolcemente contro il mio petto, tra i due seni. Con la destra mi accarezzò la nuca e la guancia. Dal suo sguardo capii che voleva dirmi qualcosa. Cominciò a diventare un po' imbarazzata, lei che finora era stata così sicura. Forse per imbarazzarla ancora di più, intervenni chiedendole perché, visto che non era lesbica, quando si è abbassata ha osservato da vicino ogni centimetro delle mie gambe e ora mi sta guardando i seni e le mutandine. E poi in fondo che bisogno c'era di perquisirmi? Rischiando il peggio, e cioè che mi facesse rivestire e se ne andasse, osai dirle che ero bagnatissima e che se non ci credeva poteva controllare. Poi senza aspettare la sua risposta, decisi che era tempo di provare le sue labbra. Dopo qualche secondo di esitazione, ebbi la conferma che mi aveva mentito, sul fatto che non le piacevano le donne, nel momento in cui la sua lingua entrò nella mia bocca. In più le sue mani morbide ma decise cominciarono ad esplorare la mia schiena, il mio bel culetto e le mie gambe fino alle ginocchia. Le nostre lingue rimasero avvinghiate per qualche minuto. Ero felicissima, avrei voluto dirle che per me era la prima volta con una donna e che l'amavo alla follia.
Ma decisi che gliel'avrei dimostrato coi fatti. Le accarezzai i seni e cercai di alzarle la gonna. Lì mi tolse la mano, al che io rimasi un po' sorpresa.
Poi mi disse se volevo continuare dovevo farlo a modo suo, come una specie di gioco.
Ero abbastanza intrigata, ma soprattutto avrei fatto proprio tutto per lei in quel momento. Non tardai a scoprire di che gioco si trattava. Mi fece girare verso il muro e mi chiese di mettere le mani dietro la schiena. Quando sentii il clic delle sue manette ai miei polsi ebbi un sussulto, ma ad essere sincera la mia eccitazione fu indescrivibile. Non ebbi il tempo di realizzare veramente ciò che stava accadendo. La sua mano sui miei seni prima e dentro le mutandine poi fu come il coronamento di un sogno. Si rese conto che stavo bagnando mica male e apprezzò il tutto leccandosi la mano. Mi spinse verso il bordo del letto e con un gesto brusco tirò via tutte le coperte lasciando solo un lenzuolo. Poi con dolce violenza mi buttò sul letto, le mani dietro mi fecero un po' male, e come se non bastasse mi strappò letteralmente le mutandine. Ora ero completamente nuda davanti a lei e per di più con le mani legate. Mi chiese di allargare le gambe e io rifiutai, ma non so se per timidezza o per farla eccitare. Confesso che questo mio rifiuto durò
pochissimo, al che i suoi occhi sembravano delle oasi di felicità. Poi mi fece voltare, giusto il tempo di ammirare il mio culetto. Quando fui di nuovo rivolta verso di lei le chiesi perché non si spogliava. Invece di rispondermi, cominciò a baciarmi profondamente e io la seguii. Dopo lunghi minuti decise di scendere con la sua lingua, dal gusto meraviglioso, fino ai capezzoli. Le mie
gambe erano sempre divaricate e la sua mano faceva cose grandiose. Sentivo che stava per arrivare il momento tanto atteso, l'incontro tra la sua lingua e la mia parte più intima. Da come leccava credo che avesse molta esperienza con le donne. Dopo alcuni minuti il mio clitoride non aveva più segreti per lei.
In seguito mi fece voltare e dietro ebbi diritto al medesimo trattamento partendo dal collo e fino alla punta dei piedi. Fu anche qui bellissimo, anche se un po' d'imbarazzo lo ebbi quando si occupò con le dita del mio culetto: quando chiesi se poteva utilizzare una crema si mise a ridere e mi "esaminò"
senza. Fece lo stesso con la lingua e lì andò un po' meglio. Io intanto continuavo ad insistere che volevo vedere un po' più intimamente il suo bel corpicino, ma lei disse che c'era tempo.
Il gioco continuò nel modo seguente: mi tolse le manette, prese l'oggetto di piacere dall'armadio e si sedette su una sedia di fronte al letto, dicendomi che sapevo bene cosa avrei dovuto fare. Dopo il solito imbarazzo iniziale, la cosa andò abbastanza liscia e la mia eccitazione era ormai vicinissima all'orgasmo. L'unico neo fu che la mia bellisima rimaneva ancora completamente vestita, anche se sedendosi con le gambe incrociate mi mostrava qualcosina delle sue gambe meravigliose. Mi fece esibire in diverse pose, tutte più o meno spinte, e notai che apprezzava specialmente il mio fondoschiena.
In seguito, dopo avermi rimesso le manette come prima, mi accompagnò nel bagno della camera e chiuse la porta a chiave. Mi chiese allora se ci tenevo veramente a vederla nuda. Io ero emozionatissima. Mi chiese se ero disposta a fare tutto. Io dissi di sì, anche se ero un po' preoccupata su cosa mi potesse chiedere, visto che eravamo in bagno. Invece mi chiese semplicemente di andare sotto la doccia. Il problema fu che aprì l'acqua fredda e, visto che il mio corpo era bollente, soffrii parecchio. Dovevo rimanere lì sotto mentre lei si spogliava. Era una sensazione duplice: da un lato stavo gelando sotto l'acqua, ma dall'altro il fatto che si stava togliendo i vestiti lentamente non faceva che aumentare il mio piacere. Aveva un corpo semplicemente perfetto, si vedeva che era sportiva. Chiuse la doccia e, tutta tremante dal freddo, mi precipitai istintivamente su di lei, pregandola di togliermi le manette. Lei, come al solito molto sadicamente, rifutò e mi fece stendere a terra, dopo aver tolto il tappetino. Vi posso giurare che il pavimento era abbastanza freddo. Rimase lì a fissarmi per circa un minuto, che per me durò un'ora, naturalmente dopo avermi fatto allargare per bene le gambe. Tutto il mio corpo era coperto dalla pelle d'oca e tremavo vistosamente. Poi il momento tanto atteso, bellissimo:
lei mi venne sopra completamente, e con tutto il suo corpo mi diede una sensazione di calore indescrivibile. Il primo obiettivo della mia lingua furono i suoi seni, anche se speravo di scendere sotto il suo ombelico il più presto possibile. Devo confessare che la sue parti intime avevano un sapore fantastico. Dopo aver esplorato a fondo il suo davanti, si girò e mi si sedette letteralmente sulla faccia, chiedendomi di fare lo stesso con la parte posteriore. Esitante cominciai a baciarle il sederino sodo, dall'esterno verso il centro. Lì non volevo usare la lingua e lei non insistette. Poi si mise in posizione affinché io potessi ritornare a leccare il suo davanti e nel contempo lei fece lo stesso con me. Non so esattamente per quanto tempo restammo incollate in quella posizione: eravamo rapite da un'estasi di passione incredibile. Poi quando ormai non avevo quasi più saliva, le chiesi se poteva togliermi le manette che cominciavano a farmi un po' male, anche se il vero motivo era che volevo accarezzarla su tutto il corpo.
Ritornammo su letto, mi tolse le manette e praticamente ci rotolammo lungamente, baciandoci e toccandoci ovunque, per molto tempo, penso parecchie ore ma non saprei esattamente dire quanto. Come non saprei esattamente quanti orgasmi abbiamo avuto assieme, né quanti riflessi d'estate si proiettarono attraverso le tende della camera sui nostri corpi bollenti.
Ecco la mia prima volta con una donna. Con Laura ebbi ancora parecchi incontri durante quelle vacanze, anche se la presenza della mia amica Moira mi obbligava a vedermi di nascosto con la mia bellissima poliziotta. A Moira dicevo che avevo conosciuto un ragazzo segreto. Se sapesse. E se sapesse anche quante volte ho sognato di coinvolgerla nei giochini "sadici" di Laura...
Forse se ho scritto questo racconto è anche con la speranza che Moira lo legga e capisca, ed eventualmente chissà...

 

La selva oscura

Il rustico sorgeva sulla fascia più alta di una collina che, folta d'ulivi, s'affacciava sul mare. La casa che lui aveva sempre sognato. Aveva scelto la Liguria con la misurata fantasia del milanese che, pur anelando durante le nebbie invernali al sole e al mare, tuttavia non osa spingere il desiderio oltre qualche ora d'automobile dalla città.

La casa, che di fuori appariva tal quale era stata costruita per contadini agli ultimi dell'ottocento, era però rifatta del tutto all'interno e c'erano l'elettricità, il telefono, il riscaldamento, la televisione. In quel contesto di moderne comodità il grande camino di pietra, nel suo studio, gli forniva un calore più intimo quand'era inverno, bruciando ciocchi di vecchio ulivo.

Ora, in luglio, il prato antistante la casa era verde smeraldo, il cielo azzurro cartolina e il mare, laggiù in basso, del turchino carico di quando l'aria vien dai monti e pulisce il cielo.

Seduto sul muretto che delimitava il prato, Sergio accese una sigaretta, gustando attraverso le narici l'aroma del tabacco che il palato mischiava piacevolmente col gusto del caffè bevuto da poco.

Era un bell'uomo sui trentacinque, di statura medioalta, ben formato, snello. Indossava vecchi calzoni di tela, una stinta maglietta da polo e calzava scarpe di corda.

Dal basso, dalla strada che s'inerpicava tortuosa su per la collina, venne un ronzio irregolare che per pratica attribuì alla vecchia vespa del postino. Tenne d'occhio l'ultima delle cento curve sinchè da questa, poco dopo, sbucò una motoretta che saliva. Alla guida non c'era però Geppo il postino, ma un giovane scuro di pelle, baffuto che s'arrestò sotto il muro di cinta che costeggiava la strada, all'altezza del cancello. Dal sellino posteriore smontò una ragazza magra, bruna di pelle e di capelli, che indossava un abito di cotonina stampata da poco prezzo. Scambiato col giovane baffuto un gesto di commiato, scomparve al di sotto del muro di cinta. La vespa, dopo una conversione, ripartì in discesa. La ragazza bruna riapparve sul prato, dopo aver percorso, sotto l'archivolto, il breve ammattonato d'ingresso.

Sergio, seduto sul muretto, la considerò senza interesse, mentre si avvicinava. Volto e figura erano banali. Forse era snella di vita ma le gambe erano asciutte di polpaccio e non belle, le ginocchia, al contrario dei seni, sporgenti. Il volto, incorniciato da capelli neri tagliati nè lunghi nè corti, era magro, quasi scavato, con occhi piccoli e scialbi sotto la fronte bassa. Il naso aquilino le conferiva un'espressione vagamente grifagna e la bocca, nonostante le labbra piene, era di disegno duro.

La ragazza s'arrestò a un passo dall'uomo, mostrandogli due buste.

- Buon giorno, dottore. Ho incontrato Geppo, in fondo alla strada. Aveva corrispondenza soltanto per noi, così per non farlo salire fin quassù, le lettere le ho prese io. -

L'accento era cantilenante, tipico del dialetto ligure. Sergio le sorrise, mentre prendeva le buste. Una era indirizzata a lui, l'altra alla moglie. Restituì quest'ultima alla ragazza.

- Era il tuo fidanzato, quello con la vespa? -

- Uno che conosco. Mi scusi, sono già in ritardo. -

Si volse, allontanandosi sveltamente in direzione della casa. Lui ne osservò senza interesse la camminata priva di fronzoli, notando tuttavia il docile aderire della stoffa leggera alle forme del corpo. Le natiche erano come due spicchi nettamente separati fra loro. Le anche apparivano piene, contro il gioco della stoffa. Si strinse nelle spalle, gettò il mozzicone della sigaretta e lo seppellì tra l'erba, nella terra molle, con la punta della scarpa.

Dalla casa uscì una ragazza alta, dai lunghi capelli biondi, in pantaloni e camicetta, che s'avviò verso di lui. Senza emozione ne osservò la figura snella e piena, dal seno colmo e giovane. La ragazza agitò allegramente la mano in segno di saluto mentre si avvicinava.

- Ciao, marito pigrone, sono già le nove e mezzo e dovresti essere nel tuo studio a faticare. Chi ti scrive? -

- Mah, sarà qualche cliente per chiedere una consulenza o un progetto. E a te? -

- Mara, a nome di suo marito Carlo. Arrivano a fine mese e chiedono se puoi dare un'occhiata in cantiere, che gli preparino la barca. -

Lo fissava ridente. Dimostrava meno dei suoi ventotto anni. La pelle, di grana fine, era leggermente dorata dal sole, gli occhi celesti erano chiari e trasparenti come quelli di un bimbo, ma la bocca, meravigliosamente disegnata e naturalmente rossa, e il corpo erano quelli di una donna fatta per l'amore.

Si inserì tra le gambe di lui che stava seduto sul muretto e lo baciò sulla bocca, leggermente, gli leccò le labbra con mossa rapida da monella golosa, insieme infantile e provocante.

- Non hai ancora aperto la tua lettera... -

- No. -

- Dammela, su che l'apro io. - Gliela tolse dalle mani. Aprì la busta, ne trasse un foglio e lo scorse con lo sguardo.

- Uh, uh, è della Multinazionale ******... Ti chiedono, in via confidenziale, la tua disponibilità a far parte di un pool di progettisti per realizzare un megacentro commerciale alla periferia di ******. -

- Me l'aspettavo. Allo studio avevamo avuto sentore che ci avrebbero contattati per questo progetto. Ma ancora non ho deciso se accettare. -

- Ma perchè non ti decidi una buona volta a fare il grande salto. Un progetto importante, dove compaia il tuo nome, anzichè continuare a lavoricchiare con piccoli progettini e ristrutturazioni d'appartamenti? Sai bene che non abbiamo bisogno di denaro, non in modo assillante, perlomeno... -

S'interruppe con un sospiro, di fronte all'espressione annoiata di lui. Conosceva a memoria il dialogo che ne sarebbe seguito, lo conoscevano entrambi. Era una storia vecchia.

- Si capisce, potrei tentare, - replicò lui, puntualmente. - Non moriremo di fame, nel frattempo. Sei Donatella Savagnati, la figlia di Cesare Savagnati. Ho sposato gli "Insaccati Savagnati", quindi ne potrei approfittare. Ma non voglio. -

- Perchè? Non hai mai accettato nulla da mio padre, il discorso non è questo. Tu non sei soddisfatto di ciò che fai, sappiamo entrambi che puoi far meglio, perchè non provi? -

Lo baciò ancora sulla bocca, con la mano gli allisciò la patta dei calzoni e strinse un poco.

- Baciami, Sergio! Baciami con la lingua... -

- A quest'ora? - scherzò lui.

- Mi piace sempre, a qualsiasi ora, - sospirò Donatella, cercandogli ancora la bocca. La baciò come voleva, con la lingua, le accarezzò una mammella soda sopra la maglietta. In realtà era annoiato. Lei si staccò, rosea in volta e un poco ansante.

- Me ne fai sempre venir voglia, quando mi baci così, - dichiarò sorridendogli. - Allora, ci stai? -

- A stenderti sull'erba? -

- Ma no, sciocco! Parlavo della mia proposta a lanciarti in questo progetto che ti propongono! -

- D'accordo. Ne parleremo più tardi a colazione. Scendi a San Remo? -

- Si. Vado a vedere se trovo un po' di pesce in pescheria. - Lo baciò su una guancia e se ne tornò verso casa. La osservò allontanarsi, con una sorta di compiacimento distaccato per la bellissima figura di lei. Quando scendevano a San Remo non c'era maschio che non si voltasse a guardarla e Donatella sembrava non accorgersi dell'ammirazione che destava e, magari, non s'accorgeva davvero tanto poca era la sua civetteria. L'aveva avuta vergine, ma subito, con calda naturalezza, aveva imparato quanto v'era da imparare. Come amante era sempre disponibile, sempre appassionata, sempre tenera. Dolcemente spudorata a letto, la sua vita sessuale si esauriva però tutta nel marito. Nei rapporti con gli altri uomini era spontanea ma riservata.

Accese un'altra sigaretta. Dal retro della casa spuntò il muso della Range Rover e Donatella, alla guida, sporse un braccio dal finestrino per salutarlo. Il grosso fuoristrada percorse il breve ammattonato, si inabissò sotto l'archivolto e ricomparve sulla strada. Donatella salutò ancora, con due colpi di clacson, e l'auto si avviò per la discesa.

Dalla casa venne, attutito, lo squillare del telefono e, poco dopo, la Nin apparve nel riquadro della portafinestra.

- Dottore, il telefono, da Milano. -

Contrariato, Sergio spense la sigaretta e si avviò alla casa. Nel grande soggiorno la ragazza, vestita ora d'un abituccio a quadri che le scopriva le ginocchia ossute, stava tirando a cera il parquet con la lucidatrice ed osservò con una punta d'apprensione le scarpe di corda di Sergio che stampavano orme sulla cera appena stesa.

Al telefono era un suo cliente. Gli chiedeva ragguagli su un progetto che aveva iniziato la settimana scorsa. Rimase a parlare con lui per una buona mezzora, poi riattaccò. Si accese un'altra sigaretta e si recò in cucina per mescersi un mezzo bicchiere di vino bianco, la Nin era intenta a pelare patate e a controllare minuziosamente il riso da cucinare.

Ne osservò le mani sgraziate, rosse dai mestieri di casa. Si sorprese a immaginare quelle dita strette intorno a un pene turgido. Lo aveva mai fatto? Certamente si. Quanti anni aveva la Nin? Ventiquattro, ventisei?

- Quanti anni hai, Nin? -

Si volse a guardarlo, sorpresa (non le faceva mai domande, le parlava appena l'indispensabile) e subito tornò ad affettar patate. Come se non avesse udito, o capito, o non volesse dar risposta. Ma dopo un poco, mormorò, quasi riluttante.

- Ventitrè, a dicembre. -

- Ce l'hai il fidanzato? -

Si strinse nelle spalle, continuando ad affettare. Sergio attese, vagamente incuriosito, rigirando tra le mani il bicchiere. Infine lei si decise a rispondere.

- Non sapevo che ci importasse del mio fidanzato. Comunque non ce l'ho.-

Lui pensò che era una risposta stupida, e la Nin era noiosa, inoltre era troppo presto per bere il vino bianco. Da quanto tempo era con loro, quella ragazza efficiente e bruttina? Gli parve poco più di un anno. A quanto gli aveva detto Donatella era di Bordighera e viveva con una zia, essendo orfana. Di lei non sapeva altro, nè gli era mai interessato sapere altro.

La Nin, avendo smesso di pelar patate, si alzò a prendere una teglia dallo scolapiatti e, mentre gli passava accanto, lui sporse il bacino a sfiorare con l'inguine le natiche di lei. Fu un gesto incontrollato e, forse, nemmeno voluto, ma che gli provocò stranamente una reazione immediata nel pene che iniziò a inturgidirsi, la Nin parve non accorgersi o forse non ritenne intenzionale il contatto. Posò la teglia sul tavolo e vi dispose il riso, allisciandone la superficie con i palmi  delle mani. Erano l'uno accanto all'altro e lui, con un movimento minimo, addossò l'inguine al fianco della ragazza e premette un poco. Stavolta non avrebbe potuto considerare casuale il contatto. Era curioso di vedere se avrebbe reagito e come. Lei continuò ad allisciare il riso e gli parve che nell'operazione ponesse una meticolosità non necessaria. Si scostò a gettare il mozzicone della sigaretta nel lavello e la Nin restò immobile, fissando il riso dentro la teglia. Allora le si appoggiò dal dietro, allogando la lunghezza del pene, ormai rigido, costretto nei calzoni lungo lo spacco delle natiche. E la Nin non si mosse, non disse nulla. Come non avesse avvertito il gesto, o lo considerasse naturale, o addirittura previsto, o inevitabile.

Il sangue gli diede un guizzo, afferrò la ragazza per i fianchi e si strusciò forte contro di lei, col pene duro.

- No, che fa... mi lasci stare. - disse finalmente la Nin, ma in tono indifferente. Stava abbassando la mano a sollevarle l'orlo dell'abituccio a quadri...

- Sta arrivando la signora, - disse la ragazza con voce atona e lui tese l'orecchio ed osservò il prato attraverso la finestra.

- Non sta arrivando nessuno. - replicò.

La Nin tacque, continuando ad allisciare il riso e, un attimo dopo, Sergio udì il rumore familiare della Range Rover che abbordava l'ultima curva. Allora uscì sul prato, incontro alla moglie.

Quella sera Sergio aspettò con ansia che sua moglie andasse a telefonare come era solita a suo padre e, quando la vide sculettare via in direzione del soggiorno immediatamente si avviò alla cucina. La Nin stava stirando e non alzò gli occhi a guardarlo. Microscopiche gocce di sudore le imperlavano il labbro superiore e aveva il viso lucido. Gli ritornò alla mente la mattina precedente, quando s'era strusciato contro di lei che lasciava fare e subito il sangue gonfiò il pene, irrigidendolo.

Le andò alle spalle e senza preamboli, le pressò il membro duro tra lo spacco delle natiche prominenti.

- No, mi lasci stare, - protestò lei con voce atona ma non smise affatto di stirare. Sergio sentì che gli tremavano le ginocchia per il desiderio violento, abbrancò la ragazza, stringendole forte i seni, piccoli e tutt'altro che duri e lei borbottò appena, a bassa voce:

- Andiamo, mi lasci stare, dottore. -

Ma lui tremava tutto, le ginocchia gli ballavano addirittura. Smise di strizzarle i seni e abbassò una mano al di sotto, palpando la durezza delle cosce. Tranquillamente la Nin continuava a stirare, senza perdere un colpo di ferro, senza sbagliare una piega e lui manco se ne rendeva conto, fuori di se dalla voglia. Le accarezzò il monte di venere sopra le mutandine di cotone e lo avvertì straordinariamente rigonfio, foltissimo di pelo. Le scostò il cavallo, a tastare tutto quel pelo.

- Guardi che viene la signora... - avvertì la Nin, ma lui sapeva che la moglie, al telefono col padre, non avrebbe fatto tanto presto.

Freneticamente si abbassò la lampo e mise a nudo il pene gonfio da scoppiare, rialzando maggiormente l'abituccio della Nin, sino a che non potè appuntarglielo tra le natiche, in basso tra il pelo, lei senza smettere di stirare come automa, strinse le cosce dure e lui venne così, immediatamente, in quantità incredibile, inzuppandola e godendo con rara intensità.

- E' contento, adesso? - lo rimproverò la Nin e, stavolta, smise un attimo con il ferro. - Mi ha sporcata tutta, si levi, vada via... -

Mentre lui frettolosamente si ricomponeva, ancora scosso per l'inaudita intensità del silenzioso orgasmo, lei aveva già ripreso a stirare, veloce ed efficiente. Non lo guardò neppure mentre usciva dalla cucina.

Il pianterreno comprendeva, oltre alla cucina ed i servizi, un tinello, il grande soggiorno e una stanza per gli ospiti dove dormiva la Nin. Al piano superiore stava il suo studio, la camera da letto e un altro servizio.

Salendo le scale si sorprese con le ginocchia molli, la mente vuota, le mani che tremavano ancora. Andò a lavarsi in bagno e, quando ne uscì, udì Donatella salir le scale. Ora non si sentiva in condizione di prenderla, le avrebbe detto che aveva mal di testa, che non aveva digerito bene, avrebbe trovato una scusa. Entrò nel suo studio e si sedette sulla poltroncina girevole davanti al tecnigrafo, fissando il ripiano e Donatella, entrando nella stanza, osservò allegramente:

- Ti riposi o stai pensando?

- Mi riposo, - sospirò lui, voltandosi a sorriderle. - Tuo padre sta bene? -

- Benissimo. Farà un salto da noi, la settimana ventura. Ti spiace? -

Sedette sulle ginocchia del marito e lo baciò sulla bocca, con voglia. Era bellissima, desiderabile, innamorata di lui. Com'era possibile che si fosse lasciato andare con la serva. Com'era possibile che la Nin lo avesse eccitato sino a quel punto? Era venuto fra le sue cosce strette, come un ragazzino alle prime armi, senza manco riuscire a penetrarla!

Donatella gli mordicchiò le labbra, frugandogli la bocca con la lingua, graffiandogli adagio la nuca, sospirando di passione ed era chiaro che lo voleva, era suo marito, aveva ogni diritto, ed anche lui la desiderava ma gli occorreva prendere fiato. Invece d'allegare una scusa, invece d'invocare il mal di testa, si sorprese a ricambiare gli umidi baci vogliosi di Donatella, ad accarezzarle i seni sotto la camicetta, ed erano seni splendidi, colmi e tosti, non le due perine molli della Nin, mammelle dure e gonfie erano quelle di sua moglie, dai capezzoli già eretti nel desiderio e che andavano indurendosi allo spasimo sotto le sue carezze.

- Sergio! Oh, Sergio!... - si lamentò lei, - Che voglia, amore! Sarei capace di godere così, mentre mi baci... -

Lui sapeva ch'era vero e raddoppiò le carezze, accarezzandole i seni e il fianco levigato, dolcemente curvo, succhiandole la lingua, dardeggiandola con la propria e non fingeva la voglia, che esisteva, ma le lasciava intendere che lui quella voglia potesse soddisfare nei modi ortodossi, il che non era vero al momento. Eppure... eppure il pene andava srotolandosi adagio, di poco più gonfio che in stato di riposo ma, comunque più gonfio. Il pene sentiva il desiderio della donna e, nei liniti, vi partecipava.

Donatella si staccò da lui e gli sgusciò tra le braccia osservandolo maliziosa.

- Andiamo a nanna, ho voglia di un bel lettone comodo. - gli mormorò facendo le fusa come una gatta.

La seguì con ansia mista a eccitazione nella loro camera matrimoniale. Si spogliò e si infilò tra le lenzuola e sentì la moglie muoversi nel bagno attiguo. Ne immaginò i riti consueti, dai rapidi colpi di spazzola ai capelli sino ai lavacri intimi. Quando rientrò nella stanza e s'infilò sotto il lenzuolo, accanto a lui, nella sua inconsistente camicia da notte, sapeva di dentifricio e saponetta. Gli si accoccolò contro, allisciandogli il petto nudo. La sua manina morbida scese a gingillare il pene ritornato molle.

- Hai sonno? - insinuò.

- E tu? -

- Non ancora... -

La mano s'era fatta carezzevole sul pene. Erano sposati da quattro anni e dunque consapevoli felicemente della reciproca attrazione sessuale, non v'era mai stato tra loro alcun episodio d'insuccesso.

- Pigrone. - sussurrò Donatella, mordendogli il mento.

- Sono vecchio, - protestò lui, ipocrita. Il pene non rispondeva alle sollecitazioni della morbida mano femminile.

- Niente affatto, - replicò lei, dando una scrollatina al riottoso. - Sei pigro, non partecipi, fai il sultano! Avresti dovuto nascere in oriente, padrone e signore di cento concubine! -

- Tu sei cento concubine. -

- Si? Bene, cosa vuoi dalla prima delle cento? -

- Un bacio. -

- Sulla bocca? -

- No. -

- Sei un porco! -

- Si. -

- Un bacio piccolo? -

- Piccolo, dalla prima concubina. -

- E dalla seconda? -

- Un po' di lingua. -

- E dalla terza? -

- Che lo succhi un poco. -

- Porco! E dalla quarta? -

- Che lo baci, che lo lecchi, che lo succhi. -

La mano di lei non aveva smesso di accarezzarlo. Le parole che esprimevano i propositi andavano eccitando entrambi. Il pene, nella morbida mano di lei, era ingrossato, allungato, si induriva.

- E poi? - insistè Donatella, un po' rauca. - Che deve farti, la quinta concubina? -

- Offrire alla mia bocca il pelo biondo, mentre continua l'opera delle prime quattro. - spiegò Sergio, accarezzando il fianco della moglie. Donatella scosse la testa bionda.

- No, carino, così la freghi, la quinta concubina. Io la conosco. Se la baci a quel modo lei gode subito. -

- Se gode non è peccato. -

- Si che lo è. La quinta concubina vuol beneficiare del grosso affare del suo signore, non della sua lingua. -

- Chi crede d'essere, la quinta concubina? Non ha nessun diritto di scegliersi il piacere. Solo la centesima può farlo, può profittare del palo del signore. -

Nella mano di Donatella il " palo del signore ", turgido all'estremo, era ormai duro come il ferro. Lei continuò a menarlo dolcemente e col pollice, quando la mano risaliva, soffregava teneramente il frenulo. Era colma di voglia, bagnata, pronta a ricevere il grande fallo che l'avrebbe premiata in pochi istanti. Smise di recitare.

- Dammelo Sergio! - implorò ansante. - Dammelo subito! -

Incollò le labbra a quelle del marito, frugò con la lingua ad incontrare quella di lui che scatenò in lei brividi di piacere. Sergio la rovesciò supina e le fu addosso, rialzandole la camicia da notte fin sotto il mento, leccandole i seni colmi dai capezzoli induriti al massimo mentre prendeva posizione fra le sue gambe aperte. Si introdusse adagio in lei, avvertendone i fremiti e Donatella gli artigliò i glutei a sospingere il pene, che penetrasse completamente, sino in fondo, che la colmasse tutta, che la violasse, duro e potente, come la prima volta che l'avevano fatto, su un divano, un mese prima del matrimonio e lei aveva goduto nel medesimo istante in cui il membro le lacerava l'imene.

- Sergio, amore!... Oh!... Così, si! -

Restò infisso in lei, immobile, succhiandole la lingua, ma Donatella si agitò frenetica, già al principio dell'orgasmo.

- Dai, pompami! Pompami che vengo, amore!!!... Aaaah!!... Ecco!! Vengo!!... Aaaaah!!! -

Aveva ubbidito subito, fottendola svelto per aiutarla a raggiungere il culmine del godimento, infervorandosi del piacere di lei che alzava la voce, lamentandosi e invocandolo. Donatella venne con un grido soffocato, abbandonandosi immediatamente dopo, la pelle di seta imperlata di sudore.

- Anche tu, amore, godi anche tu, amore mio! - lo invitò già fioca. Lui continuò a pomparla, più adagio adesso, baciandole le labbra riarse dal piacere e intanto speculava come raggiungere il proprio orgasmo, ora che poteva fare di lei ciò che voleva. Lei era tutta godibile, tutta una voluttà. Forse la bocca? Oppure tra i seni turgidi? Oppure continuare così, ch'era già bello? O rivoltarla bocconi, perchè era bello penetrarla da dietro, avendo come scontro le dolci, burrose natiche di lei. O addirittura sodomizzarla, cosa che aveva già fatto qualche volta e gli piaceva perversamente, malgrado il dolore che le infliggeva e che lei accettava senza protestare, oppure...

- Amore, caro, - sospirò Donatella teneramente. - Vieni anche tu, voglio che goda tanto! - e lo abbracciò, non ancora partecipe nel gioco, ma non più inerte come attimi prima.

- Vieni amore! - lo incitò la moglie accarezzandogli la schiena e la carezza, mentre la pompava, si mutò in un graffio dolce, in una stretta, in una sollecitazione.

- Sergio! Ancora, così!... Oh, caro! - si lamentò del tutto conscia del grosso membro duro che la impalava a fondo.

- Amore, mi fai godere ancora, così!... Oh!... Dai!... -

Lui continuò a pompare, stringendole le natiche, spingendo un dito, tra lo spacco, alla ricerca del piccolo orifizio da titillare, da carezzare. Baciò Donatella sulla bocca, le succhiò la lingua, ne percepì i gemiti nella sua bocca mentre forzava il dito nello sfintere che si contrasse spasmodico in risposta. Il risultato fu quello che s'era atteso, la moglie si infiammò.

- Aaah! Amore mi brucia!... Ah! caro, così!... Pompami, pompamii!... Aaaah!!... Guarda che godo ancora!!... Mmmmh!! Sergio, io vengo, godo ancora!!... Si!!... Aaaah!!... Pompa!!!... Godoooo!!!... Aaaah!!!... -

Mentre la moglie si perdeva nell'orgasmo lui, continuava a fottere a gran colpi. Colpì ancora Donatella inerte, rendendosi conto d'essere ancora lontano dall'orgasmo. Allora, dopo pochi secondi, si tirò fuori da lei, la baciò teneramente all'angolo della bocca asciutta, ascoltandone i sospiri in decrescendo di giovane femmina appagata, già desiderosa di sonno. Come la sentì appesantirsi nell'inerzia si districò con tenera cautela dalle membra tiepide di lei e, scivolato fuori dal letto, indossò il pigiama.

Era ancora teso nel sesso, il membro rigido gonfiava la stoffa dei calzoni. Uscì dalla stanza e, al buio, scese silenziosamente le scale. Che cosa si attendeva di trovare dabbasso?

Il piano terra era completamente buio. Con la sicurezza che gli veniva dalla conoscenza della casa si avviò verso la cucina, senza accendere alcuna luce. Nel passare accanto alla stanza degli ospiti udì il leggero russare della Nin. In cucina, accesa la luce, scovò nel frigo una mezza bottiglia di Pommery e ne bevve avidamente un bicchiere. Lo spumante ghiacciato mitigò in qualche modo la sua vaga delusione. Spense la luce e risalì silenzioso alla stanza da letto. Mentre si sdraiava accanto a Donatella si rese conto di essere teso e nervoso, insoddisfatto. La moglie gli dava le spalle, dormendo sul fianco destro. Le si accostò e, piano, le appoggiò il membro durissimo fra le natiche, forzando le belle cosce ad aprirsi. Faticò ad introdursi in lei, nonostante Donatella, mormorando nel sonno, l'aiutasse, arrendevole. In quattro affondi, stringendole i bei seni duri, venne nella sua vagina umida di umori, con un lungo lamento che non si curò di soffocare.

Infine giacque accanto a lei pensando: l'ho fatta godere, due volte l'ho fatta godere, la farò godere sempre e invece quella serva stupida se ne stava come una gallina e m'ha rubato il piacere mentre restava indifferente e continuava a stirare, l'idiota!

Ma domani le faccio vedere io, le faccio! La spacco, la sfondo, la faccio piangere, le rompo il sedere, alla cretina!

 

La mattina seguente Sergio dopo aver fatto colazione si mise a lavorare nel suo studio. Lavorò per tutto il giorno, con una rapida pausa per il pranzo, veloce e senza interruzione. Alle diciotto avvertì la stanchezza, le troppe sigarette fumate, la voglia di un tè.

In cucina trovò la Nin che, salita su una seggiola, appendeva le tende fresche, stirate la sera prima. Aveva proprio brutte gambe, magre e un poco storte ma l'abituccio a quadretti, mentre lei si issava sulle punte dei piedi per meglio arrivare alla riloga, scopriva le cosce ch'erano polpose e dritte e lo eccitarono. Dov'era Donatella? Lo chiese alla Nin che controllava lo scorrere della tenda e lei borbottò:

- In garage, a pulire il motorino. -

Allora mosse un passo verso di lei avvicinandosi, allungò una mano e le accarezzò le natiche dure, sotto l'abito.

- Stia fermo, per piacere. -

Non rispose e infilò un dito sotto il cavallo delle mutandine, tra il pelo foltissimo.

- No, la smetta, guardi che viene la signora. -

Tolse la mano subito. Se Donatella fosse uscita dal garage lui non avrebbe potuto vederla o accorgersi di lei se non quando fosse stata proprio all'altezza della finestra. Attese con impazienza che lei avesse sistemato la tenda, ne avesse controllato lo scorrere e fosse scesa dalla sedia. Allora l'afferrò per le braccia e, senza rendersi conto, dovette stringere forte perchè lei si lamentò.

- Mi fa male!... Mi lasci andare! -

Allentò la stretta, senza tuttavia lasciare la ragazza.

- Vieni! -

- Ma dove? -

- Zitta! - e se la trascinava dietro, riluttante fuori dalla cucina.

- Ma cosa vuol fare?... Dove vuole che venga? -

- Sta zitta! -

Finì per seguirlo, per non farsi strattonare ulteriormente. La sospinse nella stanza degli ospiti. La stanza dove lei dormiva e lei disse con voce atona:

- Ma cosa vuole, ma cosa vuol fare, mi lasci andare, adesso viene la signora... -

La spinse contro il letto e ve la fece cadere sopra di schiena.

- Guardi che se arriva la signora ci vede... - protestò ancora debolmente mentre lui si abbassava i calzoni e le andava tra le gambe.

Non le abbassò le mutandine e, frenetico, le spostò di lato il cavallo, scoprendo una peluria ancor più folta e nera di quanto gli avesse potuto rivelare il tatto.

- Mi lasci andare, che poi mi mette incinta! - protestò lei, ma Sergio non l'ascoltava, unicamente inteso a puntare la rossa testa del membro nel preciso centro di quella peluria che nascondeva ogni ingresso.

Ma dovette aiutarsi con le mani e intanto lottare contro di lei che non voleva sottostare e andava ripetendo monotona e decisa:

- Mi lasci stare, per piacere mi lasci stare! -

Infine riuscì a penetrare parzialmente in lei ma era stretta e asciutta, tanto asciutta che neppure quando gli si aperse ad accoglierlo rassegnata, la penetrazione completa fu possibile. Nè, d'altronde, necessaria perchè subito avvertì che stava per godere e fece appena in tempo a tirarsi indietro. Mentre la schizzava sul ventre e sull'abito a quadretti udì, dall'esterno, la voce di Donatella che chiamava la Nin, che uscisse un momento e lei subito gli sgusciò da sotto e toccandosi l'abito macchiato ebbe una smorfia e protestò, mentre usciva svelta dalla stanza.

- Non poteva lasciarmi stare, no? Mi ha sporcata tutta! -

A tavola, quella sera lui e sua moglie parlarono del suo lavoro e della prossima venuta del padre di lei.

Alle dieci salirono nella loro stanza e, mentre Donatella prendeva una doccia, lui controllò nello studio il lavoro della giornata. Non gli dispiacque, ma non l'avrebbe fatto vedere alla moglie prima d'essere andato ancora avanti.

Quando Donatella entrò nella stanza da letto lo trovò steso sul lenzuolo, nudo, tranquillamente addormentato.

L'indomani, alle dieci e mezza, aveva già portato a buon punto il lavoro. Stava per scendere a chiamare Donatella quando udì il motore della Range Rover ronfare sotto le finestre, si affacciò e vide l'auto scomparire sotto l'archivolto. Donatella scendeva in città per far provviste. Controllò ancora il suo lavoro ma nervosamente, da quel momento. Infine si decise a scendere.

La Nin era intenta a stivare biancheria attraverso il portello della lavatrice. Vederla e sentirsi eccitato fu tutt'uno. Non finse neppure di mettere su l'acqua per il te ed attese soltanto lo scatto del portello nel richiudersi ed il premere del tasto d'avviamento prima d'agguantare la ragazza per un braccio.

La Nin ebbe una smorfia di sopportazione ma si lasciò sospingere, muta contro il tavolo. Soltanto quando la costrinse ad appoggiare il petto sul ripiano e le sollevò l'abito dal dietro momrmorò, in tono piatto:

- Ma che vuol fare, di nuovo... mi lasci stare, su... -

Le abbassò le mutandine con mani tremanti di voglia e lei borbottò soltanto un " uffa..." e tacque mentre la costringeva ad allargare le gambe, le frugava il pelo folto con le dita, la violava con l'indice, trovandola asciutta e non disposta intimamente, si abbassava i calzoni e le appuntava il membro rigido dritto al centro dell'ingresso di quella selva oscura. Spinse, frenetico, non riuscendo a penetrarla che parzialmente, le ginocchia tremanti per la voglia.

- Allarga le gambe!... Ancora!... - sbraitò, già al culmine dell'eccitazione e la Nin obbedì ma lui non riusciva a guadagnare un centimetro dentro quella carne asciutta. Tuttavia, mentre spingeva per violare, sentì la marea del piacere montare inarrestabile e lei s'allarmò subitamente.

- Stia attento, che mi mette incinta! -

Fece appena in tempo a tirarsi indietro, lunghi zampilli cremosi le rigarono schiena e natiche, lui bestemmiò con forza, la Nin, lasciandolo col pene ritto e gocciolante, stava già davanti alla lavatrice. Quanto era durato? Qualche secondo? Altro che squassarla, altro che farla piangere, altro che spezzare le reni a quella serva dura come il tronco degli ulivi più vecchi.

La guardò con acrimonia, avrebbe voluto batterla, scrostare a botte quell'indifferenza così umiliante.

L'agguantò per un braccio, stringendolo forte, con l'intenzione precisa di farle, almeno, male.

- Ma cosa ci ha, adesso! - si lamentò allarmata. -  Ha gia fatto... Mi lasci andare! Mi fa male!... -

La strattonò brutalmente, costringendola a sedere su una delle seggiole impagliate. Lo fissava senza capire, allarmata, sinchè non le spinse il pene contro la bocca. Allora volse il capo, rifiutando. L'afferrò per i capelli, costringendola a mettersi di fronte e lei teneva le labbra serrate, muta e ostinata.

- Apri la bocca, scema! Aprila! -

Le sfregò contro le labbra la testa del membro e lei si sottrasse come poteva e sputò. Non con disprezzo, nè come se le mettesse schifo, semplicemente come quando si trova un pezzetto di stagnola nel boccone di formaggio. Allora le tirò i capelli, con cattiveria, e lei, per non soffrire, lasciò che le soffregasse la testa paonazza tra le labbra, ma ad occhi chiusi e la bocca atteggiata alla smorfia di bambina di fronte al cibo che rifiuta.

- Aprila!! - ruggì, spingendole forte il glande contro i denti serrati e intanto odiava se stesso più di lei e in quel momento venne con un grido strozzato, lordandole il volto e la Nin aprì finalmente la bocca ma per protestare.

- Che porcate!... Ma che porcate mi fa! -

Portò la mano alla faccia, per pulirsi e lui la guardò con odio autentico, vedendola com'era, brutta, insignificante ed antipatica, gli occhietti scialbi sotto la fronte bassa, il naso che le cascava in bocca, le mammelle pendule che s'intravedevano nella scollatura dell'eterno abito a quadretti, le ginocchia ossute, insomma tutto il contrario della femmina invitante.

Adesso il pene gli s'era fatto molle e pendeva misero, sgocciolando sui calzoni. Eppure, invece di smettere, di andarsene, di farla finita una volta per tutte con quella situazione assurda ed umiliante, restava lì, come un idiota a guardarla con odio.

- Guardi che s'è macchiato i pantaloni. - disse la Nin guardando altrove. Lui abbassò gli occhi ed era vero. Immediatamente immaginò che lei glieli pulisse d'indosso e, incredibilmente, il pene molle ebbe un brivido, una sorta di segnale significativo.

- Sei capace di pulirli? - le chiese ruvido, come se la colpa fosse della ragazza.

Senza rispondere lei si levò dalla sedia, andò ad inumidire una pezzuola sotto il rubinetto e gli s'accostò, pronta. Sotto i calzoni il pene rispose all'unisono col gesto di lei, principiando a gonfiarsi. Si abbassò la lampo e la Nin si chinò ad infilar due dita dentro la patta per sollevare la stoffa, mentre con l'altra mano iniziava a strofinare la striscia macchiata col medesimo vigore che avrebbe speso per lustrare il pavimento. Con la destra Sergio estrasse il pene semirigido e lo appoggiò alla mano di lei.

- Ma no, ancora porcate, - protestò ma la mano restò dov'era a tener sollevata la stoffa mentre l'altra continuava a manovrare la pezzuola.

Il pene s'indurì maggiormente. La Nin strinse le labbra. Nella mano di lui il membro continuava a gonfiarsi, ad irrigidirsi, meccanicamente lo menò un poco, odiandosi e godendone.

- Prendilo in mano Nin! -

- No, mi lasci stare, andiamo... -

Com'era possibile che lei producesse in lui simile effetto? Non ricordava che Donatella lo avesse mai eccitato tanto, c'era qualcosa di morboso nell'attrazione che provava per quella brutta femmina.

- Basta, è pulito!... Vieni! -

- Ma... dove?... Cosa vuol fare, ancora?... Ma no... Mi lasci stare!... -

- Vieni! -

Un po' la spinse, un po' la trascinò fuori dalla cucina, sino alla sua stanza dove la fece cadere seduta sul letto.

- Prendilo in mano! -

- No, mi lasci andare... -

Le strinse forte un braccio, sinchè, con una smorfia di dolore, non ubbidì. Le dita ruvide, screpolate, il palmo grossolano fecero sussultare il pene. Dovette costringerla, la mano sulla mano, a menaglierlo e, quando tolse la mano da quella della Nin, lei si fermò, strappandogli una bestemmia.

- Guarda che ti prendo a schiaffi, sai? -

Ma dovette materialmente costringerla a muovere la mano al ritmo che voleva.

- Poi mi sporca tutta! - protestò lei.

Cosa avrebbe pagato per poterla massacrare di botte, per spaccarla in due!

- Togliti le mutandine! -

S'attendeva resistenza, invece lei, rassegnata, si alzò a mezzo per toglierle e le abbassò sino alle caviglie, lui dovette chinarsi a strappargliele dai piedi, prima di rovesciarla supina sul letto e di franarle addosso.

- Allarga le gambe! - ansimò già roco e lei s'aperse tutta, ubbidiente.

- Stia attento, se poi resto incinta mica ci pensa lei! -

La penetrò adagio con difficoltà, stavolta voleva giungere a tutti i costi sino in fondo, possederla interamente, non lasciare un millimetro incolmato, il pene spasimava di voglia, come si trattasse di stupro da consumare frettoloso. Riuscì a penetrarla quasi per intero facendole morsicare le labbra per il dolore e talmente se ne esaltò che dovette stringere i denti per non venire subito. Lentamente arretrò e, puntellandosi sulle mani, abbassò gli occhi a fissare l'asta immersa tra il pelo nero, foltissimo. Guardò e, traditrice, sentì una fiammella guizzargli nelle reni, irreversibile.  Fu un miracolo che riuscisse a tirarsi fuori nel tempo stesso che un gran fiotto di sperma schizzava con violenza fuori dal suo pene arrossato, getto lungo che s'abbattè pesante sull'abito a quadretti, primo fra quanti le bagnarono il ventre e il pelo.

Mentre ristava, sbigottito di piacere e delusione insieme, la Nin brontolò:

- Ebbene, sarà contento, adesso. Su, mi lasci stare, che è tardi e arriva la signora... -

 

Passò una settimana, il padre di Donatella venne a trovarli e lo accolsero con una atmosfera allegra anche se per Sergio la cosa era un po' forzata. Non riusciva a stare in pace con se stesso. Quello che era accaduto con la Nin lo metteva in subbuglio. Gli ritornava continuamente alla mente quello che un giorno dell'estate scorsa gli aveva detto Mara la moglie del loro amico che sarebbe arrivato a giorni.

Un pomeriggio le aveva fatto un po' di corte. Erano soli e stavano seduti sul muretto. A un certo punto lui le aveva detto:

- Amo mia moglie e mi piace far l'amore con lei. Ma non posso impedirmi di pensare a come sarebbe con te. -

- Io so come sarebbe per te, - aveva replicato quietamente lei. - Sarebbe come con qualsiasi altra. A te piace scopare ma non si tratta soltanto di piacere fisico, ti vuoi affermare e l'uccello è il tuo sistema. Se una donna non godesse con te ti sentiresti distrutto! -

Vedendo l'espressione dei suoi occhi si era affrettata ad aggiungere piano:

- Scusami, sono una stronza. Ora me ne vado. -

- No! - l'aveva trattenuta lui posandole una mano sul ginocchio. - No, non andartene. Mi interessa ciò che hai detto. Non sono offeso, soltanto interessato. Secondo te sarei una specie di dongiovanni che vuole affermare la propria personalità attraverso il coito. Ne discende che, se un amplesso lasciasse insoddisfatta la mia partner, ciò basterebbe a distruggere la mia personalità. E' così? -

- Okay, ho detto così, una stupidaggine, probabilmente. Togli la mano dal ginocchio. Qualcuno potrebbe vedere. -

Sergio si era stretto nelle spalle e aveva tolto la mano dal ginocchio di lei.

- Può darsi che sia effettivamente come dici tu, - aveva replicato, - ma in tal caso ti avrei circuita, avrei fatto in modo che ti accorgessi che ti desideravo, non credi? Invece tutto è avvenuto in circostanze fortuite e, adesso, ti desidero. -

- Prima non mi ritenevi disponibile, - aveva ribattuto Mara, fissando il fumo della sigaretta. - Non avresti fatto mai la corte ad un'amica di Donatella, troppo complicato, pericoloso. Poi è accaduto ciò che tu chiami circostanza fortuita e, adesso, mi ritieni disponibile, perciò mi desideri. E sbagli, perchè non sono disponibile. -

Sergio stava per replicare qualcosa quando, dall'ultima curva era spuntata la Range Rover, loro salutarono con la mano e Donatella aveva risposto con due allegri colpi di clacson. La cosa finì lì.

E adesso, da una settimana , non riusciva più a lavorare, a pensare, a fare l'amore con sua moglie. Nel pomeriggio precedente non era riuscito a lavorare come voleva, era andato a letto stressato, stanco senza aver fatto niente.

Quel giorno si era svegliato di prima mattina con il sole che entrava già a fiotti nello studio, infastidendolo per la prima volta da quando abitava quella casa.

Alle dieci scese in cucina dove la Nin e Donatella stavano trafficando. Mentre preparava il tè, rito cui provvedeva da solo, squillò il telefono nel soggiorno e andò a rispondere Donatella. Rimasto in cucina con la Nin, guardò la ragazza quasi con odio, ripensando alle parole di Mara, che se una donna non avesse goduto con lui, gli avrebbe alterato l'equilibrio, distrutta ogni sicurezza in se stesso. Quasi gli stava accadendo davvero, con quella serva che si comportava come gallina indifferente...

Donatella tornò poco dopo, aveva chiamato suo padre, voleva sapere se sarebbero andati a Cannes con lui l'indomani a vedere una prima importante.

- Vuoi andare? - le chiese. - Non sembri di buon umore. -

- Tu verresti? -

- Francamente non ne ho voglia, ma tu puoi andare. -

- La prima è domani sera, - gli disse Donatella, - praticamente impossibile trovare una stanza d'albergo oramai. Lo spettacolo termina alle due del mattino. Papà pensava di tornare immediatamente a San Remo. -

- Una faticaccia. Ne vale la pena? -

- Me lo stavo chiedendo, - osservò lei, pensosa. - Sai, papà ci tiene molto. -

- Vai pure a Cannes. Hai tutto il diritto di distrarti un poco. -

- Ci penserò - rispose Donatella e allontanandosi  - Scusami, m'è venuto all'improvviso mal di testa, vado a prendere un'aspirina... -

Lui risalì allo studio, ingrugnato e sedette al tecnigrafo.

Donatella partì per Cannes l'indomani alle undici. Venne a prenderla con la Jaguar il Savagnati in persona. Insistette fino all'ultimo perchè anche lui andasse. Infine partirono.

Rientrato in casa Sergio salì allo studio ma era eccitato e nervoso, non gli riusciva di lavorare e scese in cucina.

La Nin, dal momento che Donatella aveva già preparato la colazione per Sergio, era intenta a strofinar pentole e continuò il suo lavoro. Lui si mescè con calma un mezzo bicchiere di vin bianco e lo bevve adagio, considerando la ragazza che gli dava le spalle. Aveva tutta la giornata per lei, le avrebbe fatto vedere qualcosetta con calma, adesso. L'idea gli fece gonfiare immediatamente il pene.

Le andò alle spalle e, presala per la vita, le pressò il membro lungo lo spacco delle natiche. La Nin non ebbe reazioni, neppure quando le sollevò l'abito. Soltanto quando le infilò a forza una mano tra le cosce serrate smise di lustrare la padella che teneva in mano. Le strinse una natica con tanta forza che certamente le avrebbe lasciato il segno, aveva natiche dure, carnose, singolarmente separate fra loro. Dal dietro insinuò un dito fra l'orlo delle mutandine e la carne, nel folto del pelo, penetrandole la vagina a quel modo. Stavolta, pur continuando a tacere, lei posò la pentola sul lavello e attese, come rassegnata, come a significare che sapeva cosa le avrebbe fatto, dunque lo facesse, e in fretta, magari.

- Allarga le gambe, - le ordinò e lei ubbidì docilmente, divaricandole di poco. Insistè a rovistarla col dito da tergo. Non aveva mai trovato un sesso femminile così asciutto, arido addirittura. La rovistava, la pompava col dito, poi con due dita, era strettissima ed asciutta, soprattutto indifferente. Mentre lui andava man mano sempre più eccitandosi, la Nin lasciava fare rassegnata, senza partecipare e senza reagire in alcun modo. Infine smise di rovistarla e l'afferrò per mano.

- Vieni! - e lei lo seguì docilmente, il volto del tutto inespressivo, sino alla stanzetta degli ospiti, la sua stanza, dove Sergio si mise nudo, mostrandole il pene eretto.

- Spogliati! -

Si aspettava qualche rimostranza, ma anche stavolta lei ubbidì senza proteste, togliendosi l'abito a quadretti. Sotto portava mutandine e reggipetto celesti di cotone, di poco prezzo.

- Togliti tutto! -

Stavolta lei arrossì ma si tolse senza dire nulla anche quegli ultimi indumenti. Aveva due piccole mammelle a pera, non del tutto erette, e un grande triangolo di peli incredibilmente esteso e folto, dalla base del triangolo scuro una sottile striscia di pelo risaliva fino all'ombelico. Era quel grande triangolo che lo eccitava in maniera incredibile, quel pelo foltissimo che nascondeva completamente il sesso. Sapeva che, se l'avesse presa subito, sarebbe venuto immediatamente, perciò decise che, prima, si sarebbe scaricato nella bocca di lei. Sapendo che la Nin sicuramente non lo aveva mai fatto, e che avrebbe tentato di ripudiare quel modo per lei insultante, provava già il piacere morboso di costringerla, di goderle fra le labbra, in gola...

La spinse a sedere sul letto e fu tra le sue gambe, le afferrò i capelli stopposi, costringendole il volto in basso.

- Leccalo! - ordinò rauco. - Non far la stronza che ti prendo a sberle, capito? -

Lei parve capire che era determinato a farle male, che lo desiderava, ed abbassò la testa, i capelli sempre stretti tra le mani di lui, la punta della lingua sporse dalla bocca a leccare il glande già bagnato. Lui provò un lungo brivido, le strinse i capelli con più forza, la Nin leccò ancora, brevemente.

- Tirala fuori tutta, quella lingua! - ruggì Sergio, strattonandola brutalmente e lei, con una smorfia di dolore, sporse la lingua completamente, a lappare la testa paonazza del pene.

- Succhialo adesso, mettilo in bocca! - e lei succhiò. lo faceva però malamente, stringendo forte le labbra intorno al fallo. L'eccitazione di Sergio scemò lievemente e lui si tirò indietro, pronto a penetrare la ragazza. La spinse supina sul letto e lei mormorò:

- Stia attento, dottore, per piacere, - mentre si allargava a riceverlo.

Prima, affascinato da quel bosco scurissimo che gli nascondeva il sesso, spartì con la mano il pelo di quella selva oscura, la penetrò col pollice, poi due dita, allargandole le labbra vaginali, finalmente visibili, di un rosa pallido, come fiore in una foresta buia. Guidando infine con la mano il fallo introdusse prima la grossa testa, che scomparve nell'intrico di peli, poi, lentamente, eccitandosi a guardare, il resto della verga, sino in fondo, sino a sentire il pube a contatto con quello rigoglioso di lei. Infine le fu completamente addosso, spiando l'espressione del suo volto, ma non v'era espressione alcuna, negli occhi e nei lineamenti della Nin. Pur allargando le cosce al massimo, soggiaceva indifferente. Le inferse un gran colpo, godendo al vedere che si mordeva un labbro per non gridare di dolore. La carne intima di lei, stringendosi a difesa intorno al fallo invasore, dimostrava ripulsa alla penetrazione, come rigetto a un corpo estraneo.

- Ma tu non godi mai? - sbottò al colmo della irritazione, fermo ed affondato completamente in lei sino ai testicoli. Per la prima volta la Nin ebbe un moto d'insofferenza, mentre rispondeva.

- Perchè non fa, signor Sergio? Viene tardi e io devo ancora preparare da mangiare. -

La risposta gli fece rabbia, le strinse brutalmente una mammella.

- Mi fa male così! - protestò la Nin con una smorfia di dolore.

Di colpo lo tirò fuori da lei, odiandola, e si guardò il pene: asciutto, rosso soltanto per lo sfregamento.

- Non vuol fare? - chiese la Nin perplessa, vagamente allarmata e lui brutalmente la rivoltò bocconi, le guardò il culo con odio appuntandole il glande infiammato contro l'ano, ben visibile tra una piccola corona di pelo. D'improvviso gli tremarono di voglia sadica le ginocchia, mentre spingeva, cercando di sforzarle lo sfintere.

- No!... Ma cosa vuole adesso!... Ma cosa vuol fare, è pazzo?... -gridò la Nin e serrava le cosce, tentando di sfuggire.

- Ti rompo il culo!... Ti sfondo puttana! - ruggì lui, spingendo a fondo.

Spinse e sforzò per sodomizzarla, ma il culo della Nin gli resisteva, era più difficile che nella vagina da penetrare. Si fermò per un attimo, aveva il pene bagnato di sangue.
- Allora non vuoi proprio soddisfarmi ? ma che cazzo di femmina sei?... -
Sempre più arrabbiato, le schiaffeggiò le natiche.
- Sei solo una grandissima stronza...ma io adesso voglio godere, hai capito?!...hai capito?! -
Lei pianse in silenzio, e intanto lui glielo appuntò di nuovo contro l'ano serrato cercando di entrare e spinse. Sentì male anche lui, ma continuò a sforzare la pelle di lei finchè riuscì a penetrarla brutalmente. Lei diede un grido altissimo di dolore e si arcuò tutta mentre il pene la lacerava penetrandole nel retto, con due colpi rabiosi di reni lui fu in fondo, facendola urlare a squarciagola. Le agguantò da dietro le mammelle scarse e strinse da stritolarle intanto che cominciava a pomparla con furia cieca, dolorosamente, nel culo. Affondò con tutta la forza che aveva, continuando a stringerla convulso, e lei pianse, mugolò, si disperò, pregò, e aspettò solo che lo sperma la bagnasse dentro per avere un po' di sollievo. Dopo qualche minuto infatti lui si immobilizzò intanto che veniva a fiotti dentro di lei, maledicendo e sputando oscenità da trivio.

Quando il pene si afflosciò di quel tanto da consentir l'uscita e lui si mise in piedi vide la Nin scendere dal letto con il volto rigato dalle lacrime che continuarono a sgorgare dai piccoli occhi scuri, mentre si rivestiva senza una parola.

 

Più tardi la spiò mentre gli portava da mangiare a tavola. Camminava con le gambe leggermente larghe. Finito di pranzare salì allo studio, la rabbia non ancora smaltita.

Donatella telefonò per comunicargli che sarebbero arrivati il mattino dopo e per informarsi se aveva pranzato e se c'erano novità. La rassicurò e tentò di riprendere a lavorare, ma era nervoso e non riusciva a darsi pace per quello che era successo.

A sera, da solo, mangiò in cucina il medesimo stufato del mezzodì, mal riscaldato da lui stesso. Provò rancore per Donatella, perchè non c'era, e bevve più del solito.

Alle undici non resistè più e scese a cercarla. Bussò alla sua stanza. Lei venne ad aprirgli e lo guardò sorpresa e leggermente intimorita.

- Vorrei parlarti a quattrocchi. -

- Entri, - mormorò esitante, facendosi da parte.Sembrava piuttosto stanca e rassegnata. Aveva gli occhi segnati, indossava una camicia da notte da poco prezzo, di quelle che si acquistano alle bancarelle dei mercatini.

La fissò per un lunghissimo minuto, lei guardava in terra, immobile e questo lo fece uscire fuori di testa. L'afferrò per le spalle, scrollandola, esasperato per l'atteggiamento assurdamente apatico di lei.

- Mi lasci stare, mi fa male! -

- Sei proprio cretina, oppure fai la la scema?! - le ringhiò minaccioso. - Vuoi che ti prenda a sberle? -

- Mi lasci andare, mi fa i lividi... -

Le stava stritolando gli omeri e se ne rese conto e di un'altra cosa ancora si rese conto: che provava un piacere di natura sessuale a farle male, il pene s'era indurito. La sospinse contro il bordo del tavolo che si trovava nella stanza.

- Tirami fuori il cazzo! -

Sembrava, dal suo atteggiamento, che il male che intendeva infliggerle Sergio fosse da lei considerato come il minore, rispetto alle botte, forse temeva il peggio, d'essere ancora sodomizzata brutalmente, perchè obbedì senza protestare. La mano scese ad abbassare la lampo, aprendo la patta dei calzoni sul turgore del pene.

- Prendilo in mano! -

Gli strinse il membro con le dita ruvide, screpolate dai lavori, procurandogli un fremito di piacere. Le afferò la mano, chiudendo il palmo sulla durezza dell'asta, guidandola al ritmo che intendeva e lei docilmente ubbidiva, non più scontrosa come ricordava, ma come ansiosa di contentarlo, che se ne andasse, subito dopo...

Lasciò senza proteste che le sollevasse la ruvida camicia da notte, le abbassasse le mutandine sino alle caviglie, parve interdetta quando lui restò in contemplazione, quasi morbosa, del suo foltissimo triangolo di peli.

In quanto a Sergio, sentiva tremargli le ginocchia dalla voglia mentre fissava affascinato la nera difesa aggrovigliata, la selva oscura che celava l'ingresso di carne invisibile nel bosco. Voleva raggiungere e violare quella porta, far gridare la Nin, non importava se di dolore o di piacere, purchè gridasse.

La piegò indietro, sino a farle appoggiare la schiena sul piano del tavolo e, stando in piedi fra le cosce della ragazza, guidò con la mano il grosso membro turgido tra il pelo folto sino all'incontro con la carne appena socchiusa, il glande forzò le pareti prive di elasticità, introducendosi a forza.

- Non mi faccia male, faccia... adagio... - implorò la Nin con uno strano tono, ma lui manco l'ascoltava, nè la guardava in viso, niente esisteva in quel momento che non fosse quella carne tra il pelo, quella vagina che finalmente si disvelava di un pallido rosa contornato di foresta nera. Ecco che la forzava, quella carne, la allargava, la violentava. Il grosso membro, nell'affondare con sforzo ma inflessibile, era come l'asta di una lancia che allarghi la ferita di quel tanto che basti alla penetrazione. Ecco che stava per toccare il fondo, lo sentiva, e ancora non era tutto dentro, quando vi fosse stato avrebbe fatto danni contro la bocca dell'utero, avrebbe arrecato dolore, così sperava, almeno.

Afferrò le natiche dure della Nin e giù un gran colpo, ad intrecciare i peli neri con i suoi! La Nin spalancò a dismisura la bocca e pe non urlare si morse forte un labbro, lui restò immobile un attimo, conficcato in fondo, ferocemente conscio che la guaina era di misura più corta del pugnale. Stava per romperla, per sconquassarla tutta, questa volta!

- Stia attento, dottore, non mi metta incinta! -

Aveva avvertito, prima di lui che voleva sconquassarla, la straordinaria tensione del pene pronto ad eruttare! Con una bestemmia si tirò indietro di colpo, una frazione di secondo appena in tempo. Lunghi schizzi biancastri raggiunsero la camicia da notte ben più alto del punto di vita, gli altri caddero grevi sul ventre, sul pelo dell'inguine appena abbandonato.

- Ha fatto. - constatò la Nin, - mi lasci andare, adesso... -

Ancora tra le sue gambe Sergio la fissava insieme attonito e feroce.

- Zitta, scema! Non ho ancora finito, con te! -

In un rabbioso accesso di frustrazione la spazzò letteralmente via dal tavolo e la Nin rovinò sul pavimento, dove restò a piangere contusa e dolorante, soprattutto atterrita da quell'esplosione di violenza. A stento lui si trattenne dal colpirla a calci, ma le ingiurie che le rivolse erano degne del peggiore bordello.

- Frigida di merda!... Puttana!... Ti rompo il culo, te lo spacco!... In ginocchio, troia, succhiami il cazzo! -

Singhiozzando la Nin ubbidì, terrorizzata. Mentre avvicinava al pene il volto devastato dalle lacrime lui l'afferrò brutalmente per i capelli, conficcandole in bocca il membro, sino in gola.

- Succhialo, troia!... Ti massacro di botte se mi fai sentire i denti!... Succhialo, leccalo!... Così!... Brava, puttana!... Vedi che impari subito? Sei proprio nata troia! -

Sul membro rotolavano le lacrime della Nin che sussultava muta nei singhiozzi, la bocca colma della carne rigida di lui. Succhiava, leccava e continuava a piangere, a tirar su col naso mentre obbediva ai suoi ordini.

- Così!... Succhiami la cappella adesso!... Leccami i coglioni!... Bene, fai meglio di una puttana professionista in un casino!... Continua, che tra poco lo sentirai nel culo, vedremo se continui a far l'indifferente! -

La Nin non resse oltre. Rompendo in singhiozzi disperati si scostò e, mentre si ribellava, lo andava implorando al tempo stesso:

- Perchè mi fa di queste cose?... Perchè mi dice queste cattiverie?... Che male le ho fatto io?!... Perchè mi odia così?... -

- Sei una puttana frigida! - le urlò con rabbia. - Ti piace vedere il maschio affannarsi mentre a te non te ne frega niente!! -

- Ma non è vero! - gridò fra i singhiozzi. - Non è vero! E' lei che vuole sempre fare con la forza, che mi prende a schiaffi, a lei non ci importa niente di me! Che gusto devo provarci, con le offese, con le botte? Che gusto?! -

- Non venire a raccontarmi balle, adesso! - le ribattè ringhiando. - Mica hai detto niente, la prima volta, quando te ne stavi col culo contro il cazzo e continuavi a contare i chicchi di riso! Mica hai protestato troppo, quando te l'ho sbattuto dentro! -

- Perchè pensavo che forse mi piaceva! - gridò la Nin in tono appassionato. - Io ci speravo che mi piaceva, ma come può piacere una cosa che fa male... lei mi fa sempre male, mi lascia i lividi ogni volta, quando ha finito ci faccio schifo, me ne accorgo sa? Se era diverso, forse mi piaceva, io volevo che mi piacesse! Come quella sera che s'è fatto la sua signora, sentivo che gridava, che perdeva la testa, ed io pensavo: perchè non mi succede a me? Ma la sua signora mica la prendeva a schiaffi, mica era una serva, quella! -

Con il pene a un palmo dal volto angosciato della Nin lui la guardava, stupito da quella inattesa confessione.

- Che cosa volevi, - brontolò sarcastico, - che ti facessi la corte, che te la chiedessi per piacere? -

- Che mi trattasse come una cristiana, forse così godevo, - rispose la Nin semplicemente.

- Tirati su, - le disse brusco, e si chinò ad aiutarla, afferrandola sotto le ascelle. Se la strinse contro, interdetto, burbero, accarezzandole il fondo della schiena.

- Come facevo a sapere? Eri sempre scontrosa, indisponente, sempre zitta, accigliata, indifferente, credevo d'esserti antipatico... -

- Non è vero, signor Sergio! - protestò a bassa voce. - Lei mi piaceva, mi... mi sentivo in voglia, pensavo che se facevo con lei qualche volta, non era tradire la signora che mi vuole bene, sono una serva, non è un tradimento, come con un'altra signora, era una cosa da niente... -

Cristo, ci mancava anche la confessione amorosa, adesso, però non si sentiva di umiliarla, poi la desiderava sempre, voleva andare in fondo alla cosa, le insinuò la mano sotto la camicia da notte, risalendo a carezzare il pelo folto, a spartirlo, in cerca dell'ingresso intimo.

- Mi dispiace, Nin, ti chiedo scusa. Davvero... -

E intanto, frugando aveva trovato il bottoncino di carne e lo pressava delicatamente, lo accarezzava col polpastrello del medio.

- Vuoi che proviamo ancora, come piace a te?... Come ti piace?... Così?... -

- Mi piace a letto, nudi! - sospirò con passione, inaspettatamente, la Nin. - Mi piace che mi baci sulla bocca, signor Sergio! Che mi accarezzi come... con la signora... vi sentivo, mi veniva tanta voglia... -

Lo abbracciò con forza, nascondendo il volto ancora bagnato di lacrime fra il collo e la guancia di lui. Finalmente, pensò trionfante, finalmente l'aveva fatta uscire dal suo guscio, aveva spezzato la scrosta dell'indifferenza apparente! Il fallo, contro il ventre di lei, tremò di voglia.

- Andiamo a letto, Nin... -

- Ho vergogna, adesso... -

- Ti prego, ne ho tanta voglia, Nin! -

La ragazza lo attrasse sul letto, per la prima volta invasa dal rossore. Si tolse la camicia da notte, il reggipetto, mentre lui finiva di spogliarsi. Infine l'adagiò sul letto, le fu addosso e prese a carezzarla, dopo un poco lei, con un sospiro, gli cercò la bocca. Era la prima volta che la baciava, prima l'aveva trattata sempre come femmina da monta. La Nin non sapeva baciare, le insegnò, le succhiò la lingua mentre con dita esperte le accarezzava il clitoride e lei s'allargava per favorire la manovra sospirata. Le prese in bocca un capezzolo che s'irrigidì immediatamente, la Nin si lasciò sfuggire un sospiro lungo, gli carezzò la nuca. Finalmente le labbra intime di lei s'inumidirono, persino la pelle della Nin si velò leggermente di sudore.

- Facciamo, ora! - lo implorò con un gemito.

Ma lui, ora che aveva imboccato la via giusta anche se non per proprio merito, voleva percorrere quella strada fino in fondo, voleva che la Nin spasimasse di voglia. Continuò a baciarla, a carezzarla con sapienza e lei, pazza di desiderio, gli stringeva il pene con forza, gli mugolava sulla bocca, i lineamenti stravolti dall'ansia e dalla voglia.

- Mmmmmh!... Facciamo, signor Sergio! Per piacere! -

- Ti piace, così? -

- Si, si! Facciamo!! -

- Sei tutta bagnata... -

- Oh, si!... Ho tanta voglia, facciamo, per piacere! -

- Lo vuoi?... Vuoi che te lo metta dentro tutto?,,, Ti piace? Dimmi che ti piace!... -

- Si!...Si!!... Facciamo... aaah... signor Sergio!!... -

- Vuoi che te la lecchi?... -

- Si!... No!!... Facciamo!!!... -

Smaniava e s'allargava tutta, cercava di tirarselo addosso afferrandogli i glutei muscolosi, sporgeva il bacino in avanti, lui la penetrò con un dito, con due, era bagnata fradicia, pronta ad iniziare il viaggio in cielo, per le stelle. Smise di carezzarla e la testa vellutata del pene trovò la strada, il gran tronco carnoso affondò sino ai testicoli. La Nin ebbe un singulto profondo e s'irrigidì, come se il piacere che provava fosse troppo. Come lui si mosse, diede un lamento lungo, roco, si morse un labbro, urlò qualcosa di inintellegibile, s'inarcò tutta contro il pene che la stantuffava profondo. Pochi colpi di reni da parte di Sergio e lei si coperse di sudore, arrovesciò gli occhi, s'irrigidì allo spasimo, a denti stretti gridò:

- Dio!... Dio!!... DIO!!!... - e s'abbattè molle, stralunata, bagnata di sudore.

Allora Sergio, facendo forza sulle mani e sulle punte dei piedi, staccò il proprio corpo da quello di lei, unico contatto il pene conficcato a fondo, e prese a pomparla adagio, come atleta. Fotteva e guardava affascinato la verga sprofondare nel bosco e riemergere lucida tra i peli nerissimi per affondare nuovamente nella vagina, nella selva, non più oscura.

- Signor Sergio!... Caro!... -

- Sto attento, non dubitare... -

- Oh no! Voglio che goda, anche dentro, se ci piace... -

Domata completamente, dunque.  Continuò a pompare sempre allo stesso ritmo. Ora che aveva vinto, che gli era tornata totale sicurezza di se, era lontano dall'orgasmo. Fotteva come un esercizio fisico, una ginnastica sessuale resa piccante dagli occhi che filmavano l'azione, del cervello che ne ricavava stimoli eccitanti. Ad occhi chiusi la Nin subiva ma teneramente, godendo in effetti un corollario di piacere a supplemento e suggello dell'orgasmo, dandosi al maschio tutta, priva di riserve.

- Ha visto che ho goduto, signor Sergio? Dio quanto ho goduto! - e sospirava accarezzandogli le reni, godendo del gioco muscolare contro il palmo delle mani, orgogliosa del maschio che ancora la impalava potente e instancabile, fiera del proprio godimento, conscia dell'ulteriore, sfibrante piacere che lui le dava ancora.

Adesso Sergio voleva soltanto raggiungere l'orgasmo e aveva fretta di concludere. Svelato il mistero della selva oscura, non più intrigato dalla scontrosità di lei, ormai soddisfatto nella voglia e nell'orgoglio, guardava freddamente la faccia della Nin e la trovava brutta, com'era in realtà, pur mitigata la bruttezza dal piacere appena goduto, che imbellisce ogni donna.

E intanto la Nin, scandagliata a quel ritmo, riviveva. Diede un lamento in cui suonavano insieme gioia, sorpresa e dedizione.

- Mi fa morire, Signor Sergio!... Aah!... Mi fa godere ancora, così!... -

Stava per dirle: godi, puttana, sborrami sul cazzo, ma ricordò ch'erano in termini affettuosi, adesso, perciò la incitò con falsa tenerezza:

- Godi, Nin!... Godi ancora, ti piace?... -

- Mi piace da morire, Signor Sergio!... Dio come ce l'ha bello grosso e duro!... -

Una frase stimolante, per lui. Smise la posizione d'atleta e le gravò addosso, come piaceva a lei. Di baciarla sulla bocca non aveva voglia ma, mentre la fotteva guancia contro guancia, le cercò, tra il solco delle natiche, il piccolo orifizio posteriore, sentì le contrazioni dello sfintere allo stuzzicar del dito, la Nin gemette di lussuria.

- Aaaah!!!... Mi viene da godere!!... Aaaah!!... -

- Godi, tesoro, godimi sul cazzo! - la incitò ansimando mentre accelerava il ritmo della scopata e lei rispose subito, inarcandosi tutta, gridando forte.

- Si, signor Sergio... caro!... Caro!!... Aaaah!! Ancora... così... ancora un poco!!... Dio!!... Aaaaaah!!!... -

Partita, immessa in orbita. Sergio sentiva il pene lubrificarsi delle sue sostanze abbondanti, il sudore della pelle, l'abbandono totale di lei, però non riusciva a venire nonostante i gran colpi che le dava. S'arrestò un attimo, mentalmente in cerca di una diversa strada da sfruttare.

Si tirò fuori da lei e, blandendola quel tanto necessario con parole e carezze, la fece girare bocconi, a pancia sotto, le si sdraiò sopra e le appuntò il glande contro il piccolo buco del sedere, le accarezzò le mammelle, a modo suo chiese il permesso.

- Ne ho tanta voglia, Nin!... Mi lasci?... -

- Si!... Si!...Ma faccia piano... Non mi faccia male... - fu l'immediata, amorosa risposta. Si sarebbe fatta impalare a quel modo anche se l'avesse avuto grosso e lungo il doppio, in quel momento si sarebbe fatta massacrare, uccidere da lui. Il pene ben lubrificato forzò l'anello rugoso, strappandole un sussulto.

- Ti faccio male? - le chiese ipocrita e continuava a spingere, allargandola senza misericordia, serrandole la vita con mani di ferro, bloccandone i guizzi, che non sfuggisse. Infine con un grugnito rauco di libidine, riuscì a forzarle lo sfintere e a far oltrepassare al glande l'anello dilatato dell'ano. La Nin serrò gli occhi e si morse a sangue le labbra per non gridare, tremava in ogni sua fibra per lo spasimo terribile, mentre il fallo implacabile guadagnava lentamente spazio dentro il suo retto. Sergio continuò a spingere, sudando e imprecando, per immergersi dentro quel budello strettissimo e infine con un colpo più violento la impalò completamente, strappandole un urlo straziante, attutito dal cuscino.

La Nin cominciò a gemere, con le lacrime che le scorrevano sul volto, mentre la pompava così, sforzandole l'anello dello sfintere sino al limite dell'elasticità, la sofferenza era atroce, insopportabile, ma voleva che le facesse male per dedicargli, oltre l'amore, anche il dolore. Era il maschio che l'aveva fatta godere; adesso, da padrone, si prendeva il suo legittimo piacere.

Infine Sergio venne con un grido roco, vuotandosi completamente nell'intestino di lei e, quando il pene che la impalava impicciolì, lei strinse le natiche, come volesse trattenerlo dentro ancora, il più a lungo possibile...

 

Donatella tornò alle sette del mattino e lui non la udì. Stava sognando, un sogno confuso ed inquietante che riguardava la Nin. Furiosamente digrignò, agitandosi nel letto, lo svegliò Donatella, posandogli la mano fresca sulla fronte che bruciava.

- Sergio, caro! Sognavi? Un brutto sogno? -

- Non ricordo, - bofonchiò, tutto sudato.

- Ti agitavi, digrignavi i denti... -

Lentamente ritornò in se, lei gli chiese del sogno, ripetè, mentendo, che non lo ricordava. Ora si sentiva finalmente libero dall'assillo che lo aveva perseguitato nell'ultimo periodo. Si avvide che dalle imposte filtrava la luce del giorno.

- Sono distrutta, Sergio, siamo partiti da Cannes alle cinque, stamattina... -

La stanchezza la si poteva leggere chiaramente sul volto di lei, ma la trovò lo stesso irresistibilmente bella e sentì di amarla perdutamente, gli era mancata. Donatella si stese sul letto accanto a lui, le membra fredde, cercando calore e Sergio, amorevolmente, l'accolse tra le braccia e ve la tenne gli attimi necessari a che lei piombasse nel sonno. Per un poco restò in veglia, guardandola dormire, senza saper perchè, poi lentamente anche lui scivolò nel sonno.

 

Dopo la doccia

Giulio aveva appena finito di farsi la doccia, e venne in camera da letto in accappatoio e ciabatte. Seduto sul letto, lo guardavo asciugarsi davanti al grande specchio dell'armadio, mentre chiacchieravamo del più e del meno. Il mio sguardo era attratto dal suo uccello, e dentro di me la voglia di provarlo cresceva a dismisura.
Pensai che un'occasione così non mi sarebbe ricapitata e decisi di passare all'attacco:
"Hai davvero un bell'uccello, sai?", dissi.
"Grazie!", rispose lui un po' sorpreso.
"Mi sta facendo venir voglia di farti un pompino!", incalzai.
Giulio allora si girò e lasciò cadere l'accappatoio per terra, senza dire una parola.
Io mi sfilai la maglietta rimanendo in pantaloncini e mi inginocchiai davanti a lui, a pochi centimetri dal suo cazzo. Lo presi con una mano, mentre con l'altra gli accarezzavo i coglioni, e lo scappellai.
"Serviti pure!", disse lui, "Fammi vedere cosa sai fare! Fammi godere!".
Gli strinsi forte il cazzo ed iniziai a menarlo lentamente, sentendolo pian piano ingrossarsi fra le dita frementi. Passai timidamente la lingua sulla cappella, la cui pelle man mano si tendeva e prendeva colore, poi scesi lungo il tronco, gli leccai lo scroto con cura, e poi tornai a leccargli il glande, facendolo sobbalzare più volte a colpi di lingua. Lo presi poi in bocca, succhiandolo con gusto e facendolo scivolare fuori, più e più volte. Il cazzo di Giulio ormai grosso e duro svettava davanti a me in piena erezione, puntato verso la mia bocca come un'arma pronta a scaricarmi addosso il suo caricatore di sperma. Lo accarezzai dolcemente per tutta la sua lunghezza, sentendolo pulsare dall'arrapamento sotto le dita.
"E' davvero bellissimo", dissi guardando Giulio dal basso.
"Ti piace proprio, eh?", disse lui.
"E' favoloso!", dissi baciandogli la cappella e prendendola poi in bocca.
Iniziai a succhiarlo e a spompinarlo, mentre continuavo a carezzargli i coglioni e a menare la parte di cazzo che non riuscivo a prendere in bocca. Ogni tanto lo tiravo fuori e gli leccavo la cappella tutt'intorno, scendevo lungo l'asta sfiorandola con le labbra, gli leccavo i coglioni, risalivo leccandolo con la punta della lingua fino sullo spacchetto del glande, e poi lo riprendevo fra le labbra. Il sapore del suo uccello mi eccitava e mi inebriava, e dentro di me sentivo crescere la voglia di bere il suo sperma.
Smisi per un attimo di succhiarlo e lo menavo lentamente, con la cappella a pochi centimetri dalle mie labbra, gustandomi il suo profumo intenso ed il sapore che ancora sentivo in bocca. "Non solo è bello," dissi guardando Giulio, "ma è anche buonissimo!"..
"Si vede da come lo succhi che ti piace!", disse lui.
"Ha un sapore meraviglioso...", gli risposi, "Te lo succhierei per ore intere!".
"Se continui a succhiarmelo così bene", disse Giulio "mi farai venire molto prima!".
"Non vedo l'ora!" gli dissi,
"Muoio dalla voglia di assaggiare il tuo sperma! Ti succhierò il cazzo fino a farti schizzare un mare di sborra!". Ripresi in bocca il suo membro e ricominciai a sbocchinarlo con gusto, succhiandolo e ciucciandolo.
"Sì, succhia!", disse Giulio,
"Succhia, continua! Sei davvero bravo! Che pompino fantastico! Vedrai che ti faccio annegare nella sborra!".
Le sue parole mi eccitarono ancora di più, e le dimensioni dei suoi testicoli che si riempivano sotto le mie carezze sembravano confermarle. Tirai fuori dalla bocca il suo pisellone e tenendolo con una mano cominciai a passarci sopra le labbra socchiuse per tutta la sua lunghezza, dalla base alla cappella e viceversa, mentre con la punta della lingua gli davo rapide leccate. Fu allora che mi vidi nello specchio con il cazzo di Giulio sulle labbra, e la mia foia aumentò ancora. Lo ripresi con convinzione fra le labbra ed iniziai a spompinarlo con foga, mentre gli accarezzavo i glutei e glieli stringevo forte. Giulio mi prese delicatamente la testa fra le mani ed iniziò a muovere il bacino accompagnando il mio pompino.
"Bravo, così!", gemeva arrapatissimo. "Succhialo, succhialo tutto! Aaah! Che pompino! Continua, continua! Dai, voglio venirti in gola!".
Giulio ormai mi scopava in bocca, in preda all'estasi che il mio bocchino gli procurava, ed io cercavo di accompagnare i suoi movimenti con la testa, mentre con le mani continuavo ad accarezzargli i glutei e nel contempo cercavo di guidarlo per coordinare il mio pompino con le sue spinte per evitare che mi spingesse l'uccello troppo in fondo alla gola. Mugolando di piacere mi godevo il suo grosso e turgido cazzo che mi scorreva fra le labbra, sentendo ormai vicino il momento in cui mi avrebbe scaricato in gola il contenuto dei suoi coglioni.
"Meraviglioso, meraviglioso!", gemeva Giulio, "Fra poco esplodo e ti inondo di sborra!".
Io smisi di accarezzargli le natiche e fermai il suo andirivieni nella mia bocca. Smisi di spompinarlo ed iniziai a massaggiargli i coglioni carichi di sborra ed a menargli il cazzo con foga.
"Sì, esplodi!", gli dissi eccitatissimo. "Vieni, schizza, sborrami in bocca!".
"Dai, dai!", mi incitava lui, "Così, così, fammi venire!".
"Sì, fammi bere il tuo sperma! Dammelo, dammelo!", lo supplicai prima di prendergli in bocca la cappella ormai purpurea e tesa dal godimento. Gli masturbavo l'uccello infoiatissimo, mentre gli succhiavo il glande rovente con una foga incredibile, e ad ogni succhiata sentivo Giulio fremere sempre più prossimo all'orgasmo e la mia sete di sperma sempre più forte.
"Ecco, ecco!" ansimò finalmente Giulio, "Vengo, vengo! Bevi tutto! Bevi!".
Il corpo di Giulio si tese e si inarcò, ed io sentii il suo cazzo dapprima ingrossarsi ed irrigidirsi nella mia mano e fra le mie labbra, e poi iniziare a pulsare nell'eiaculazione.. Il primo fiotto di sperma rovente mi colpì il palato come uno schizzo di champagne a suggellare quel meraviglioso pompino, ed i successivi mi riempirono in pochi attimi la bocca.
"Bravo, ingoia tutto! Aaaah!" mugolava estasiato Giulio, mentre io gustavo i caldi fiotti di seme caldo e denso che il suo cazzo mi pisciava in bocca. Li assaporavo con voluttà, gustando il meraviglioso sapore dello sperma che mi riempiva la bocca, e li ingoiavo lentamente. Aveva proprio ragione lui: il fiume di sperma che mi riversò fra le labbra non mi avrebbe certo fatto annegare, ma sicuramente feci fatica a tenerlo tutto in bocca prima di ingoiarlo senza perderne neppure una goccia. Gli menai il cazzo e gli succhiai la cappella finché non mi ebbe schizzato in gola anche l'ultima goccia di sborra.
"Mmmmmh, che delizia!", dissi poi guardandolo e leccandomi le labbra. "La tua sborra mi piace da impazzire!", gli sussurrai subito dopo, riprendendo a ciucciargli l'uccello che nonstante la sborrata era rimasto ancora abbastanza in tiro.
"Si vede che ti piace!", disse lui, "Una sborrata non è basta a dissetarti, eh?".
"Ne berrei a litri!" risposi tra una leccata e l'altra, "Ha un sapore meraviglioso!".
Gli ripresi ancora in bocca l'uccello e sentii che stava riprendendo la sua durezza e la sua grossezza. pensai allora che anche il mio culo smaniava di ricevere la sua dose di cazzo.
"Succhialo, succhialo ancora! Sei davvero fantastico!", disse Giulio, "Ci vorrà un po', ma vedrai che potrai bere ancora tanto sperma!"
"Aspetta", dissi io, finendo di spogliarmi, mentre Giulio, col cazzo duro e lucido di saliva mi guardava forse intuendo le mie intenzioni. Mi misi allora sul letto a pecora, e vidi Giulio che aveva lo sguardo puntato fra le mie natiche.
"Visto che ci vorrà un po'", gli dissi, "perché intanto non m'inculi? Dai, ti prego, mettimelo nel culo, muoio dalla voglia!".
Mi insalivai due dita e mi lubrificai abbondantemente l'ano:
"dai, fammelo provare, scopami!" gemetti, mentre mi infilavo un dito in culo per invogliarlo. In realtà non ce n'era alcun bisogno, perché la voglia che lui aveva di incularmi era forse seconda solo alla mi voglia di essere penetrato dal suo splendido uccello.
"T'inculerò con vero piacere!" disse inginocchiandosi sul letto dietro di me.
"Non potrei certo deludere un così bel culetto!", aggiunse appoggiandomi la punta del cazzo sul buco del culo che fremeva di essere sfondato.
"Ecco qui il mio cazzo tutto per te.... Goditelo!" disse poi spingendomi lentamente il suo cazzone nel culo. Centimetro dopo centimetro, il suo uccello duro si fece strada nel mio retto, finché dopo secondi meravigliosi ed interminabili non fu tutto dentro.
"Ti fa male?" chiese Giulio premuroso.
"No, anzi, è meraviglioso!", dissi io sentendo il culo pieno della sua carne calda e durissima.
"Hai un cazzone così grosso! E' fantastico! Scopami, ti prego!" dissi.
"Certo che ti scopo, stai tranquillo...", disse lui iniziando lentamente a muoversi avanti e indietro,
"Ti scoperò fino a farti gridare di godimento!".
Mi prese per i fianchi e cominciò pian piano ad aumentare la velocità della scopata e la profondità dei colpi via via che sentiva che il mio culo si allargava adattandosi alle dimensioni del suo cazzo.
"Sì, fottimi, fottimi! Lo voglio tutto, tutto nel culo! Dammelo tutto!", lo incitavo, sentendo l'ano sfondato che ormai accoglieva docilmente il membro di Giulio.
"Prendilo, sì! Eccotelo, è tutto nel tuo culo, godi! Godi!" ansimava lui, mentre io, godendo con la sua mazza dura come il ferro piantata fra le chiappe, mugolavo come una troia:
"Sì, godo, godo!! Hai un cazzo enorme, è stupendo! Sfondami il culo, dai, così!". Giulio mi fotteva ormai arrapatissimo rovistandomi nel culo, muovendosi con facilità nel mio retto ormai rilassato. Mi piantò il suo cazzone
più a fondo che potè nel culo e cominciò a roteare il bacino, in modo da allargarmi l'ano ancora di più e da massaggiarmi il retto con la sua sbarra di carne.
"Che meraviglia..." mugolai io, "Sei fantastico! Aaaaaaaaah, sì! Che bello!".
Giulio riprese a fottermi, e mi trapanò il culo per alcuni stupendi minuti, finché non si fermò e non mi sfilò dal retto il suo pisellone. Per un attimo mi sentii svuotato, e sentivo di avere ancora una gran voglia del cazzo di Giulio nel mio culo. Ma fu solo un attimo: Giulio mi fece alzare e si sdraiò sul letto, con il cazzo che svettava, duro e lucido.
"Dai, montami sopra ed impalati!", mi ordinò. Io salii in piedi sul letto, dandogli le spalle, e piegando le gambe mi abbassai finché sentii la carne del suo uccello sulle mie chiappe. Appoggiai le mani sul letto dietro di me per sorreggermi, mentre Giulio mi guidò il bacino fino a che la punta del suo uccello non fu al centro delle mie chiappe, appoggiata al buchetto fremente. Mi impalai lentamente sul suo stupendo cazzo, fino a farlo penetrare tutto nel culo, iniziando poi a muovere su e giù il bacino. Godevo da impazzire sentendo il culo di nuovo pieno della meravigliosa carne del cazzo di Giulio, e per far aumentare il suo godimento rilassavo lo sfintere mentre il suo uccello mi penetrava, e lo contraevo mentre muovevo in alto il bacino.
Guardai nello specchio, e rimasi immobile a gustarmi la visione dell'uccello di Giulio infilato nel mio culo. Lui allora mi prese per i fianchi, sostenendomi, ed iniziò a muoversi fottendomi con ampi movimenti. Io guardavo estasiato nello specchio il buco del mio culo accogliere ormai con naturalezza il grosso pisello di Giulio, e contemporaneamente godevo nel sentire il suo uccello scoparmi.
"Che bello, che bello!", quasi gridai, come lui aveva previsto,
"Fottimi, inculami col tuo cazzone! Sfondami, dai, dai!!". La velocità con cui prese a fottermi diventò fantastica, tanto che nella foga un paio di volte il suo uccello mi uscì dal culo. Mi bastò riabbassarmi col bacino fin sulla punta del suo cazzo per riprenderlo ancora fra le chiappe e continuare la scopata.
Quando per la terza volta il suo cazzo nella foga mi uscì dal culo, Giulio mi fece mettere in piedi con il busto piegato in avanti e le mani appoggiate sul letto, con il culo rivolto verso lo specchio. Lui si mise dietro di me e mi infilò ancora nel culo il suo attrezzo di godimento. Mentre mi inculava mi piegò dolcemente la testa in avanti, in modo che potessi guardare fra le mie gambe.
"Guarda!" disse ansimando mentre continuava a fottermi. "Guarda come te lo infilo nel culo! Ti piace, eh, essere inculato! Prendi, troia, prendilo tutto!".
Io guardavo nello specchio, e vedevo l'uccello di Giulio affondarmi nel culo con grande facilità, ed ogni affondo mi procurava brividi di piacere.
"Sì, sbattimi!", mugolavo dal godimento,
"Hai un cazzone fantastico, è così grosso e duro! Sfondami il culo, dai, fammelo arrivare in gola!".
Giulio ormai era arrapatissimo e mi scopava dando colpi profondi e veloci, mentre ansimava ormai prossimo all'orgasmo.
"Sì, sì, allarga le chiappe che te lo sbatto dentro fino ai coglioni! Bravo, così!".
Bastarono pochi altri colpi perché l'orgasmo lo cogliesse prepotente ed inarrestabile.
"Ecco! Sto per venire!" annunciò sfilandomi il manico dal culo ed iniziando a menarselo.
"Vieni a goderti la mia sborra, dai!". Rapidamente mi girai e mi inginocchiai davanti a lui accarezzandogli le cosce ed i glutei mentre lui si menava l'uccello a pochi centimetri dalle mie labbra.
"Sì, schizzami in bocca, ho sete di sborra!" dissi subito prima di prendere in bocca la sua cappella che faceva ormai fatica a trattenere lo sperma.
Non potevo fare altro che succhiargli la cappella, dandogli rapide slinguate, perché Giulio si segava a gran ritmo ormai prossimo alla seconda sborrata. Io succhiavo avidamente attendendo impaziente che bollenti fiotti di sborra sgorgassero ancora dal suo uccello... finché Giulio non mi schizzò ancora fra le labbra il caldo premio per il godimento che gli avevo dato con il culo e con la bocca! Mi sborrò in gola due o tre fiotti di nettare, lasciando poi che fossi io a menargli il cazzo per farne sprizzare fuori tutto il prelibato succo. Assaporai ancora l'intenso sapore dello sperma che ingoiai avidamente, continuando a succhiare ed accarezzare il cazzo di Giulio, a baciarlo ed a leccarlo, finché lui, esausto, non si sedette lasciandosi cadere sul divano.
In ginocchio fra le sue gambe, gli baciai ancora la cappella e gli chiesi:
"Promosso?". "Col massimo dei voti!" fu la sua risposta!

 
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