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Racconti -
Eterosessuali
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Scritto da Mara Mora
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Domenica 05 Luglio 2009 23:05 |
Dopo aver oltrepassato il cancello aperto. Elisabetta diresse la macchina lungo il viale alberato, in fondo al quale si intravedeva una grande villa illuminata. Arrivata davanti alla casa, un valletto le indicò dove posteggiare la macchina. - Che lusso! - esclamò Elisabetta, non appena scesa dalla macchina. - Non sapevo che Federica fosse così ricca - commentò Sean, tranquillamente. Un cameriere li condusse lungo un piccolo viale illuminato da lanterne colorate fino ad una grande piscina attorno alla quale c'erano dei tavoli e molta gente in piedi. Li presentò ai padroni di casa: un uomo sulla quarantina, molto elegante in uno smocking bianco, e la moglie, una bionda provocante dall'aria annoiata. La donna le chiese se era una parente di Sean, ma Elisabett non fece tempo a rispondere che Federica si era materializzata accanto a lui e lo stava trascinando via. Rnase per un attimo ad osservarli, mentre la coppia stava già salutando altre persone, disinteressandosi completamente di lei. Aveva l'impressione che tutti la guardassero e si stessero chiedendo chi diavolo fosse quella donna elegante senza uno straccio di accompagnatore. Ma i quel momento non le importava un granché di ciò che poteva dire la gente. Era troppo occupata a guardare Sean e Federica che ballavano allacciati sul bordo della piscina. Le sembrava di assistere ad una scena già vista, ed in qualche modo era proprio così: si muovevano come se stessero scopando. - Deve avere qualcosa di speciale quella piscina. La voce aveva un che di familiare. Elisabetta alzò gli occhi, e poi li sgranò dalla sorpresa. L' uomo che le stava davanti era lo stesso per cui, tre anni prima, aveva comperato l'abito di Armani. - Flippo! - fu tutto ciò che riuscì a dire. - Sei sola? - chiese lui. Elisabetta annuì e lo invitò ad accomodarsi. Ma lui si era già seduto e stava osservando attentamente il suo vestito. Probabilmente gli ricordava qualcosa. - Sei sempre bellissima, Elisabetta. Il tempo sembra essersi fermatoa tre anni fa. - Non lasciarti ingannare dal vestito, Filippo. E' solo lui ad essere lo stesso. Il sorriso gli si incollò sulle labbra, ma non si perse d'animo. Riprese il discorso da dove l'aveva interrotto: un discorso che ben presto si tramutò in monologo. Parlava soltanto di sé, della sua vita, della carriera che aveva fatto dopo avr abbandonato l'insegnamento. Elisabetta lo ascoltava solo a metà. L'aveva già inquadrato. Quarantacinque anni, aria da manager arrivato, fisico da palestra, abbigliamento costoso, profumo della serie "vieni che ti stendo". Una moglie di rappresentanza, ed una vita sessuale intensa con segretarie compiacenti. - Ti va di ballare? - chiese Filippo ad un tratto. - Volentieri - rispose Elisabetta, e si alzò dirigendosi ai bordi della piscina. Avrebbe fatto qualunque cosa pur di sottrarsi a quella lagna Lui le prese la mano e le allacciò la vita, dirigendola in una specie di valzer, anche se la canzone diffusa dagli altoparlanti non aveva niente a che fare con quel ritmo. c'erano molte coppie, per lo più giovanissime, che ballavano accanto a loro. Ad un certo punto incrociarono Sean e Federica. Ormai non seguivano nemmeno più la musica, ma solo il ritmo dei propri corpi. Sean premeva il bacino contro quello della ragazza, mimando l'atto sessuale. Lei fingeva di sottrarsi, poi si arrendeva alla forza del maschio strusciando il ventre contro il suo pene, con movimento sensuale. Elisabetta non riusciva a fare a meno di guardarli. Ora Federica stava ridendo, la testa all'indietro ed i lunghi capelli che si agitavano come mossi dal vento. Sean, dopo averle baciato la gola, la prese per i capelli e la baciò sulla bocca, facendo scivolare le mani sul culetto, inguainato in una minigonna di stretch. Elisabetta si accorse che Filippo non la teneva più nella posizione del valzer, ma la abbracciava più o meno come tutti i giovani che ballavano accanto a loro. Quasi nello stesso istante sentì due mani calde palparle il sedere. Ebbe un sussulto e puntò gli occhi inferociti in quelli delsuo cavaliere. - Giù le mani - intimò. - Perché? - fece lui sinceramente stupito. - Da come guardavi quei due, mi sembrava... - Ti sei sbagliato - disse Elisabetta, scostandosi da lui. In quel momento la musica lenta lasciò il passo ad un rock sfrenato. I ragazzi cominciarono a dimenarsi, mentre Filippo guardava Elisabetta, no sapendo che fare. - Sai ballare il rock'n roll? -chiese lei. - Ai miei tempi ero il miglior ballerino della compagnia - rispose Filippo. Elisabetta mosse prima qualche passo incerto. Erano anni che non ballava, e poi con quel vestito stretto... Filippo invece sapeva veramente il fatto suo: conosceva i passi alla perfezione ed aveva un buon senso del ritmo. Dopo un po' Elisabetta si lasciò andare, e cominciò a volteggiare, incurante della gonna che saliva e degli sguardi che la fissavano. Si stupì di come certe cose, una volta imparate, non si dimenticano più. E si stupì pure del meraviglioso senso di leggerezza e di libertà che la danza le procurava. Tutta la gente presente smise di ballare e fece cerchio intorno alla coppia, battendo il ritmo con le mani. Sean osservava la scena, tenendo Federica per la mano. Elisabetta lo vide e prese ad agitarsi in un assolo che non aveva molto a che fare con i passi del rock figurato ballato in precedenza. Scuoteva il bacino ed il seno in una performance tutta personale. La gonna. come tirata da mani misteriose, scoprì le gambe fino all'attaccatura delle calze, mentre il seno sussultava freneticamente. Sean vide le areole scure apparire e scomparire dentro il tessuto, e deglutì a vuoto. Il cazzo, sollecitato dal giochetto di poco prima con Federica, sembrava sul punto di bucare i pantaloni. Federico, intanto, s'era spostato di lato e seguiva la scena con espressione allupata. Non riusciva a capacitarsi di quella improvvisa trasformazione. Se ne attribuì il merito, e prese a fantasticare sull'epilogo di quella serata che prometteva molto di più di quanto avesse osato sperare. Elisabetta continuò la sua danza, agitandosi sempre più, seguendo il ritmo che saliva d'intensità. Gocce di sudore le scendevano sulla fronte, fra i seni, e lungo le cosce. Le sembrava di nuotare in un mare in ebollizione che la stava sommergendo. Tuttavia non poteva fermarsi. Non ancora. Sean capì che quella era la sua capitolazione. Aveva scelto di farlo pubblicamente, ma lui sapeva che ormai era una faccenda privata tra loro due. Quando la musica cessò, lasciò la mano di Federica e si diresse verso di lei. Lizzy lo fissò con occhi febbricitanti. Luila circondò con le braccia. - Andiamo a casa - mormorò. Filippo li guardò inebetito, mentre si allontanavano dalla piscina, sotto gli sguardi incuriositi della gente. Rimase immobile, con lo sguardo fisso, per un bel po', anche dopo che erano spariti dalla visuale.
Appena arrivati a casa lui l'afferrò e la baciò fino a toglierle il respiro. Lizzy si divincolò. - Voglio chiederti un favore - disse. - Andiamo in camera tua. - Come vuoi. Ma perché? - Voglio che tu faccia l'amore con me nello stesso modo in cui l'hai fatto con Federica. - Allora ci hai spiato? Lo sospettavo, ma non ne ero sicuro. - Ti spiace? - chiese lei. Sean le disse di no e si complimentò con sé stesso. Il suo pano non avrebbe potuto funzionare meglio. - Sono ben altre le cose che voglio farti - soggiunse. Ci aveva fantasticato ogni giorno ed ogni notte, da quando era arrivato in quella casa. Quella donna aveva scatenato la sua sensualità, come un'esplosione improvvisa. E sì che lui con le donne andava forte! Aveva avuto rapporti sessuali sia con ragazzine che con donne adulte, ma una come Lizzy non gli era mai capitata. Sin dal primo momento che l'aveva vista, la sua fantasia si era accesa nell'immaginare di baciare quella bocca, di toccare quei seni, di affondare il suo pene dentro di lei. E non solo! Aveva fantasticato di fare con lei l'inimmaginabile, quello che si leggeva solo sui libri, o si vedev nei circuiti hard. Finora, certe variazioni sul tema, non l'avevano interessato più di tanto. Gli piaceva molto il sesso, ma si accontentava del lecito, di ciò che comunemente veniva definito "normale". Ma con lei no, con lei desiderava cavalcare la tigre, trasgredire ad ogni regola, e perché no, inventarsi delle regole nuove. No era stato facile. Ad un certo punto aveva pensato di dover abbandonare i suoi progetti, di dover reinventare i propri sogni. Poi, quando meno se l'aspettava... Lizzy era là, in attesa. I cpelli arruffati, gli occhi lucidi per l'eccitazione, il corpo fremente sotto il vestito di seta verde tutto sgualcito. Sean le andò vicino e l'aiutò a spogliarsi. Poi l'ammirò, percorrendo con gli occhi ogni parte del suo corpo statuario; i seni rigogliosi, il ventre solcato dalle giarrettiere, le cosce bianche inguainate nelle calze. Il pube era velato da un minuscolo paio di mutandine di pizzo nero, la cui trama disegnava una rosa. - Voglio spogliarti molto lentamente ed assaporare questo momento attimo per attimo - sussurrò Sean, sfiorandole i seni, che si alzavano ed abbassavano al ritmo del suo respiro. Finalmente erano alla sua mercé; poteva toccrli, baciarli senza temere che lei lo scacciasse. Li sfiorò delicatamente con le dita, disegnandone i contorni, poi strinse i capezzoli fra il pollice e l'indice, facendola gemere. Quindi li prese fra le mani e li strizzò con forza, strappandole un urlo. Mollò la presa e li percorse con la lingua, soffermandosi sui capezzoli turgidi. Li leccò, li succhiò, li morse delicatamente. Lizzy gli prese la testa fra le mani e gli infilò le dita fra i capelli, mugolando come una gatta. Sean fece scivolare la bocca sull'ombellico, passò la lingua nel suo interno e contemporaneamente tirò giù le mutandine, fino al ginocchio. Rimase a contemplare per un lungo momento la fica, incapace di muoversi, incantato da quel triangolo rosso scuro, misterioso e conturbante come un frutto proibito. - Vieni - lo invitò Lizzy, tendendogli la mano. Sean si inginocchiò davanti a lei, le afferrò le natiche con le mani ed affondò il naso nel pelo morbido e setoso, esplorando con le mani le sue terga. Cercò con la lingua il clitoride e la solleticò un poco, strusciando con un dito il buco tra le natiche. Lizzy cominciò ad ansimare ed a dimenarsi, e Sean si liberò affannosamente dei vestiti. Lei riuscì a malapena a vedere il suo corpo nudo che già lui la faceva stendere sul letto e si metteva a cavalcioni sul suo ventre, brandendo il pene sopra i suoi seni. Lei li riunì con le mani, facendo in modo che raccogliessero, come in un nido caldo, l'uccello eretto. Sean prese a muoversi su e giù affondando in quelle carni morbide e velltate che si facevano sempre più ardenti. Ad un certo punto ebbe la sensazione che la sua verga incandescente si stesse sciogliendo al calore bianco di quei seni. Il primo fiotto di sperma schizzò il collo di Lizzy che afferrò il pene con le mani, giusto in tempo per dirigere lo spruzzo verso i seni. Sean si abbandonò ansimante sul petto caldo e vischioso di lei. - Mi dispiace - mormorò. - Mi sono comportato come un bambino Lizzy ripensò alla teoria "dell'educazione" di Cecilia. Dopotutto l'amica aveva ragione: per quale motivo Sean doveva essere diverso dai suoi coetanei? Aveva solo diciotto anni. - Non importa - rispose, e prese ad accarezzarlo come avrebbe fatto con un bambino. Lui si accoccolò fra le sue braccia e cominciòa succhiarle un capezzolo. Lizzy era molto eccitata. L'attesa, per quanto la riguardava, era durata anche troppo. Tuttavia non osava chiedergli niente. Rimase distesa, sforzandosi di calmarsi, mentre un uragano di desiderio le squassava le viscere. Sean le succhiò ancora un poco il seno e si addormentò con il capezzolo in bocca. Lei rimase a guardare il soffitto, appena illuminato dalle luci della strada, per un tempo che le parve interminabile. Il braccio, imprigionato sotto la testa di Sean, cominciava a farle male. Ma no osava muoversi, perché non voleva svegliarlo. E, poi, le piaceva tenerlo aggrappato al suo seno, proprio come un bambino. Ad un certo punto fu colta dal sonno: un sonno superficiale dove realtà e sogno si confondevano. Giaceva nuda, al buio, in un letto sconosciuto, ed ad u tratto sentiva il tocco di molte mani sul corpo. Era una sensazione piacevole che la faceva fremere tutta. Ed ecco che alle mani si sostituiva una lingua, leggera ed umida, che le solleticava i seni. La lingua si spostava e scendeva verso il pube, dove di insinuava abile, frustando la clitoride ora con delicatezza, ora con violenza. Lei apriva le gambe per agevolare quelle leccate che la facevano impazzire. Allora le mani le sollevavano il bacino e la lingua scendeva ancora, fra le sue terga. Era percorsa da piccole vibrazioni deliziose, che la stavano portando all'acme del piacere. Il sogno era talmente reale da sembrare vero! Come vere erano le mani che le stavano palpando iseni, il pene che affondava dentro di lei, ed i contorni del viso di Sean che si stava avvicinando al suo. Lo strinse forte a sé graffiandogli la schiena.! Il amento di Sean la convinse che no stava sognando. Allora lo fece girare su se stesso e si mise a cavalcioni su di lui. - Ecco - mormorò, - è così che sognavo di fare l'amore con te. - Ti piace? - disse Sean, strizzandole i seni. - Sì. Non fermarti. - E' abbastanza grande per te? - E' magnifico. Mi sembra di sentirlo fino al cuore. Sean iniziò a sferrare colpi sempre più forti, senza smettere di toccarle i seni e di solleticarle i capezzoli. Lizzy, eccitata da quelle manipolazioni, si agitava selvaggiamente, senza controllo. - Più piano - disse lui, afferrandola per i fianchi ed accompagnandola in un movimento circolare. - Prova a fare un otto. Lizzy cominciò a dondolare descrivendo prima un cerchio, poi un doppio cerchio, come aveva detto lui. Il pene ruotava dentro di lei e toccava ogni nervo del suo ventre infiammato. Implorò Sean di non muoversi, per potr assaporare ogni istante di quel godimento che si faceva via via più intenso. Quando il crescendo arrivò al limite, si aggrappò a lui, affondando le unghie nei suoi glutei sodi. Lui si alzò, l'afferrò per i capelli e riprese a colpire, con il pene ormai duro come il granito, lottando contro la voglia e l'impulso di lasciarsi andare. Lei venne scuotendosi tutta, e poi venne ancora, e ancora, fino a quando il piacere fu meno intenso, ma più sottile. Una delizia sopraffina a cui si abbandonò languidamente, unendo la sua bocca a quella di Sean in un unico respiro. Sean indugiò in quel bacio fino a quando non sentì allentare la morsa ce le pareti della vagina avevano stretto intorno al suo pene. Quindi la rovesciò su un fianco e ricominciò a fotterla con vigore. - Mi fai male - mugolò lei con tono poco convincente. Luisi aggrappò al suo seno e sferrò gli ultimi, decisivi assalti. Inarcò il bacino e Lizzy incrociò le gambe attirandolo ancora più a sé. Sean di contrasse in uno spasmo, e quando liberò l'onda calda dentro di lei, Lizzy riprese a muoversi gemendo di piacere e di dolore. |
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Scritto da Mara Mora
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Domenica 05 Luglio 2009 23:04 |
Lei non lo sapeva ancora, ma Lizzy stava già prendendo il sopravvento su Elisabetta. Cominciò a sospettarlo un paio di giorni dopo. Era andata alla spiaggia di buonora per goderi le ore fresche e solitarie del mattino. Aveva nuotato, preso il sole, e verso mezzogiorno si era addormentata all'ombra di una cabina. Era stata svegliata da un coro di voci concitate fra cui riconobbe una voce famigliare dal timbro basso e caldo e dalla pronuncia inconfondibile. Rimase immobile nella sua posizione, nascosta sotto il cappellone di paglia con gli occhi celati da due enormi occhiali da sole. Sean era in compagnia di due ragazzi e di tre ragazze. Passeggiavano davanti a lei nella luce accecante del sole di giugno. Lui spiccava tra i suoi compagni, essendo di una testa più alto. Aveva una camminata sciolta, come di chi è molto sicuro di sé e del suo corpo. D'altronde, in costume da bagno, il suo fisico era veramente un insieme di forza e armonia. Le gambe erano lunghe e muscolose, appena ricoperte da un velo di peluria. I suoi amici, pur essendo dei bei ragazzi, non reggevano il confronto. Uno aveva il sedere basso, l'altro le gambe storte. Le ragazze, invece, erano tutte e tre molto belle, molto magre, con i seni piccoli. Una era addirittura piatta come un ragazzo, ed evidentemente orgogliosa di esserlo, visto che non portava reggiseno. Aveva una chioma bionda e fluente che scendeva fino a metà busto coprendo e scoprendo, a ogni suo movimento, i piccoli capezzoli turgidi. Si avvicinò a Sean e gli bisbigliò qualcosa all'orecchio che sembrò divertirlo molto. Lui la prese per mano e la trascinò in mare. La ragazza aveva un sederino alto e sodo che dondolava ad ogni passo. Doveva esere la famosa Federica, di cui Sean le aveva accennato. Gli altri ragazzi entrarono in acqua subito dopo sollevando enorm spruzzi. Una volta raggiunti gli amici, cominciarono a schizzare Sean e la sua compagna, i quali si misero a nuotare velocemente verso il largo. Elisabetta si sentì relegata ai margini di un mondo che le era precluso: il mondo della gioia e della giovinezza. Un nodo le strinse la gola, e le venne da piangere al pensiero di non aver vissuto la spensieratezza dei vent'anni. Si alzò, si tolse il cappello e s'incamminò dall'altra parte della spiaggia, per non dover incontrare Sean ed i suoi amici. Fece una lunga, corroborante nuotata nell'acqua fresca e trasparente. Rimase dentro per circa mezz'ora sbirciando ogni tanto i ragazzi che, da quella distanza, sembravano solo dei punti neri che si muovevano freneticamente. Quando uscì dall'acqua si accorse che se ne erano andati. Tutti tranne uno. Era seduto sul suo asciugamano. - Sean - esclamò, - cosa ci fai qui? - Ti aspettavo. - Credevo che non mi avessi vista. - Io vedo e capisco tutto, anche se non sembra. S riferiva alla sua freddezza, dopo lèpisodio in camera da letto. Da allora leisi era chiusa in sé stessa, rivolgendogli la parola solo se necessario ed in tono brusco. Lui aveva ripreso a dargli del lei con fare tra il serio ed il faceto, tanto che ad Elisabetta era venuto il sospetto che la stese prendendo in giro. In ogni caso, Sean aveva iniziato ad uscire anche dopo cena e tornava solo a notte tarda, quando lei dormiva da un pezzo. - Siedi vicino a me - la invitò Sean. - E i tuoi amici? - Dovevano andare a casa. Io, per fortuna, non ho orari da rispettare. Elisabetta allungò le gambe e si distese sull'asciugamano. Indossava un due pezzi nero molto castigato. - Non sopporto che tu sia arrabbiata con me. In fin dei conti nn ho fatto niente. - E tu chiami niente quello che è successo? - Oh, no. E' stato uno sballo. - Sei solo un ragazzino - lo interruppe lei, gli occhi fiammeggianti. - Tutte scuse. La gente non fa altro che inventarsi delle scuse, delle barriere. No sa capire che il sesso è gioia, libertà. Si nasconde dietro a pregiudizi e a falsi moralismi. - Se tutti ci comportassimo secondo i nostri istinti non saremmo più uomini, ma animali. - Forse abbiamo molto da imparare dagli animali. Hai mai visto un animale usare violenza ad un altro? - No. Ma che c'entra? - C'entra eccome. IO credo ce tutto sia consentito se non va a ledere la libertà di un'altra persona. Elisabetta non trovò le parole per ribattere: il discorso non faceva una grinza. Sean si protese verso di lei e le accarezzò la spalla scivolando, con la mano, verso il seno. - I tuoi seni mi fanno letteralmente impazzire, Lizzy. Me li sogno ogni notte; sogno di affondarvi il viso, di annusare il loro odore, di baciarli. Con mossa delicata ma rapidissima, sganciò il reggiseno, liberandoli dalla costrizione del costume. Quindi la tenne forte per le spalle, impedendole di muoversi. Lei roteò gli occhi di qua e di là, per vedere se qualcuno li stesse guardando. C'era parecchia gente sulla spiaggia, ma nessuno sembrava far caso a loro. - Mi tolgono il fiato - proseguì Sean. - Me ne starei ore ed ore ad ammirarli, a bocca aperta, senza nemmeno respirare. - Smettila di fare il buffone - disse Elisabetta, tentando di alzarsi. Lui la rimise giù e cominciò a baciarle il collo, proprio dove una vena stava pulsando. Poi tirò fuori la lingua e leccò il solco. Afferrò le due mammelle con le mani e le strinse l'una contro l'altra affondandovi il naso. Elisabetta sentiva il respiro affannoso di lui fondersi con il battito del suo cuore. Allora gli prese la pesta fra le mani e gli accarezzò i capelli. Erano folti e morbidi. Lui la baciò sulla bocca tenendo sempre i seni fra le mani, poi prese a succhiarle un capezzolo, mentre con le dita tormentava l'altro. Lei avvertì delle piccole scosse elettriche che partivano dai seni e si irradiavano fino al cervello. Lui spostò la mano dal seno destro e la diresse verso il pube. Elisabetta strinse le gambe e cercò di divincolarsi. La mano aveva però già raggiunto il suo obbiettivo: si stva infilando dentro le mutandine e le accarezzava il monte di Venere. Non voleva assolutamente che lui la toccasse dentro, era tutta bagnata e si vergognava. Alla sua età non era normale che si bagnasse a quel modo solo per qualche bacio ed un paio di carezze. Fece per scacciarlo, ma lui era forte e determinato, e stava già infilando le dita dentro di lei. Le sfiorò delicatamente la clitoride, la tormentò un poco con il polpastrello, mentre le tuffava due dita nell'orifizio. Lizzy avvertì il fiotto dei propri umori bagnare le dita di lui. - Sei tutta bagnata - le sussurrò con voce roca. In quel momento qualcuno passò accanto a loro. Malgrado il disagio, l'idea del suo seno nudo, esposto agli occhi di tutti, la eccitava. Tuttavia non era ancora pronta ad abbandonare i panni di Elisabetta per indossare quelli di Lizzy. - Sono ancora umida per il bagno - disse, allontanandogli la mano bruscamente. Gli occhi di Sean stavano ridendo, ma la sua bocca era seria. - Capisco. - Andiamo a casa - fece Elisabetta, allacciandosi il reggiseno. Presero la macchina di lei. Elisabetta guidava nervosamente, mordendosi il labbro inferiore, e non parlava. Non parlò fino a quando non ebbero finito di cenare. Sean se ne stava tranquillo, osservandola furtivamente. Quindi attaccò, liberando d'un fiato la tensione accumulata. Gli disse che no voleva più arrabbiarsi con lui. Gli era simpatico e desiderava restasse là, almeno fino a quando Sonia rimaneva al posto suo. Ma lo pregava di sfogare i suoi appetiti sessuali da un'altra parte, magari con quella ragazzina dal culetto in fuori, con cui aveva fatto coppa in spiaggia. Sean la lasciò finire, ma si vedeva che le sue parole gli scivolavano addosso come acqua fresca. - Credevo che tu avessi capito. - Capito cosa? Cosa, dovrei capire? - Che questa è un'occasione unica, per tutti e due. Nel caso non te ne fossi accorta, io e te, insieme, facciamo faville. - Ma sentilo. Parla come gli eroi dei fumetti. - Può darsi. Però tu non parli come una donna vera. Anzi, mi sa che tu ti sia dimenticata cosa vuol dire essere donna, se mai l'hai saputo. Elisabetta si alzò di scatto e sollevò la mano, con l'intento di schiaffeggiarlo. Sean fu più veloce. Le bloccò il braccio e la guardò ferocemente, gli occhi improvvisamente scuri. Continuò impietoso. - Hai trentotto anni, e da quanto ho capto, non hai nessuno. Hai un corpo sensuale, oserei dire strepitoso, e fai di tutto per mortificarlo. Nemmeno mia nonna si veste come te. Non esci, nessuno ti cerca... insomma, conduci una vita da reclusa. E' uno spreco. Te ne rendi conto? Era passato all'inglese senza accorgersene. Quando si arrabbiava non riusciva ad esprimersi in una lingua che non fosse la sua. - Fuck off! In un primo momento Sean rimase interdetto. - Hai capito benissimo - precisò Elisabetta. - Ti ho detto di andare a fare in culo, tu e la tua filosofia da quattro soldi. Non è vero che sono sola, ho degli amici che ora sono in vacanza, e colleghe... - la voce si ruppe. Sean le andò vicino e si piegò verso di lei. Con le labbra le asciugò le lacrime, poi la baciò sulla bocca: un bacio dolce e salato. - Non voglio essere il tuo psicologo, bensì il tuo amante. Sono sicuro che sei una donna che ha tanto da dare e... chissà, forse anch'io ho qualcosa da dare a te. Perché non proviamo? - Ho bisogno di un po'di tempo. - Ti concedo una settimana. Non di più - disse Sean.
La settimana era trascorsa tra conflitti ed indecisioni, Sean era rimasto a casa quasi ogni sera aspettando un qualsiasi segnale da parte sua. Lei però non aveva saputo decidersi, soffocando il suo desiderio, rifugiandosi in ciò che restava ancora della Elisabetta di sempre, reprimendo la Lizzy che gridava la sua voglia di esistere. E Sean non aveva aspettato oltre. Elisabetta entrò in casa. Era stanca ed accaldata, e non vedeva l'ora di farsi una doccia. Appoggiò le chiavi sul mobiletto d'ingresso e si diresse verso la sua camera. D'un tratto le sembrò di udire un gemito soffocato provenire dalla stanza di Sean. Si bloccò e tese l'orecchio. Non si sentiva più nulla. Stava quasi per proseguire lungo il corridoio, quando sentì un altro gemito, molto più acuto del primo. Si tolse le scarpe per non fare rumore, mentre i gemiti aumentavano d'intensità, intervallati da ansiti e sospiri. Aderì al muro e strisciò lentamente verso la camera di Sean. La porta era socchiusa. Sbirciò dentro, e la prima cosa che vide fu un culetto impertinente che si muoveva a ritmo frenetico: ora sussultorio, ora ondulatorio. Quel culetto l'avrebbe riconosciuto fra mille, come pure la chioma lunga e bionda che si agitava al pari del fondo schiena. Appartenevano a Federica, la ragazza che aveva visto assieme a Sean sulla spiaggia, una settimana prima. Sean, completamente nudo, era steso sul letto sotto di lei e le palpava i seni. Il suo primo impulso fu quello di spalancare la porta e di sorprendere i due piccioncini sul fatto. Avrebbe proprio voluto vedere la faccia di quella troietta da quattro soldi che aveva scambiato il suo appartamento per un bordello di lusso. E non vedeva l'ora di vedere l'espressione di Sean, costretto ad interrompere la faccenda sul più bello. Rimase invece paralizzata a fissare quell'immagine ridotta come il fotogramma di un film in super otto. - Ti piace? - stava dicendo Sean. - Sei fantastico - rispose la ragazza. Sean alzò la testa e si mise in posizione seduta, incrociando le gambe sotto di lei. L'immagine si frammentò e si ricompose in un unico corpo a due teste. Elisabetta concentrò lo sguardo sulla metà appartenente a Sean. Aveva i muscoli tesi per lo sforzo e la pelle dorata luccicante di sudore. Un ciuffo di capelli gli ricadeva sul viso, e ogni tanto lui agitava la testa in modo impercettibile nel tentativo di scostarlo dalla fronte. Elisabetta lo vide umettarsi le labbra e poi baciare il collo di lei. La testa bionda cominciò a scendere verso un seno dove indugiò per un tempo che a Elisabetta parve un'eternità. Poi si spostò sull'altro, liberando finalmente il capezzolo scuro e turgido, appena una piccola gemma che spuntava da un tronco assolutamente piatto. Istintivamente Elisabetta si sfiorò il petto. Le mammelle, di per sé molto grandi, erano gonfie e dolenti, sul punto di scoppiare. Infilò una mano dentro il leggero vestito estivo e si toccò i capezzoli grandi e larghi che subito si inturgidirono. - Lo senti come pulsa dentro di te? - disse Sean. - Sì, lo sento. Non fermarti, ti prego. I due corpi allacciati iniziarono a muoversi in sincronia perfetta. Le mani di Sean, come i tentacoli di una piovra voluttuosa, strinsero le natiche della ragazza che emise un grido. - Stt - fece lui, tappandole la bocca con un bacio, mentre spingeva dentro di lei con più forza. Elisabetta vide i glutei di Sean contrarsi, ed un'ondata di calore le avvolse il basso ventre. Si sbottonò il vestito ed infilò la mano nelle mutandine. Era tutta bagnata. Si toccò, d'apprima piano, titillando timidamente la clitoride. A mano a mano che i gemiti aumentavano al di là della porta, la mano diventava più ferma e decisa nel passare e ripassare sulla protuberanza ormai gonfia e dura. Si figurò di essere su quel letto, con il cazzo di Sean che colpva le pareti della sua vagina, ed allora si liberò delle mutandine, infilò due dita nell'orifizio e le fece andare avanti ed indietro. Ecco, ora era lei che accoglieva nel proprio grembo l'uccello di Sean, era il suo culo a dondolare, i suoi seni a sussultare, la sua bocca ad essere piena della lingua di lui. Il rantolo di Sean ed i sospiri della ragazza si unirono al suo ansito in un concerto dal crescendo parossistico. Nel momento in cui il godimento si fece più intenso, Elisabetta cercò di soffocare il gemito roco che le usciva dalla gola, mordendosi le labbra. Ebbe appena il tempo di vedere i due corpi aggrovigliati contorcersi in un ultimo, lungo spasimo, che si sentì, a sua volta, travolgere da un piacere intenso. Strinse fra le dita il grilletto, mentre vampata di calore la sommergevano. Poi si appoggiò contro la parete e chiuse gli occhi. Rimase in quella posizione, con la mano nella fica bagnata e dolorante, fino a quando il silenzio totale nella stanza la costrinse a rientrare in sé. Guardò dentro, attraverso la nebbia che le avvolgeva gli occhi, e non vide più nulla. Probabilmente erano distesi sul letto. In punta di piedi, per non fare rumore, recuperò le mutandine, si riabbottonò il vestito, infilò le scarpe, ed uscì da casa sua, come una ladra. Giunse in strada con il cuore che le batteva a tonfi sordi nel petto. Volse lo sguardo alla finestra della stanza dove giacevano i due amanti, ignari di aver offerto uno spettacolo a suo uso e consumo. Questo era quello che Elisabetta credeva, in effetti Sean aveva portato la ragazzina a casa sua e l'aveva scopata, con la speranza che lei li sorprendesse. L'aveva fatto apposta! Aveva giocato la sua ultima carta: quella della provocazione e della gelosia. |
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Scritto da Mara Mora
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Domenica 05 Luglio 2009 23:05 |
Imboccò il viale che portava in centro città e cominciò a camminare pigramente, senza una meta precisa. Era arrivata davanti al portone di Cecilia, la sua migliore amica, l'unica persona con cui desiderava palare in quel momento. Suonò il campanello e salì le scale del vecchio palazzo. Cecilia, come sempre, l'accolse con calore. Preparò il tè e lo versò nelle tazze. Si accese un piccolo sigaretto scuro e si accomodò sul divano, aspettando che Elisabetta le dicesse il motivo per cui era venuta. Si erano conosciute a scuola quando lei era una giovane insegnante e Cecilia già una veterana. Era nata subito un'amicizia. Cecilia ispirava le confidenze poiché sapeva ascoltare e non dava giudizi. Si limitava a raccontarle episodi della sua vita molto movimentata, per divertirla e tirarle su il morale. Era stata una ragazza scatenata ed una donna passionale. Dal su letto erano passati molti amanti. Elisabetta cominciò a parlare. Non tralasciò niente, nemmeno la scena dell'amplesso alla quale aveva assistito. Omise solo il "piccolo" particolare della masturbazione. - Mi sembra chiaro - commentò Cecilia, alla fine. - Il ragazzo è tosto e sa quello che vuole. - Ma tu, hai mai fatto l'amore con un ragazzino? - domandò Elisabetta. Cecilia proruppe in una fragorosa risata. - Certe volte mi domando in quale mondo vivi. Ma certo che ho fatto l'amore con ragazzini. In genere sono degli amanti stupendi, quando li hai educati un po'. - Cosa intendi dire? - Be', sai com'è, se non hanno esperienza vengono solo a toccarti il petto. Elisabetta avvampò al pensiero di cosa era capace di fare Sean con il suo seno. Si schiarì la voce. - Credo che il "mio" non abbia di questi problemi. - Tanto meglio - osservò Cecilia. - L'inesperienza può anche essere eccitante, ma il più delle volte è una seccatura. Elisabetta era contenta di essere venuta. Cecilia le faceva lo stesso effetto del vino dolce che beveva da bambina: si sentiva euforica e rilassata nello stesso tempo. Tutta la tensione se ne era andata, come per incanto. Pure il tempo da Cecilia volava: le sembrava di essere appena arrivata ed era già ora di tornare a casa. Ripercorse la stessa strada in uno stato d'animo completamente diverso. Comprò una bottiglia di vino frizzante ed un gelato, pensando a Sean. Mille interrogativi le si agitavano nella mente. Chissà se lui è in casa? Chissà se nel pomeriggio si è accorto della mia presenza, ed in tal caso, cosa ha pensato? Provò una cocente delusione quando vide che l'appartamento era buio e silenzioso. Sul tavolo della cucina c'era un biglietto: "Ceno fuori. Non aspettarmi. Sean. Stracciò il biglietto in mille pezzi. Si mangiò tutto il gelato, annaffiandolo con il vino, e praticamente ubriaca, entrò i camera di Sean. Il letto era perfettamente in ordine. Scaraventò il copriletto da un lato e controllò le lenzuola. Erano pulite. Chissà che cosa aveva pensato di trovare? Macchie di sperma o di sangue, o qualsiasi altra testimonianza dell'amplesso che si era consumato davanti ai suoi occhi. Senza rendersi conto di quel che faceva, si spogliò nuda e si stese sul letto. Le lenzuola profumavano di sesso misto all'odore del corpo di Sean. Aveva un odore particolare, di pulito e di fresco, come l'aroma del suo chewing-gum. Si accarezzò i seni nello stesso modo in cui li aveva accarezzati Sean. Ne delineò i contorni con le dita, sfiorò le areole, e strinse i capezzoli fra i polpastrelli fino a quando non divennero rossi e turgidi. Poi si girò a pancia sotto affondando la testa nel cuscino. Lì l'odore di li era ancora più intenso. Iniziò a toccarsi la fica, ma era talmente bagnata che la mano vi scivolava sopra, senza procurarle alcun piacere. Allora si infilò due dita dentro e cominciò ad agitarsi su e giù, immaginando di avere dentro di sé il pene di Sean. Aumentò il ritmo, scopandosi con la propria mano, mordendo il cuscino ed agitando forsennatamente il culo fino a quando non sentì la prima contrazione della vagina. Allora si alzò in ginocchio, allargò le cosce, e prese a titillare il bottone di carne con le dita dell'altra mano, senza smettere di fottersi. Ansimò e cominciò a scuotere i seni e la chioma rossa, in preda ad un intenso orgasmo che la squassò tutta. Quando fu tutto finito, rimase distesa sul letto a gambe larghe, con la tesa che le girava, pensando alla faccia che avrebbe fatto Sean se l'avesse colta mentre si masturbava nel suo letto. Quasi sarebbe stata contenta se lui fosse arrivato in quell'istante, sorprendendola così: nuda e aperta. Aspettò per circa un'ora, dopodiché si alzò ed andò nella sua camera. Si addormentò di colpo e sognò Sean che faceva l'amore con la ragazzina dal culetto a mandolino.
Il mattino dopo si svegliò con un gran mal di testa e la bocca impastata. Sean dormiva ancora. Entrò in cucina per preparare la colazione ed in quel momento squillò il telefono. Dall'altra parte del filo c'era Federica che chiedeva di Sean. Entrò nella stanza di Sean e tirò su le tapparelle. Lui non si mosse. Lo chiamò. Niente. Non dava segni di vita. Allora lo scrollò con forza. Lui aprì gli occhi. - C'è Federica che ti vuole al telefono. Sean si stropicciò gli occhi e buttò le lenzuola di lato. Era nudo, Si mise a sedere sul letto e la guardò inebetito. Lei non riusciva a distogliere gli occhi dal suo pene, che si ergeva dal ciuffo di peli chiari. Era come se una calamita, dopo aver catturato il suo sguardo, lo tenesse incollato alla nudità di lui. Sean si guardò l'uccello eretto. - Al mattino è sempre moto più sveglio di me. Raccolse i jeans e li indossò, faticando un po' con la chiusura lampo. - Potevi metterti le mutande - osservò lei. - I jeans erano più a portata di mano, e poi non volevo turbarti più del necessario. Elisabetta tornò in cucina e cominciò a preparare la colazione. Il basso ventre le bruciava, come se dentro fosse scoppiato un incendio. Sentiva i seni turgidi premere contro il reggiseno. Li sfiorò con la mano e si sentì ancora più eccitata. Aveva la gola secca, la salivazione azzerata, e stava sudando. Ormai si eccitava per un nonnulla. Anche se il pene di Sean non era esattamente un "nonnulla". Lungo, grosso, e dritto come un missile sul punto di partire. E poi quel neo, piccolo e perfettamente rotondo, subito sopra ai testicoli, quasi a sottolineare sfacciatamente ciò che era già bello. Bevve avidamente un bicchiere d'acqua e si umettò le labbra, cercando di ricomporsi. Dopo un po' apparve Sean. Sedette in silenzio ed aspettò che lei gli versasse il caffè. Teneva i gomiti appoggiati sul tavolo e si reggeva la testa con le mani. Gli occhi, ancora carichi di sonno, guardavano fissi il muro. Elisabetta approfittò di quell'attimo per osservare indisturbata il suo profilo: le braccia muscolose, il busto levigato ed abbronzato, il collo lungo, con i riccioli che arrivavano quasi alle spalle. Si avvicinò lentamente a lui, spinta dal desiderio irrefrenabile di scostare i capelli dalla nuca e di baciargli il collo. Ma Sean si riscosse di colpo dal suo stato di apatia. - Federica mi ha invitato ad una festa, domani sera, a casa sua. Elisabetta indietreggiò, come se fosse stata colta in fallo. Il momento era passato, chissà quando avrebbe ritrovato il coraggio di fare il primo passo. - Ah, sì? - disse, senza troppo interesse. - Sei invitata pure tu. - Cosa c'entro io? - Ha detto che ci saranno anche i suoi genitori con i loro amici. Un party in grande stile. I giovani da una parte e... - I vecchi dall'altra - sospirò Elisabetta. - Ma no. Che dici? Essendo una festa in grande stile, ha avuto un pensiero carino anche per te. - Ma se nemmeno mi conosce. - Ti ha vista quel giorno sulla spiaggia, e poi le ho parlato molto di te. - Immagino. Sicuramente mi avrai dipinta come seconda mamma. - Non capisco questa ironia. Comunque se no te la senti... - Non preoccuparti, me la sento. Ringrazia la tua amica, e dille pure che verrò.
Elisabetta si infilò le calze e le agganciò alle giarrettiere. Indossò il vestito di seta verde e tirò su la lampo, ammirandosi nel grande specchio dell'armadio. Era un semplice tubino corto di seta verde che aderiva perfettamente alle sue curve generose. Il décolleté era contornato, come una cornice preziosa, da due spalline dorate che arrivavano fino a metà schiena, Il solco fra i seni era messo audacemente in risalto, come i capezzoli che, seppure coperti dalla seta, si inturgidivano ad ogni impercettibile movimento. Aveva acquistato quel vestito alcuni anni prima, in occasione di una cena fra docenti, solo perché a completare l'insieme c'era una giacca dello stesso tessuto.Ora come allora non avrebbe avuto né il coraggio né la disinvoltura di "sfilare" seminuda davanti ad un pubblico. Tuttavia, mettendosi la giacca, sorrise fra sé soddisfatta. L'effetto "ti vedo e non ti vedo", era forse ancora più sexy. Infilò i piedi in un paio di sandali Chanel dal tacco alto. Prima di uscire dalla stanza si passò un velo di rossetto sulle labbra. Sean era già pronto e l'attendeva in soggiorno. - Accidenti, che schianto - esclamò. - Solo un vecchio abito di mia nonna - disse Elisabetta. - Ha buon gusto, la nonnina - commentò sorridendo. - Ma tu, vieni così? - osservò Elisabetta. - Cos'ho che non va? Indossava i jeans stretti, quelli che sottolineavano il pene, ed una polo dello stesso azzurro degli occhi. Ai piedi, un paio di scarpe da tennis. - Niente, ma... - Al mio paese non si dà molta importanza all'abbigliamento, Qui da voi, invece, c'è la mania del firmato. Il vestito di Elisabetta era un modello della collezione pret-a-porter Armani di tre anni prima. L'aveva comperato con l'intenzione di sedurre un collega le cui attenzioni avevano risvegliato, dopo molto tempo, i suoi sensi addormentati. In quella serata aveva puntato molto, forse troppo. La cena non era andata affatto come lei aveva sperato. Il collega, un quarantenne scapolo e ruspante, aveva preferito volgere la propria attenzione alla segretaria della scuola: una ragazza di venticinque anni lunga di coscia e corta di cervello. Una volta arrivata a casa si era spogliata con rabbia e l'aveva gettato nella spazzatura. La mattina successiva la ragione aveva avuto il sopravvento ed era andata a recuperarlo: la sua situazione finanziaria non le permetteva di liberarsi di un vestito che costava tre quarti del suo stipendio mensile. L'aveva portato in tintoria e poi riposto in armadio fino a quella sera. Sean stava ancora disquisendo sui vestiti e la mania degli italiani per il firmato. - Hai ragione - disse Elisabetta, - ma cosa faremmo noi, povere donne non più giovanissime, senza i grandi sarti? - Smettila di dire scemenze. Sono sicuro che tu staresti altrettanto bene in jeans e camicetta. Elisabetta rabbrividì pensando alla volta in cui, in jeans e camicetta attillata, aveva provocato i fischi ed i commenti osceni dei marinai, giù al porto, ma gli sorrise ugualmente. In fin dei conti lui le aveva fatto un complimento. |
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Scritto da Mara Mora
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Domenica 05 Luglio 2009 23:04 |
Spiava dalla finestra seminascosta dalle tendine. Sapeva che sarebbe arrivato a momenti, le aveva telefonato dall'aeroporto quasi un'ora prima. Elisabetta attendeva l'arrivo del ragazzo, Sean, con un po' di apprensione, alla quale non era riuscita però a dare una giustificazione razionale. Sean proveniva dall'Irlanda e si sarebbe fermato in casa sua per due mesi, mentre sua figlia, Sonia, avrebbe fatto altrettanto in casa di Sean in Irlanda. I due ragazzi avevano diciotto anni e rientravano in un programma di scambi culturali tra Italia ed Irlanda. Elisabetta, all'inizio era stata contraria al fatto che Sonia se ne andasse via da sola per due mesi, e solo in seguito alle pressanti insistenze della figlia, aveva dato la sua autorizzazione. Lei, a quel punto, insegnante di inglese, si era attivata per trovare una famiglia in Irlanda, la cui figlia desiderasse soggiornare per due mesi in Italia. Aveva trovato la famiglia di Sean, che le parve ottima, e non si diede il minimo pensiero di dover ospitare un ragazzo. Ora stava spiando il suo arrivo. Trascorsero ancora cinque minuti, poi un taxi si fermò sotto casa. Ne discese un ragazzo dai capelli lunghi e biondi che si guardò un attimo attorno mentre l'autista scaricava i bagagli. Elisabetta fu percorsa da un fremito e si allontanò dalla finestra. Quando il campanello suonò si precipitò al citofono, poi aprì la porta di casa ed uscì sul pianerottolo. - Buongiorno, Sean - disse in inglese. - Sono Elisabetta, la madre di Sonia. Benvenuto in casa nostra. - Ciao. Grazie dell'accoglienza - rispose lui, in un italiano quasi perfetto. Elisabetta lo osservò un attimo. Il suo corpo, appena nascosto dalla canotta e dai calzoncini di Jeans, era muscoloso. Una rada peluria biondo scuro, che forse lui chiamava barba, gli incorniciava il viso, ed i più incredibili occhi azzurri la stavano osservando e valutando a loro volta. Era veramente un bel ragazzo. Un po' impacciata dal tu scanzonato di Sean, e per sfuggire alla sua valutazione, si fece da parte, e lo invitò ad entrare in casa. Gli fece visitare l'appartamento, poi lo lasciò in camera di Sonia, e considerato che ormai erano le sei del pomeriggio, passò in cucina per preparare la cena. Elisabetta si sentiva un po' strana. Il fatto di avere quel ragazzo per casa, aveva risvegliato in lei alcuni istinti da tempo sopiti. Aveva trentotto anni, e secondo il giudizio delle colleghe, era una bella donna. Non si era mai sposata, Sonia era il risultato di quando, giovanissima, si era lasciata andare, ad una festa. Saputo di essere incinta, quella figlia l'aveva voluta a tutti i costi, contro il parere dei suoi genitori e del padre del bambino, che si era prontamente eclissato. Da allora aveva avuto altri rapporti passeggeri, ma nessuno era stato soddisfacente. Così, a trentotto anni suonati, era ancora zitella, come si definiva con le colleghe. I suoi pensieri furono interrotti da una presenza che percepì alle sue spalle. Si girò di scatto e si trovò davanti Sean che, appoggiato allo stipite della porta, la stava osservando con i suoi incredibili occhi azzurri. Era a torso nudo. - Scusami - disse Sean. - Non avresti, per caso, una maglietta? Vengo da tre giorni in Francia, ed ho tutto sporco. - Andiamo in camera tua, sicuramente Sonia ha lasciato qualcosa a casa. In camera, Elisabetta aprì i cassetti bassi dell'armadio, ed iniziò a cercare qualcosa di adatto. Era piena estate e faceva molto caldo. Lei indossava, sopra al reggiseno, una larga camicetta che aveva lasciata abbondantemente sbottonata. Ad un tratto si sentì osservata. Alzò lo sguardo ed incontrò quello di Sean che le osservava il seno senza ritegno. - Cosa fai? - domandò arrossendo, e serrando con una mano i lembi della camicetta. - Ti guardo il seno - rispose il ragazzo, senza minimamente scomporsi. - Come ti permetti? - chiese, alzandosi ed abbottonando l'indumento fino al collo. - Lizzy, quando si ha un seno come il tuo, non si deve nasconderlo. Tutti gli uomini hanno il diritto di vederlo, e toccarlo almeno una volta nella loro vita. - Come mi hai chiamata? - Lizzy. E' un diminutivo per Elisabetta. Elisabetta si era imporporata in viso ed era veramente arrabbiata. Come si permetteva quel ragazzo impudente di guardarle il seno, e di fare discorsi di quel genere? - Ascolta, ragazzino. Mettiamo subito in chiaro che nessuno ti ha autorizzato a darmi del tu. Da ora in poi io per te sono la signora Elisabetta, e m darai del lei. Non permetterti mai più di fare certi apprezzamenti su di me e di chiamarmi Lizzy, Cercati una maglietta e vieni a mangiare. Soddisfatta della sua sfuriata, girò sui tacchi e fece per uscire dalla camera. Sulla porta le giunse la voce di Sean, ma il tono di voce non era esattamente quello di un ragazzo pentito. - Si, signora Elisabetta - disse. Per Elisabetta, il seno molto sviluppato, era da sempre stato un problema. Fino da ragazzina, a scuola, era stata presa di mira dai commenti salaci dei compagni, e dall'invidia delle compagne. Nei luoghi affollati, c'era sempre qualcuno, in genere piuttosto anziano, che in un modo o nell'altro, non perdeva l'occasione per strusciarvicisi contro, e molte volte aveva subito rudi palpate. Tutti gli uomini restavano abbagliati dai suoi seni, e perdevano di vista lei. L'anno precedente aveva ceduto alle insistenze di un collega, professore di ginnastica, che l'aveva più volte invitata a cena. Gerardo era un bell'uomo sui quarant'anni e lei, nei suoi garbati ma insistenti inviti a cena, aveva percepito mute promesse di piacere. Era più di un anno che non faceva l'amore, e decise che Gerardo era forse l'uomo adatto per ricominciare. La cena fu splendida e Gerardo un brillante compagno. Dopo cena venne l'inevitabile invito di lui a terminare la serata a casa sua. Elisabetta aveva già accettato prima che lui lo proponesse. Si baciarono appena chiusa la porta di casa, e le mani di Gerardo corsero immediatamente al suo seno. Baciandola, le sbottonò febbrilmente la camicetta e quasi la strappò via. Si allontanò di un passo ed osservò il seno, ancora serrato dal reggiseno di pizzo, con occhi stupiti, quasi increduli, come se si trovasse davanti ad un miracolo. Non la guardò neppure in viso. Il suo sguardo era incollato su quella parte di lei. - Fammele vedere, Elisabetta - disse. Lei si era portata le mani sulla schiena per liberarsi dell'indumento, ma lui l'aveva fermata. - Aspetta un attimo. Voglio sedermi, perché potrei anche svenire - si era seduto sul divano. - Ora, Elisabetta. Fammele vedere ora. Il reggiseno era caduto sul pavimento, e Gerardo aveva emesso un sospiro strozzato. - Sono meravigliose. La cosa più bella che abbia mai visto - aveva esclamato alzandosi ed avvicinandosi a lei con le braccia tese, pronto a ghermire con mani rapaci quell'esplosione di carne. Le palpò, soppesò, impastò, strizzò, e leccò a lungo, poi la sospinse verso il divano e la fece sdraiare. Gerardo si spogliò in un attimo. Elisabetta ebbe appena il tempo di vedere il pene teso, che lui le era già sopra, a cavallo del suo busto, e la verga infilata tra i seni che teneva serrati con le mani. Un attimo, ed il suo seme le imbrattò il seno ed il volto. A quel punto, Elisabetta aveva pensato che, essendosi sfogato, Gerardo fosse più calmo, e le sfilasse la gonna e le mutandine, per fare le cose come si doveva. Gerardo rimase invece sopra di lei, il pene tra i seni che continuava a palpare, senza minimamente pensare al resto del corpo di Elisabetta che certo non era da sottovalutare. Trascorsero alcuni minuti, il pene riprese vigore, e Gerardo ricominciò l'andirivieni nel solco fra le tette. Questa volta impiegò di più a godere, poi si abbatté sul corpo di lei, distrutto. Elisabetta lasciò passare alcuni minuti poi si scrollò di dosso il peso dell'uomo, andò in bagno dove si ripulì alla meglio, indossò la camicetta, ed uscì senza salutare. - Signora Elisabetta - la voce di Sean. - Ho preso questa maglietta. Va bene? -Va benissimo - rispose secca, senza guardarlo, forse temendo di incontrare il suo sguardo. - Siedi a tavola. E' pronto. Sean mangiò voracemente tutto quello che lei le mise davanti, Non si scambiarono una parola. Dopo cena, Elisabetta pulì la cucina, poi disse a Sean di portarle la roba da lavare. Fece partire la lavatrice quindi si sistemò davanti al televisore. Sean disse di essere stanco del viaggio ed andò a letto. Il mattino successivo il ragazzo si alzò presto, fece colazione, ed uscì di casa dicendo di dover frequentare un corso di letteratura italiana, e che poi avrebbe cercato una palestra. Più tardi telefonò dicendo che non sarebbe tornato né a pranzo né a cena.. Ritornò invece alle sette del pomeriggio. Quando Sean suonò alla porta, Elisabetta indossava l'accappatoio, in quanto era appena uscita dalla doccia. Per un attimo fu tentata di non aprire, perché non voleva presentarsi a lui in quelle condizioni, poi decise che la ramanzina del giorno precedente sarebbe stata sufficiente a tenere a freno l'intraprendenza del ragazzo. - Non ti aspettavo così presto - disse, quando l'ebbe davanti. - Hai mangiato? - No. Avevo un appuntamento con un'amica ma è saltato. - Siediti. Dieci minuti e la cena sarà pronta. Solo un attimo ce mi vado a cambiare - Uscì dalla cucina seguita dallo sguardo del ragazzo. Entrò in camera, slacciò l'accappatoio, e si mise a rovistare nel cassetto della biancheria intima. Due mani generate dal nulla furono sui suoi seni e serrarono con forza i capezzoli tra indice e medio. Elisabetta sollevò di scatto lo sguardo e vide riflesso, nello specchio del mobile, il volto sorridente e gli occhi azzurri di Sean. Il suo primo istinto fu di girarsi e rifilargli uno schiaffo. La presa però era piacevole, rude e dolce nello stesso tempo, ed ormai era parecchio tempo che nessun uomo si prendeva cura del suo corpo. Solo un attimo, si disse, poi gli dico di smettere. Rimase immobile con gli occhi chiusi ed il capo rovesciato all'indietro, ad assaporare la carezza che si faceva sempre più profonda. Ancora un attimo e poi gli dico di smettere. Una delle mani abbandonò il seno, scese dolcemente lungo il fianco, accarezzò di passaggio una natica soda, poi lentamente si portò sul ventre, a contatto con i primi peli dell'inguine, con i quali iniziò a giocherellare. L'altra mano continuava a stuzzicarle meravigliosamente il capezzolo. Adesso basta. Ora mi giro e gli do uno schiaffo. La mano sul ventre scendeva impercettibilmente. Le dita stavano pettinando il vello castano e si appressavano al sesso. Un dito e sfiorò la clitoride ed un altro si insinuò tra le labbra della vagina. Un sospiro di piacere. Non posso. Non posso permetterlo. Sean ha l'età di Sonia. Uno scarto brusco. Elisabetta si divincolò dalle braccia del ragazzo e si girò di scatto chiudendo l'accappatoio. - Perché, Lizzy? Ti piaceva. - Non mi piaceva per niente. Per te io sono la signora Elisabetta, e non ti permettere mai più di fare una cosa del genere, altrimenti ti rispedisco in Irlanda. |
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