MaraMora

... credevi veramente di conoscere tutto sul sesso?

Racconti



Un lavoro che mi piace

Cap. 1
Ventinove anni suonati, laureata in Scienze Sociali, praticamente disoccupata cronica.
Avevo un bel leggere e rispondere, tutti i giorni, agli annunci per la ricerca di personale: dopo aver inviato centinaia di curriculum, il posto migliore che avevo trovato era un’occupazione in una cooperativa per le pulizie; ma non in ufficio, no, sarebbe stato troppo: proprio a fare le pulizie, con tanto di scopa, secchio e strofinaccio.
Non sapevo più a che santo voltarmi.
La mia vita stava sempre più diventando un cesso: un lavoro da schifo e la parte sessuale ancora peggio.
Le ultime due relazioni che avevo avuto, che sembravano serie e destinate a sfociare in una duratura convivenza, se non addirittura nel matrimonio, erano finite a puttane poche settimane dopo che eravamo andati a letto.
Forse, quegli stronzi, volevano solo scopare con me, o forse, come avevano urlato tutti e due, uscendo precipitosamente dalla mia vita sbattendo la porta, io ero veramente una maniaca ninfomane. Ero troppo focosa e vogliosa per loro.
In effetti, ad essere sincera, un po’ focosa lo sono per davvero: quando mi eccito (il che, stando alle mie amiche, capita più sovente del normale), perdo ogni ritegno e faccio e voglio che mi facciano cose che nessuna di loro si è mai sognata di fare o di chiedere che le fosse fatto (almeno questo è quello che loro sostengono).
Insomma, più tempo passava, più mi convincevo di essere in procinto di vincere i campionati mondiali della sfiga.
Possibile che, educata, laureata, più che carina, non riuscissi a trovare uno straccio di lavoro che mi permettesse di vivere con un minimo di dignità e non solo di sopravvivere (parecchio stentatamente)?
Possibile che non riuscissi a trovare uno straccio d’uomo capace di soddisfare, appieno, i miei sogni erotici per un periodo più lungo di due o tre settimane?
Ogni sera, con le caviglie che mi facevano male per lo stare in piedi e le mani arrossate dai guanti da quattro soldi che mi passava la ditta, ritornavo a casa, un misero monolocale che mi costava quasi la metà dello striminzito stipendio e cominciavo la lettura degli annunci riguardanti la ricerca di personale. Mi sorbivo la solita, inutile litania: agente di zona primaria ditta (ovvero: venditrice porta a porta di tutto quello che si può vendere e che nessuno vuole acquistare); personale paramedico con o senza diploma di laurea per cliniche o privati (ovvero: assistenza domiciliare a moribondi o molto prossimi, oppure a vecchietti a cui glielo devi reggere per farli pisciare e che ti spiano ogni volta che vai in bagno); segretaria bella presenza (ovvero: fornitrice di fica per uno stipendio da fame nera) e così via.
I pochi annunci un po’ più credibili, quelli che offrivano una prospettiva di impiego più serio e decente, richiedevano, conditio sine qua non, "solida e comprovabile esperienza".
Ma porca puttana, se non mi assumeva nessuno, come cazzo potevo farmi la "solida e comprovabile esperienza"?
Stavo quasi per arrendermi e gettare l’ultimo giornale locale nella pattumiera quando un annuncio, a fondo pagina, riquadrato in neretto, attrasse la mia curiosità:
"PRIMO ED UNICO ANNUNCIO": Azienda privata, assolutamente seria e professionale, seleziona, per assunzione a tempo indeterminato, tre donne, cultura elevata, con attitudini molto particolari. Indispensabile salute perfetta; estrema serietà; età 25 – 45 anni e totale disponibilità per lavoro tre giorni consecutivi settimanali 24/24; gradita ma non indispensabile bella presenza. Guadagno mensile minimo garantito €. 30.000. Corso di addestramento pagato per le ammesse. Ulteriori informazioni saranno date esclusivamente ad personam previo appuntamento. Comunicare propria disponibilità e recapito alla segreteria telefonica n° …… Questo annuncio è unico e non sarà ripetuto."
Cazzo!
Trentamila euri al mese e per soli tre giorni alla settimana; è vero che erano giorni interi, ventiquattro ore su ventiquattro, ma restavano quattro giorni liberi. Feci un rapido calcolo mentale: 2.500 € al giorno. E questo era solo il minimo garantito.
Sicuramente qualcuno vuole il culo, pensai, ma per quella cifra glielo avrei dato anche tutti i giorni della settimana (oltre tutto è una delle mie poche cose che do sempre molto volentieri).
Afferrai al volo la cornetta del telefono, poi mi bloccai: ma che cazzo stai facendo? A chi cazzo telefoni? Chissà cosa cercano quelli. Per darti una cifra del genere devi, come minimo, essere in possesso di cinque lauree, parlare dieci lingue ed avere un’enorme esperienza di lavoro: altro che dare il culo.
Oggi un culo più o meno vergine lo trovi, a saldo, a meno di trecento euri la botta; e il mio, oltretutto, era anche parecchio usato (ancora ben stretto, faticavo sempre, la sera, per infilarci dentro il piccolo, piacevolissimo vibratore anale; ma comunque, sempre usato).
Scoraggiata, posai la cornetta del telefono, poi, come in un lampo, mi venne in mente che una con cinque lauree e che parlava dieci lingue, non avrebbe mai cercato lavoro spulciando gli annunci economici dei quotidiani locali e poi, in fondo, pezzo di stronza che non sei altro, mi dissi riprendendo in mano la cornetta, cosa ci rimetti?
Chi non risica non rosica, diceva sempre mia nonna.
Una telefonata non mi avrebbe certo ridotto sul lastrico.
Mi sento sempre un po’ scema quando parlo con una segreteria telefonica; ma valeva la pena di superare questa mia idiosincrasia.
Dovetti fare il numero diverse volte prima di trovare la linea libera.
Evidentemente, scherzai con me stessa, non sei la sola ad essere disposta a farsi sfondare il culo per quella cifra.
Quella sera stentai a prendere sonno: come una cretina, quasi mi aspettavo di essere richiamata subito per concordare l’appuntamento.
Passò qualche giorno e, constatato che non si era fatto vivo nessuno, pensai che ormai non avevo più speranze: i tre posti erano già stati assegnati.
Chissà che pezzi di fica si erano presentati.
Si, è vero, io non sono proprio da buttar via, anzi. Alta più della media, un bel visetto simpatico, due begli occhioni e una bocca che le amiche m’invidiano. Forse qualche chilo di troppo, ma tutti concentrati soprattutto sul davanzale e sull’ingresso posteriore; quindi, nel complesso, non potevo lamentarmi: un sacco di uomini mi facevano la bava appresso.
Ormai non pensavo quasi più all’annuncio, quando ricevetti la loro telefonata: si scusavano per il ritardo con cui mi avevano richiamata e mi chiedevano se ancora desideravo ottenere un appuntamento.
Sentii le mie gambe farsi di burro quando la voce al telefono mi annunciò che avrebbero mandato una macchina a prendermi, il giorno dopo, alle tre di pomeriggio.
Chiesi un giorno di permesso e passai tutta la mattinata a mettermi in tiro.
Truccata al meglio e con indosso l’unico abito elegante che possedevo, sembravo una modella di Vogue quando l’autista mi aprì lo sportello della macchina che mi aspettava sotto casa.
Cap. 2
Il viaggio non fu molto lungo; pochi chilometri fuori della periferia della città, un’immensa ed appartata villa con tanto di enorme cancello elettrico e lunghissimo viale contornato da querce secolari.
Un uomo di mezz’età, molto distinto, in abito nero e pettorina bianca, stile pinguino, mi fece accomodare in uno studio che trasudava ricchezza da tutti gli angoli.
Mi sedei su una poltrona di morbida pelle che doveva costare un occhio della testa, (ho fatto anche la venditrice di mobili e so quanto costano arredi di quel tipo).
Mi sentivo frastornata da tutto quello sfoggio di ricchezza: non sapevo cosa pensare, ma soprattutto, stentavo a restare con i piedi per terra e non lasciarmi andare ai sogni.
La delusione sarebbe stata insopportabile.
Molto meglio se mi consideravo scartata in partenza.
L’uomo che entrò dopo poco era piuttosto giovane; aveva, al massimo, tre o quattro anni più di me. Era bello, ma non era questa la cosa che lo caratterizzava, bensì un’aura di distinzione che metteva soggezione e lo faceva sembrare molto più anziano di quanto realmente non fosse.
- Buon giorno, signorina. Io sono Sergio, il Direttore del Personale di questa società. Lei è qui per l’impiego, giusto?
Al mio cenno d’assenso continuò
- Sarò molto franco, - disse sedendosi alla scrivania dopo avermi stretto la mano – come avrà sicuramente immaginato, sono molte le candidate che si sono presentate per coprire i tre posti che abbiamo disponibili. Questo è un lavoro estremamente particolare che richiede un assoluto talento naturale per svolgerlo. Lei è molto carina, anzi, ad essere sincero, mi lasci dire che lei è una gran bella donna, ma non sarà questo quello che eventualmente farà pendere il piatto della bilancia dalla sua parte. Il lavoro che noi offriamo, ripeto, può essere svolto soltanto da donne che hanno una spiccata predisposizione per farlo, altrimenti è meglio non provarci nemmeno. Questo è quello che ci guiderà nella scelta: l’attitudine e la passione necessaria a svolgere il lavoro richiesto. Tra le decine, o farei meglio a dire, centinaia di donne che hanno chiesto un appuntamento, noi stiamo operando una prima drastica selezione che ci consentirà di ammettere al corso d’addestramento soltanto quella decina di candidate che risulteranno essere, in assoluto, le dieci più adatte a svolgere le mansioni che richiediamo. Tra queste dieci, quelle che riusciranno a completare il corso, anche se più di tre, ma sarà difficile, saranno tutte assunte con regolare contratto e diventeranno, ad ogni effetto, socie comproprietarie dell’azienda. I guadagni che ricaveranno dalla loro attività, quindi, non sono uno stipendio vero e proprio, bensì i dividendi mensili spettanti ai soci proprietari, quelli che con la loro attività mandano avanti l’azienda stessa. –
- E questi "dividendi" – chiesi sottolineando la parola - sono uguali alla cifra che avete indicato per tre soli giorni di lavoro settimanali? –
- Certamente! 30.000 € mensili rappresentano il minimo garantito. Ci sono proprietarie che ricavano quasi il doppio. –
- E quanta gente bisogna uccidere, al mese, per raggiungere quelle cifre? – chiesi scherzando, ma non troppo.
- Nessuno, stia tranquilla. Nel modo in cui svolgiamo la nostra attività, essa è perfettamente legittima e legale. –
- Meglio così. Non le nascondo che ero un po’ preoccupata. Ma insomma, di cosa si tratta? – le sue risposte, chiare ma evasive nello stesso tempo, mi stavano rendendo sempre più curiosa.
- Abbia un attimo di pazienza. Abbiamo verificato che prima di entrare nei particolari sul lavoro, è meglio procedere ad una prima scrematura naturale verificando, prima con una lunga serie di domande e poi con una piccola prova pratica, la predisposizione reale, e non solo a chiacchiere, delle candidate a ricoprire il ruolo che ci necessita. -
Da un cassetto della scrivania prese un blocco di fogli dattiloscritti e si preparò a propormi quell’infinità di domande.
Mi consigliò, prima di cominciare, di rispondere a tutte le domande, anche quelle che mi sarebbero sembrate più assurde, indiscrete o imbarazzanti, con la massima franchezza e sincerità: qualsiasi bugia, reticenza o amplificazione della verità sarebbe stata scoperta prestissimo precludendomi qualsiasi possibilità di essere prescelta per il corso di addestramento.
Non aveva mentito sul numero di candidate che si erano presentate fino allora; me ne resi conto quando riuscì a leggere a rovescio l’intestazione del primo foglio: quello che stava riempiendo era il questionario numero 287 (cazzo quante eravamo per tre soli posti; peggio che ai concorsi per le poste).
Cominciò con domande quasi banali su di me e sulla mia vita: se ero sposata; se avevo bambini; se dovevo rendere conto a qualcuno di quello che facevo; se ero disposta a trasferirmi. Pian piano le domande si fecero sempre più personali; più intime fino ad arrivare a chiedermi delle mie tendenze sessuali, di cosa mi piaceva fare a letto e molto di più.
Alcune domande erano state proprio imbarazzanti, ma continuai a rispondere sinceramente, meglio che potevo. Non volevo lasciarmi scappare quell’occasione; oltre tutto, leggendo tra le righe delle domande, cominciavo a pensare che quel lavoro avrebbe potuto calzarmi a pennello.
- Bene, - disse quando, dopo circa un paio d’ore, completò l’ultima pagina di domande che mi avevano fatta diventare rossa per l’imbarazzo – credo che a questo punto si sia meritata una breve pausa. Le dico subito che se è stata sempre assolutamente sincera, lei ha ottime possibilità di essere almeno ammessa al corso di addestramento. -
Non avevo ancora ben capito di cosa si trattasse, ma sicuramente il sesso c’entrava; e, stando alla natura delle domande, non il sesso normale, ma qualcosa di molto più spinto, altrimenti che senso avrebbe avuto il chiedermi se riuscivo a raggiungere l’orgasmo anche facendo soltanto sesso anale, o se ero mai stata sculacciata, o di descrivere le mie reazioni la prima volta che mi avevano strizzato un seno.
Stranamente non ero per nulla preoccupata, anzi, per dirla in tutta sincerità, tutte quelle domande intime ed imbarazzanti sulle mie tendenze sessuali, tutta l’insistenza per conoscere i miei sogni erotici più segreti, le mie fantasie più spinte, mi avevano eccitata al punto che sentivo la mia passerina grondare come una fontana.
- Non le sembra che la mia sincerità meriti finalmente un po’ di chiarezza da parte sua? – gli chiesi mentre sorbivamo il tè che aveva fatto servire dal pinguino che mi aveva aperto la porta.
- Sicuramente sì. Visto che non le è successo quello che invece è accaduto a parecchie altre candidate che si sono impaurite e sono fuggite scandalizzate ad alcune particolari domande del questionario, credo che possiamo procedere con le spiegazioni, anche se penso che una certa idea, lei, se la sia già fatta. – Si accomodò meglio sulla poltrona e riprese a parlare. – Questo luogo è un club privato; molto, molto esclusivo e riservato. Ad oggi, sono oltre 300 i membri iscritti; provengono da tutte le parti del mondo e le richieste di nuove iscrizioni sono in continuo aumento nonostante il fatto che, per essere ammessi, occorre la presentazione di almeno tre soci. Tutti gli iscritti hanno in comune due cose: un considerevole conto in banca e la passione di dominare le donne. Capisce di cosa sto parlando? -
Altro che se capivo: la cosa si stava rivelando molto più interessante di quanto non avessi mai sperato.
- Salvo casi eccezionali, le socie proprietarie, come le auguro di diventare, partecipano all’attività del Club dal venerdì mattina alla domenica notte di tutte le settimane. In questo periodo esse risiedono qui, a completa disposizione dei soci paganti che vogliono divertirsi dando vita alle loro fantasie. – mi guardò per verificare come stessi accogliendo le sue spiegazioni – Vedo che lei ha già capito, ma è meglio essere chiari fino in fondo: le fantasie di cui stiamo parlando, sono, per la massima parte, di carattere sadomaso; spessissimo anche molto spinto. È qui che entrano in gioco le attitudini molto particolari richieste per diventare socie proprietarie di questo club. Non si richiedono, come nelle altre aziende, immissioni di capitali; qui è tassativamente richiesta la reale predisposizione a realizzare nel migliore dei modi, con totale disponibilità ed autentico, tangibile piacere, qualsiasi sogno erotico l’iscritto voglia realizzare. Sono stato sufficientemente chiaro? Ci sono domande? -
Mi agitai sulla poltrona infischiandomene del fatto che lui potesse accorgersi della mia eccitazione crescente.
- No, - riuscì a dire con una voce roca che stentai a riconoscere per mia, - per ora tutto chiaro, vada avanti. -
- Per dar vita questi sogni, nel modo più realistico e soddisfacente possibile, in questa villa sono stati ricreati diversi ambienti con gli scenari che compaiono nelle fantasie più ricorrenti: alcune prigioni sotterranee; due sale da tortura medievali allestite in vario modo; molte camere da letto arredate con stili di epoche diverse; un paio di aule scolastiche, tre grandi bagni ed in più, due ambulatori medici per quei soci cui piace giocare al dottore e l’ammalata. -
Il mio respiro divenne leggermente affannato mentre lui parlava delle stanze e la mia mente lo seguiva immaginando quello che vi accadeva.
Il formicolio, che già sentivo tra le cosce, aumentò mentre lui proseguiva con i chiarimenti.
- Tutte le proprietarie di questo club, ad ogni fine settimana, prestano servizio a rotazione in uno scenario diverso; potranno avere un solo socio iscritto da soddisfare per gli interi tre giorni, o più soci. Quello che lei deve capire e dovrà tenere sempre presente, se sarà assunta, è che il rapporto tra lei e l’iscritto, in questi periodi che noi chiamiamo "momenti di gioco", sarà esattamente il rapporto che c’è tra una schiava ed il suo padrone. Il padrone, nei "momenti di gioco", avrà il totale predominio sulla sua mente e sul suo corpo e quindi, potrà farle e farle fare tutto ciò che vorrà. Questo, naturalmente, entro limiti stabiliti. -
Probabilmente sul mio viso comparve un’espressione di perplessità, perché si affrettò a precisare:
- Ogni scenario, per la sicurezza delle proprietarie, è controllato da telecamere: ci sono segni convenzionali con cui loro comunicano alla vigilanza che il gioco sta passando o ha oltrepassato i limiti. Finora nessuna proprietaria se ne è mai servita e questo va a lode del buonsenso dei soci e della resistenza delle nostre titolari. Anche a costo di ripetermi, ribadisco che questa è un’attività che soltanto poche donne molto particolari possono fare, ed anche queste debbono essere addestrate per praticarla al meglio. Domande? -
- Si dovrà fare sesso? – quella fu l’unica domanda stupida che mi venne in mente: ero troppo felice e confusa per la fortuna che mi stava capitando. Quello era il lavoro che, una come me, con le mie tendenze, avrebbe sognato per tutta la vita; lo avrei fatto anche soltanto per vitto e alloggio, figuriamoci per quella barca di sodi che mi avrebbero dato.
- E’ ovvio che il sesso è coinvolto, - rispose con un bonario sorriso sulle labbra, - ma molto meno di quanto si possa immaginare; la maggior parte dei soci preferisce schizzare addosso alle donne piuttosto che venirsene dentro e comunque, in questo caso, è tassativo l’uso del profilattico. Su questa regola non si transige. -
Questa storia dello schizzare addosso mi piacque, e non perché non adoro sentirmi un bel pisellone piantato dentro, ovunque sia, ma perché la trovavo, da sempre, una pratica eccitante.
- Ma … per fare queste cose, - obiettai senza riflettere - non mi sembra che ci sia bisogno di un addestramento particolare. -
- Altro che, se occorre! Se verrà scelta, lei sarà sottoposta ad un addestramento molto pesante prima di diventare socia a tutti gli effetti. Nel corso del tempo, ci siamo resi conto che non è bene ammettere alle attività del club, socie prive di un appropriato addestramento: non funziona. Né per loro, né per gli iscritti. Noi effettuiamo i corsi di addestramento dal lunedì al giovedì; come ben capisce, durante il fine settimana la villa è riservata al piacere dei soci e se dovesse essere necessario, lo proseguiremmo anche all’inizio della settimana successiva. Durante l’addestramento saranno valutati i suoi limiti che, comunque, dovranno essere, già inizialmente, piuttosto elevati e crescere con il tempo e l’esperienza. Proprio a questo è legato l’aumento del guadagno oltre il minimo garantito. Lei dovrà dimostrare di avere molta pazienza, perseveranza, resistenza e discrete doti recitative per fare al meglio questo lavoro. D'altronde, in qualità di proprietaria, avrà tutto l’interesse a far sì che l’azienda prosperi e progredisca nel migliore dei modi facendo in modo che i soci iscritti restino sempre completamente soddisfatti. Lei sarà in servizio ininterrottamente da quando arriva, fino alla domenica notte quando andrà via. Alcune volte le capiterà di non dormire, di non mangiare e di ricevere soltanto quel minimo d’acqua che serve a mantenerla in forma: sarà addestrata a sopportare anche queste privazioni. Dovrà essere addestrata a conoscere e ricevere tutte le pratiche e le punizioni che il suo corpo dovrà subire e che, in alcuni casi, dovrà essere lei stessa ad istigare. -
La sua ultima frase mi lasciò alquanto perplessa:
- Questa non la capisco – gli dissi con molta franchezza – come sarebbe a dire che dovrei istigare io stessa le punizioni che mi daranno? -
- Ci rifletta un attimo: qual è il suo compito? Quello di esaudire le fantasie dei soci paganti. Giusto? -
Annui aspettando il resto della spiegazione che certamente sarebbe arrivata.
- Molte di queste fantasie, anzi, direi buona parte delle fantasie dei nostri soci, prevedono degli scenari in cui è la donna stessa, con il suo comportamento a far scatenare la necessità della punizione: le faccio un esempio. Le ho già detto che tra gli scenari che abbiamo ricostruito ci sono anche un paio di aule scolastiche. Ebbene, immagini che al suo momentaneo padrone piaccia impersonare la figura di un professore e che lei sia una sua allieva: quale sarà il nocciolo dell’incontro tenendo conto del vero motivo per cui lei è lì? Quale dovrà …-
Quasi senza accorgermene risposi interrompendolo senza aspettare che avesse completato la domanda; avevo capito subito dove voleva andare a parare.
- Credo che mi dovrò dimostrare una pessima allieva, molto poco studiosa; impertinente e tenere un pessimo comportamento in classe. -
- Perfetto; dimostrandosi, in qualunque modo, poco propensa allo studio, o parecchio ribelle alla disciplina scolastica, sarà lei stessa a fornire al socio il motivo per la sua punizione. Di fantasie imperniate su questo concetto ce ne sono un’infinità: il padrone e la cameriera incapace; il marito e la moglie infedele; il padre e la figlia ribelle; il medico e l’infermiera pasticciona. Noi l’addestreremo a realizzare queste fantasie per evitare che la sua prestazione risulti falsa o poco credibile. Allora, le è tutto chiaro adesso? Le sono ben chiari i concetti che le ho espresso? Per onestà devo dirle che molte delle candidate, a questo punto si sono ritirate trovando l’impegno troppo gravoso o non corrispondente alle loro reali tendenze: lei cosa vuol fare? Si ritira o vuole che proseguiamo con il colloquio? -
Dall’istante in cui avevo cominciato a comprendere la vera natura del lavoro, mi ero resa conto che, indipendentemente dal guadagno, non volevo altro che essere assunta; mi piaceva troppo quel lavoro per rischiare di perderlo e glielo dissi con molta franchezza.
- C’è ancora una cosa, - riprese sorridendo per la foga con cui gli avevo comunicato la mia decisione di proseguire – Per la tipologia di alcune fantasie ricorrenti dei nostri soci, è opportuno che i suoi capezzoli e le sue grandi labbra siano forate. Problemi? -
Un brivido involontario percorse il mio corpo. Questo era pretendere molto, e non ero sicura che la cosa mi sarebbe piaciuta, ma poi pensai che era un po’ come per i fori alle orecchie: una volta fatti, non ci si pensa più e per i soldi che avrei guadagnato, era una cosa che si poteva anche sopportare.
- Sì, va bene; credo che si possa fare. Accetto. –
- Bene, - concluse lui con un sorriso smagliante sul volto mentre si alzava dalla poltrona – questa prima parte del colloquio è terminata. Ha superato brillantemente il primo scoglio: l’ammissione alla prova attitudinale. Se supera anche quella, credo di poterle dire fin da ora che sarà certamente una delle dieci che frequenteranno il corso d’addestramento. Congratulazioni. – e mi porse la mano per una stretta franca e calorosa.
Mentre mi accompagnava alla porta aggiunse:
- Accidenti, quasi me ne dimenticavo: le socie, ogni giovedì mattina vengono qui per farsi fare la ceretta completa. -
- La ceretta completa? Che vuol dire? –
- Molto spesso i nostri iscritti amano far indossare alle ragazze indumenti o intere tute di lattice, lei comprende bene che s’indossano e si tolgono molto meglio se il corpo è completamente depilato. Ha qualche obiezione? -
Questa richiesta mi sembrò più accettabile dell’altra; d’altronde, per guadagnare i soldi che mi avrebbero dato, mi sarei dovuta far fare molto più di questo; e il solo pensiero mi eccitava da impazzire.
Offrendomi il braccio, Sergio mi fece entrare in un’altra stanza, adiacente alla sua.
C’erano già tre persone che evidentemente stavano aspettandomi. Erano seduti attorno ad un’alta pedana ricoperta da un folto tappeto ed illuminata violentemente dalla luce dei quattro fari disposti agli angoli.
Sergio, accomodandosi sulla quarta poltrona ancora libera, mi presentò sottolineando che avevo superato brillantemente la prima parte dell’intervista, poi, facendomi salire sulla pedana, mi spiegò il senso della prova pratica.
- La gran parte del suo lavoro consisterà nell’eseguire gli ordini che le saranno impartiti dai padroni cui è affidata. Essi la chiameranno nei modi più svariati e la offenderanno come mai nessuno ha fatto in vita sua. Questi tre soci, che si sono gentilmente prestati per la sua prova, verificheranno le sue capacità di ubbidire e le sue reazioni a situazioni che normalmente lei non avrebbe mai dovuto affrontare in un’intervista per un normale lavoro, e forse neanche nella vita quotidiana. Domande? -
Scossi la testa: non avevo domande.
Avevo capito che la prova pratica era la parte più importante dell’intero colloquio; anche più dell’intervista. Prima, a Sergio, avrei potuto rispondere mentendo o modificando la realtà. Adesso non mi sarebbe più stato possibile; loro avrebbero fatto tutto quanto era in loro potere per verificare che le mie vere reazioni, all’atto pratico, corrispondessero alle risposte che avevo dato.
- Avanti, cosa aspetta a spogliarsi? – l’uomo che mi aveva impartito l’ordine era il più anziano dei tre; un signore molto distinto con un’aria da vecchio gentiluomo tutto d’un pezzo.
Per un attimo rimasi imbambolata: non mi aspettavo una partenza così decisa. Per fortuna mi ripresi subito: pur provando un comprensibile imbarazzo, mi spogliai completamente restando, in piena luce, al centro della pedana.
- Si volti. –
- Allarghi le gambe. -
- Si accosci. –
- Si pieghi in avanti. –
- Si allarghi le natiche. –
Questi sono i primi ordini che mi furono dati e li eseguì con sempre maggiore imbarazzo. Non è facile eseguire certi ordini davanti ad estranei che prendono appunti su come li esegui.
Nella penombra vedevo i loro volti soddisfatti mangiarsi con gli occhi il mio corpo e soprattutto quelle parti che invece io ritenevo troppo abbondanti: culo e tette.
- Sergio, - disse uno dei tre, un piccoletto segalino tutto impomatato – questa volta ci hai portato una vera vacca. Da quale stalla l’hai tirata fuori? Quelle mammelle dovrebbero produrre almeno cinque litri di latte al giorno. – quegli apprezzamenti pesanti sulle mie tette mi avevano veramente imbarazzata.
- Sei proprio una gran vacca – mi apostrofò all’improvviso l’altro uomo facendomi arrossire, - avanti, carezzati quelle montagne che chiami tette e strizzati i capezzoli: facci vedere quanto ti si gonfiano quando te li mungi. -
Compresi che stavo entrando nella parte dura dell’intervista: quella in cui non potevo fallire se volevo diventare proprietaria (alla pari) di quel club.
Carezzai a lungo le mie sode mammelle poi presi i capezzoli tra le dita e li strizzai e li girai fino a gemere per il dolore; ma quando li lasciai erano duri e gonfi.
- Sdraiati ed allarga le gambe. Guardiamo quant’è grossa quella galleria che hai in mezzo alle cosce. Avanti; mettici una mano dentro e scopati da sola. – Quel piccoletto rinsecchito mi stava diventando sempre meno simpatico. Gli ordini che mi dava ed i commenti che faceva diventavano via via più imbarazzanti ed offensivi. Poi compresi che quel loro modo di fare era parte essenziale della prova pratica: dovevo dimostrare di saper resistere anche alla pressione psicologica.
Sapevo di avere il viso in fiamme: percepivo il calore emanato dalle mie guance; eppure, mescolato all’imbarazzo, sentivo crescere in me una forte eccitazione.
Mi stavo masturbando, completamente nuda, davanti ad un pubblico sconosciuto.
- E’ peggio di una cagna in calore: la fica le sbrodola come una sorgente - in effetti era proprio così: stavo godendo per l’umiliazione – avanti allora, mettiti a quattro zampe e mostra a tutti con quel culo rotto che ti ritrovi. -
Mi misi carponi, e girai su me stessa per mostrare a tutti il mio buchetto (usato, sì, ma non tanto quanto insinuavano loro), poi, con le ginocchia ben allargate continuai a masturbarmi come un’ossessa.
- Stai godendo, vero, puttanaccia che non sei altro. Allora smetti di tormentarti la fica e infilati quelle luride dita nel culo. -
In qualsiasi altra circostanza sarei morta dalla vergogna; in quel momento, invece, l’idea di sodomizzarmi da sola davanti a tutti mi eccitò da morire. Avevo le dita talmente lubrificate dai miei stessi umori che riuscì ad infilarmene tre sino in fondo senza neanche sentire quel poco di dolore che provavo di solito quando facevo la stessa cosa da sola. Ormai ero ad un passo dall’orgasmo.
- Alt. Fermati. -
Evidentemente si erano accorti che ero giunta alla soglia del piacere: il mio corpo tremava per la frustrazione ma mi bloccai all’istante.
Li vidi salire tutti e quattro sul palchetto e girarmi intorno controllando ogni centimetro del mio corpo. Anche questo vedermi osservata con tanta insistenza, mentre ero ancora inginocchiata carponi sul pavimento, contribuì ad aumentare ancora di più la mia eccitazione. I tre uomini non si limitarono a guardare; dopo un paio di giri, sentì una mano posarsi sulle mie natiche e strusciare nel solco fino a spingermi almeno due dita nell’ano; altre due, afferrarmi le tette e strizzarle come se le stessero veramente mungendo.
Faticai parecchio a controllarmi appena mi resi conto che stavo per emettere un sospiro di soddisfazione; non volevo che pensassero che stavo mettendomi in mostra esagerando le mie risposte ai loro stimoli.
Volevo quel posto con tutte le mie forze.
- Il nostro direttore ha girato per tutte le stalle della zona per trovare una scrofa come questa: ha due chiappe che sembrano due mongolfiere. -
L’uomo che aveva le dita piantate nel mio buchetto posteriore, le sfilò e, con un unico gesto, mi appioppò uno sculaccione che mi fece vedere le stelle.
- Sì, è proprio un vero piacere scaldargliele a dovere. -
E giù una raffica di altri sculaccioni.
Nonostante il bruciore non mi mossi né mi lamentai: nel colloquio avevo affermato che non mi dispiaceva riceverli, ed ora stavano verificando se era vero.
Mentre venivo sculacciata di santa ragione, il segalino mi s’inginocchiò davanti, con la patta dei pantaloni aperti da cui emergeva uno spropositato pisello: prova pratica di bocchino. Lo ingollai finché la punta non mi premette sull’ugola; costernata, mi resi conto che ne avevo imboccato soltanto poco più della metà.
Quello che mi stava sculacciando, a quel punto cambiò metodo; anziché darmeli dall’alto, cominciò a picchiare in orizzontale; all’attaccatura delle cosce.
Per poco non mi strozzai quando fui spinta in avanti dagli sculaccioni facendomi impalare da quel lungo cazzo fino in gola; ma io sono una maiala masochista, per cui riuscì a vincere i conati di vomito e premiai l’antipatico piccoletto con un bocchino che si ricorderà finché campa.
- Sdraiati con le spalle a terra e usa questi per godere come fanno le porche mignotte tue pari. – mi ordinarono appena finì di ingoiare il litro di sperma che il segalino mi aveva schizzato in gola.
Mi gettarono addosso due vibratori accesi, uno più grosso dell’altro e si sedettero nuovamente pronti ad assistere allo spettacolo che avrei dato di me.
Freneticamente, senza neanche controllare quello che facevo, me li infilai dentro riempiendo i miei buchetti: bastarono pochi attimi per farmi raggiungere un orgasmo favoloso.
Impiegai parecchio tempo per riprendermi e soltanto allora mi accorsi che avevo ancora, piantati dentro di me, i due vibratori. Sollevai la testa per guardarli e con sgomento mi accorsi che nella frenesia del momento avevo infilato il più grosso nel buco più piccolo.
Mi sentì una vera porca, anche perché gli sguardi dei tre soci, mentre uscivano, erano ancora chiaramente indirizzati verso il grosso dildo che vibrava piacevolmente spuntando dal mio ano.
- Con questo lei ha terminato il suo colloquio. - Sergio mi porse i miei abiti comunicandomi che potevo rivestirmi. – Adesso torni a casa, si riposi e stia tranquilla: appena la commissione avrà deciso la chiameremo noi per comunicarle i risultati. -
Trovai la stessa macchina con autista che mi aspettava alla porta della villa.
Già durante il viaggio di ritorno cominciò ad assalirmi un senso di scoramento; centomila pensieri, tutti negativi, si rincorrevano nel mio cervello: sicuramente ero andata male; non ce l’avevo fatta; le altre erano state molto più brave ed ubbidienti di me.
Io, in tutta onestà, mi ero sbagliata nell’uso dei due vibratori, ma sicuramente loro avevano pensato che avessi voluto strafare, che mi fossi voluta mettere in mostra e questo, lo sapevo, per una schiava non andava affatto bene.
Quella sera, mi misi a letto convinta che non mi avrebbero mai richiamata.
Avevo un bel ripetermi che non ci avevo mai sperato sul serio: ma chi volevo prendere in giro? Altro che se ci avevo sperato. Avevo addirittura già fatto l’elenco delle cose che avrei potuto comprarmi con il primo dividendo, ed anche con il secondo e con il terzo.
Nei tre giorni seguenti mi masturbai come una forsennata immaginando cosa mi avrebbe fatto il primo padrone che avessi dovuto servire; poi, visto che non avevo ricevuto nessuna notizia, mi rassegnai, persuasa che ero stata scartata o, peggio ancora, che ero stata una scema colossale nel cadere vittima della più vecchia delle truffe sulle assunzioni: con la promessa di un lauto guadagno, loro si erano goduti il mio corpo mostrato ed esposto nei modi più sconci possibile.
Ero tornata alle mie scope ed ai miei strofinacci, più delusa e sconfortata che mai.
Lo squillo del telefono non mi faceva più sobbalzare come i primi giorni dopo il colloquio e risposi tranquillamente avendo ormai abbandonato ogni speranza.
- Pronto? Sono Sergio. – in un lampo sentì lo stomaco che mi si annodava e la fica bagnarsi come se stessi scopando con il Principe Azzurro. – mi piacerebbe che lei partecipasse al nostro corso di addestramento, sempre che la cosa ancora la interessi. -
- Io … sì, … certo che m’interessa. – dovetti lottare con me stessa per impedire alla mia mano di infilarsi nelle mutandine – quando … quando vuole che venga? -
- Debbo fare ancora poche interviste per riuscire ad assegnare gli ultimi due posti rimasti liberi. Quanto tempo le occorre per lasciare il suo lavoro? -
Avrei voluto dirgli che potevo essere libera fin dal giorno seguente, ma mi restava ancora in briciolo d’orgoglio, quindi risposi che sarei potuta essere libera dall’inizio della settimana successiva.
A lui andava benissimo, intanto mi avrebbe inviato l’elenco dei documenti che dovevo preparare per l’eventuale assunzione, compreso il certificato sanitario di sana e robusta costituzione.
La telefonata si concluse con la sua assicurazione che non avrei avuto bisogno di portare alcun effetto personale per il periodo del corso: avrei trovato alla villa tutto quello che mi sarebbe occorso.
Quella notte sprofondai nel sonno, sfinita dalle continue masturbazioni: la testa non faceva altro che mostrarmi scene di prigioni sotterranee, stanze di tortura e ambulatori con ginecologi sadici e professori che mi chiedevano di recitare a memoria tutto il terzo capitolo dei Promessi Sposi.
Cap. 3
Il Lunedì mattina di due settimane dopo mi presentai, puntuale come un cronometro svizzero, al cancello della villa.
Ci radunarono tutte nella stanza di Sergio: eravamo in otto.
Evidentemente le selezioni erano state più severe del previsto.
Impiegammo poco tempo a superare il reciproco imbarazzo e ben presto cominciammo a parlare presentandoci e raccontando una all’altra i motivi per cui cercavamo di accaparrarci quel lavoro. Oltre a me, soltanto altre tre dissero che lo volevano perché amavano quello che si doveva fare per la prosperità dell’azienda.
All’improvviso, aprì la porta una donna, completamente nuda, con soltanto una cartella in mano.
Doveva avere all’incirca una quarantina d’anni, ma, accidenti se era bella; una di quelle che gli uomini chiamano: una fica imperiale. Mora, alta, slanciata, due tette leggermente appesantite ma ancora splendide.
Entrò e fece l’appello.
Constatato che eravamo tutte presenti, disse che ci avrebbe assegnate ognuna ad uno scenario per iniziare da quello il nostro addestramento.
- Livia? – chiamò, ed io alzai la mano – Stanza numero sette. È la porta in fondo al corridoio del piano superiore. Le scale stanno di fronte alla porta appena esce.
Salì le scale con il cuore in tumulto: ero eccitata come una ragazza al primo appuntamento. Trovai la stanza n° 7; entrai e mi soffermai a guardare l’arredamento. La prima cosa che mi colpì furono le catene che pendevano dal soffitto, poi un grosso e robusto tavolo ai cui lati pendevano corde e cinghie.
Alle pareti erano appoggiati diversi armadietti con gli sportelli chiusi, mentre nell’angolo a destra, entrando, c’era un lavandino ed una toeletta.
Stavo ancora guardando la sala, quando entrò un uomo, grosso, ma non grasso. Alto, muscoloso e soprattutto bello. Veramente un bell’uomo.
Si fermò davanti a me sovrastandomi di tutta la testa.
- Per i prossimi giorni io sarò il suo padrone e curerò il suo addestramento. In questa cartella, - disse mostrandomi i documenti che aveva in mano, - ci sono i risultati del suo colloquio e della sua prova pratica. Me ne servirò per addestrarla soprattutto là dove è risultata essere più carente. –
Probabilmente manifestai un certo timore per cui lui si sentì in dovere di tranquillizzarmi. Onestamente devo riconoscere che fece di tutto per mettermi a mio agio; conversammo a lungo parlando del più e del meno; mi raccontò parecchie cose di se.
Mi disse che lui era un membro del Club, come Sergio; mi confidò cosa gli piaceva fare e cosa, invece, non lo eccitava in modo particolare. Poi mi spiegò le varie fasi previste per il mio addestramento.
- Per prima cosa mi occuperò della sua capacità di resistenza. Lei sarà legata ed immobilizzata per lunghi periodi; dovrà rispettare l’assoluto silenzio, e per questo, se occorre, sarà imbavagliata, anche in modo molto fastidioso. Mangerà e berrà soltanto quando gliene darò il permesso o sarà nella sala comune; dovrà imparare a dormire molto poco e ad essere pronta e vigile appena sveglia. Addestrerò il suo corpo a ricevere ogni tipo di punizione e la sua mente ad essere umiliata oltre ogni sopportazione; tutto questo le sarà utilissimo quando inizierà a lavorare. -
Tacque per qualche istante, credo che si aspettasse una mia reazione. Io, invece, non ne ebbi alcuna; ero completamente presa dalle sue parole che erano musica per le mie orecchie.
- Deve essere cosciente – proseguì lui – che sarà un cammino lungo e doloroso e mi aspetto che lei ubbidisca in modo assoluto. Non tollererò alcuna insubordinazione o qualsiasi forma di mancata collaborazione. Lei mi chiamerà Padrone o Signore ogni volta che si rivolgerà a me. Io le spiegherò tutto quello che le farò ed il perché; potrà farmi delle domande ma soltanto quando gliene darò il permesso. Per i prossimi giorni lei deve considerarsi un mio oggetto personale del quale io posso disporre come più mi aggrada, nella maniera più assoluta, pena l’immediata esclusione dal corso e dalla possibilità di lavorare con noi. Adesso si spogli. -
Cominciai a spogliarmi appena lui posò la cartella sul tavolo.
Lo osservavo con la coda degli occhi, mentre deponevo a terra i miei indumenti man mano che li toglievo e mi soffermai a pensare a quanto mi sarebbe piaciuto se mi avesse legata, subito, con le cinghie che pendevano dai bordi del mobile.
Appena ebbi finito mi ordinò di deporre gli indumenti in una borsa che lui mise fuori della porta, poi mi mostrò una strana cinta che aveva una pallina al centro.
- Questo è un bavaglio. Noi qui ne usiamo di diversi tipi; questo, per la precisione è il "bavaglio a palla". -
Mi ordinò di aprire la bocca e mi spinse la palla tra i denti, poi chiuse la fibbia dietro la mia nuca tirando la cinghietta finché non mi stirò le labbra. Era molto scomodo respirare con la bocca piena in quel modo: la prima esperienza da schiava non mi piacque molto.
- Non conosciamo le sue reazioni "vocali" al dolore. Finché non saremo certi che non si metterà ad urlare ad ogni puntura d’ago, lei porterà il bavaglio: meglio che si abitui al più presto. Non vogliamo sentire urla ingiustificate echeggiare per la casa. -
Mi prese per un braccio e mi condusse davanti ad uno degli armadietti; ne tirò fuori bracciali, cavigliere e collare della mia misura e me li applicò.
Mi vennero i brividi man mano che mi serrava i polsi, le caviglie, il collo con quelle strisce di cuoio nero irte di anelli e ganci.
- Da ora in poi, ma soltanto per questi primi quattro giorni, se riterrai di non poter sopportare oltre quello che ti sto facendo, urlerai tre volte di seguito, anche nel bavaglio se lo indossi, ed io ti darò un po’ di tregua. Fammi sentire come urli in modo che io possa distinguere questo segnale dalle altre urla. -
Urlai tre volte di seguito riflettendo che era la prima volta che mi dava del tu: avevo finalmente cominciato il mio addestramento da schiava.
Prima di farmi distendere sul tavolo, mi cinse la vita con una cinta di cuoio anch’essa piena di anelli; la strinse talmente tanto che mi sembrò di essere strizzata in due come un tubetto di dentifricio.
Mentre mi bloccava i polsi e le caviglie agli angoli del tavolo, mi spiegò, come aveva promesso, quello che stava facendo ed il perché. Mi disse che dovevo abituarmi a stare immobilizzata su quel tavolo speciale o su altre strutture atte allo stesso scopo; di schiena, come in quel momento, o anche pancia sotto: ai soci piace molto avere dei corpi inermi a disposizione.
Con dei moschettoni bloccò gli anelli del collare e della cinta ad altri anelli infissi sul tavolo.
Ero assolutamente immobilizzata.
Sentivo una strana eccitazione crescere in me, insieme ad un senso di timore per quello che stava per accadermi: ero sicura che mi avrebbe fatto qualcosa di poco piacevole; non era possibile che mi avesse conciata in quel modo soltanto per mostrarmi l’immobilizzazione al tavolo.
- A molti dei nostri soci, piace giocare con supplizi ai capezzoli, per questo è necessario prepararli ed abituarli ai trattamenti rudi cui saranno sottoposti. In questo periodo io te li manipolerò e strapazzerò a lungo in modo da fargli perdere parte della loro sensibilità cosicché potrai sopportare molto più a lungo quello che ti faranno i tuoi futuri padroni. Un consiglio di carattere generale: qualsiasi cosa ti farò, tu continua ad esercitarti a casa nello stesso modo; soltanto così eleverai la tua soglia del dolore a livelli soddisfacenti. -
Mi si avvicinò ed afferrò un capezzolo; l’unica cosa che potei fare, immobilizzata com’ero, fu emettere un mugugno di dolore quando lo strizzò tra le sue forti dita finché non lo vide ben duro ed eretto. Prese uno spazzolino per le unghie e con quello cominciò a sfregare il mio povero capezzolo. Sul principio la cosa fu eccitante, ma dopo neanche mezzo minuto di quel trattamento, la carne delicata diventò estremamente sensibile ed il piacere si trasformò in dolore puro: un dolore che mi arrivò diretto al cervello.
Piangevo già da un bel pezzo quando lui lasciò la tetta destra e cominciò lo stesso trattamento alla sinistra. Quando finì, a costo di farmi strozzare dal collare che mi bloccava la testa al tavolo, sollevai il capo, quanto potei, per vedere in che stato erano ridotti i miei poveri capezzoli di cui andavo tanto orgogliosa: erano enormi e rossi come il fuoco. Pensai che non sarebbero mai più tornati al loro stato originario.
Quando ripenso a quella mia prima, vera esperienza da schiava, resto ancora allibita nel ricordare le sensazioni che vagavano nella mia mente: ricordo il dolore, forte, persistente, ma anche l’eccitazione folle che quel dolore mi procurava.
Quasi con terrore lo vidi allungare nuovamente le mani verso le mie tette, temei che volesse ricominciare con la spazzola, invece, mi afferrò una tetta a mano piena, la strizzò e la tirò verso l’alto: sembrava che mi volesse alzare dal tavolo tenendomi solo per la tetta. Volevo urlare per il dolore, ma l’unico suono che riuscì ad emettere fu un lungo muggito soffocato dalla grossa palla che avevo tra i denti.
- Questa, per il tuo bene, è un’altra cosa cui dovrai abituarti al più presto. Oltre che un bel culo, hai anche due bellissime e grosse tette che non mancheranno di scatenare gli istinti più sadici dei soci. Te le strizzeranno, tireranno, schiaffeggeranno ad ogni occasione. Usando un cordino come questo – continuò mostrandomi una cordicella che mi sembrò identica a quelle che stavano applicate alle tende di casa mia, - ti conviene, ogni volta che hai tempo, di esercitarti a sentirtele legate e strizzate alla radice, così come ti sto facendo io adesso. -
Tenendo la tetta in tiro con una mano, fece diversi giri sempre più stretti attorno alla mia povera mammella che in breve si gonfiò e divenne paonazza a causa del blocco della circolazione del sangue.
È vero, sono una gran porca masochista, lo devo riconoscere: quel trattamento molto doloroso, anziché spegnere i miei ardori, completò l’opera già cominciata dallo spazzolino: il Padrone stava ancora legandomi l’altra tetta quando mi accorsi che la mia fichetta si era nuovamente bagnata.
Cercai con tutte le mie forze di liberarmi almeno una mano: volevo accarezzarmi tra le cosce, infilarmi qualche dito nella vagina, stuzzicare il mio clitoride: volevo masturbarmi!
Non ci fu nulla da fare. Ero legata troppo bene.
Forse il Padrone si accorse delle mie voglie, o forse, si aspettava che il mio corpo avrebbe reagito in quel modo a quello che mi stava facendo; fatto sta che, in un modo per me incredibile, risolse il mio problema.
Quando la parte delle mie tette libera dalle legature divenne gonfia da scoppiare e rossa come i pomodori maturi, le schiaffeggiò più volte procurandomi un dolore che non avrei mai immaginato avessi potuto provare; eppure, fu proprio quel forte dolore che mi scatenò il più intenso piacere provato in quell’inizio di una lunghissima giornata.
Sentì l’orgasmo esplodere nelle mie viscere senza preavviso: non ero pronta; mi vergognavo di quello che mi stava accadendo, ma non potei fare altro che abbandonarmi al piacere tremando tutta e gemendo come una neonata.
Non mi dette neanche il tempo di riprendermi che sentì il tavolo muoversi, o meglio, non tutto il tavolo, ma soltanto il bordo inferiore, quello cui erano legate le mie caviglie. Lo sentì alzarsi e con esso le mie gambe finché non furono in alto, a squadro col resto del mio corpo.
- Questa è un’altra delle cose che ti farò quotidianamente durante tutto l’addestramento e che dovrai continuare a fati da sola a casa, almeno per un certo periodo, se non vuoi patire oltre misura mentre sarai in mano ai tuoi padroni di turno. -
Non sapevo a cosa si riferisse ma ero certa che lo avrei scoperto ben presto.
- Un’altra parte del corpo bersaglio dei "piaceri" inflitti dai soci, è la vagina ed il clitoride. Anche questo dovrà essere indurito come i capezzoli. -
Mentre parlava sentivo le sue mani allargarmi la vagina, e stuzzicare il mio clitoride già gonfio per il recente orgasmo; lo bloccò tra le dita e cominciò a spazzolarlo con il maledetto spazzolino per le unghie.
Non fu come per i capezzoli; in quella circostanza vidi le stelle dopo pochi secondi. Lo spazzolino andava e veniva strusciando tutta la zona dal pube all’ano: era un dolore infernale.
Urlavo, piangevo come una disperata, ma lui non si fermò. Dovevo abituarmi a sopportare dosi sempre maggiori di dolore, continuava a ripetermi, e non eravamo che all’inizio.
Credo di aver perso, per qualche attimo, coscienza di me stessa, perché ad un certo punto mi resi conto di avvertire un freddo tremendo in mezzo alle cosce.
Spalancai gli occhi e vidi che teneva una borsa del ghiaccio poggiata sulla mia vagina.
- E’ per evitare che ti si gonfi troppo. – fu l’unica spiegazione che mi dette prima di togliere la borsa e muovere nuovamente il bordo del tavolo.
Mi ritrovai piegata in due, con le ginocchia a contatto delle tette. Era una posizione scomodissima che mi faceva respirare con molta difficoltà.
- Il primo giorno di addestramento, per certi versi, è il più duro di tutti. Ora farai la conoscenza con un’altra passione dei nostri soci: riempire con piccoli o grossi oggetti i culi delle proprietarie. Sei libera di fare come ti pare, ma se non vuoi patire sempre le pene dell’inferno quando sarai in mano a loro, ti consiglio di seguire scrupolosamente tutti i miei suggerimenti. Finché sarai qui, spesso provvederò io, ma quando non lo farò, o quando sarai a casa tua, ti consiglio di tenere spesso un buon vibratore inserito nel culo; manterrai l’ano allenato alle dilatazioni e soffrirai parecchio di meno durante il servizio. –
Il mio addestratore stava mantenendo al meglio le promesse; le sue spiegazioni erano esaustive e convincenti.
- Il culo, nella sua interezza - continuò palpandomelo ed accarezzandomelo, - è di per se un punto focale nelle punizioni ed i suo buchetto, in particolare, è oggetto di mille attenzioni da parte dei soci. Con il tuo culo ci faranno di tutto. A seconda delle rispettive tendenze, lo picchieranno; lo frusteranno; lo useranno come un puntaspilli, ma è sul buchetto che si concentreranno le attenzioni di tutti. Te lo allargheranno, ci infileranno qualsiasi cosa, dalle dita alle palle da biliardo insaccate nei preservativi, ma quello che dovrai aspettarti da buona parte dei soci, sarà di essere riempita con molti clisteri; spesso enormi. Useranno cannule talmente grosse che oggi non penseresti mai di poter ricevere nel tuo canale posteriore. Io ti addestrerò a ricevere tutto questo, ma starà a te mantenerti in costante allenamento quando non sarai in servizio. – una forte pacca sulle mie cosce rialzate segnò la conclusione di questo lungo ed eccitante discorso – Per oggi, limitiamoci a vedere che calibri sei già in grado di ricevere. -
Allungò una mano per aprire lo sportello dell’armadietto più vicino al tavolo. Cercai di sbirciare per vedere cosa contenesse, ma lui prevenne la mia curiosità continuando con le spiegazioni.
Quello era il ripostiglio dei divaricatori anali. Mi disse che ce n’erano di tutte le forme e dimensioni: per ora ne avrebbe usato uno del tipo gonfiabile, in modo da potermi allargare l’ano senza ricorrere a continue introduzioni che mi avrebbero sicuramente irritato la parte ancora poco frequentata.
Il dildo che mi mostrò, prima di infilarlo con un’inaspettata gentilezza nel mio buchetto posteriore, lo conoscevo bene. Anch’io ne avevo uno così, a casa, anche se il mio era di dimensioni molto più ridotte. Era a forma di oliva allungata, completamente ricoperto da una specie di camera d’aria gonfiabile tramite una piccola pompa a mano.
Anche se non ero affatto vergine da quella parte, la dimensione dell’attrezzo che si faceva strada nel mio povero culetto mi tolse il fiato. Il bruciore che provai mi fece tornare alla mente quella volta che diedi il culo ad un tizio in cambio della promessa di un buon posto di lavoro: l’unica cosa buona che ottenni fu l’inculata; aveva un cazzo di dimensioni spropositate: mentre mi pompava, obbligandomi a stare piegata sul bordo della scrivania, mi sembrava che il suo attrezzo volesse uscirmi dalla bocca; per quanto riguarda il lavoro, sto ancora aspettando che mi chiami.
Smisi di trastullarmi con i ricordi quando sentì distintamente il dildo crescere nel mio buchetto posteriore: lo stava gonfiando strizzando la peretta che c’era collegata.
Dovette premere la peretta parecchie volte prima che cominciassi a lamentarmi: non volevo sembrare una verginella che si lamenta alla prima occasione; avevo capito bene che non era questo il tipo che cercavano per quel lavoro che io volevo ad ogni costo.
- Bene, - disse quando i miei guaiti cominciarono ad essere dei veri lamenti di dolore – sei più sfondata di quanto credessi: non sembrava a vederlo. Di solito questo dildo riesco a gonfiarlo così tanto solamente dopo tre o quattro giorni di allenamento: sono veramente soddisfatto di te e non mancherò di farlo presente al signor Sergio. Adesso do ancora un paio di gonfiate poi ti lascerò abituare alla nuova dilatazione per almeno un quarto d’ora, io intanto, preparerò l’occorrente per verificare la tua resistenza ai clisteri. -
Mi sentì mancare il fiato quando gonfiò ulteriormente il salsicciotto che mi aveva piantato nel culo; ero giunta veramente al mio limite e credei impossibile che il mio povero buchetto potesse allargarsi più di così senza che mi si spaccassero le natiche come una pesca matura.
Passai quel quarto d’ora soffrendo sempre di meno; aveva proprio ragione: quando lo sgonfiò per togliermelo, mi ero talmente abituata che quasi ne provai dispiacere, ma non ebbi tempo per crogiolarmi nei ricordi delle gradevoli sensazioni che quella grossa dilatazione mi aveva procurato; mi ordinò di alzarmi dal tavolo sul quale ero stata distesa fino ad allora.
Ero stata talmente assorta nel godermi quella pallida succursale di inculata che non mi ero accorta che mi aveva slegata togliendomi anche la cintura.
Faticai a rimettermi in piedi: avevo tutte le giunture anchilosate.
Appena riacquistato l’equilibrio mi guardai intorno per vedere cosa mi aspettasse: niente di buono.
Eravamo arrivati al punto che meno mi piaceva, e, da quello che aveva preparato, capii che avrei avuto ben poco da divertirmi.
- Come già ti ho detto prima, adesso vedremo come te la cavi con i clisteri. Questa è la pratica che, insieme alle sculacciate, dovrai aspettarti da quasi tutti i soci. Te ne faranno usando tutti i tipi di liquido possibili e di tutte le dimensioni fino al massimo consentito. Useranno tutti i tipi di cannule reperibili in commercio da quelle vecchio tipo a beccuccio di bachelite a quelle gonfiabili ritentive. Tu dovrai abituarti ad ogni tipo ed allenarti, anche fuori di qui, a ricevere maggiori quantità di liquido possibile; questo è un altro punto che concorre ad aumentare la quota dei dividendi. -
- In pratica – gli chiesi mentre lo vedevo riempire per aspirazione, da un catino colmo d’acqua una peretta da clistere, rossa e bella grossa, - più grossi sono i clisteri che riesco a farmi fare, più guadagno oltre alla cifra stabilita? -
- Proprio così. Io stabilirò la tua capienza massima oltre la quale i soci non potranno andare senza il tuo consenso: quando sarai in grado di superarla stabilmente, salirai nella graduatoria delle quote. Adesso però, non pensare ai guadagni: voglio che rifletta sul fatto che ti sei guadagnata la tua prima, vera punizione. Hai parlato senza che io te ne concedessi il permesso e senza neanche rivolgerti a me chiamandomi come devi. Ricordi che te lo avevo detto? Pensavo che fossi stata più attenta. -
Annuì con la testa senza parlare faticando non poco per reprimere il brivido di piacere che mi colse all’improvviso: la mia prima vera punizione.
Qualsiasi cosa avesse deciso di farmi sarebbe stata la benvenuta.
Una sola cosa non mi andava giù in quella faccenda della punizione: la figura da cretina che avevo fatto. Sperai ardentemente che con quell’errore non avessi compromesso le mie possibilità di lavorare in quel posto.
Accostò una sedia al tavolo su cui era posato il catino con la grossa peretta, si sedette e mi fece cenno di stendermi sulle sue ginocchia.
D’un colpo tornai indietro di molti anni, almeno quindici.
Mia madre, patita per le cure vecchia maniera, mi faceva almeno un paio di clisteri al mese sostenendo che mi facevano bene.
Io non vedevo alcun miglioramento nella mia già ottima salute e, quando, protestando, glielo facevo notare, lei mi rispondeva che se stavo molto bene era proprio merito dei clisteri che mi somministrava; così io dovevo continuare a stendermi sulle sue ginocchia e farmi sodomizzare con le sue lunghe cannule.
Sicuramente era per questo che quella pratica mi piaceva così poco, ma adesso era diverso: non erano le ginocchia di mia madre, quelle su cui dovevo stendermi: erano le ginocchia del mio padrone e la cosa mi intrigava parecchio, anche più di quanto mi aspettassi.
Mi posizionai come volle lui: con le mani poggiate a terra, il culetto bene in aria e le gambe distese.
Con una mano mi allargò le natiche; trattenei il respiro mentre la grossa cannula mi scorreva nell’ano in tutta la sua lunghezza. L’acqua era abbastanza calda ma non al punto da darmi fastidio, anzi, trovai il tutto parecchio rilassante.
- Per incominciare ti farò due di questi piccoli clisteri, poi, prima di permetterti di svuotarti, ti somministrerò la punizione che ti sei meritata: una lunga e salutare sculacciata. Ti accadrà molto spesso di essere sculacciata o peggio, mentre devi trattenere il tuo clistere; cerca di abituarti a non fartene uscire neanche una goccia. A nessun socio piace avere le gambe scolate con la tua cacca; quindi regolati se non vuoi che ti puniscano nel peggiore dei modi. Chiaro? -
Evidentemente non si aspettava risposta, ed io tenni la bocca ben chiusa mentre sfilava la cannula e la rimpiazzava con quella della seconda peretta che nel frattempo si era riempita; mi limitai ad accennare con la testa che avevo capito.
Sul finire del secondo clistere cominciai a sentirmi piuttosto piena. Oggi, due litri di clistere, per me, sono soltanto l’aperitivo, ma in quel momento erano una bella quantità.
Non mi lasciò neanche il tempo di prepararmi: appena posata la seconda peretta sul tavolo, una sberla tremenda mi massacrò le natiche. Non so neanche io come feci a non farmela sotto; ma ci riuscì.
Ad ogni sculaccione sentivo l’acqua sciabordare dentro di me come il mare in burrasca, e fu una burrasca lunga e tempestosa.
Me ne dette tante che persi il conto degli sculaccioni che mi diede; so soltanto che, quando mi fece rialzare per accompagnarmi alla tazza del cesso, sentivo il mio povero culetto emanare calore come il fondo di una padella sul fuoco.
- Altra cosa cui devi fare l’abitudine, è quella di soddisfare le tue funzioni fisiologiche alla presenza dei padroni. A parecchi piace vedere le schiave mentre fanno i loro bisogni, quindi, vinci la vergogna e mostra tutto il piacere che provi nello svuotarti. -
Non me lo feci ripetere due volte. Mi accucciai sulla tazza ed allentai lo sfintere: una cascata d’acqua, ben poco limpida, piovve dal mio buchetto infiammato.
Lui mi guardò appena quel tanto che bastò a farmi vergognare della mia situazione, poi si voltò e cominciò ad armeggiare con delle sacche di plastica rigonfie di liquido: erano enormi; ognuna doveva contenere più di due litri.
Ne preparò tre.
Sentì che le ginocchia mi si piegavano quando, dopo essermi lavata, mi avvicinai per stendermi nuovamente sul lettino.
Non ero affatto sicura di riuscire a farmi svuotare dentro l’intestino tutto il liquido che aveva preparato per me.
- Ho notato che sei un po’ preoccupata: non avere paura. Non credo che riuscirai a prendere tutte le tre sacche che ho preparato, ma non si sa mai. Per ora voglio soltanto verificare la tua capienza massima. Su, stenditi di fianco e porta, verso il petto, la gamba di sopra. -
Non aggiunse altro.
Lo vidi ungere con la glicerina una strana cannula lunga ed abbastanza fina all’inizio, ma che verso la fine si allargava in misura notevole: una specie di cuneo molto allungato. Mi preparai a riceverlo trattenendo il fiato, e feci bene.
Quasi mi sentì squarciare quando mi spinse dentro la parte più grossa.
Lentamente il liquido cominciò a riempirmi. Cercavo di non pensarci, cercavo di ripensare ai momenti più belli di quella mia prima giornata da schiava, ma non c’era niente da fare. Il pensiero tornava costantemente alla mia pancia che sentivo gonfiarsi sempre di più. Ormai faticavo anche a respirare; nonostante il calore dell’acqua nei miei intestini, sudavo freddo, poi, a peggiorare la situazione, cominciarono ad arrivare i crampi: fitte improvvise e dolorose mi attorcigliavano le budella, sentivo un bisogno imperioso di svuotarmi mentre continuavo ad essere riempita d’acqua come una botte.
- Credo che sei giunta al limite. Brava, niente male per essere la prima volta. Almeno, stando a quanto ci hai detto nel colloquio. Non tutte riescono a prenderne quasi cinque litri al primo colpo. Ora vieni, alzati molto lentamente se non vuoi crollare a terra per un giramento di testa. -
Fu molto cortese; mi sorresse lungo tutto il percorso fino al cesso e mi aiutò a sedermi sulla tazza. Ancora adesso non riesco a descrivere la sensazione meravigliosa che provai quando cominciai a sentire l’acqua che defluiva dal mio culo come una lunga ininterrotta cascata.
Il primo impatto con il mio addestramento terminò con quell’enorme clistere.
Quando mi fui svuotata completamente e lavata, il mio padrone mi accompagnò nella sala da pranzo in cui trovai altre quattro delle mie concorrenti, nude come me, già intente a consumare l’eccellente pranzo.
Non feci in tempo a sedermi, vincendo il disagio che il bruciore al buchetto posteriore ancora mi provocava, che una cameriera mi si avvicinò porgendomi il menù. Era una bella donna, come del resto lo erano tutte quelle che stavano in quella sala; l’unica cosa che la distingueva da noi schiave era che lei e le altre due cameriere, indossavano una divisa: un minuscolo grembiulino bianco, ornato di merletto, legato in vita ed una candida cuffietta appoggiata sui capelli.
Per il resto era nuda come quando era nata, ne più e ne meno come tutte noi.
Con una qualche perplessità notai che aveva due anelli infilati nei fori dei capezzoli e riflettei che tra qualche giorno, se tutto andava bene, anche le mie tette si sarebbero fregiate di ornamenti simili a quelli.
I clisteri che il mio padrone mi aveva praticato, mi avevano svuotata completamente ed ora avevo una fame da lupi. Ordinai tutto quello che, senza oltraggiare la decenza, potei ordinare: dall’antipasto al sorbetto di fine pasto e divorai tutto con un gusto che non provavo da tempo immemorabile.
Devo riconoscere che in quella villa sapevano come trattarsi bene: tutti i piatti erano gustosi e cucinati alla perfezione.
Mi sorbì con calma il sorbetto al limone e quando la cameriera si avvicinò per chiedermi se desideravo qualche altra cosa, scherzai con lei:
- No, basta grazie. Sono piena come un uovo. Era da tempo che non gustavo un pranzo così buono. Mi dispiace soltanto di non poterle lasciare la mancia che si è meritata. - dissi indicando il mio corpo completamente nudo, - come vede, ho dimenticato il borsellino. -
- Non importa, signora, - mi rispose lei con un sorriso – vuol dire che non gliela lascerò neanche io quando toccherà a lei servirmi il pranzo. – Poi, leggendo la perplessità nel mio sguardo, mi spiegò. – Noi tre che oggi vi abbiamo servito, siamo tre proprietarie che i temporanei padroni dell’ultimo fine settimana, hanno voluto umiliare ulteriormente ordinandoci di prestare servizio in sala da pranzo per qualche giorno. Ma questa non è una novità: capita spesso che qualche iscritto impartisca quest’ordine. A loro piace di più essere serviti dalle schiave che dal normale personale di servizio. Capiterà anche a lei, ma non se ne faccia un cruccio; come ben sa, questa è la minore delle umiliazioni che ci piace patire. -
Si allontanò lasciandomi a bocca aperta: solo allora, mentre si voltava, notai che aveva una sottile catenella che le pendeva tra le cosce; evidentemente era collegata agli anelli che le avevano applicati alla vagina.
Appena quella di noi che era arrivata per ultima ebbe terminato il pasto, fummo accompagnate, dalle "cameriere" in un salotto in cui potemmo sederci su comodi divani, libere di fumarci finalmente una sigaretta e di fare, volendo, quattro chiacchiere in attesa che i rispettivi padroni venissero a riprenderci.
Oddio, dire sederci è un po’ un eufemismo: tre di noi, avevano il culo talmente segnato dalle punizioni ricevute, che preferirono rimanere in piedi. Mi sarebbe piaciuto sapere in quale ambiente avevano fatto la loro prima esperienza e fui quasi tentata di chiederlo alla biondina procace che mi stava più vicina e che, avevo notato, non si era seduta neanche per mangiare avendo culo, schiena e cosce percorse da una infinita serie di sottili strisce rosse.
Stavo quasi per rivolgerle la parola quando notai che aveva ancora gli occhi rossi e gonfi, evidentemente per quanto aveva pianto, così, pensai di lasciar perdere: io, sicuramente non avrei gradito sentirmi fare domande sui clisteri e tutto il resto che il padrone mi aveva fatto durante la mattinata. I capezzoli mi facevano ancora un male cane e la fichetta mi faceva vedere le stelle ogni volta che stringevo le cosce.
Stranamente tra noi regnava un certo silenzio; non c’era il cicaleccio che aveva accompagnato il nostro raduno della mattina; soltanto qualche frase appena sussurrata: probabilmente ognuna di noi era più propensa a ritornare con la mente a quello che le era accaduto in quella primissima fase dell’addestramento che a fare salotto.
Cap. 4
Uno per volta tornarono i padroni per riprendersi ognuno la sua schiava; il mio fu tra gli ultimi ad arrivare.
Appena uscita dal salotto, mi avviai verso la scala; inconsciamente mi ero indirizzata verso l’unica sala attrezzata che conoscevo e che ormai consideravo un po’ la mia camera.
- No, - mi fermò il mio istruttore – non andiamo di sopra; oggi pomeriggio farai la conoscenza con un altro ambiente ed inizierai un addestramento completamente diverso; vieni. - disse indirizzandosi verso la fine del corridoio.
Oltrepassammo quattro o cinque porte chiuse finché raggiungemmo la fine del corridoio; aprì la porta di fondo facendomi entrare un una vera e propria aula scolastica, con tanto di banchi, cattedra, lavagna e grandi carte geografiche alle pareti.
Mi tornò in mente, all'istante, il colloquio che avevo avuto con Sergio il giorno della selezione in cui parlò proprio delle aule scolastiche che avevano ricreato all’interno della villa e di come mi sarei dovuta comportare per soddisfare le fantasie degli iscritti. Mi ricordai anche che, ad una sua domanda, avevo risposto mostrando una conoscenza dell’argomento che ero ben lontana dal possedere se non per sentito dire. Io, per natura, sono una che subisce, che deve essere condotta per mano; quante volte mia madre mi aveva rimproverato rinfacciandomi che non sarei mai uscita dal gregge nel quale mi piaceva stare; che non sarei mai diventata una leader.
Adesso, entrando in quell’aula, avrei dovuto dimostrare di essere in grado di prendere iniziative; di saper condurre un gioco che doveva "costringere" il mio padrone ad impartirmi pene sempre più severe finché non fosse stato completamente soddisfatto e non avevo la minima idea di come o di cosa fare.
- Signorina Livia, vuole sedersi al primo banco della fila centrale? Grazie. -
Il mio padrone, seduto in cattedra, sembrava veramente un professore dall’aspetto piuttosto burbero.
Avvicinandomi per occupare il posto che mi aveva indicato, notai che sul piano della cattedra, oltre ad un fascicolo che teneva aperto davanti a se e nel quale mi sembrò di riconoscere i fogli del questionario che Sergio aveva riempito durante la mia intervista per l’assunzione, c’era il libro delle 100 domande per stabilire il Q. I. (che avevo gettato nella spazzatura, incazzata nera, quando mi resi conto di aver saputo rispondere a solo tre delle prime cinquanta domande dichiarate le più facili) e, posati sulla destra, in paio di frustini, una cinghia di cuoio larga almeno cinque dita ed una specie di racchetta da tennis tavolo, rettangolare, lunga e stretta.
Mi sedei poggiando compostamente le braccia sul banco in attesa che il mio professore smettesse di fissarmi. Dopo qualche secondo, prese un foglio bianco dal fascicolo che aveva davanti e scrisse sopra qualcosa.
- Spero che dopo la figura barbina che ha fatto nell’interrogazione della settimana scorsa, oggi lei sia venuta ben preparata. -
Sul principio lo guardai come se fosse un marziano: ma di che cazzo stava parlando? Poi di colpo realizzai che l’addestramento era ricominciato: dovevo immediatamente entrare nelle vesti (si fa per dire, visto che ero nuda come un verme) della studentessa.
Colta quasi alla sprovvista, detti la prima risposta istintiva che mi venne in mente:
- Credo di si, professore. -
- Credo.. – urlò – che vuol dire credo di sì? Hai studiato o non hai studiato? -
Di colpo ero tornata indietro di quindici anni, quando provavo un terrore folle del mio professore di matematica al quale il mio padrone somigliava vagamente.
- S.. sì, ho studiato. – riuscì a balbettare con un certo affanno.
- Bene. Allora vada alla lavagna e mi disegni una piramide tronca. –
Che cazzo è una piramide tronca? Avevo il cervello vuoto che si rifiutava di collaborare. Dovevo per forza averla studiata una cazzata del genere; ero o no una laureata? Ma più ricercavo nel mio cervello e meno risposte trovavo.
Ero disperata: non potevo perdere quel lavoro per una stronzata del genere.
Mi feci comunque coraggio, mi alzai e mi avvicinai alla maledetta lavagna; presi il gesso in mano e cominciai a disegnare una piramide, meglio che potevo (quella me la ricordavo come era fatta), poi improvvisamente la risposta mi lampeggiò nella mente: una piramide tronca, ovvero una piramide senza punta.
Così, dopo aver disegnato la piramide, ne cancellai la punta e tracciai il piano superiore.
Lui guardò il mio capolavoro e scrisse altri appunti sul foglio.
- Adesso, senza scrivere, mi dica: a cosa è uguale un quarto? a un mezzo fratto due o a due per un ottavo? -
Accidenti a lui e alla matematica. Che cazzo ne sapevo io. Tentai di impormi di ragionare: mezzo è il doppio di un quarto ma anche due ottavi sono un quarto.
Tutta tronfia risposi:
- Sono tutti e tre uguali. -
- Bene, anzi, molto male. Ha risposto esattamente a due domande su due. Lei è proprio una studentessa modello. Torni pure a posto. Grazie. -
Lo vidi scrivere piuttosto accigliato sul foglio che aveva davanti, dopo di che lo mise da parte e ricominciò a consultare il fascicolo che mi riguardava.
Rimanemmo ambedue fermi, ognuno al suo posto, per almeno tre o quattro minuti. Io non sapevo più cosa fare dopo aver guardato e riguardato i cartelloni che tappezzavano le pareti.
L’attesa si stava facendo snervante e cominciavo a percepire in me una certa ansia dovuta anche ad una frase che continuava a ronzarmi nella mente: il modo con cui il professore aveva accolto le mie sudate risposte. " Bene, anzi, molto male".
Ad un tratto si alzò e, guardandomi, s’indirizzò verso la porta:
- Torno tra un attimo; lei non si muova dal banco. –
Fui tentata, appena lui si chiuse la porta alle spalle, di andare alla cattedra per leggere i suoi appunti, poi, però, mi dissi che era meglio non rischiare: mi aveva ordinato di non muovermi e non mi sarei mossa.
Volevo troppo quel lavoro per rischiare di perderlo per un attacco di curiosità.
Dopo qualche minuto, la porta si spalancò di colpo lasciando entrare il mio padrone seguito da una donna, anch’essa nuda, che riconobbi subito come una delle cameriere che ci avevano servito il pranzo; non quella con cui avevo parlato, un’altra.
Prima di sedersi nuovamente alla scrivania, il professore mi guardò a lungo, poi studiò minuziosamente tutto ciò che stava depositato sul piano.
Capì subito che stava cercando le prove di una mia eventuale disubbidienza: voleva accertarsi che non mi fossi permessa di andare a leggere le sue carte. Per fortuna gli avevo ubbidito e non mi ero mossa dal banco.
- Noto che lei è molto ubbidiente. – osservò il professore guardando alternativamente me e la nuova venuta. Per un attimo ebbi il dubbio che questa constatazione non gli facesse piacere. - Mi sono chiesto se tutte le studentesse di questo istituto sono preparate come lei. - disse mentre ricomponeva il fascicolo – Questa è l’allieva più brava dell’altro corso; ora vedremo. Allora, signorina, vada alla lavagna e mi disegni due rette parallele. -
Ah, pensai tra me e me, sei proprio un gran figlio di puttana. A me chiedi un cazzo di tronco di piramide e a lei, perché è una proprietaria, le chiedi due rette parallele. Ma che bella domanda difficile.
Vidi la donna avvicinarsi alla lavagna, prendere il gesso e rimanere lì, imbambolata, con la mano alzata senza tracciare alcun segno.
- Allora? È troppo difficile la domanda? Vuole quella di riserva? -
Cazzo, non è possibile che non sappia rispondere, pensai, anche un bambino di terza elementare sa la risposta.
- No, … non è troppo difficile, - rispose balbettando la donna – ho soltanto … un attimo di amnesia; ma la so, … ne sono certa. -
- Allora si avvicini. Vediamo se troviamo una buona cura per la sua scarsa memoria. -
Appena la donna fu vicina alla cattedra, il professore, prendendola per i capelli, la piegò sul bordo schiacciandole violentemente i seni sul ripiano poi le ammollò quattro sculacciate una più forte dell’altra sul culo proteso.
- Allora? Ci è tornata la memoria? -
- Ancora no, - rispose lei piagnucolando.
- Vuol dire che il suo è un caso di grave amnesia e che le occorre un ricostituente molto più robusto. -
- Oh no, la prego, la racchetta no, fa troppo male. -
Il professore, che fino ad allora non aveva preso alcuno strumento, impugnò proprio la strana racchetta e la calò sul culo della donna con tanta veemenza che la fece sobbalzare.
Altri dieci violenti colpi si stamparono su quel culo facendomi fremere dall’invidia: avrei pagato oro per stare al posto di quella donna: tutte le fortune capitavano alle altre.
Soffocando un singulto la donna si rialzò, mi sorrise con ancora le lacrime agli occhi, si avvicinò alla lavagna e disegnò due perfetti segmenti paralleli.
Soltanto allora fui folgorata dalla verità e compresi la cazzata che avevo fatto. Io non dovevo rispondere, almeno non subito. Cazzo, i clienti erano lì per punire le studentesse, e quale migliore motivo gli potevo dare per sculacciarmi se non quello di dimostrarmi una somara? E ne avevamo anche parlato con Sergio durante il primo colloquio. Sei proprio una stronza deficiente, mi dissi.
- Dalla espressione del tuo viso, - disse la donna avvicinandosi – direi che hai compreso l’errore fatto. Vero?
- Sì, accidenti a me - risposi con il viso rosso per l’imbarazzo e per l’incazzatura che mi stavo prendendo con me stessa – non avrei dovuto rispondere, almeno fino a quando non avessi avuto il culo in fiamme. -
- Perfetto, io stessa non avrei saputo dirlo meglio. Su, non ti crucciare, - proseguì lei percependo lo scoramento che mi stava assalendo - Normalmente, a questo punto, ti sarebbe stata riconsegnata la borsa con i tuoi indumenti, avresti ricevuto un assegno in pagamento del tempo trascorso qui da noi e saresti stata riaccompagnata a casa. Il tuo temporaneo padrone, però, ha chiesto che ti fosse data una seconda possibilità, visto l’eccellente risultato del colloquio di selezione e l’ottima impressione che gli hai fatto durante l’addestramento di questa mattina. Per questo è uscito dall’aula: per consultarsi con me e con Sergio; insieme abbiamo preso la decisione di accontentarlo, ma non farci l’abitudine. Non ci sarà una seconda chance. Forza, professore, riprenda l’interrogazione e vediamo quanto questa ragazza si è impegnata nello studio. -
Nel resto del pomeriggio, più o meno volontariamente, feci in modo da meritarmi tante di quelle legnate, che raggiunsi almeno tre orgasmi completi. Uscendo dall’aula per andare a cena, mi tremavano le gambe per lo sfinimento: mordendomi la lingua, ero riuscita a sbagliare persino la tabellina del due.
La donna non era uscita subito dall’aula, si era accomodata, invece, al banco alla mia sinistra, ed era rimasta lì, immobile e silenziosa: sicuramente per verificare se la fiducia dimostratami fosse stata ben riposta.
- Signorina Livia, vuole cortesemente cancellare dalla lavagna tutti quegli scarabocchi? -
Stavo per ricaderci. La mia indole sottomessa mi fece fare subito il gesto d’alzarmi, poi mi fermai pietrificata: ma che cazzo fai? Mi chiesi. Non devi ubbidire, devi essere una peste.
- Mica ci ho scritto solo io, su quella lavagna. – Risposi in malo modo forzando la mia natura. - Anche lei ci ha disegnato; lo faccia fare a lei. -
Un sorriso di soddisfazione si stampò sul volto della donna facendomi capire che mi ero comportata proprio come loro volevano.
Il Professore, con tutta calma, impugnò il più corto dei due frustini che stavano sulla cattedra e mi si avvicinò. Senza dire una parola mi afferrò con una mano tutti e due i polsi e me li sollevò sulla testa, poi, con un colpo secco che mi fece guaire per il dolore, mi colpì esattamente sui capezzoli.
- Signorina Livia, vuole pulire la lavagna per cortesia? -
- Lo faccia fare a quest’altra, visto che è più brava di me. -
- Voglio che anche lei diventi brava come la sua collega. – e giù altre quattro frustate in pieno sulle tette che mi fecero vedere le stelle.
Avevo già le lacrime agli occhi, ma non era ancora giunto il momento di capitolare, anche perché cominciavo a sentire un certo fremito in mezzo alle cosce che conoscevo molto bene e che prometteva ancora meglio.
- Non mi frega un cazzo di essere brava come lei. Non ci tengo proprio a diventare una secchiona. -
Credetti di avere esagerato quando il professore strattonandomi, mi sollevò in piedi e mi sbatté sul banco. Le tette, che già mi facevano un male cane, si schiacciarono sul ripiano facendomi quasi svenire per il dolore.
A me piace molto essere sculacciata e, a dire il vero, in vita mia ero sempre riuscita a riceverne parecchie: da mia madre, da mio padre (che erano ancora migliori), da quasi tutti i miei uomini (che non erano stati pochi), ma tutti me le avevano date sempre e soltanto a mani nude. Mai nessuno aveva usato la cinta e tanto meno una sottile bacchetta come quella che stava usando il professore; ero perciò impreparata al tipo di dolore che provai quando il frustino si abbatté sulle mie povere chiappette.
Fu come se mi avessero fatto mille iniezioni contemporaneamente. Il bruciore era insopportabile e non avevo neanche la consolazione di potermi massaggiare: le mie mani continuavano ad essere intrappolate nella presa del padrone.
Sapevo bene che la donna era rimasta per vedere come mi comportavo e sapevo anche che dovevo impegnarmi per farle dimenticare la cazzata che avevo fatto, per cui, strinsi i denti e non pensai ad altro che a sopportare il diluvio di scudisciate che si abbatterono sul mio culo.
Soltanto quando sentii dentro di me di non poterne più, gridai:
- Va bene, basta, la pulisco, quella cazzo di lavagna. -
I colpi cessarono d’incanto. Venni fatta rialzare e con una sculacciata (che mi fece piegare le ginocchia per il dolore) fui indirizzata verso la lavagna (la sculacciata finale, mi spiegò poi il professore, era per il modo poco urbano con cui avevo acconsentito a pulire la lavagna).
Con sorpresa mi accorsi, camminando, di avere cosce e gambe bagnate. Brutta porca che non sei altro, hai goduto senza accorgertene, mi dissi prendendo in mano il cancellino, poi gli occhi mi andarono al banco dove ero stata seduta: per terra c’era un laghetto. Diventai rossa per la vergogna: mi ero pisciata addosso.
Inutile dire che fui costretta, a suon di cinghiate, a ripulire il tutto.
Appena ebbi ripulito, la donna ci lasciò non prima di avermi detto che, per come mi ero comportata, forse, non avrebbe tenuto conto, nella decisione finale, del mio precedente comportamento sbagliato.
Soltanto quando la donna fu uscita, il professore tornò a comportarsi da quel padrone–istruttore che era stato fino ad allora, dandomi le tutte spiegazioni che mi servivano per comprendere appieno l’iter dell’addestramento..
- Credo che parecchie cose le hai capite da sola in quest’ ultima ora; hai capito che non sempre una brava schiava è quella che ubbidisce immediatamente ad un ordine, ma che spesso dipende dalle circostanze; dallo scenario in cui agisce. Devi tenere sempre presente che qui non siamo nella vita reale, in cui la schiava, di solito, ha tutto il tempo di aspettare l’input del padrone per comportarsi male, o bene, a seconda dei momenti; qui siamo in una situazione completamente diversa. Qui ti potrà capitare di avere solo qualche ora, o addirittura un paio d’ore soltanto per soddisfare il padrone temporaneo, e dovrai farlo al meglio, perché i soci, qui, pagano una fortuna e si aspettano di ricevere il meglio. Spesso, quindi, dovrai essere tu stessa a far sì che le fantasie del padrone si realizzino nel modo più realistico possibile, nel breve tempo concesso. Hai capito di cosa sto parlando? -
- Sì, padrone, credo di si. In pratica, può capitare che dovrò essere io a comportarmi male, di mia iniziativa, senza aspettare che il padrone me ne dia motivo. -
- Brava, è proprio così; ed un altro plauso lo meriti per esserti ricordata di rivolgerti a me nel giusto modo. Non dimenticarlo mai: se non ti viene espressamente ordinato il contrario, devi sempre porti su un piano inferiore a colui che ti sta davanti: lui è veramente il tuo padrone e dispone di tutta te stessa come vuole. -
Continuammo a parlare per almeno un’altra ora analizzando e sviscerando tutte le possibili situazioni in cui mi sarei potuta trovare nello scenario della classe.
Sul principio non riuscivo a capire cosa ci fosse tanto da spiegare: sto in classe, il professore interroga io sbaglio.
Non mi sembrava tanto difficile.
Poi, però, mi fece riflettere che la classe era da intendersi in senso lato: se io avessi dovuto servire un padrone per l’intero fine settimana ed a questi piaceva impersonare un professore, sicuramente la "classe", sarebbe diventata collegio. Non si sarebbe più trattato, quindi, di sole interrogazioni, bensì di vita quotidiana nella scuola. La sala da pranzo sarebbe stata il refettorio e la camera che mi avevano assegnata, avrebbe fatto parte del dormitorio.
Mi informò che a molti professori piace fare delle visite a sorpresa nei dormitori, specialmente di notte.
- Beh, Signore, mi sembra giusto, - commentai senza riflettere, - che un professore che ha a disposizione una schiava per due o tre giorni, finisca per andarla a trovare in camera per farsi una bella scopata. -
Mi guardò con un’espressione perplessa, poi mi invitò a seguirlo nella stanza a fianco.
Temetti di aver fatto un’altra cazzata, ma il suo modo di fare mi tranquillizzò subito.
- Avanti, entra, questa è una delle tante camere da letto. Adesso tu ti accomodi come se fossi nel tuo dormitorio. Voglio verificare come reagiresti alla situazione che stavamo ipotizzando. -
Sul letto c’era una canottiera ed un tanga: li indossai ambedue, anche se la maglietta era molto corta e mi stava parecchio stretta. M’infilai sotto le lenzuola e spensi la luce.
Un po’ di riposo non mi avrebbe fatto certo male.
Non vidi la porta aprirsi, ma notai, tra le palpebre chiuse, il chiarore che filtrava dal corridoio abbondantemente illuminato, poi di nuovo buio.
Rimasi ferma, immobile come se dormissi; una mano s’insinuò sotto le lenzuola carezzandomi le natiche.
- Ma chi è? – urlai come avrebbe fatto qualsiasi brava ragazza svegliata di soprassalto da una mano che le palpava il posteriore. Scattai a sedere sul letto ed accesi l’abat-jour. – Ah, è lei professore? Ma che fa? È impazzito?. -
- No, cara Livia. Sono soltanto venuto a verificare come dorme; e vedo che ho fatto bene. Fuori dal letto! – urlò sventolando in aria un battipanni di vimini che vedevo per la prima volta.
- Ma, professore, sono mezza nuda. – dissi coprendomi davanti con il lenzuolo.
- Proprio questo sono venuto a verificare: se gli ordini sull’abbigliamento sono stati rispettati. Sono due settimane che lei non manda a lavare la camicia da notte, il che può significare due sole cose: o lei non la indossa o è una ragazza molto sporca. In tutti e due i casi, lei è in un grosso guaio. Forza, in piedi affianco al letto. -
Timidamente uscì dalle lenzuola.
- Proprio come pensavo; per lei le disposizioni della direzione non contano proprio nulla, vero? – urlò appioppandomi un colpo di battipanni sul culo talmente forte che mi fece fare un paio di passi in avanti oltre che vedere un bel pezzo di firmamento.
- Ma professore, - piagnucolai – è quasi estate e qui si soffoca dal caldo. -
- Ah sì? Ora te lo faccio sentire io il vero caldo. Piegati sul bordo del letto. Forse un centinaio di colpi basteranno a farti capire che gli ordini vanno rispettati. Guardati, sembri una baldracca con quel filo tra le natiche e non la signora che dovresti essere. -
Aspettò che mi fossi chinata sul bordo del letto e cominciò a colpire facendomi un male cane. Ogni colpo mi arrivava su tutto il culo spalmandolo.
Al decimo colpo si fermò.
- Allora, hai capito che lo scenario della scuola può riservare altre sorprese oltre le interrogazioni? -
Altro che se avevo capito. Mi massaggiai le natiche e mi accorsi che già bruciavano. Se mi avesse dato tutti e cento i colpi promessi, ci avrei potuto cuocere sopra le uova al tegamino..
Quando mi riaccompagnò nella sala per la cena, ormai le tette non mi facevano quasi più male. Il sedere, invece, mi dava ancora un po’ di fastidio quando mi sedevo; ma a questo, riflettei, dovevo sbrigarmi a farci l’abitudine: se c’era una cosa che avevo ormai capito bene, era che in qualsiasi circostanza, il protagonista assoluto delle punizioni che avrei ricevuto sarebbe stato, in un modo o nell’altro, il mio culetto.
Cap. 5°
Al contrario di quello che era avvenuto dopo il pranzo, quando, al termine della cena, fummo accompagnate nel salotto, tutte ci mettemmo a parlare raccontandoci le nostre esperienze del giorno. Le tre padrone comandate al nostro servizio, passavano in continuazione offrendo liquori, bibite e sigarette.
Tre o quattro padroni vennero a prendere le rispettive schiave; evidentemente il loro addestramento non prevedeva soste notturne. Il mio padrone e quelli delle altre che eravamo rimaste nel salotto, invece, non si fecero vedere, così, dopo un po’, le tre "cameriere" ci raggrupparono e ci condussero alle rispettive stanze che ci erano state assegnate per il periodo in cui saremmo rimaste ospiti della villa.
Era una magnifica stanza, arredata con gusto. Anche il bagno era niente male: sul ripiano del mobiletto di servizio, c’era tutto quanto poteva servirmi: dallo spazzolino da denti ai sali da bagno delle migliori marche. Mi feci una lunga doccia ristoratrice dopo di che, rilassata, tornai nella stanza con l’idea di fiondarmi sul letto, stanca da morire ma soddisfatta di quel primo giorno di addestramento.
Prima di sdraiarmi, però, volli controllare cosa avesse voluto intendere la "cameriera" avvisandoci, mentre c’indicava le nostre stanze, che avremmo trovato qualcosa che avrebbe potuto servirci, nel cassetto del comodino.
Tre grossi vibratori e due specoli di plastica trasparente uno più spaventosamente grosso dell’altro, facevano bella mostra di se, sul fondo del cassetto, insieme ad un barattolo di vaselina e ad un paio di cordicelle che riconobbi subito, visto che erano identiche a quelle con cui il Padrone mi aveva strangolato i seni quella mattina. Soltanto allora mi tornarono alla mente i suoi consigli: "cerca di tenere sempre il culo allenato alle dilatazioni, soffrirai parecchio di meno quando te lo faranno i padroni di turno; abituati ad avere le tette strozzate; te lo faranno spesso."
Non so se i vibratori erano stati messi lì apposta, ma nel dubbio, preferì seguire i consigli che mi erano stati dati: ne presi uno, (il più piccolo per quella prima volta, visto che era molto più grosso di quello che usavo normalmente a casa) lo lubrificai ben bene e me lo inserì (soffrendo parecchio) nel mio già martoriato buchetto posteriore. Ci pensai sopra un bel po’, poi mi decisi: annodai ognuna delle cordicelle in modo da farne due cappi; mi afferrai una tetta e ci feci scivolare intorno un cappio girandolo e stringendolo più che potevo un paio di volte; dopo di che feci lo stesso con l’altra.
Forse avevo stretto troppo; dopo neanche un minuto mi sentivo le tette scoppiare, tanto erano gonfie e rosse.
Due dei tre oggetti che erano nel cassetto li avevo usati; mancava il terzo. Ormai avevo fatto trenta, potevo anche fare trentuno. Presi lo specolo (più piccolo), lo lubrificai per bene, allargai le gambe e me lo infilai dentro allargandolo appena quel tanto necessario a non farlo cadere mentre mi avvicinavo al letto.
Camminavo come una scema: con una mano mi reggevo il vibratore nel culo e con l’altra sorreggevo lo specolo per evitare che scivolasse via.
Faticai parecchio per mettermi a letto: ogni volta che provavo a sedermi il vibratore mi faceva vedere le stelle, finché non capì che dovevo appoggiarmi di fianco.
Quando finalmente riuscì a stendermi, alzai la gamba in alto e cominciai a girare la rotella che allargava lo specolo. Uno dei becchi premeva dolorosamente sul vibratore facendomi vedere le stelle, ma anche stimolandomi non poco.
Facile intuire come finì: le dita lasciarono le rotellina e cominciarono a stuzzicare il clitoride ancora indolenzito per la spazzolata della mattina. Godei come una pazza: culo e fica riempiti ed allargati oltre misura, mentre le tette gonfie e paonazze, che strizzavo con l’altra mano, mi lanciavano stilettate di dolore paradisiaco. Smisi soltanto quando mi sentì veramente esausta.
Stentai parecchio a trovare una posizione accettabile nel letto: a seconda di come mi mettevo o le tette mi si schiacciavano, e vedevo le stelle, o il vibratore mi penetrava ancora di più nel culo dandomi l’impressione che mi stesse sfondando il retto.
Lo specolo lo avevo tolto poco dopo che avevo cominciato a masturbarmi: mi impediva di infilarmi bene le dita dentro.
Il giorno seguente, per ordine del padrone, mi fu servito solo un bicchiere d’acqua per colazione, prima di essere condotta al piano interrato.
Faceva freddo e soltanto qualche torcia, attaccata alle pareti, rischiarava appena gli ambienti che altrimenti sarebbero stati nel buio più completo.
Il mio padrone si fermò davanti ad una specie d’enorme cornice rettangolare dai cui angoli pendevano delle strisce di cuoio. Mi applicò i soliti bracciali e cavigliere, e, tramite gli anelli che c’erano attaccati, mi legò agli angoli di quella cornice. Mi immaginai di somigliare molto, in quella posizione, al famosissimo uomo di Leonardo.
- Oggi, ti eserciterai a rimanere immobilizzata a lungo nella posizione in cui ti bloccherà il tuo padrone e, nel frattempo, continueremo quegli esercizi che ti saranno utilissimi per sopportare al meglio alcune delle pratiche cui sarai certamente sottoposta. -
La cornice, in cui io facevo la parte del quadro, era in realtà una doppia cornice: la parte esterna era bloccata a pavimento e soffitto, quella interna, cui ero attaccata io, ruotava per mezzo di due perni infissi al centro dei lati più lunghi.
Mi accorsi di questa faccenda soltanto dopo dieci minuti di terribili sofferenze; il mio padrone, infatti, aveva nuovamente tirato fuori il maledetto spazzolino per le unghie con cui si divertì a sfregarmi a sangue i capezzoli come il giorno precedente.
Vista la posizione in cui stavo, pensai che almeno la spazzolata al clitoride mi sarebbe stata risparmiata: speranza vana.
Appena smisi di lamentarmi per il dolore alle tette, sentì uno scatto, dopo di che cominciai a girare su me stessa fino a ritrovarmi, prima stesa orizzontalmente con il culo proteso verso il basso, poi appesa per le caviglie, con il sangue che mi andava alla testa.
- Dovrai fare l’abitudine a restare appesa per i piedi per almeno un quarto d’ora. Adesso cominceremo con soli cinque minuti, poi aumenteremo, di volta in volta, finché arriverai allo standard normale richiesto da questa casa. È ovvio che se imparerai a resistere di più, sarà meglio per te. -
Non aggiunse altro, impugnò nuovamente lo spazzolino e riprese lo sfregamento, questa volta sulla vagina ancora indolenzita per l’abuso che ne avevo fatto la notte precedente.
Urlai per tutti e cinque i minuti: mi sembrava di impazzire per il dolore, eppure, maledetta la mia indole, appena smise mi sentì eccitata forse più del giorno precedente.
Ero sfinita, distrutta, e non era ancora passata neanche mezza mattinata.
Fui di nuovo fatta ruotare molto lentamente su me stessa (per evitare problemi di flusso al cervello, mi disse) e rimessa in posizione verticale.
Mi lasciò a lungo in quella posizione; ero stanca, sentivo le braccia anchilosate. Tentavo di alleviare il peso dalle legature ai polsi spingendo in alto con la punta dei piedi; ma duravo poco.
L’unica cosa che mi permise di resistere fu il pensiero che dovevo allenarmi; aumentare la mia resistenza; volevo imparare a sopportare di tutto.
Sentì di nuovo lo scatto ed in poco tempo mi ritrovai nuovamente a testa in basso.
Il padrone stava alle mie spalle, quindi non sapevo cosa stesse facendo finché non sentì una sua mano posarsi sul mio culetto ed allargarmi le natiche. La riconobbi mentre ancora mi stava entrando nel buchetto: era la cannula del clistere.
Me ne fece quattro, intercalando i clisteri con solenni battute sul culo e le cosce. La prima fu la rituale sculacciata a mano nuda; per la seconda usò una larga striscia di cuoio con la quale mi colpiva prevalentemente all’attaccatura delle cosce facendomi un male cane; come terzo intervallo, tra un allagamento e l’altro, usò un gatto a nove code con cui colpiva soprattutto di traverso, fra le gambe spalancate. Quando mi fece l’ultimo clistere ero intontita dal dolore e svuotata dagli innumerevoli orgasmi che avevo avuto.
Mi sembrava di essere sul punto di scoppiare; molto più del giorno precedente; eppure, in quella posizione, lo stimolo ad evacuare era molto meno pronunciato.
L’acqua mi pesava sullo stomaco come un macigno; stentavo anche a respirare.
- Lamentati quanto vuoi, - mi disse lui mentre mi svuotava dentro l’ultima peretta – ma ricordati che, probabilmente, è in questa posizione che riceverai i tuoi clisteri più grossi. A testa in basso la capienza del ventre aumenta; questo gli iscritti lo sanno bene e si eccitano ancora di più, per cui è tuo interesse abituarti. -
Appena sfilata la cannula del quarto clistere, l’ultimo, mi infilò qualcosa di molto grosso nel buchetto facendomi strillare per il nuovo dolore, dopo di che mi ruotò nuovamente in posizione verticale.
Abbassai la testa e mi vidi la pancia gonfia come se fossi gravida.
- Non tutti i padroni ti useranno la cortesia di sigillarti il culo con un grosso vibratore che ti impedirà di rilasciare il clistere che hai dentro. Parecchi ti rimetteranno in verticale senza otturartelo e ti ordineranno, se non vorrai ricevere ulteriori punizioni molto dure, di trattenere tutto il liquido finché non ti slegano e ti permettono di andare al cesso; quindi, cerca di non lamentarti troppo quando sentirai che ti sodomizzano con un dildo dopo il clistere: consideralo un aiuto che ti stanno dando. -
Non so quanto me lo fece tenere: per me furono ore. I crampi si susseguivano in modo atroce. Ad un certo punto mi sembrò di non resistere più e cominciai, tra un crampo e l’altro, a spingere con i muscoli della pancia cercando di cacare, letteralmente, quel maledetto coso che avevo piantato nel culo e mi impediva di svuotarmi.
- E’ inutile che ti sforzi: non ce la farai mai ad espellerlo. È fatto a forma di oliva e la base è talmente grossa che è già una mezza faticata farlo uscire tirandolo. Tu, spingendo come stai facendo non ce la farai mai; quindi smettila. – e concluse il discorso con un violento sculaccione che avvertì appena, confuso nel dolore generale.
Sia come sia, finalmente mi sganciò dalla cornice, mi tolse con uno strattone "l’oliva" dal culo, dopo di che, mi permise di accosciarmi sul secchio che fungeva da tazza del cesso.
Era molto umiliante farla in un secchio, davanti a lui, ma a me, in quel momento, sembrò la cosa più bella del mondo; non vedevo l’ora di sentire l’acqua scorrere violentemente mentre mi si svuotavano gli intestini.
Cap. 6°
Non mangiavo dalla sera precedente ed in più mi ero sorbita l’ormai solito, quotidiano, grosso clistere; quando arrivai in sala da pranzo avevo una fame da lupi e m’ingozzai, letteralmente, di tutto quello che la cameriera – proprietaria mi mise davanti.
In salotto, invece di chiacchierare con le altre ragazze, mi appartai stravaccandomi su una poltrona. L’idea era quella di farmi un pisolino prima che mi venisse a prendere il padrone per la lezione pomeridiana. Avevo dormito poco e male e gli occhi mi si stavano chiudendo per il sonno. Di solito dormo pancia sotto, quindi il dildo che mi ero piantata nel culo non sarebbe stato un grosso problema; le tette, invece, sì. Ogni volta che trovavo una posizione accettabile e riuscivo a prendere sonno, involontariamente mi giravo nella posizione preferita ed allora una stilettata di dolore violentissimo mi risvegliava di colpo. Quando proprio non ne potei più, sciolsi le cordicelle e: per un attimo credei che sarebbe stato meglio averle tenute a vita: il sangue, libero nuovamente di circolare, mi faceva bruciare le tette come se fosse fatto di lava incandescente. Me le massaggiai piuttosto rudemente finché non riuscì a ripristinare la normale circolazione dopo di che, finalmente culo in aria, mi addormentai felice e soddisfatta.
Una mano poggiata sulla spalla mi risvegliò delicatamente: era il padrone.
- Mi scusi, padrone, mi ero appisolata. – mi giustificai schizzando in piedi.
- Non hai niente di cui devi giustificarti: quello che trascorrete qui è il vostro tempo libero e potete farne quello che volete. Questo ambiente è una specie di terra di nessuno, in cui, salvo ordini particolari dati in precedenza, come per le proprietarie che fungono da cameriere, non ci sono né schiave né padroni. È proprio qui che, molto spesso, i soci che hanno desideri molto particolari, non previsti normalmente dalla casa, scelgono una proprietaria tra quelle ancora libere e prendono gli accordi su come realizzare quella fantasia. In realtà, tutte le altre aspiranti, dovrebbero fare come te: approfittare di questo tempo per riposarsi, anziché stare lì a chiacchierare a vuoto ed a fare salotto. Vuoi un caffè prima di riprendere l’addestramento? -
Mi sembrò impossibile che il padrone mi offrisse un caffè; sul principio temetti che mi stesse tirando qualche tranello, poi, però, vedendolo andare tranquillamente verso il carrello bar, mi accodai: ne avevo proprio bisogno.
Mentre salivamo le scale per raggiungere il secondo piano, mi chiesi quale scenario mi attendeva quel pomeriggio. Nella chiacchierata che ci eravamo fatta sorbendo il caffè, il padrone aveva parlato di tutto fuorché di quello che avremmo fatto dopo. Mi rodevo dalla curiosità varcando la porta che il padrone aveva aperto.
Prima ancora di vederne l’arredo, avevo capito, dall’odore, di che stanza si trattasse. L’odore forte e pungente di disinfettanti e medicinali, inconfondibile negli ambulatori dei dottori e negli ospedali. Quel pomeriggio il mio padrone sarebbe stato anche il mio ginecologo e chissà cos’altro.
Quello studio medico avrebbe fatto invidia a parecchi dottori di successo per com’era arredato e quanto era attrezzato. Ampia scrivania a destra dell’ingresso dietro la quale torreggiava un candido paravento. Sulla sinistra, invece, spiccavano un ampio lettino visita con le consuete cinghie di contenimento agli angoli, un’imponente poltrona ginecologica super attrezzata e la bilancia pesapersone con tanto di altimetro.
Sulla parete di fondo erano disposti tre armadi, con le ante a vetro, ricolmi di strumentario d’ogni tipo. Alcuni oggetti li riconobbi al volo: specoli; divaricatori; borse e sacche da clistere con relative enormi cannule (mi sarei meravigliata di non vederle: quello dei clisteri sembrava lo sport nazionale in quel club); alcuni forcipi che mi terrorizzarono al solo vederli (anche se erano più piccoli di quelli che mi aveva mostrato una volta il mio ginecologo) ed una moltitudine di altri attrezzi che non conoscevo ma di cui, ne ero certa, avrei ben presto fatto la spiacevole conoscenza.
- Prego signorina Livia, si accomodi. – disse il padrone indicando la poltroncina davanti alla scrivania. – questo è uno dei due scenari medici che abbiamo ricreato nel club. È il più attrezzato; l’altro studio medico, più dimesso, offre molte meno possibilità di questo ed e destinato alla gran parte dei soci paganti che vogliono divertirsi con il classico gioco del dottore e l’ammalata: punture con acqua distillata; clisteri; visite ginecologiche con l’uso di specoli medio – piccoli ed altre sciocchezzuole del genere. In questo studio, invece, sono ammessi soltanto quei soci molto esperti, che hanno dato dimostrazione di sapere bene cosa stanno facendo; quei soci paganti che, utilizzando la strumentazione molto particolare che hanno a disposizione, non rischiano di procurare danni alle proprietarie in nessun modo e soprattutto sanno perfettamente quando fermarsi. Tutto chiaro fin qui? -
Visto che era una domanda diretta, mi ritenei autorizzata a rispondere.
- Sì, padrone, mi sembra di sì. -
- Bene. Ti ho spiegato tutto questo affinché tu non abbia mai paura delle conseguenze di quello che ti potranno fare in questa sala. Non ci saranno conseguenze deleterie per te. Soffrirai, a volte anche parecchio, questo è vero, ma non dovrai mai sopportare conseguenze di nessun tipo se non un certo naturale indolenzimento. O.K.? -
Questa volta ritenei la domanda superflua e non risposi; mi limitai soltanto ad acconsentire con il capo.
- Ora, chiarito quest’aspetto, c’è un’altra cosa che devi sempre tenere presente: in questo scenario, la tua recitazione ed il tuo modo di proporti sono molto più importanti che non nell’aula scolastica. Qui, il novantanove percento delle volte, sarai una signora che chiede una visita al suo medico; di solito il ginecologo, ma potrebbe anche essere il proctologo, l’urologo, il senologo o uno specialista delle malattie addominali ed intestinali e dovrai interagire di conseguenza con stile e naturalezza. Secondo le situazioni ed il carattere del socio dovrai mostrarti naturalmente pudica e riservata o sfacciata ed intraprendente. Ti voglio confidare che non tutte le proprietarie prestano servizio in questa sala. Alcune di loro sono assolutamente negate per una recitazione anche soltanto accettabile; suonano false lontano un chilometro ed i soci, naturalmente, non sono soddisfatti. Avvertono la falsità della situazione e non riescono a sentirsi veri dottori. Oggi faremo due cose contemporaneamente: ti farò conoscere, direttamente sul tuo corpo, gli effetti di gran parte di questa strumentazione, così non sarai colta impreparata quando la useranno i soci, e, aspetto prevalente, verificherò definitivamente le tue doti d’attrice che, da quanto ho avuto modo di constatare fin’ora, mi sono sembrate molto promettenti. Ci farebbe proprio comodo un’altra proprietaria in grado di operare, a turno, in questa sala. Tutto chiaro? -
Annuì con la testa; non avevo voglia di rispondere. Ero eccitata ed affranta nello stesso tempo.
Se fossi andata bene e non avessi fatto qualche altro casino, potevo dire di avere quasi il posto in tasca: lo aveva detto proprio lui che avevano bisogno di una socia da far visitare spesso, ma d’altro canto, se avessi fallito, le mie probabilità di assunzione si sarebbero ridotte al lumicino.
- Allora, se sei pronta e non hai domande, possiamo cominciare. Vai dietro al paravento e vestiti con gli abiti che ci sono, poi esci dalla stanza e bussa per farti ricevere dal tuo medico. Un’ultima cosa, - aggiunse mentre mi stavo infilando, per la prima volta in due giorni, un paio di caste ed antiquate mutandine di maglia di cotone ed un altrettanto casto reggiseno che copriva abbondantemente il mio pur notevole seno – fai molta attenzione ai particolari: ti aiuteranno molto a svolgere esattamente la tua parte. -
Accidenti a lui, pensai mentre indossavo una larga e lunga gonna di lanetta ed un maglioncino di cachemire, in tinta, molto ampio e con il collo alto, non poteva essere più chiaro? A quali particolari dovevo stare attenta?
Dopo quasi due giorni di completa nudità, mi sentivo in un forno con quegli indumenti addosso. Non potevano scegliere una minigonna ed una bella camicetta scollata invece di quell’abbigliamento da monaca in borghese? Accidenti, pensai, vuoi vedere che forse è proprio questo il particolare, o uno dei particolari cui devo stare attenta? L’unica spiegazione, per quell’abbigliamento da vecchia zitella, era proprio quella che io dovessi interpretare una pudica e casta signora che si va a fare una visita molto imbarazzante.
T’ho fregato, esultai dentro me stessa mentre, con un sorriso raggiante in volto, uscivo dalla stanza.
Bussai timidamente un paio di volte ed aspettai che il dottore m’invitasse ad entrare prima di girare la maniglia.
Era seduto dietro la scrivania con indosso un immacolato camice bianco dal cui taschino facevano capolino gli auricolari dello stetoscopio.
Mi guardai intorno per cercare di capire se erano stati predisposti altri particolari chiarificatori della scena che ci apprestavamo ad interpretare: lo notai quasi subito, almeno uno: sulla scrivania faceva bella mostra di se una targa, che prima non c’era, con la scritta " Prof. Mario Rossi – Urologo".
Bene, mi occorreva una visita urologia. Adesso, pensai in modo molto battagliero, vediamo come reciti tu e come te la cavi nella parte dell’urologo.
Non so perché, ma avevo preso quella lezione come una specie di competizione tra lui e me.
In effetti, una spiegazione a quel mio senso di sfida c’era, e, nella mia mente, era anche giustificata: fin da bambina mi era sempre piaciuto recitare; avevo fatto parte di molte filodrammatiche della parrocchia e, all’università, ero stata spesso l’applaudita protagonista dei lavori messi in scena dalla compagnia teatrale degli studenti.
- Buon giorno, professore, - lo salutai con un minimo di timidezza, - come và? È un pezzo che non ci vediamo. –
- Buon giorno signora, si accomodi. – mi rispose facendo cenno di accomodarmi sulla poltroncina di fronte alla scrivania - Va abbastanza bene; e lei? Non mi dica che si è fatto di nuovo vivo il problemino dell’anno scorso. -
Maledetto, vuoi fregarmi eh? Il continuare a parlare tra me e me, come una scema, mi dava la carica. Di che cazzo di problemino parli? Comunque, vista la tua specializzazione si tratterà sempre di un problema idraulico.
- No, assolutamente. – risposi non fidandomi di continuare a parlare di un malanno di cui non sapevo niente - Adesso faccio p… mi scusi, - mi corressi mostrando parecchio imbarazzo – adesso vado in bagno regolarmente; no, - aggiunsi prima che mi chiedesse qualcosa di più specifico che avrebbe potuto mettermi alle corde – il problema attuale è che da qualche giorno, quando faccio … quando vado in bagno, sento un forte bruciore. -
- Ah, - disse sorridendo sotto i baffi – e dove lo sente questo bruciore? -
Mi aspettavo una simile domanda così risposi con il maggior imbarazzo possibile; proprio come una casta puritana.
- Lo sento … proprio lì. – dissi indicando con gli occhi il mio inguine.
- Capisco. E lo sente all’interno, nella vescica o all’esterno sulla … chiaro? – concluse gesticolando con le mani quasi a mimare quella parola che avrebbe fatto inorridire la vergognosa signora.
Ah, piace anche a te tirare a fregare. Dalla tua faccia, direi che sei molto soddisfatto per come sto portando avanti la recita.
- Ad essere sincera, non glielo saprei dire. A volte mi sento bruciare più in alto, proprio nell’…inguine (faticai parecchio per pronunciare quella parola intima), altre volte, ma più spesso, più sull’ esterno, proprio mentre la f …. Ecco sì. -
Mi guardò meditabondo.
- E sono già diversi giorni che ha questo inconveniente, vero? -
- Sì, circa un paio di settimane. -
- Ma benedetta signora, - disse lui raccogliendo l’imbeccata che gli avevo lanciato, - perché non è venuta subito? Forse con una curetta al volo avremmo potuto risolvere il problema, ora invece la cosa si è fatta seria; sicuramente dovremo fare una visita accurata ed approfondita. -
Ecco qui, eravamo arrivati al punto; fino a quel momento ero certa di essermela cavata molto bene: chiunque al suo posto si sarebbe sentito un vero dottore.
- Oh no, la visita no. Non potrei mai. – Strinsi le gambe ed incrociai le mani sull’inguine proprio come se volessi proteggere da qualsiasi pericolo quella mia parte. - Non può prescrivermi soltanto qualche pillola come l’altra volta? – mi mostrai veramente terrorizzata all’idea della visita e lui, per tutta risposta mi sorrise mettendo in mostra tutta la sua splendida dentatura.
- No, signora, proprio non posso. L’altra volta era un caso completamente diverso, i sintomi indicavano inequivocabilmente un principio di semplice ritenzione urinaria: non poteva essere altro. Ora è tutta un’altra cosa; quel bruciore che prova quando fa pipì, a volte all’interno ed a volte all’esterno del suo apparato urinario, mi preoccupa; è quasi certamente il sintomo più evidente di una bella infezione alle vie urinarie, ma è necessario scoprire a cosa è dovuta questa infezione. Per di più, lei l’ha trascurata, visto che sono almeno due settimane che ne accusa i sintomi. Su, vada dietro il paravento e si spogli. -
Continuai a fare la pudica ritrosa.
- Come si spogli? Non può palparmi da sopra la gonna? -
- Sì, potrei, ma solo se si trattasse di un’appendicite infiammata, e neanche tanto. Non potrò darle alcuna cura senza una visita approfondita, e l’avverto, se non si cura per tempo, rischia guai molto seri. Su, non mi faccia inquietare, vada dietro al paravento e si spogli. -
- Devo togliere anche la gonna? – gli chiesi tanto per verificare la sua pazienza.
Credetti di aver superato il limite quando lo vidi chinarsi verso di me sbuffando.
- Deve togliersi tutto tranne il reggipetto, se lo indossa. Anzi, tolga anche quello, così non ne dovremo discutere in seguito e si accomodi sul lettino da visita … per ora. – aggiunse perfidamente.
- Per favore, si volti. – dissi da dietro il paravento non appena mi fui tolta tutto quello che avevo indossato qualche minuto prima.
Mi piaceva interpretare quel personaggio tanto diverso dalla mia indole, inoltre, provavo un gusto tremendo a stuzzicare in quel modo la sua pazienza.
- Va bene, mi volto, ma si sbrighi a stendersi sul lettino; tanto, per visitarla dovrò comunque guardarla. Non pretenderà mica che lo faccia ad occhi chiusi. -
- Oddio, mi vergogno tanto. - dissi mentre mi stendevo sul lettino con gli occhi serrati coprendomi le tette con un braccio e l’inguine con l’altra mano – Neanche mio marito mi ha mai vista in questo stato scandaloso. Sono imbarazzata da morire. -
- Lei non ha niente di cui deve provare imbarazzo, anzi, direi che è proprio una bellissima donna e che deve andare fiera di come madre natura l’ha dotata. -
- Dice davvero, professore, - gli risposi mostrando finalmente un po’ di civetteria – ma se ho queste cose così grosse davanti, così volgari. -
- Io direi che lei ha un seno bellissimo, altro che volgare. Ha due tette meravigliosamente grosse e sode; se lo lasci dire da uno che di donne nude ne vede a diecine al giorno. Ce ne fossero come lei. Ora su, tolga quella mano e si lasci visitare. Comincerò auscultandole cuore e polmoni; poi, con calma, passeremo al resto. -
Fu così che cominciò la mia prima visita. Mi auscultò il cuore ed i polmoni con lo stetoscopio, poi mi palpò l’addome in tutti i modi. Mi allargò le cosce e dette una buona guardata alla mia fichetta già inondata dai miei umori. Mi vece voltare, mi bussò sulla schiena, mi palpò a lungo le natiche e, chiedendomi se avessi mai sofferto di emorroidi, mi piantò un paio di dita nel culo.
Com’era giusto che facessi, visto che impersonavo una puritana incorreggibile, protestai a lungo mentre lui mi scavava nell’ano con le sue due o forse tre dita, finché non s’inventò una giustificazione che giudicai oltremodo fantasiosa.
- Le avevo pur detto, signora, che la visita doveva essere completa. A volte le emorroidi interne non si avvertono subito, ma producono delle infezioni nella circolazione che si ripercuotono e si annidano nelle vie urinarie. Ecco perché sto verificando così a fondo che lei non ne soffra, ma visto che protesta tanto, - aggiunse sicuramente ispirato da una nuova maligna idea – sospenderò per ora il controllo. Lo riprenderemo dopo, se necessario, ed in maniera più comoda. Va bene? – concluse sfilando le dita dal mio culo.
- Sì, va bene, - dissi sforzandomi di mostrarmi sollevata, quando invece lo avrei maledetto per aver smesso di masturbarmi il culo – dopo, ma solo se proprio necessario. D’accordo?-
Mi allargò le cosce infilandoci una mano in mezzo. Era ovvio, vista la situazione e le varie piacevolissime manipolazioni cui mi aveva sottoposta, che trovasse la mia vagina abbondantemente bagnata e lubrificata (come non avrebbe potuto essere?) e questo gli permise di decretare che quasi certamente soffrivo di perdite precoci, il che poteva essere o un primo indizio sul mio problema oppure una conseguenza.
Lo ammirai per la sia capacità di improvvisare mantenendosi aperta qualsiasi porta per il proseguimento della visita.
Finalmente ebbi il permesso di rialzarmi.
- Ha terminato? – chiesi riportando immediatamente il braccio sulle tette e la mano all’inguine. Non volevo dargliela ancora vinta. – Cos’ho? -
- Ancora non lo sappiamo, bella signora. La visita è appena cominciata, altro che finita. La prego, faccia la brava e si accomodi sulla poltrona; appoggi le gambe sulle staffe. -
Feci come mi aveva ordinato. Anche se avevo notato che gli piaceva il mio modo di rendergli le cose non facili, non volli ancora tirare troppo la corda.
La prima cosa che fece fu di allargare a dismisura le staffe, rendendomi molto simile ad una ballerina che fa la spaccata frontale, dopo di che inclinò la poltrona all’indietro, in modo da avere la mia passera (e, sicuramente, anche il mio ano) comodamente a portata di mano e … di chissà cos’altro.
- Oddio, professore, mi vergogno tanto a stare così scosciata davanti a lei; in questo modo sconcio. -
- Lei non deve vergognarsi, signora, - mi rincuorò infilandomi due dita nella vagina – questa è una situazione normale per un urologo. Posso immaginare quanto sia difficile ed imbarazzante per lei; ma deve fare la brava. Adesso debbo fare un’indagine molto particolare, quindi, se non vuole che le faccia male, non si muova. Stia ferma ed immobile, altrimenti potrei anche arrabbiarmi. -
Ah, è la seconda volta che mi chiedi di non farti arrabbiare; allora è questo quello che vuoi; vuoi che faccia i capricci per darti la scusa di uscire dai gangheri. Va bene: dammi un’occasione e vediamo come te la caverai.
Lo osservai mentre, con molta professionalità, indossava un paio di finissimi guanti ostetrici dopo averli prelevati, insieme ad un piccolo vassoio coperto da un panno, dall’armadio che avevamo più vicino. Si chinò tra le mie cosce e lo persi di vista: non avevo più modo di vedere cosa stesse per farmi.
Mi sentì lubrificare la vagina con una sostanza vischiosa, sicuramente vaselina o un prodotto similare, dopo di che avvertì il classico freddo dello specolo. Accidenti se era grosso: mi tolse il fiato mentre entrava. Forse era quello il momento di fare le bizze. Appena avvertì che lo stava allargando, cominciai ad urlare ed a dimenarmi come un’ossessa.
A questo punto successe un fatto che lì per lì, mi lasciò di stucco facendomi precipitare nell’angoscia più nera.
- Bene, basta così. Non mi occorre sapere altro. – Disse lapidario il padrone rialzandosi.
Non riuscivo a capire cosa avessi fatto di male; mi ero impegnata al mio massimo, mi ero fatta fare tutto quello che aveva voluto. Era stato lui a dire per due volte di non farlo arrabbiare, e questo significava che "dovevo" farlo arrabbiare. Possibile che non avessi capito niente?
Quasi con le lacrime agli occhi, lo vidi depositare il grosso specolo sul vassoio; dopo di che, senza degnarmi di uno sguardo, si sedette nuovamente alla scrivania, aprì un cassetto e ne tirò fuori l’ormai inconfondibile fascicolo.
Cominciò subito a scrivere quella che era sicuramente la mia condanna al ritorno alle pulizie.
Il morale mi era arrivato di colpo sotto le scarpe: licenziata prima ancora di essere assunta. Avevo voluto fare la brava, la prima della classe; avevo voluto strafare ed ora eccomi qui, nuovamente a culo per terra.
Rischiando di rompermi l’osso del collo, vista la posizione in cui mi aveva lasciata, riuscì ad alzarmi. Ormai era inutile che rimanessi in quella scomoda e dolorosa posizione; non sarebbe servito a niente continuare a mostrargli la mia fichetta spalancata e disponibile a tutto.
Mi fermai in piedi, accanto alla poltrona, senza avere il coraggio di dire una parola.
Il padrone, o meglio, il mio ex padrone, intanto, aveva richiuso il fascicolo e lo stava nuovamente riponendo nel cassetto della scrivania.
- Beh, perché ti sei alzata? -
La domanda mi riscosse dalle mie elucubrazioni più nere.
Lo guardai imbambolata senza riuscire a sbiascicare neanche una parola.
- Mi hai forse sentito ordinarti di alzarti? -
- No …, ma … - riuscì a mormorare nonostante il groppo che avevo in gola – stavo solo preparandomi … ad andare via. -
- Cosa? Vuoi andare via? – mi chiese lui guardandomi allibito.
- Io … io no, - risposi tentando di frenare le lacrime che mi inondavano gli occhi – ma … da come si è conclusa la visita, …ho capito che per me non c’era più niente da fare. -
- Ma che cazzo stai dicendo? – era la prima volta, in due giorni, che lo sentivo usare un linguaggio volgare – Come ti è venuta in mente una stronzata del genere? -
Non sapevo più cosa pensare; ero frastornata da quanto stava accadendo.
- Ma, … da come si è interrotto … - balbettai – e poi si è messo a scrivere … ho capito che avevo combinato un gran casino…, e per la seconda volta; e allora … -
- Tu non hai sbagliato niente: sei stata perfetta. – urlò pieno di entusiasmo – Non solo hai capito al volo che dovevi darmi l’occasione per arrabbiarmi, ma lo hai anche fatto con una magnifica scelta di tempo. Sei un’attrice nata. Altro che sbagliato tutto. -
Dovetti appoggiarmi al bracciolo della poltrona per non cadere: le ginocchia mi tremavano come se fossi stata nuda in una cella frigorifera.
- Nessun’altra proprietaria è mai riuscita a farmi sentire un medico come hai fatto tu. Ti giuro che mi è dispiaciuto parecchio chiudere questa parte dell’addestramento; ma sono stato costretto. Ho capito che era perfettamente inutile andare avanti; non avresti avuto altro da imparare. In un’altra occasione mi sarei goduto alla grande quella magnifica schermaglia; ma non siamo qui per il mio diletto. Siamo qui perché abbiamo un lavoro ben preciso da fare e continuare sarebbe stata una pura perdita di tempo. Nel momento in cui ho capito che eri perfetta per questo ruolo, ho voluto prendere tutti gli appunti prima che mi dimenticassi anche una sola virgola. -
- Ma allora … non mi manda via. -
- Ma certo che non ti mando via, anzi. Scriverò un rapporto che farà schiattare d’invidia più di qualche socia proprietaria. Forza, rimettiti sulla poltrona e proseguiamo, ma da ora in poi senza fare più la recita del dottore e l’ammalata. -
- Ma … allora, proseguiamo a fare cosa? – riuscì appena a chiedergli, tanto ero scombussolata da tutto quello che era accaduto.
- Si vede che sei ancora frastornata dalla paura che ti sei presa. Hai dimenticato che oggi pomeriggio dovevamo fare due cose? Verificare la tua abilità d’attrice, e l’abbiamo fatto alla grande, e, seconda, prepararti agli effetti di gran parte di questa strumentazione in modo da non farti cogliere di sorpresa quando la useranno gli iscritti. Te lo ricordi adesso? -
- Sì … padrone – aggiunsi ricordandomi anche del mio stato di schiava – adesso me lo ricordo, e … grazie per quello che scriverà. -
- Non c’è di che. Sarà soltanto la pura verità. Ora, però, basta con gli equivoci ed i convenevoli. Ho ancora un sacco di cose da farti e da mostrarti. – mentre parlava, mi fece di nuovo sedere sulla poltrona a gambe dolorosamente spalancate. - Dunque, visto che non abbiamo più le pastoie della recita, adesso potremo procedere molto più rapidamente procedendo in questo modo: io ti mostrerò gli attrezzi maggiormente usati dai nostri "dottori" e te ne farò sperimentare gli effetti. Alcuni sono soltanto fastidiosi, altri, li troverai molto dolorosi, ma tu ricorda, che in nessun caso dovrai temere per la tua integrità fisica; d’accordo?
Annuì di nuovo.
Ero talmente felice per lo scampato pericolo, che sarei stata contenta anche di essere frustata per mezz’ora di seguito mentre mi faceva trattenere un clistere da sei litri; figuriamoci il solo sperimentare l’effetto di qualche specolo.
- Allora, cominciamo con qualcosa che certamente conosci: lo specolo. Lo hai usato anche stanotte. - Sul principio rimasi allibita, poi mi ricordai che tutte le camere erano munite di sistema visivo di vigilanza; evidentemente anche le camere da letto di noi aspiranti. - Qui ne usiamo soltanto di molto grandi, come questo, – aggiunse infilandomi di nuovo lo specolo già usato – e di solito, allargato al massimo. -
Mi concessi soltanto di digrignare i denti sentendomi spalancare la fica come la bocca di un forno.
- Così aperta, l’interno della tua vagina è completamente disponibile a qualsiasi intrusione; delle dita (e lo fece), o di qualche altro oggetto tipo, ad esempio, questa sonda, – proseguì con un tono pacatamente discorsivo, mostrandomi un lungo e sottile bastoncino d’acciaio – con questa, posso limitarmi a stuzzicarti il collo dell’utero – e sentii, dentro di me, un rimestamento sconvolgente, - oppure posso farti molto male infilandola nel canale uterino. – Si accosciò tra le mie gambe facendomi sentire il suo respiro entrare nella mia vagina allargata a dismisura.
Una stilettata di dolore mai provato mi investì al basso ventre facendomi sussultare.
- Stai ferma – mi ordinò. - Se ti muovi rischi di farti veramente male. Forse, per oggi, sarà meglio che ti leghi. -
Respiravo a fatica, cercando di assuefarmi al dolore mentre mi legava le cosce e le caviglie alle staffe.
- So che stai soffrendo parecchio, ma almeno ora sai cosa aspettarti. -
Delicatamente tolse la sonda e sfilò lo specolo dopo averlo richiuso. Provai un notevole senso di gratitudine per la gentilezza con cui aveva compiuto l’operazione.
- Un altro canale che qualche volta verrà usato è quello ureterale; quello della pipì, tanto per intenderci. Vi si introduce normalmente quest’altro tipo di sondino cavo, di gomma molto morbida. – me lo mostrò mentre parlava – Ora non muoverti: sentirai un lieve bruciore, - (accidenti a lui, altro che lieve: bruciava da morire.) - Appena raggiunta la vescica urinaria, produce un effetto molto simpatico, stai attenta. -
Una lieve ultima spinta ed il sondino arrivò dove voleva lui. Un istante dopo, con mio sommo imbarazzo, mi accorsi che, senza che io lo volessi, mi stavo pisciando sotto.
Alzai gli occhi e vidi che mi stava sorridendo.
- Stai tranquilla: era tutto previsto. Ora che ti sei svuotata, posso riempirti nuovamente la vescica a mio piacere. È un po’ come farti un clistere dalla parte anteriore, anziché da quella posteriore. Di solito si utilizza una soluzione sterile lievemente salina, come questa, o una soluzione più o meno urticante: dipende dagli effetti che si vogliono ottenere. -
E come ti sbagli, pensai; qui, l’arte del clistere ha raggiunto vette eccelse. Hanno trovato il modo di farceli anche nella fica.
Infilò il beccuccio di una grossa siringa nel foro del sondino e spinse lentamente lo stantuffo. In breve mi sentì piena al punto che la vescica sembrava stesse per scoppiarmi da un momento all’altro. Mai mi era capitato di provare tanto doloroso desiderio di fare la pipì come quella volta; e senza neanche potermela fare addosso: il sondino me lo impediva..
Dopo quasi un secolo di dolori lancinanti al basso ventre, tolse la siringa dalla cannula e mi permise, finalmente, di svuotarmi.
È stano come, noi porche masochiste, in certe occasioni consideriamo la fine di una tortura (perché questo, in effetti, erano quelle pratiche). L’accogliamo come un premio e siamo felici di quello che ci è capitato e grate al torturatore per aver fatto terminare il dolore. In quel momento, gli avrei baciato la punta dei piedi per l’umiliante premio che mi aveva concesso: poter pisciare davanti a lui e godere, letteralmente, della sensazione di benessere che provavo man mano che la vescica mi si svuotava.
Mi mostrò e, ovviamente, mi fece sperimentare l’effetto di parecchi altri attrezzi, più o meno fastidiosi, più o meno dolorosi. L’effetto dell’ultimo, che mi mostrò, fu addirittura devastante. Mi applicò uno specolo ancora più grande di quello usato in precedenza, poi m’introdusse una specie di pinza che in punta terminava con due piccoli semicerchi con i quali circondò, strinse e tirò il collo dell’utero.
Ancora oggi tremo al ricordo del dolore lancinante che provai in quell’occasione. Mi hanno fatto di tutto, in quel club, negli anni a seguire, ma il dolore che provai quella volta fu veramente il massimo. Credo che tutti, nella villa, abbiano sentito le mie urla; anche quelli che stavano rinchiusi nelle segrete del sotterraneo. Durò pochi istanti, ma furono istanti che vorrei ancora riuscire a dimenticare.
Mi lasciò riposare a lungo dopo quell’ultimo strazio. Evidentemente anche il padrone si era accorto che ero veramente allo stremo.
Stranamente, durante tutte quelle dimostrazioni, al contrario di quello che mi era sempre successo in precedenza, non mi eccitai moltissimo. Ripensandoci, in seguito, capì che era stata la rapidità con cui cambiava attrezzo ed il fatto che stessimo ambedue operando in modo impersonale, quasi come se stessimo facendo una dimostrazione scientifica, che non mi consentì di godere appieno di tutte quelle manipolazioni.
- Mi dispiace veramente di essere stato costretto a farti patire tutto quello che hai patito, ma, per il tuo bene, è necessario che tu sappia esattamente a cosa vai incontro accettando questo lavoro. Inoltre, quando tra poco avremo terminato anche l’altro argomento, ti potrai rendere conto, con cognizione di causa, che non ti sarà mai fatto niente di peggio di quello che hai sopportato oggi e che, quindi, potrai affrontare qualsiasi cliente conscia di essere più forte e resistente della sua sete di godere del dolore altrui. Ecco il vero, ultimo scopo di tutto l’addestramento. -
Impiegai del tempo per capire a fondo quello che mi aveva detto, ma poi dovetti convenire che aveva ragione. Se è vero, come era vero, che io volevo quel lavoro a tutti i costi, dovevo innanzi tutto sapere cosa mi aspettava; quindi verificare seriamente se volevo svolgerlo ed in ultimo se ero all’altezza di svolgerlo. Inoltre, non dovevo dimenticare né il guadagno che ne avrei ricavato e né la possibilità di poter, finalmente, soddisfare la mia vera natura masochista e perversa.
Avevo goduto quasi ad ogni supplizio cui mi aveva sottoposta; la mia femminilità era stata violata nei modi più dolorosi ed umilianti possibile, eppure io mi stavo nuovamente eccitando al solo pensiero di quello che gli altri mi avrebbero potuto fare appena avessi preso servizio: sono proprio una gran porca.
In questo mio navigare con il pensiero in quei minuti di pausa, mi tornarono alla mente le sue parole: "quando avremo terminato anche l’altro argomento" … . Timidamente, e con il dovuto rispetto, gli chiesi cosa intendesse.
- Abbiamo cominciato questa parte dell’addestramento ipotizzando lo scenario della visita di un urologo; ma qui non troverai soltanto urologi o ginecologi, che più o meno visitano la stessa parte del corpo; qui troverai anche soci cui piace interpretare la parte di specialista nelle malattie rettali o anche di internisti specializzati nelle malattie intestinali. È ovvio quindi, che anche un’altra parte del tuo corpo sarà sottoposta a frequenti visite; ed è proprio quello l’altro argomento che ora dovremo trattare. Credo che il tuo grandioso culetto, tra poco, sarà messo a dura prova. Forza, cominciamo. Scendi da quella poltrona. -
Dall’istante in cui avevo capito che sarebbe stato il mio culetto l’oggetto della prossima esercitazione, avevo anche previsto cosa mi avrebbe fatto prima d’ogni altra delizia: lo sport nazionale del club stava per tornare prepotentemente alla ribalta.
Si sedette sullo sgabello che stava nascosto sotto il lettino, mi fece stendere sulle sue ginocchia e m’infilò due grosse supposte che, con sua (e mia) evidente soddisfazione, spinse ben a fondo con il dito che mi aveva inserito nell’ano.
Mi tenne così, sulle sue ginocchia, carezzandomi le natiche, per almeno un paio di minuti. Mi spiegò che erano supposte di glicerina e che erano ottime per amplificare l’effetto del piccolo, (bontà sua), clistere che mi avrebbe somministrato appena avessero cominciato a fare effetto.
Poco dopo, infatti, cominciai a sentire i primi stimoli ad evacuare.
Mi sorbì l’intero contenuto della solita peretta da un litro (una sola, visto che il clistere doveva essere piccolo), ma lo dovetti tenere finché non temetti di svenire per il dolore dei fortissimi crampi e per lo sforzo immane di non fargliela addosso.
- Appena ti sarai liberata, il tuo intestino sarà vuoto e pulito come non mai. Prima di ogni "visita" da questa parte, anche se sei andata di corpo pochi minuti prima, sarà bene che tu richieda, se non lo faranno i medici spontaneamente, di essere sottoposta a questo trattamento preventivo: evita moltissimi problemi … anche piuttosto imbarazzanti.
Quando tornai dal bagno, svuotata come un fischietto, notai, piazzato al centro del lettino visita, un grosso cuscino a rotolo, tipo quelli che usano i giapponesi per dormire, ma molto più grosso. Come avevo immaginato, mi ci fece stendere sopra a bocca sotto.
Mi legò i polsi e le caviglie agli angoli del letto; in quella posizione avevo il culo proteso in alto e, quel che è peggio, aveva talmente tirato le legature che non potevo più fare il minimo movimento.
Girando leggermente la testa, lo vidi aprire il secondo armadio, quello in cui avevo notato i piccoli forcipi e mi si gelò il sangue. Mancavano ancora diverse ore alla sosta per la cena; il mio povero buchetto posteriore aveva tutto il tempo di vedersela veramente brutta.
Chiusi gli occhi e girai la testa dall’altra parte: preferivo non vedere quello che stava depositando sul solito vassoio.
- E’ in questo studio che normalmente ti somministreranno i clisteri più grossi; - mi chiesi se c’era uno scenario in cui non mi avrebbero praticato i clisteri più grossi; fino ad allora (ma forse si era trattato di una dimenticanza) mi ero salvata soltanto nell’aula scolastica. – e saranno utilizzate varie soluzioni, alcoliche che ti ridurranno ubriaca fradicia in pochi minuti, o rilassanti alla camomilla o ancora acqua con un cucchiaio di bicarbonato, che ti renderanno impossibile lo stare ferma mentre lo trattieni. Ci sono un’infinità di modi di preparare un clistere con effetti più o meno devastanti: col sapone liquido neutro si ottiene una buona pulizia intestinale ma leggermente irritante; ancora più irritante è quello con lo shampoo, ma il top degli irritanti e lassativi è quello con la glicerina liquida. Non dà crampi forti, come invece li dà il sapone, ma è praticamente impossibile da trattenere. Un clistere che procura un tremendo bruciore all’ano è quello all’aceto. Se si vogliono provocare crampi fortissimi si utilizzeranno soluzioni con spremute d’arancia o, peggio ancora, di limone. Insomma, come vedi – proseguì continuando ad accarezzarmi le natiche mentre fremevo nell’attesa di sentirmi infilare nel culo la famosa cannula per un clistere di puro dolore, - in questo campo la fantasia regna sovrana. Ma non è per questo che ti ho preparata in questo modo. Di clisteri ne hai ricevuti già parecchi e non è il caso di farne altri; almeno per oggi. Il tuo bel culetto ora farà la conoscenza con alcune vere attrezzature mediche, come, per esempio, questo proctoscopio. – Mi piazzò davanti agli occhi una specie di lungo tubo nero. Una delle due estremità, leggermente ad angolo rispetto al resto del tubo, terminava con una piccola lente mentre all’altra era applicato un oculare con a fianco alcune piccole manopole. - È uno strumento utilizzato dai medici internisti per verificare prevalentemente lo stato dell’intestino dall’interno. -
Capì subito che quel lungo budello nero mi sarebbe stato infilato tutto nel culo, ma non avrei mai potuto immaginare l’effetto devastante che mi avrebbe provocato.
Senza dire più altro, mi unse tutta la zona intorno all’ano con una sostanza viscosa, poi incominciò ad infilare il tubo spingendo finché non urtò contro il fondo dell’ampolla rettale facendomi vedere le stelle.
- Il bello di questo strumento, - disse ricominciando le spiegazioni, - è che ci dà la possibilità di vedere distintamente il tuo interno in modo da poter seguire e percorrere tutte le anse intestinali In pratica, vediamo dove stiamo andando. Tu non te ne accorgi, ma ora l’interno dei tuoi intestini è illuminato a giorno da un potente fascio di luce fredda, ed io, tramite le fibre ottiche, vedo, nell’oculare, tranquillamente tutto. Ecco perché è stato necessario ripulirti a fondo l’intestino. Con queste piccole manopole si smuove ed indirizza la sonda in modo che ti possa scorrere all’interno per tutta la sua lunghezza. -
Fui colta di sorpresa dal movimento che sentì nei miei intestini. La punta dell’attrezzo cominciò a contorcersi dentro di me, come un serpente, finché non trovò, evidentemente, l’apertura di collegamento tra ampolla rettale ed intestino grasso; dopo di che lo sentì strisciare risalendo verso il mio stomaco. Sentivo esattamente dove stava e mi sembrava impossibile che un tubo, infilato nell’ano potesse viaggiare tanto a lungo dentro di me. Mi sentivo stranamente piena dalla parte sinistra, sopra la milza, poi, un nuovo sconvolgimento: la punta, dopo qualche nuova contorsione, cominciò a navigare di traverso nella mia pancia, proprio sotto lo stomaco. A parte il notevole bruciore al buco posteriore, non posso dire che quella intrusione fosse dolorosa, ma sconvolgente ed inusuale, sì.
- Ora tutto il tubo è nei tuoi intestini; la lente è giunta oltre la metà dell’intestino traverso. Negli ospedali ci sono sonde molto più lunghe di questa ed in punta sono attrezzate con minuscole pinze taglienti per prelevare piccoli campioni biologici o anche per portare il medicamento direttamente in sito. Evidentemente noi non abbiamo messo a disposizione dei soci queste possibilità, sarebbe stato troppo pericoloso, ma abbiamo fornito la nostra sonda di uno scherzetto che i nostri "medici" sembrano gradire molto; voi un po’ meno. -
Dopo qualche istante sentì che l’intestino mi si stava gonfiando come un palloncino provocandomi dei dolori lancinanti.
- Sì, - disse il padrone dopo il mio urlo disperato. – anche l’immissione della poca aria consentita provoca dolori neanche lontanamente paragonabili a quelli del più grosso clistere. Per vostra fortuna, recentemente abbiamo deciso di inserire una valvola a tempo che, dopo massimo un minuto, vi consente automaticamente di espellere l’aria immessa. I primi tempi, l’evacuazione dell’aria dipendeva esclusivamente dai padroni, ma poi ci siamo resi conto che questi spesso esageravano con i tempi di ritenzione; non è possibile sopportare questi dolori per più di tanto; per cui abbiamo provveduto. -
Me la vece tenere per "soli" quarantacinque secondi, ma io, già da molto prima, ero stata tentata di lanciare i famosi tre urli consecutivi.
Per buoni cinque minuti rimasi sdraiata sul lettino, culo in aria, sudando come una fontana e tremando a scatti ogni volta che venivo assalita da un crampo. Fu un’esperienza terribile che per fortuna ho dovuto ripetere ben poche volte.
- Sei una ragazza intelligente, ed hai capito che, a parte qualche iniezione di acqua distillata o di vitamine, il tuo buchetto posteriore sarà l’assoluto protagonista di queste visite. Questa è stata una giornata lunga ed estenuante, immagino che ti sentirai distrutta, quindi cerchiamo di abbreviare i tempi. Ho notato che stanotte ti sei allenata a tenere l’ano dilatato, brava, questo ci consente di soprassedere alle esperienze con le varie attrezzature più o meno estemporanee che ti potranno essere infilate nel culo; sono praticamente tutte uguali, si diversificano soltanto per forma e grandezza, ma la sostanza è la stessa; te ne farò sperimentare una soltanto, dagli effetti nettamente diversi e che quindi devi assolutamente conoscere. –
Involontariamente serrai le natiche paventando la grandezza del palo che, entro pochi istanti, mi sarei ritrovata piantato nel culo.
–Prima di questo, però, devo punirti per quello che hai appena fatto: non devi mai, in nessuna circostanza e per nessun motivo serrare le natiche. Tutto il tuo corpo deve sempre essere ad immediata disposizione del padrone; quindi, mai portare le mani a coprire i seni o il pube; mai serrare le cosce o peggio ancora, accavallare le gambe, neanche quando stai seduta; mai stringere le natiche. Chiaro? Questi atteggiamenti possono essere interpretati come un implicito rifiuto ad essere completamente disponibile, quindi vanno assolutamente evitati. C’è una sola eccezione a questa regola: il momento in cui ti ordinano di trattenere un clistere. Solo e soltanto allora ti è concesso di stringere il culo … no, mi correggo, c’è un’altra circostanza in cui queste regole possono o addirittura debbono essere eluse: quando reciti una parte, come poco fa, quando impersonavi una casta signora. Ricordi? Hai fatto tutto quello che è vietato: ti sei coperta seno e pube; hai stretto le cosce; hai reclamato quando ti ho infilato un dito nel culo. In quel momento, però, non solo eri giustificata, ma dovevi fare esattamente quello che hai fatto. –
Volevo obiettare che la mia era stata soltanto una reazione istintiva e non un rifiuto ad essere disponibile, oltre tutto, nessuno mi aveva mai parlato di quelle regole. Poi però, pensai che era meglio tacere. Una punizione, graditissima, me l’ero già beccata: meglio non stuzzicare la sorte.
Mentre completava la sua ramanzina, lo sentì armeggiare dietro di me; dai rumori riuscì a capire soltanto che stava preparando qualcosa sul vassoio.
- Sei una donna notevole, e non solo nel fisico: sei anche dotata di un’intelligenza veramente sopraffina. Sai quante al tuo posto avrebbero protestato dicendo che si era trattato di un semplice movimento istintivo e che comunque quelle regole non le conoscevano? Molte più di quanto credi – proseguì lui facendomi sorgere il dubbio che sapesse leggermi nella mente. – Per questo riduco la tua punizione a soltanto due iniezioni di vitamine, tanto per fartene fare la conoscenza, dopo di che completeremo questa parte dell’addestramento giocando con il tuo delizioso buchetto. -
Non mi sarei mai aspettata che le iniezioni di vitamine facessero così male.
Adoro farmi fare le iniezioni; fin da quando ero ancora un’innocente bimbetta, l’unico modo che avessero i miei genitori per curarmi, era quello di farmi le "punture"; niente sciroppi e niente pillole; vomitavo tutto subito. Dopo qualche anno, divenuta giovane signorina, capii il perché di questo mio comportamento: mi vergognavo da morire a mostrare il mio culetto nudo a papà, (l’unico deputato a compiere quella mansione a tutti i membri della famiglia), ma proprio quella vergogna mi eccitava e mi procurava un piacere immenso. Mi si bagnava la fichetta ogni volta che papà mi carezzava il culetto con le sue manone prima di farmi sentire il freddo dell’ovatta impregnata di disinfettante, per non parlare del piacere dei massaggi post iniezione.
Il padrone, come promesso, mi fece due sole iniezioni: una a destra e l’altra a sinistra. Per qualche minuto ebbi tutti i muscoli delle cosce indolenziti. La puntura dell’ago, quasi non la sentì, anzi, come al solito la trovai piacevole; fu quando spinse il pistone per iniettare il liquido che sentì il vero dolore: sembrava che mi stesse iniettando una soluzione di cattiveria pura; il dolore, anche se niente in paragone alle vette che già mi aveva fatto raggiungere, avanzava lentamente lungo il muscolo paralizzandomi la gamba..
La faccenda, comunque, mi eccitò, come di solito, parecchio. Le sue mani sul mio culetto ed i massaggi dopo le punture, mi compensarono abbondantemente del po’ di dolore patito.
- Adesso sentirai parecchio dolore (c’era da dubitarne?), non come durante l’anoscopia, molto di meno, ma ancora abbastanza da farti gridare a squarciagola. Cerca con tutte le tue forze di imparare a rimanere con l’ano rilassato e a non opporre la minima resistenza; sarà tutto a tuo vantaggio. -
Le premesse non erano entusiasmanti; ero distrutta e sentivo le forze ormai ridotte al lumicino. Mi feci comunque coraggio e mi godei, si fa per dire, la profonda lubrificazione che mi fece, all’interno dell’ano, uscendo ed entrando con le dita cariche di vaselina.
Un attimo di tregua; un tintinnio sul vassoio, una sua mano che mi allargò le natiche ed io che trattenni il fiato.
Un freddo e duro oggetto di metallo s’infilò nel mio buchetto spingendo e facendosi largo per entrare. Sul principio non mi sembrò poi tanto grosso; ma ben presto mi ritrovai a boccheggiare con la bocca spalancata.
Quel coso diventava sempre più grosso; poi, un attimo prima che cominciassi a gridare, si fermò.
- Bene, la prima parte è completata; riprendi un attimo fiato poi completiamo anche questa esperienza. Hai, nel tuo bel culo, un piccolo forcipe che io lentamente allargherò fino a che giudicherò che siamo giunti al tuo limite. La dilatazione raggiunta sarà segnata sul tuo fascicolo e indicherà il tuo limite iniziale per le dilatazioni se sarai assunta, come spero. Non dovrei dirtelo, ma sarebbe una vera perdita per questo club se tu non diventassi una socia. -
Le sue parole m’incoraggiarono moltissimo e mi spinsero a dare il meglio di me, anzi, del mio buchetto posteriore.
Lentamente incominciò a stringere i manici dell’attrezzo e la bocca del forcipe che avevo piantata in me, scatto dopo scatto, cominciò ad allargarsi. Era una forma di dilatazione completamente diversa dalle altre che conoscevo, fatte tramite una qualsiasi specie di cono, che ti dilata man mano che entra dentro. Questo attrezzo mi apriva "dal di dentro", come se mi fossero state infilate due mani nel culo e che tirassero, una da una parte ed una dall’altra, per allargarmi fino a spaccarmi in due.
Tremavo per la tensione e non avevo più neanche la forza di gridare, tanto ero concentrata ad impedirmi di stringere le natiche; avevo capito che, se lo avessi fatto, mi sarei spaccata l’ano da sola senza riuscire a far riavvicinare di un millimetro le due ganasce.
Sia come sia, riuscì a superare anche quella tortura. Dopo essersi appuntato di quanti scatti era riuscito ad aprire le ganasce prima di fermarsi, sbloccò il fermo e finalmente sentì l’attrezzo richiudersi lentamente.
Non c’era una minima parte del mio corpo che non mi lanciasse fitte di dolore quando scesi dal lettino.
Gambe, braccia, spalle, pancia, culo: tutti mi lanciavano segnali pulsanti di sordo dolore.
Lui mi guardò facendomi un caldo sorriso, poi aprì l’armadio dei medicinali e ne tirò fuori un barattolo.
- Chinati appoggiata al lettino. -
Se avessi avuto ancora qualche lacrima da versare, lo avrei fatto in quel momento: oh no; non è ancora finita; basta, mi arrendo. Non ne posso più.
Per mia fortuna non ebbi la forza di pronunciare ad alta voce quelle frasi; le pensai soltanto. Ubbidiente ed ormai rassegnata al peggio, mi chinai affranta sul lettino, con il mio povero culetto ancora all’aria; in attesa di ricevere chissà quale altro tormento.
- Questa è una crema lenitiva che ti allevierà di molto il dolore. Sei stata bravissima e meriti questo piccolo premio. Ora te la metto io: nell’ano e tutt’intorno; poi fallo da sola prima di andare a dormire e domattina appena ti sei lavata. Troverai il barattolo in camera tua. Vedrai che non ci saranno strascichi per quello che hai patito oggi. -
Fu una cosa meravigliosa sentire le sue dita infilarsi con ogni cautela nel mio ano e massaggiarmi con quella crema dei miracoli.
Mi massaggiò a lungo, dentro e fuori facendomi insorgere un languore che, dopo tutto quello che avevo passato e l’indolenzimento che ancora provavo, non mi sarei certo aspettata. Invece, la mia passera cominciò a sbrodolare a più non posso, reclamando quelle attenzioni che erano giorni che non riceveva.
Il mio padrone dovette accorgersi di quello che mi stava capitando; forse dai brividi di piacere che mi provocava ogni volta che mi sforava l’ano ed anche un po’ più in giù, o dal diverso tono dei miei mugolii non più di dolore; fatto sta che mi strabiliò dicendomi:
- Fallo se vuoi; masturbati pure. Hai il mio permesso. –
Le sue parole risuonavano ancora nell’aria e la mia mano già era scattata ansiosa di soddisfare la mia micetta affamata.
Bastarono pochi sfioramenti al mio grilletto infiammato per godere come un’invasata: le ginocchia mi si piegarono e, senza accorgermene, mi ritrovai sdraiata per terra grondante di umori, di sudore e sazia di piacere.
- Soddisfatta? -
- Si, padrone, - risposi ansimando – anche se, mi permetta di dirlo, a conclusione di questa giornata, sicuramente un bel pisellone, al posto della mia mano, ci sarebbe stato meglio. -
Temei di aver passato il segno con quella risposta, invece scoppiò in una fragorosa risata di cuore.
- Sei proprio insaziabile. Comunque, – aggiunse con un sorriso sibillino – se fossi in te, non perderei tutte le speranze; chissà cosa ti riserva il futuro? – dopo quella frase che prometteva tutto e niente, mi disse di stendermi sul lettino e riposarmi un poco per riprendere le forze.
- Abbiamo concluso questa parte molto prima del previsto, per cui penso che faremo bene ad approfittare del tempo che ci resta, prima di cena, per incominciare fare la conoscenza con un altro scenario, anche questo molto ricorrente nelle fantasie dei nostri soci. Al pari di quello medico, anche in quello che proveremo tra poco, la parte recitativa è essenziale; fondamentale. Per alcuni aspetti, la capacità di improvvisare è forse anche più importante. Riposati mentre vado a predisporre il necessario, così potremo verificare come te la cavi in questo nuovo contesto. -
Ero talmente stanca che avrei voluto addormentarmi appena lui si chiuse la porta alle spalle, ma non ci riuscii. La mente mi riandava in continuazione alle meravigliose sensazioni provate mentre mi spalmava la crema lenitiva sul culetto. Mi rivedevo piegata bocconi sul bordo della lettiga mentre le sue mani mi allargavano le natiche mettendo allo scoperto il mio martoriato forellino. Sentivo le sue dita insinuarsi lentamente dentro di me e massaggiarmi a lungo stimolando involontariamente i miei punti più sensibili. Riuscivo a sentire ancora il tocco delle sue dita mentre mi sfioravano le natiche scatenandomi brividi di piacere.
C’è bisogno di dirlo? In breve mi ritrovai con le cosce allargate e le dita della mano sinistra che solleticavano e strizzavano il clitoride allungato come il pistolino di un neonato, mentre con le dita della mano destra mi scopavo, letteralmente, un po’ nella vagina ed un po’ nel culo.
Avevo appena cominciato a rilassarmi dal grandioso orgasmo che ero riuscita a provocarmi, quando si aprì silenziosamente la porta: era una delle padrone-cameriere.
- Il tuo padrone vuole che tu vada nello scenario quattro, l’appartamentino del primo piano a destra delle scale, e che lo aspetti lì. Subito! – e senza aggiungere una parola si voltò ed uscì, lasciando la porta aperta.
Accidenti a lei, poteva almeno dirmi qualche altra cosa; almeno di che scenario si trattava. Invece niente.
E adesso? Mi chiesi assalita da un improvviso senso d’insicurezza; cosa devo fare? O meglio che si aspettano che faccia?
Scendendo il piano di scale che mi separava dalla stanza quattro, mi scervellavo cercando di capire cosa avrei dovuto fare. Sicuramente si trattava di impersonare un altro personaggio, ma quale? Di quale altro scenario? Cercai di ricordare le notizie che mi erano state date sugli scenari ricostruiti nella villa: segrete sotterranee, scuola, torture varie, ambulatori medici: tutti fatti e superati (più o meno bene); che altro c’era?
Le camere da letto: molte camere da letto arredate nei modi più disparati.
Forse mi aspettava il personaggio di una lussuriosa casalinga o di una baldracca rotta in culo. Non mi venne in mente niente altro, anche perché non ne ebbi il tempo: ero giunta davanti alla porta su cui spiccava il numero quattro dipinto con pretenziosi svolazzi barocchi.
Bussai un paio di volte e, non ottenendo risposta, mi decisi ad entrare.
Mi guardai intorno: era un bel soggiorno, ammobiliato con cura.
Applicato alla parete di fondo, tra le due finestre, c’era uno schermo tv al plasma, gigantesco; di fronte, a meno di tre metri, un divano di pelle, molto ampio e comodo che mi fece subito venire la voglia di sdraiarmici sopra; ma non era il caso, almeno per ora. Sulla destra e sulla sinistra si aprivano due porte che dovevano condurre in altre stanze. Trattandosi di un appartamentino, evidentemente era composto da più ambienti. Al centro della stanza un grosso tavolo tondo, a quattro gambe, contornato da sedie dallo schienale alto e dall’apparenza molto solida.
Continuavo a guardarmi intorno in cerca di quegli indizi rivelatori sul tipo di personaggio che avrei dovuto impersonare e che sicuramente dovevano esserci, come c’erano nell’ambulatorio medico. Non riuscì a trovare niente di rilevante.
Forse la spiegazione era nascosta in una delle camere laterali.
Provai la porta di destra: tombola!
La camera di una ragazza riprodotta alla perfezione. Letto ad una piazza, molto ampio, con spalliere, accostato alla parete; uno scaffale ricolmo di bambole e giocattoli tipicamente femminili; una scrivania con tanto di computer ed una vecchia, bellissima sedia a dondolo. Quasi attaccata al fondo del letto, una porta, semiaperta, permetteva di intravedere i sanitari del bagno.
Non mi curai, sul momento, di andare a controllare anche l’altra stanza: sicuramente avrei dovuto impersonare una giovane ragazza, tanto è vero che nell’armadio a fianco della porta, che sul principio non avevo notato, trovai un paio di scarpe chiuse, col tacco basso, della mia misura, un paio di calzini lunghi al polpaccio ed un abitino con bretelle, molto ampio e scandalosamente corto e scollato. Quando lo indossai, guardandomi allo specchio, notai che arrivava appena a coprirmi il culo; provai ad abbassarlo, con il risultato di far uscire i capezzoli dalla scollatura.
Un indumento molto provocante, anzi, riflettei che era uno strano capo d’abbigliamento per una ragazza di … Giusto! … Quanti anni ha questa ragazza?
Misi in moto il cervello riflettendo sulle notizie che poteva darmi la stanza: giocattoli sullo scaffale, quindi l’età del liceo era esclusa: più piccola. Ginnasio? Scuole medie? Forse più scuole medie. Il vestitino, con quei fiocchetti, era più da bambina che da ragazza.
I libri: cretina che non sei altro, mi rimproverai, guarda i libri sulla scrivania. Mi precipitai paventando l’arrivo del padrone prima che avessi trovato tutti gli indizi. Analisi Logica; Elementi di Algebra per le scuole medie volume secondo.
Tana!, esultai. Seconda media. Tredici, quattordici anni.
Accidenti, qui si entrava nella pedofilia.
Mi guardai ancora intorno sperando di trovare qualche altro indizio; il computer: internet.
Vediamo dove naviga la verginella. Appena mossi il mouse, lo schermo s’illuminò già collegato ad internet. Febbrilmente premetti il pulsante "Cronologia". Accidenti, altro che bambina; questa era una porca fatta e fottuta: Ninfa sex; Fisting girl; Anal girl Fisting; Spanking school girl; Deep girl blowjob; Anal girl, Big enema girl, eccetera. Tutti siti altamente pornografici e specializzati prevalentemente sulle giovanissime. Questa ragazzina è una maniaca sessuale peggio di te, mi dissi sorridendo con me stessa.
Ricapitolai ancora rapidamente quello che avevo scoperto: tredici anni; maniaca sessuale; ricca; di sicuro viziata. E il padrone? Che parte avrebbe impersonato? Il padre? Probabilmente no; sapeva troppo di incesto, anche se … ma forse un tutore o uno zio avrebbero avuto più senso, vista l’attività che si teneva in quella villa; un tutore avrebbe avuto più libertà di azione. O.K.; fino a prova contraria lo avrei preso come il tutore di una ninfomane che gli rendeva la vita impossibile sbandierandogli sotto il naso un culetto niente male ed un paio di tette da sogno. Decisi anche che mi sarei comportata molto educatamente: stuzzicante ma studiosa, educata e rispettosa; la parte della studentessa ignorante e ribelle l’avevo già sostenuta nell’aula scolastica.
Tanto ero concentrata nei miei ragionamenti che un improvviso rumore alle spalle mi fece trasalire: mi voltai e vidi che il padrone stava aprendo la porta d’ingresso.
Indossava un severo abito scuro, bombetta all’inglese ed in mano aveva un sottile bastone da passeggio di canna di bambù che mi fece stringere le natiche al solo vederlo: altro indizio.
Chissà perché, mi venne da pensare che forse anche in questo scenario non avrei dovuto sorbirmi qualche clistere; sicuramente, in ogni caso, avrei dovuto fare in modo che il mio culetto fosse accarezzato da quella sottile canna di bambù. A ben pensarci, però, convenni che forse sui clisteri mi sbagliavo: una bambina come me, sdraiata sulle ginocchia, a culo nudo, pronta a ricevere un bel clistere, sarebbe stato il top dell’erotismo per qualsiasi tutore.
- Sono tornato. – annunciò poggiando bastone e cappello sulla consolle a lato della porta.
- Ciao, sono felice di vederti già a casa. – gli dissi correndogli incontro e gettandogli le braccia al collo premendo le mie belle tette sul suo petto: dovevo impersonare o no, un’affettuosa, provocante tredicenne?
- Si, oggi ho finito prima del previsto. – mi rispose stringendomi a sé in modo troppo equivoco per essere la stretta di un normale papà. Con una mano mi aveva stretto al suo torace schiacciandomi, letteralmente, i seni contro di lui; l’altra sua mano, invece, me l’aveva posata sulle natiche che per metà erano rimaste scoperte quando avevo alzato le braccia per cingergli il collo. La palpatina fu più lunga del dovuto, anzi, mi accorsi che le sue dita erano scivolate sulla parte nuda delle chiappe e spingevano in modo inequivocabile nel solco tra le natiche. Non tardai a notare il bozzo crescente che spingeva il mio bacino.
Bene: il primo approccio era giusto, andiamo avanti, mi dissi, ma senza strafare. Non potevo permettermi di commettere nessun altro errore dopo quello della scuola.
Quella villa mi piaceva sempre di più; o meglio: quello che "accadeva" in quella villa, mi piaceva sempre di più.
Mi divincolai allontanandomi gentilmente da lui guardandolo come se lo stessi invitando a saltarmi addosso.
- Allora? Oggi cosa hai fatto? - Mi chiese il padrone sedendosi sul divano, poi, senza darmi il tempo di rispondere, proseguì. – Sai, da quando sei venuta a stare con me, dopo la scomparsa dei miei migliori amici, i tuoi genitori, mi rammarico sempre di essere costretto a lasciarti da sola per tante ore; ma, tu lo capisci, non posso fare altrimenti; ora, oltre che della mia impresa, devo occuparmi anche dei negozi di tuo padre, visto che quella bestia di tuo zio non ne ha voluto sapere, né di te, ne degli affari di suo fratello. -
Cazzo, avevo azzeccato l’ultimo indizio prima ancora che lui me lo desse: era un tutore, grande amico dei miei genitori forse morti da non tanto tempo. A quel punto pensai che potevo anche sbilanciarmi un po’ di più.
- Non preoccuparti, zio (gli amici intimi dei genitori non sono chiamati tutti "zio"?), con te, lo sai, sto benissimo. E poi, non ho il tempo di annoiarmi quando non ci sei. Ho tante cose da fare oltre ai compiti estivi … ho tutti quei giochi; imparo ad usare quel bel computer che mi hai regalato; e poi, - conclusi sedendomi sulle sue ginocchia con il bordo del vestito che mi copriva appena la peluria della passera, - tu non stai fuori molto; anche per questo io sono proprio contenta di stare qui con te. –
Gli stampai un grosso bacio sulla guancia cingendogli nuovamente il collo con le braccia; piantandogli ancora le mie tette sul petto, gli poggiai il capo sulla spalla e rimasi lì, in braccio a lui, aspettando gli eventi.
Per un po’ di tempo rimanemmo così, quasi allacciati in un casto abbraccio; approfittai di quei momenti per fare il punto della situazione: lui tutore; io bambina porcellona; siti internet hard, sul mio computer; tanto spinti da far arrossire di vergogna una baldracca.
Cosa si aspettava che facessi, adesso? Gli avevo messo praticamente in mano il mio culetto e lui si era limitato soltanto ad una poco casta palpatina; ora gli avevo messo tutto il mio ben di dio sotto gli occhi e lui, a parte un aumento del ritmo della respirazione, non dava cenno di volersi muovere.
Non aveva nessuna intenzione di semplificarmi le cose.
Cosa mi stava dicendo con il suo comportamento? Cosa voleva che facessi? Che prendessi io l’iniziativa? Forse sì, ma come, oltre quello che già avevo fatto? Stavo praticamente nuda in braccio a lui!
Un lampo: nuda: senza mutandine. Non è normale.
Dal medico mi avevano fatto trovare mutande e reggiseno; qui, no. Perché?
Forse il punto chiave erano proprio le mutandine. Una ragazza normale, non gira per casa del tutore senza mutandine, forse senza reggiseno: può capitare; ma le senza le mutandine, mai … a meno che… .
Un’idea improvvisa e mi lanciai a capofitto.
- Lo sai, zio, che sto proprio bene qui in braccio a te? Mi sembra di stare ancora in braccio al papà o alla mamma. Ti voglio proprio tanto bene, sai? – e mi accoccolai ancora meglio tra le sue braccia facendo in modo che il vestitino salisse ancora di più, lasciando scoperto il mio monte di venere. Una sua mano si posò sulle mie cosce e rimase lì, immobile, con il pollice a pochi centimetri dal mio inguine. -
- Mi fa molto piacere che tu stia così bene con me, ma io non posso essere la tua mamma, e questo è un altro grosso problema. -
Evidentemente aveva deciso di non agevolarmi in nessun modo, anzi, sembrava non volesse cedere a nessuna delle mie provocazioni.
- Non è vero – ribattei sperando di non fare una cappellata grossa come una casa – per me tu sei il mio nuovo papà e sopratutto la mia nuova mamma. Con te parlo di tutto proprio come facevo con lei, anzi, ti volevo parlare proprio di una cosa che mi è successa questa mattina: ecco guarda – dissi svincolandomi dal suo abbraccio ed allargando le cosce – lo vedi? Ho tutta la patatina arrossata e stamattina mi bruciava talmente tanto che non ho potuto mettere le mutandine. – Ero talmente entrata nella parte della bambina impertinente, che mi accorsi di aver istintivamente assunto il tono che hanno i bambini quando vogliono farsi consolare.
- Ma tesoro mio, - disse con un lampo di divertita soddisfazione negli occhi dopo aver a lungo guardato la mia fichetta già umida per l’eccitazione – tu non puoi presentarti così davanti a me, mostrandomi in questo modo la tua intimità, sei una signorina, ormai, e queste cose non dovresti farle. -
- Perché? – insistei, quasi certa di aver, orami, imboccato la strada giusta. – tu sei tutto quello che mi resta, e so che con te posso comportarmi come facevo con la mamma. -
- E va bene, - disse facendomi alzare dalle sue ginocchia. – cercherò di dimenticarmi di quanto sei cresciuta e ti tratterò come quando mi capitava di cambiarti i pannolini quando eri piccola. Andiamo in camera tua e vediamo più comodamente questo problema. -
Raggiante, mi avviai verso la mia cameretta: qualche risultato cominciavo ad ottenerlo. Un tarlo, però mi ronzava nella mente: tutta la situazione aveva preso una piega parecchio sdolcinata, da libro cuore, ed io non avevo la più pallida idea di come avrei potuto fare per fargli usare la canna di bambù che, certamente, non impugnava per caso quando era entrato nell’appartamentino.
Entrando in camera mi ricordai che sullo schermo del computer era ancora aperta la pagina dei siti porno.
Andando verso il lettino, il monitor non era visibile, ma forse, se avessi potuto fargli vedere come la sua piccola pupilla utilizzava il computer ….
Rimandai l’argomento a più tardi. In quel momento volevo soltanto verificare la sua reazione al piccolo problema cui avevo accennato.
Mi sdraiai sul letto e sollevai in alto le gambe ben allargate, mettendo in piena luce la mia passera ormai fradicia.
- Ecco, vedi zio, è proprio qui, - dissi accarezzandomi il clitoride – che mi bruciava questa mattina. Senti, scotta ancora. Stamattina era bollente. -
Sorridendo lo zio si chinò tra le mie cosce e guardò a lungo, poi si rialzò e mi fissò negli occhi.
- A me sembra tutto normale, a parte il fatto che anche lì ti sei fatta molto bella. Sei veramente una splendida ragazza. -
- Grazie zio, - risposi lanciandogli uno sguardo assassino - ma non hai sentito quanto scotta. Almeno, stamattina scottava veramente. – aggiunsi con il tono più birichino che potei.
- Ma tu vuoi proprio mandarmi ai pazzi? – disse allungando una mano tra le mie cosce e poggiandomela sulla fichetta fradicia.
Questa volta non guardò quello che stava facendo; continuò a fissarmi negli occhi mentre le sue dita finalmente cominciavano a massaggiarmi come si deve. Era dolce e delicato nel suo strofinarmi leggermente il clitoride; lo prese tra le dita e lo strinse delicatamente finché vide il mio sguardo farsi languido, poi ricominciò il suo massaggio, un poco più vigoroso. In un attimo fui alla sua completa mercé: spalancai le gambe il più possibile spingendo il bacino contro quelle dita che mi stavano facendo impazzire.
Urlai, urlai a squarciagola tutto il mio piacere quando l’orgasmo mi travolse.
Riabbassai le gambe stringendo quella mano che non volevo mi lasciasse, invece lo zio la tolse e si rialzo.
- Io non ho trovato niente di strano da quelle parti. – mi disse carezzandomi sui capelli con un gesto molto affettuoso. - Secondo la mia esperienza, c’è una sola spiegazione al tuo bruciore di stamattina: è che tu, durante la notte, abbia fatto più volte quello che ti ho fatto io adesso. -
- Oh, sì, - risposi di getto gettandomi a capofitto in quello spiraglio – mi piace farlo molto spesso, ma non è mai stato bello come adesso. – vedendo che non c’erano reazioni da parte sua, decisi di rincarare la dose delle mie malefatte - Di solito lo faccio dopo aver navigato in internet. Lo sai che ci sono cose parecchio fiche? -
Il suo atteggiamento cambiò di colpo tornando ad essere l’austero, ma bonario, signore dell’inizio della scena.
- Che significa che lo fai spesso? Lo sai che queste cose non si fanno, specialmente alla tua età? E poi, cosa sono queste cose "fiche" che trovi su internet? -
- Ma zio, - esclamai assumendo un tono da bambina offesa e con il broncio – perché non lo posso fare? È tanto bello! -
Represse a fatica un sorriso mentre riprendeva il suo tono paterno, o meglio: materno.
- Te lo spiegherò dopo, ora dimmi di internet. Fammi capire cos’è che ti piace tanto. –
Schizzai raggiante dal letto come una molla; lo presi per mano e lo spinsi verso la scrivania.
Mi sedei sulla poltroncina mentre lui si piegava sulle mie spalle per leggere le intestazioni dei siti che mi piacevano.
Velocemente ciccai su un sito a caso; lo aprì e gli mostrai le foto che conteneva: una procace biondina chinata sul bracciolo di una poltrona mostrava il suo culetto segnato dai colpi della cinta manovrata da un anziano signore.
- Guarda, - gli dissi anticipando qualsiasi suo commento, – non è fichissima? E guarda quest’altro, è fantastico. –
Aprì rapidamente un altro sito; altra foto scioccante: una bella mora con le mani intrecciate sulla testa e le grosse tette strizzate tra due asticciole di legno, un po’ sfocata, s’intravedeva una frusta che le colpiva i seni.
- E tu trovi eccitante questa roba? – chiese lo zio prevenendo ogni mio commento – addirittura ti tocchi sognando di fare queste cose? -
- Ma certo zio, - risposi con entusiasmo – sono cose fantastiche; veramente "fiche". Perché ti meravigli? A te non piacciono? -
- Certo che mi piacciono, bambina mia, ma io sono un adulto. – rispose poggiandomi un braccio sulla spalla in modo che la sua mano fosse pericolosamente vicina alla mia tetta. – E ci sono altre cose che ti piacciono? -
- Oh, sicuro; tantissime; e, ti posso confessare una cosa? Quando chiudo gli occhi e mi tocco sognando di fare quelle belle cose, immagino sempre che ci sei tu al posto di quegli uomini.
Raggiante, senza dargli il tempo di rovinarmi la scena con qualche malefica obiezione, aprì velocemente altri siti a caso, certa che, quella intrapresa, fosse ormai una comoda autostrada tutta in discesa.
Aprì a caso altri due o tre siti mentre le foto di giovani ragazze si susseguivano sullo schermo: una, che sorrideva, aveva piantate sulle natiche un’innumerevole quantità di candeline accese; un’altra piangeva mentre una mano le entrava nel culo. L’ultima che riuscì a mostrargli prima di essere interrotta, fu quella di una grandiosa ragazza, distesa sul letto, che mostrava segni di sofferenza mentre era collegata ad una grossa sacca da clisteri che le svuotava il contenuto nell’intestino.
- Basta così, bambina mia. Ho capito. Io e te dobbiamo fare un bel discorso chiarificatore. Non va affatto bene che tu guardi quella roba. -
- Perché zio? Cosa c’è di male in quelle foto e nelle cose che mostrano? -
- Non ci sarebbe niente di male se tu fossi un’adulta. Nella propria vita ognuno è libero di fare e vedere quello che vuole, ma tu sei ancora una bambina e rischi di confondere i sogni con la realtà. -
- Però sono cose molto eccitanti. – Obiettai non dovendo affatto fingere per mostrare l’entusiasmo necessario.
- Ah, sì? Ne sei proprio sicura? – mi chiese – Non credo che rimarresti della stessa opinione se ti trovassi tu al posto di quelle ragazze. – lo disse guardandomi negli occhi con un sorriso che mi fece capire di essere giunta trionfalmente al traguardo
Ecco qui, alla fine ero riuscita a spuntarla nonostante la ritrosia dello zio: non mi restava che riaffermare le mie convinzioni; il resto spettava a lui..
- Non è vero! Sono invece certa che mi piacerebbe da impazzire. - Protestai veementemente.
- Vedo che su certi argomenti è inutile tentare di ragionare. Credo, signorinella, che sia ormai ora di farti capire la differenza tra i sogni e la realtà. Seguimi in camera mia, lì potremo verificare, con tutte le comodità del caso, chi di noi due ha ragione. -
Lo presi sottobraccio con entusiasmo mentre attraversavamo la sala d’ingresso per entrare nella sua camera. Forse, se avessi ragionato di più ed avessi previsto quello che effettivamente sarebbe accaduto, e non le blande esemplificazioni che mi aspettavo, forse, ripeto, non avrei mostrato tanto entusiasmo; ma orami, era fatta.
- Allora, - disse lo zio mentre si sedeva sul suo grosso letto facendomi di nuovo accomodare sulle sue ginocchia, - come avrai capito, adesso ti farò sperimentare la differenza tra i sogni che ti piace fare e la realtà. Mi hai fatto vedere parecchie cose che dici di trovare molto eccitanti; – proseguì scimmiottando il mio entusiasmo – bene, te le farò sperimentare tutte; e molto seriamente, stai tranquilla. Ora dimmi, ce n’è una in particolare da cui vuoi cominciare? -
Questa proprio non me l’aspettavo: mi avrebbe fatto tutto quello che gli avevo mostrato in foto, e sicuramente non ci sarebbe andato con mano leggera. Già adesso si stava prendendo delle libertà da cui fin’ora si era astenuto: con una mano, infilata sotto il vestito, mi accarezzava il pancino scivolando sempre di più verso il pube e le tette.
Cercai di ricordare velocemente quali foto erano uscite da quel mio sconsiderato navigare alla cieca; mai più mi sarei aspettata di dover subire tutto quello che, presa dall’entusiasmo e dalla fretta, gli avevo fatto vedere: La ragazza frustata sul divano ( va bene, non mi sarebbe dispiaciuto); quella con le tette strizzate (sperai che non avesse notato il frustino che le colpiva); l’altra sodomizzata da una mano (accidenti, perché è comparsa quella foto? Sarà terribile.); quella del grosso clistere (qui, stranamente non mi rammaricai più di tanto: cominciavano a piacermi sul serio.); accidenti, non ne ricordavo altre, ma ne avevamo viste di più: almeno un’altra: ah, si, quella delle candeline piantate sul culo (stavo dimenticando proprio la migliore: una meravigliosa serie di iniezioni).
Sarei voluta partire da quella delle candeline, ma poi pensai che era meglio che me la riservassi per ultima: l’ultimo atto d’istruzione di una bambina innocente fatto con una pratica che mi piaceva veramente tanto (ed anche con questa considerazione toppai in modo maledetto).
- Allora, ti sei decisa o devo fare a modo mio? -
- No, zietto, ho deciso (mi sarei tolta subito dalle scatole quello che mi spaventava di più). – lo guardai con un sorriso così invitante che avrebbe fatto eccitare anche un cardinale e gli confessai: - Mi piacerebbe tanto sentire la tua mano entrarmi nel culetto; sarebbe meraviglioso sentire le tue dita solleticarmi dentro. -
- Se è questo che vuoi, te lo farò, ma non credi – proseguì sorridendo - che prima sia meglio dare una pulitina in quel posto? Non vorrai mica che tirando fuori la mano me la ritrovi tutta impiastricciata di roba marrone. -
Aveva ragione, non ci avevo pensato.
- Oh sì, zio, scusami; è vero. Allora che ne dici di farmi prima una peretta? O magari un clisterino … piccolo? – non rispose ed io lo presi come un tacito invito a rialzare i prezzi – però, forse, una peretta sola non basterà, vero zio? Forse è meglio se me ne fai di più, due? … tre? … - continuava a tacere; accidenti, ma quante voleva farmene? - Quattro? … di più? … - mi sbilanciai – o forse sarebbe meglio un grosso clistere? È zio, che ne dici? -
- Sì, credo che tu abbia proprio ragione – si decise finalmente a rispondermi – un paio di clisteri oppure cinque o sei belle perette dovrebbero essere sufficienti ad evitare che mi si sporchi la mano. Lascio a te la scelta. -
Accidenti a te, pensai, non ti accontenti di poco. Due clisteri, se sono di quelli soliti, belli grossi, sono un mare d’acqua; forse sono meglio le perette.
- Allora, se per te è lo stesso, preferisco le perette: così mi infilerai più volte la cannuccia nel culetto; mi piaceva tanto quando me li faceva la mamma. -
Quando aprì gli sportelli dell’armadio per prendere quello che ci occorreva, quasi mi prese un colpo: sui ripiani, messo in perfetto ordine, c’era di tutto: vibratori piccolissimi ed enormi; corde di tutti i tipi; fruste, frustini, bacchette, battipanni spazzole col manico lungo; perette e clisteri di tutte le forme e dimensioni, cannule comprese. Insomma, c’era tutto quello che avrebbe potuto servire per una lunga, estenuante seduta punitiva.
Mi diedi della scema per la sorpresa che avevo provato nel vedere tutto quel ben di dio (si fa per dire); per un attimo, avevo dimenticato dove mi trovavo avendo l’impressione di essere in una vera casa con il mio vero tutore.
Prese due perette che sembravano due fiaschi, tanto erano grosse, e le mise a riempire nel lavandino che aveva colmato di acqua calda ed in cui aveva immerso un mazzetto di bustine da the, che però, dall’odore che presto emanarono, compresi non essere the ma camomilla.
Avvicinò una sedia al lavandino e ci si sedette sopra facendomi segno di piegarmi sulle sue ginocchia.
Mi avvicinai, gli stampai un grandioso bacio su una guancia, molto, forse troppo vicino alle labbra e mi poggiai sulle sue gambe sollevando l’orlo svolazzante del vestitino: ero pronta.
Dopo avermi carezzato a lungo le natiche (evidentemente lo spettacolo era di sua soddisfazione), me le allargò con le dita di una mano, poi mi fece sentire, centrato esattamente sul mio buchetto, la punta della cannula.
Non riuscì a frenare il brivido d’eccitazione che provai in quel momento.
Potrà sembrare strano che una donna di ventinove anni, navigata ed esperta come me, avesse dimenticato chi era: in quel momento io mi sentivo, ed "ero" veramente una bambina tredicenne, molto procace, molto porcella e sopratutto molto intenzionata a sconvolgere i sensi del suo tutore.
- Allora, piccola mia, sei sempre convinta che ricevere un clistere sia eccitante? -
Sculettai, per tutta risposta, spingendo in alto il culetto in modo che la cannula cominciasse ad entrare.
Emisi un sospiro di soddisfazione quando si decise a farmela scorrere, lentamente, tutta dentro, fino in fondo, finché il bordo della peretta mi premette contro l’ano.
La prima, la seconda, la terza peretta le sopportai bene, anzi, me le sorbì con vero gusto, forse merito degli effetti calmanti della camomilla; forse per la languida lentezza con cui me le somministrava. Soltanto a metà della quarta cominciai a sentirmi veramente piena, e fu allora che cominciarono i tanto temuti crampi.
Quando sfilò, per la quarta volta, la lunga cannula, sperai ardentemente che fosse stata l’ultima, ma mi sbagliavo. Pochi secondi dopo, sentì per la quinta volta la cannula scivolare nel mio buchetto.
- Zio, non credi che basti? – dissi facendo fatica a respirare per quanto ero piena. - Ormai credo che, per darmi una bella pulita, tutta l’acqua che mi hai messo sia sufficiente. –
Non faticai troppo per dare alla mia voce un tono piagnucolante. Ormai cominciavo a soffrire per davvero.
- Ma io non ti sto soltanto pulendo per non sporcarmi. - disse lo zio premendo lentamente sulla peretta – Non ricordi di avermi detto che i clisteri ti eccitavano tantissimo? Non ricordi il volto della ragazza che mi hai mostrato sul computer cui veniva praticato il clistere? Non ricordi quanto era sofferente? È ora ragazzina, che impari la differenza tra immaginazione e la realtà della vita. -
E con questo decretò la mia condanna.
Mi sentivo piena come una donna incinta al nono mese; cominciai a urlare ed a scalciare, ricevendo in premio anche qualche sonoro sculaccione, ma non ci fu niente da fare: dovetti sorbirmi tutta la quinta, lunghissima peretta.
Finalmente mi fece rialzare concedendomi il permesso di usare il suo bagno.
Mentre correvo stringendomi il culo con le mani per evitare di lasciare una brutta scia per terra, mi chiese:
- Sei sempre dell’idea che i clisteri siano meravigliosi? -
Cosa potevo rispondergli in quel momento?
- Sì, zio. Li adoro, specialmente adesso che .. ahhhh, … mi sto …. svuotando. -
Non mi chiese altro.
Bontà sua, mi lasciò in pace mentre ero diventata una mezza specie di cascata del Niagara. L’acqua non finiva mai di uscire dal mio culetto. Mi sentivo sfinita, eppure mi resi conto di non essere stata proprio bugiarda quando gli avevo risposto che adoravo ancora i clisteri.
Gli stimoli che mi regalava l’acqua uscendo erano fantastici: uguali o forse anche migliori di quelli che mi regalava il vibratore anale che usavo a casa.
Mi lavai per bene e tornai trepidante nella stanza dello zio.
Sul letto, aveva preparato un asciugamano, due paia di manette ed un flacone di vaselina liquida.
Non riuscì a capire cosa c’entrassero le manette col fatto che doveva infilarmi una mano intera nel culo: soltanto allora realizzai che aveva delle mani grosse come badili. Avrei sicuramente sudato sangue per farmela entrare fino al polso.
- A quanto dici, con i clisteri non sono riuscito a farti cambiare idea, adesso vediamo se la cambierai con la pratica che ti sei scelta da sola: su, mettiti in ginocchio sul letto e poggia la testa sul cuscino.
Salì, mi inginocchiai, e mi chinai in avanti lasciando il culetto in aria.
La posizione era la migliore che potesse trovare: così piegata, sentivo che le natiche si erano allargate lasciando l’ano completamente scoperto e indifeso.
Mi prese il polso destro e lo legò, con una manetta, alla caviglia destra; lo stesso fece con l’altro braccio: conciata in quel modo, non mi sarei potuta rialzare neanche se lo avessi voluto: avevo capito a cosa servivano quegli strumenti.
Mi afferrò per un ginocchio e lo tirò facendomi allargare le cosce fino a farmi sentire una gallina spaccata, pronta per essere farcita.
Conciata in quel modo non sarei potuta più cadere né a destra né a sinistra: ero proprio sistemata per le feste.
Sentì ancora una cannula del clistere entrarmi nel retto.
- Tranquilla; non ti sto facendo un altro clistere; ti sto solo lubrificando con una piccola vescica di vaselina liquida. Non vorrai mica che ti penetri a secco. -
- Oh no; certo che no, zio. Grazie per averci pensato, sei proprio un tesoro. -
- Dimmelo ancora tra qualche minuto, se ne sarai capace. – mi rispose abbrancandomi per la vita con un braccio e stringendomi al suo fianco.
Un attimo dopo sentì un paio di dita che entravano nel mio culetto: la prova che ritenevo la più difficile era cominciata.
Non andava di fretta: mi scopava lentamente nel culo con le dita massaggiandomi delicatamente mentre m’incoraggiava con un filo di voce sussurrandomi che ero molto brava; che mi voleva proprio bene; che avevo un culetto delizioso; che era contento che avessi deciso di andare a vivere con lui.
Intanto, senza che quasi me ne accorgessi, con le sue paroline dolci e con i suoi modi delicati, aveva fatto in modo che rilassassi i muscoli dello sfintere al punto che avevo ormai tutte e cinque le dita, strette a cucchiaio, piantate nel culo.
- Brava, bambina mia, bene così, adesso fai un bel colpo di tosse, molto forte, per lo zio, su, forza. -
Un colpo di tosse, una forte pressione; un attimo di tremendo bruciore e mi sentì l’ampolla rettale piena come non mi era mai capitato. Un malloppo enorme mi gonfiava la pancia provocandomi un urgentissimo bisogno di andare al bagno; di cacare.
Mi mancava il respiro, tanto mi sentivo piena, ma non fu quella la cosa più sconvolgente. Fu il capire, più che sentire, che stava allargando le dita della mano solleticandomi l’interno dell’intestino.
Era incredibile eppure non provavo dolore, anzi, mi sentivo sempre di più preda di un languore mai sperimentato: era una sensazione fantastica.
- Sì, … così … - riuscì a sussurrare – muovi la mano, sì … -
Cominciò a ruotare la mano dentro di me prima lentamente, poi sempre più in fretta sfregandomi l’ano sensibilissimo con il polso: credo di aver gridato a squarciagola godendo del più grandioso e violento orgasmo anale della mia vita.
Non ricordo niente di quello che accadde nei minuti successivi a quella fantastica esperienza: forse ero svenuta: ero veramente sfinita. Ricordo soltanto che mi ritrovai sul letto, sdraiata bocca sotto, ormai libera, mentre lo zio mi faceva degli impacchi freddi sull’ano.
- Come va? -
- Bene, zio. È stato meraviglioso. Sei proprio bravo. -
- E con questo, mi stai dicendo che neanche stavolta sono riuscito a convincerti che non è bene sognare e tento meno fare queste cose. -
- Proprio così. Ho avuto ancora ragione io. Adesso che cosa facciamo? Scegli tu o scelgo ancora io? –
Mi guardò, poi scotendo il capo guardò l’orologio.
- Si sta facendo tardi, e tu sei stanca, ti si legge in faccia, però io non voglio mancare di parola. Ti ho promesso che ti avrei fatto sperimentare dal vivo tutti i tuoi sogni, e così farò; ma faremo tutto insieme, magari con qualche piccola modifica, in modo da finire presto e permetterti di andare a cena prima possibile. -
Lo guardai esitante: non riuscivo a capire come volesse fare per realizzare quello che si era messo in testa.
Lo seppi anche troppo presto.
Dal famigerato armadio tirò fuori una scatola che mi aprì davanti agli occhi. Era piena di candeline montate ognuna su un ago epidermico.
- Con queste addosso, diventerai la più bella torta di compleanno che mi sia mai capitato di gustare. -
- Oh, - gli dissi con falsa modestia – non esagerare: la più bella … - (bene, le candeline piantate sul culo: proprio quello che volevo).
- Non esagero; vedrai. Sarai una torta risplendente di luce propria, con tanto di guarnizioni; ecco qua, - esultò mostrandomi l’ultima piccola sorpresa: due robusti elastici di cui intuì al volo l’utilizzo. Non mi avrebbe strizzato le tette con la ghigliottina, come nella foto; me le avrebbe strozzate con quegli elastici e, sicuramente, li avrebbe stretti molto di più di quanto avevo fatto io la prima notte.
- Ogni torta che si rispetti, deve avere le sue belle ciliegine, e tu fornirai anche le più belle e rosse ciliegie che si siano mai viste. Contenta? -
Hai voglia! Avevo ben poco da essere contenta. Finalmente avevo capito cosa volesse farmi: tramutarmi in una deliziosa, (per lui) torta di compleanno con le tette strizzate, rosse e gonfie come gigantesche ciliegie, con il culo farcito di spille reggi candele accese e, quasi sicuramente, dovevo beccarmi anche qualche frustata sulle tette. Mi avrebbero già fatto un male boia da come le avrebbe strizzate, figuriamoci quando le avrebbe anche frustate.
- Allora, - disse prendendo in mano le mie tette - cominciamo a trasformare queste belle tette in ciliegine per la torta. -
Non aprii bocca. Non mi venne in mente nessun commento da fare, anche perché ero combattuta tra due sentimenti contrastanti: mi piaceva sentire le sue mani sulle mie tette mentre le afferrava (abbastanza delicatamente) e il senso di doloroso gonfiore che cominciavo a provare man mano che avvolgeva strettamente gli elastici.
Si allontanò di un passo per ammirare quello che definì il nostro piccolo capolavoro: le mie belle (e grosse) tette, si erano trasformate in due enormi pomodori maturi. Le sentivo pulsare dolorosamente proprio come ti pulsa e ti duole un dito quando ci dai sopra una martellata.
- Perfetto, mia cara, sei un vero splendore. Già ti immagino che spettacolo sarai con tutte le candeline accese. -
Cercai di non fargli capire che non vedevo l’ora che cominciasse a piantarmi tutti quegli aghi sul culetto; ad ogni buon conto mi chinai in avanti per facilitargli l’operazione, anche se, in quella posizione, le tette mi facevano ancora più male, aumentando l’afflusso di sangue.
- Ah, sei impaziente di vedere l’opera completata? – mi chiese – d’accordo. D'altronde, anch’io non vedo l’ora di farti ammettere che ti sbagli. -
La scatola delle candeline era già aperta ed a portata di mano; ne prese una ed una deliziosa puntura, sulla parte alta della natica destra, diede il via alla mia trasformazione in completa torta di compleanno.
Faceva le cose con metodo, una candelina a destra ed una a sinistra, dall’esterno verso l’interno. Una fila sotto l’altra scendendo verso le cosce. Ad un certo punto mi preoccupai: temetti che me ne piantasse qualcuna nell’ano, tanto c’era andato vicino; ma il mio timore scomparve appena mi accorsi che saltava il forellino.
- Dovresti vederti, mia cara. – disse piantando le ultime candeline sull’attaccatura delle cosce, - sei meravigliosa. Quando le avrò accese tutte, – decretò prendendo l’accendino dalla tasca del gilè – sarai uno spettacolo grandioso. -
Credo che avesse quasi finito di accenderle tutte, quando le prime cominciarono a far sentire il loro effetto: la cera, fusa, scolava depositandosi sulla pelle e scottando il mio povero culetto.
Non era un calore esagerato: se fossero state quattro o cinque soltanto, la cosa non mi avrebbe procurato alcun fastidio, anzi; ma erano tante, talmente tante che ben presto cominciai a sentirmi le natiche in fiamme, come se mi fossi seduta sul ripiano di una stufa accesa. Il peggio, però doveva ancora arrivare.
Mi fece rialzare e, vinta dalla mia immensa curiosità, ignorai il calore che mi stava arrostendo il culo e volsi lo sguardo verso lo specchio dell’armadio: avevo, letteralmente, il culo in fiamme. Il mio bel culetto era tutto un globo di luci tremolanti.
- Sei proprio una bellezza, vero? – chiese lo zio mentre apriva di nuovo lo sportello dell’armadio.
Un sottile frustino di bambù, lungo poco più di mezzo metro comparve nelle sue mani.
Porca puttana! Si era accorto, e come, della frusta appena visibile in fotografia.
- Mi auguro, per il tuo bene, signorina, che tu abbia detto la verità asserendo che adori tutto quello che mi hai fatto vedere, perché altrimenti adesso te ne dovresti pentire amaramente dandomi pienamente ragione. Incrocia le mani sulla testa e muoviti meno che puoi. Per ogni candelina che farai spegnere movendoti, riceverai altre cinque frustate sui seni oltre alle dieci che ti spettano di diritto. – mi guardò in modo parecchio beffardo ed aggiunse: - visto che ti piacciono tanto queste cose, immagino che farai in modo da lasciarne accese ben poche. –
Capì al volo il messaggio: le dieci frustate sui miei poveri seni non erano sufficienti; dovevo fare in modo da farmene dare di più, parecchie di più.
Il primo colpo fu di assaggio, me ne resi conto dal poco dolore che provai e mi augurai che avrebbe continuato con quella mano leggera, ma non fu così. Di poco, ma ogni colpo era dato con più forza del precedente: al sesto balzai indietro urlando a squarciagola. La stilettata di dolore mi era arrivata direttamente al cervello e lì si era fermata pulsante, rombante: mi aveva stordita.
A fatica compresi quello che il mio padrone mi stava chiedendo mentre una settima scudisciata si abbatteva sulle mie tette martoriandole tutte e due contemporaneamente.
- … ancora convinta che siano cose meravigliose? -
Non ebbi la forza di pronunciare una parola: mi limitai ad annuire con la testa. Ero talmente stanca, frastornata, intontita dal dolore che il personaggio che stavo impersonando si era impadronito di me; io ero una bambina precoce, porca e caparbia che mai avrebbe ammesso di avere torto.
Il dolore degli ultimi tre colpi si mescolò al punto da diventare un unico atroce supplizio: saltavo, ballavo sulla punta dei piedi, tiravo tutti i miei muscoli fino a sfinirmi, serravo gli occhi per non vedere l’arrivo della frusta, ma non mossi mai le mani da sopra la testa.
Qualcosa mi toccò le labbra serrate; qualcosa di caldo e morbido.
Spalancai gli occhi ed il suo sguardo s’incrociò con il mio.
Mi stava baciando: erano le sue labbra quella cosa morbida che aveva toccato la mia bocca.
Subito si tirò indietro, quasi rammaricato del fatto che lo avessi visto compiere quel gesto.
- Sei una ragazza meravigliosa. Adesso sono proprio contento di sapere che ti piacciono certe cose. Che ne dici, - proseguì sfiorandomi i seni delicatamente come avrebbe potuto fare una farfalla – forse, qualche volta che ti va, potremmo sperimentare qualche altra cosa di eccitante che trovi su internet. -
Soltanto allora tolsi le mani dalla testa e gli cinsi il collo cercando un nuovo, molto meno casto bacio.
- Certo zietto. Se mi prometti che me le farai sperimentare tutte, troverò un sacco di altre cose fichissime; ma intanto, perché non controlli quante candeline ho fatto spegnere? -
Invece di contare le candeline, con incredibile delicatezza tolse gli elastici dai miei seni. Li massaggiò per riattivare la circolazione e cominciò a togliere le candeline dal mio sedere.
- Livia, devo ammettere che sei una donna fantastica. Non riesco a capire come sia possibile che altri uomini ti abbiano lasciata andare: se fossi la mia donna ti terrei stretta a vita. -
E’ molto difficile che mi manchino le parole per rispondere a qualcuno: quella volta mi accadde. Non sapevo come prendere la sua frase: se come un complimento, se come una semplice constatazione, se come qualcosa di molto più importante.
Decisi di non indagare e lasciare la cosa così, in sospeso.
- Allora? – domandai nel tono più spensierato possibile – quante candeline erano? -
- Lascia stare le candeline. Abbiamo finito. Hai superato la prova col massimo dei voti. Lo sai? Prima, mentre facevi di tutto per farmi impazzire, ho avuto pena per quel padrone che ti vorrà come pupilla: te lo mangerai in un boccone. Adesso, è ora di smettere; sei troppo stanca, è tardi. Ora ti accompagno a cena, così ti riposerai. -
Mi accompagnò in sala da pranzo ordinando che mi servissero quanto di meglio offriva la casa. Svuotata com’ero, a forza di clisteri e supposte, quella sera avrei potuto ingurgitare un bue intero.
Chi più, chi meno, tutte noi candidate, mostravamo i primi segni di stanchezza.
Dopo di me, arrivarono a cena soltanto altre due ragazze; ambedue con un grosso bavaglio inserito nella bocca. Quando glielo tolsero, per consentir loro di mangiare, mi accorsi che era a forma di fallo, ed anche parecchio lungo.
Doveva essere terribile avere quel coso piantato in bocca: arrivava sicuramente in gola; oltre le tonsille. Appena ebbero finito di mangiare, le cameriere–padrone glieli applicarono nuovamente nonostante i conati di vomito che le assalirono mentre glieli spingevano sempre più in fondo.
Queste due, pensai tra me e me, o hanno rotto l’ordine del silenzio, oppure devono imparare a fare i bocchini come si deve.
Contrariamente al mio carattere normalmente misericordioso, vedendo quella scena non provai un minimo di comprensione. Erano volontarie, come me; e se io ero riuscita a sopportare tutto quello che avevo sopportato in quei due giorni, potevano farlo anche loro; nessuno le obbligava a restare; anzi, se avessero rinunciato, avrei avuto altre due concorrenti di meno.
Facendo un rapido controllo, mi ero accorta che quella sera, a cena, non era venuta la procace biondina mia vicina di posto del giorno prima: quella con la schiena ed il culo tutto segnato e con le lacrime agli occhi.
Sicuramente aveva abbandonato. Meglio: una di meno.
Anche quella seconda sera, finita la cena, fummo invitate ad accomodarci in "salotto". Era un po’ che stavo sdraiata in poltrona gustandomi un delizioso cognac francese ed una sigaretta offertami dalla cameriera che avevo conosciuto "a scuola", quando n’arrivò un’altra con una borsa in mano.
- Tieni, - mi disse porgendomi la borsa - vai in bagno e vestiti. Appena fatto, presentati da me; ti devo accompagnare allo scenario 26. -
Accidenti, pensai, nottata in bianco: questo non è un addestramento; è un tour de force.
Con la borsa in mano, mi avviai alla toilette delle signore. L’abbigliamento che dovetti indossare non mi stupì più di tanto: guepière rossa, strettissima in vita e con un reggiseno a balconcino su cui potei soltanto appoggiare le mie notevoli tette; collare completo di guinzaglio; bracciali di cuoio per polsi e caviglie. Scarpe a punta, con vertiginosi tacchi a spillo e, come ultimi accessori, un lungo e sottile frustino di bambù ed una larga striscia di cuoio con tanto di impugnatura dalla forma fallica.
Borsa in una mano, frustino e striscia di cuoio nell’altra, guinzaglio che mi pendeva dal collare, mi presentai, caracollando sulle altissime scarpe, alla cameriera – padrona.
Prese la borsa, la gettò in un angolo e, strattonandomi con il guinzaglio che aveva afferrato, mi fece cenno di seguirla.
Arrivai al terzo piano con il fiato corto: posso anche riconoscere che mi sentivo veramente stanca. Quella maledetta mi aveva trascinato su per le scale come se avessimo dovuto vincere i campionati nazionali di corsa in salita.
Aprì la porta e mi fece entrare in un ambiente che mi lasciò a bocca aperta per lo stupore: quella era una reggia; era la camera da letto di un re.
Appena fui dentro mi sembrò di essere nella regia di Caserta o in quella di Versailles.
Ori e marmi a profusione. Un letto enorme, altissimo, col baldacchino rivestito di prezioso broccato, si ergeva al centro della sala. Sedie, poltrone e divanetti tutti rigorosamente stile Luigi XV erano sparsi ovunque a profusione.
La cameriera, con uno strattone al guinzaglio che per poco non mi fece strozzare, mi ordinò di accucciarmi a terra, a quattro zampe, poi mi presentò il frustino e la striscia di cuoio.
- Scegli. -
Ricominciamo, pensai, adesso ci si mette anche questa a darmele di santa ragione.
Il frustino lo avevo già sperimentato e sapevo che faceva un male cane: scelsi la striscia di cuoio, almeno avrei sperimentato un altro attrezzo.
Prima me lo mise in bocca, di traverso, proprio come i cani che riportano un bastone, poi, guardandomi, ci ripensò; me lo tolse e me lo spinse in bocca dalla parte del manico, come se avessi dovuto fare un bocchino a quel pezzo di legno a forma di cazzo.
Tirandomi per il guinzaglio, proprio come una cagna, mi posizionò a circa tre metri dalla porta.
- Ferma qui e non ti muovere: quando entrerà il tuo padrone gli offrirai lo strumento che hai scelto per farti passare una deliziosa nottata. Se te lo chiede, prenderai l’altro che è sul comodino dalla sua parte; ma sempre camminando a quattro zampe, proprio come quella cagna che sei, e glielo porterai. Buona notte. -
Dopo qualche minuto, le ginocchia ed i polsi cominciarono a farmi un male "cane".
Avevo la bocca piena di saliva; non riuscivo a deglutire bene a causa del manico che avevo in bocca, ma non mi mossi.
Improvvisamente il padrone mi comparve davanti; forse, la stanchezza mi aveva fatto chiudere gli occhi per qualche istante.
Camminando a quattro zampe, mi avvicinai e gli porsi, come mi era stato ordinato, la larga frusta di cuoio che lui, con mio sommo sollievo, prese immediatamente.
Mi girò intorno un paio di volte, poi, senza alcun preavviso, mi colpì le natiche con due colpi molto violenti.
- Alzati. -
Feci una fatica orribile per rimettermi in piedi: le giunture anchilosate non ne volevano sapere di rispondere agli impulsi del cervello.
- Metti le mani sulla testa e chiudi gli occhi. -
Un colpo violento, sul davanti delle cosce mi fece fremere per il dolore (e per l’eccitazione).
Sapevo che mi avrebbe colpito ancora, ma il non sapere dove era una meravigliosa tortura.
Un altro colpo sul retro delle cosce: il respiro mi divenne di colpo affannoso. Quando colpì prima una tetta, poi l’altra, digrignai i denti per il dolore, ma sentì anche la mia fichetta cominciare a bagnarsi come nei momenti migliori.
- Apri gli occhi e rispondi. Vuoi che ti colpisca ancora? -
Senza pensarci, istintivamente, gli diedi una risposta che forse non si aspettava.
- Se a te fa piacere, sì, mio padrone. –
Mi guardò per qualche istante con una evidente espressione sorpresa e perplessa.
- Certo che mi fa piacere; e dove preferisci essere colpita? -
- Dove a te piace di più colpirmi. A me basta darti tutto il piacere che posso. -
Questa volta mi guardò in modo completamente diverso: il sorriso che aveva stampato sulle labbra era sincero ed evidente.
- Sei una gran "paracula": hai imparato bene la lezione, vero? -
- No, padrone, scusami se mi permetto di contraddirti, ma non è così. Ti ho risposto sinceramente: io sono abituata a dire quello che penso e non quello che gli altri vogliono sentirsi dire. –
Quel suo darmi della "paracula" mi aveva offesa. Ormai sapeva tutto di me; conosceva le mie reazioni ed avrebbe dovuto capire la mia sincerità.
- Avanti, non fare l’offesa; il mio era un rilievo scherzoso. So che sei sincera. -
Cazzo, è la seconda volta. Questo mi legge veramente nel pensiero.
- Su, non fare la reticente, e dimmi dove "tu", preferisci arrese colpita. -
Questa poi, proprio non me l’aspettavo.
In un lampo analizzai tutte le sensazioni che quella striscia di cuoio mi aveva regalato: mi avevano fatto un male cane, ma le due sberle sulle tette mi avevano veramente eccitata e glielo dissi, tirando semplicemente indietro i gomiti in modo che il mio davanzale fosse ancora di più a sua disposizione.
Mi si piazzò davanti, allungò il braccio per prendere la misura e cominciò a colpire, con ritmo: un colpo a destra, un altro a sinistra, poi ancora a destra ed un altro a sinistra.
Chinai la testa leggermente in avanti per vedere, oltre che "sentire" l’effetto di quei colpi. Ogni volta che la striscia di cuoio arrivava a segno, la tetta colpita si spiattellava letteralmente sul mio torace: il dolore era istantaneo ed acuto, eppure tremendamente eccitante.
Andò avanti così abbastanza a lungo. Non dava colpi violenti, ma precisi e mirati che riuscivano a coprire tutta la tetta: dal torace al capezzolo.
Ben presto me le sentì di fuoco. Le tette mi bruciavano esattamente come mi bruciava il culo durante una solenne sculacciata.
Era questo, pensai, quello che stavo ricevendo: una sculacciata sulle tette.
Smise all’improvviso e, senza dire una parola, mi infilò una mano tra le cosce tirandola fuori tutta bagnata dai miei umori.
- Ora sì che sei pronta. Togli la guepiére e sdraiati sul letto – mi ordinò mentre staccava il guinzaglio dal collare.
Mentre eseguivo l’ordine fui tentata di chiedergli per che cosa ero pronta, ma lasciai perdere; era meglio non sapere.
Se avessi dovuto rispondere io, avrei detto che ero pronta ad una scopata coi fiocchi, magari con inculata finale; purtroppo non spettava a me dare quella risposta.
Il dolore alle tette continuava a mantenermi eccitata tanto da farmi sbrodolare la fichetta; me ne accorsi arrampicandomi sull’alto lettone: un rivolo dei miei umori mi scolò lungo la coscia. Credo che mi stimolasse molto anche il non riuscire a capire cosa stava per capitarmi.
Le esperienze passate mi dicevano che non sarebbe stato niente di buono, almeno sotto un certo punto di vista.
Mi ero appena sdraiata sul letto che un suo avvertimento mi raggiunse come una fucilata.
- Non ci pensare nemmeno. Nessuno ti ha dato il permesso di masturbarti. -
Questa era la prova che era capace di leggermi nel pensiero: ne ero certa: era proprio quello che avevo in mente di fare; poi, notai che la mia mano destra, senza che me ne accorgessi, era scivolata a pochi millimetri dai riccioli del mio pube, ed il dubbio, se ne fosse capace o meno, s’insinuò nuovamente in me.
Ma lui, dove stava? Dove cazzo è andato a finire?
Dalla mia posizione, supina sul letto, non riuscivo più a vederlo; e neanche a sentirlo.
- Ti basta questo per esaudire il desiderio che hai espresso qualche ora fa? -
Sgranai, letteralmente, gli occhi.
Era comparso, nudo, davanti a me, con un cazzo tra le gambe, non ancora in tiro, ma già grosso da fare spavento.
Il cazzo più grosso che avessi mai visto.
Sul principio non capì a cosa stesse riferendosi. Non riuscivo a staccare gli occhi e la mente da tutto quel ben di dio, poi ricordai la facezia che avevo detto quando mi aveva dato il permesso di masturbarmi: "… forse un bel pisellone sarebbe stato meglio", e "quel" pisellone, andava al di là di ogni mio sogno più sfrenato.
Non trovai risposta migliore che quella di chiudere gli occhi ed allargare le cosce in un caldissimo invito.
- Eh no, bella mia; certi premi bisogna guadagnarseli. Non dimenticare che questo è il tuo periodo d’addestramento. Vediamo a che punto sei nell’arte amatoria, poi se ne riparlerà. Su, datti da fare. – concluse sdraiandosi accanto a me.
Soltanto il sentire quel magnifico pisellone, anche se non ancora pronto, strusciarmi su una coscia, mi toglieva ogni idea tranne quella di sbrigarmi a farlo mettere sull’attenti ed infilarmelo nella fica bollente.
Ma non era questo quello che voleva da me, almeno non subito, sperai. Ora dovevo dimostrargli che a letto ci sapevo fare tanto quanto una puttana d’alto bordo, se non di più, come mi ero (giustamente) vantata durante l’intervista con Sergio.
Lasciai da parte le mie voglie e mi dedicai completamente a lui.
Mi misi carponi sul letto guardandolo come si guarda un oggetto prezioso.
Un gran bel fisico, muscoloso al punto giusto, senza quelle brutte esagerazioni da palestrato. Il petto non era molto villoso, anzi, direi quasi glabro, appena un accenno di peli sullo sterno.
Gli presi un capezzolo tra le labbra e cominciai a succhiarlo solleticandolo contemporaneamente con la lingua; con le mani, invece, avviai un lieve sfioramento dei fianchi, partendo da sotto le ascelle per arrivare quasi all’inguine e poi a ritroso.
Ogni tanto cambiavo capezzolo ed approfittavo di quel movimento per tenere d’occhio il suo magnifico bastone.
La mia cura stava cominciando ad avere effetto: ad ogni guardata fugace lo trovavo sempre più rigido. Quando giudicai che mancasse poco alla totale erezione, lasciai i capezzoli e iniziai a leccarlo su tutto il petto, la pancia, i fianchi. Quando arrivai a mordicchiarlo suoi peli del pube, sentì il suo arnese vibrarmi nell’orecchio nel quale si era andato ad incastrare.
A quel punto fu lui che perse la sua apparente freddezza.
Delicatamente, allungò le mani mettendole a coppa sulle mie mammelle e le lasciò lì, a stringermi molto delicatamente quasi non volesse procurarmi altro dolore.
Finalmente mi decisi: anch’io morivo dalla voglia; presi in mano il suo bastone, abbassai la pelle per liberare il prepuzio e me lo misi in bocca leccandolo come il cono gelato più buono del mondo (cosa che in effetti era).
Su e giù, su e giù, lo leccai in tutti i modi e per ogni millimetro quadrato, non dimenticando, ogni tanto, di succhiargli le palle belle gonfie.
Finalmente anche lui cominciò ad avere il fiato corto. La sua cappella si faceva sempre più turgida e grossa. Ebbi un brivido al pensiero che, prima o poi, quella notte, sarei riuscita a farmi fare un bel clistere di sperma da quella magnifica cannula. Intanto dovevo accontentare il mio palato sopraffino, volevo gustare il suo sapore.
Lentamente cominciai a scendere su di lui con la bocca spalancata.
Era grosso, accidenti se era grosso.
Mi facevano male le mascelle per evitare di sfiorarlo con i denti. Ben presto me lo sentì sull’ugola, ma non mi fermai: so quanto agli uomini piace infilartelo in gola ed anche più giù quando lo hanno abbastanza lungo. E quello era lungo più che a sufficienza. Il più lungo che avessi mai ingoiato.
Quando le mie labbra toccarono i suoi peli, quel mostro mi aveva oltrepassato le tonsille entrando per buona parte della trachea. Certo, avevo dei conati di vomito terribili, ma mi imposi, con tutte le mie forze, di ignorarli.
Rialzai la testa molto, molto lentamente per fargli assaporare tutte le sensazioni che gli trasmetteva il suo membro mentre si sfilava dalla mia gola. Appena lo ebbi di nuovo soltanto in bocca, ricominciai a succhiarlo come una pompa aspirante, poi lo ingoiai nuovamente, due, tre, quattro volte, finché non l’ebbi vinta.
Con un grido roco mi strinse finalmente le tette come se volesse spappolarmele e mi inondò la gola con una serie incredibile di fiotti che mi sembrò non dovessero finire mai.
- Sei stata magnifica. – mi disse accarezzandomi le spalle ed i capelli come se fossi stata veramente la sua donna. – chissà se riuscirai a superare te stessa? -
Avevo temuto, per un attimo, che tutto sarebbe finito lì, invece, le sue parole, con mio gran sollievo, erano un chiaro invito a proseguire.
Lo feci voltare, lo baciai delicatamente sulla schiena, gli baciai le natiche sode, le cosce, poi mi misi a cavallo del suo bel culetto. Appoggiai le mani sulle sue spalle e cominciai a sfiorargli la schiena con i capezzoli; lentamente, con movimenti rotatori. Pian piano scivolai a cavallo delle sue cosce per fargli sentire le tette sulle reni e sul culo.
Mi aiutò sollevandosi leggermente, quando gli infilai una mano sotto il bacino: il suo arnese stava nuovamente dando evidenti segni di risveglio.
Mi chinai sul suo bel culetto e lo mordicchiai proprio sotto le natiche, all’attaccatura delle cosce. Quando lo facevano a me, non riuscivo a resistere, mi mandavano in visibilio.
Evidentemente anche lui provò qualcosa di molto simile; gli allargai le natiche come lui aveva fatto a me decine di volte, ed iniziai a leccargli il forellino (ma questo, lui a me, purtroppo, non lo aveva mai fatto) spingendo, a volte, la lingua come se lo volessi penetrare.
Gli veniva la pelle d’oca ogni volta che tornavo a giocare con la lingua sul suo ano; la mano con cui gli avevo imprigionato il membro mi diceva che ormai era pronto al secondo round.
Lo girai ancora pancia all’aria. La mia mano aveva detto il vero: sembrava ancora più lungo e più grosso di prima. Mi ci inginocchiai sopra guardandolo negli occhi e finalmente, con un sospiro liberatorio me lo feci scivolare dentro.
Era una cosa magnifica ruotare il bacino attorno a quel palo, mi riempiva in modo meraviglioso solleticandomi tutti i punti dell’alfabeto, non solo il punto G. Quando lo sentì vibrare dentro di me, prossimo all’orgasmo, mi fermai e mi rialzai sfilandomelo da dentro.
Il padrone aprì gli occhi guardandomi stupito. Gli sorrisi e mi chinai su di lui togliendomi un’altra grossa soddisfazione: incollai le mie labbra alle sue e lo baciai con un bacio lungo e appassionato. Lui rispose stringendomi a se, infilandomi la lingua in bocca, fino in gola. Le tette, schiacciate sul suo petto, mi lanciavano stilettate di inebriante dolore.
Anch’io ero prossima al godimento eccelso di quella nottata; ma volevo farlo a modo mio dimostrandogli che tutto il mio corpo gli apparteneva.
Gli impedì di rientrarmi dentro, rialzandomi, quando sentii che sollevava il bacino per cercare di piantarmi ancora il suo bastone nella fichetta. Mi dispiaceva lasciare quella dolce bocca, quei baci appassionati, ma non ero sicura che ce l’avrebbe fatta una terza volta. In ginocchio sul suo bacino, aspettai che le pulsazioni del suo membro rallentassero; che il suo respiro riprendesse il ritmo normale; poi, infilandomi una mano in mezzo alle cosce, impugnai quel duro randello e me lo puntai sul secondo canale.
Lentamente mi calai giù, facendomelo entrare dentro, millimetro dopo millimetro. Man mano che il mio culo scendeva, riuscivo, tremando, ad assaporare ogni frazione di quella grossa cappella che mi penetrava rinnovandomi la dolorosa sensazione di essere squartata. Quando sentì che ormai tutta la punta era entrata, di botto, sussultando per il doloroso piacere, mi lasciai andare, impalandomi, fino in fondo, sul bastone dei miei sogni.
Soltanto allora, riavvicinai la mia bocca alla sua e ricominciammo a baciarci come due liceali in calore.
Lo cavalcai furiosamente, spingendo con il mio bacino verso quella verga che m’invadeva gli intestini mentre la mia fichetta strusciava sui peli del suo pube, regalandomi altre sensazioni meravigliose.
Ero eccitata e stravolta da quel piacere ben diverso da quello solitario che mi aveva fatto provare nei due giorni precedenti; quello era un piacere mio intimo, ricavato e scatenato dalla mia natura che mi faceva godere delle situazioni più umilianti, imbarazzanti o, meglio ancora, dolorose in cui venivo a trovarmi; questo, invece, era il piacere dell’amore, del sentirmi voluta, desiderata; dell’ebbrezza dell’essere cosciente che stavo donando volontariamente a quell’uomo, il meglio di me stessa, non tanto fisicamente, quello poteva prenderselo quando voleva, quanto mentalmente.
Dopo due giorni di dolori e godimenti imposti, adesso ero io a comandare il gioco; ero io a regalarmi quelle sensazioni, anche dolorose; ma ero sempre io che gli stavo imponendo tutto il piacere che stava provando.
Inizialmente i nostri ritmi non erano molto coordinati; anche perché io continuavo a cambiare canale per dilatare il mio piacere. Me lo spostavo dal culo alla fica e viceversa senza seguire un ritmo; obbedendo soltanto al mio desiderio del momento di sentirmi riempita da due cazzi che mi pompavano contemporaneamente davanti e di dietro.
Con quei movimenti frenetici di sfila e infila, più di qualche mancai il centro del bersaglio facendo strusciare quel magnifico pisellone nel solco delle natiche.
Sicuramente non apprezzò la mia scarsa mira e ad un certo punto prese il comando di quella scatenata sarabanda sessuale.
Mi afferrò saldamente per i fianchi bloccando i miei movimenti disordinati.
Aspettò che avessi centrato la sua cappella sul mio ormai dilatato buchetto posteriore, poi, scansò la mia mano e spinse con il bacino, penetrandomi fino a schiacciare le mie natiche sulle sue forti cosce; si fermò così per qualche istante poi allentò leggermente la presa, permettendomi di sollevarmi mentre lui faceva lo stesso abbassando il bacino.
Quando mi fui quasi totalmente sfilata da lui, mi strinse nuovamente spingendomi vero il basso; verso il suo palo che stava nuovamente salendo per scivolare dentro di me.
In breve coordinammo i nostri movimenti; purtroppo, così facendo, con lui costantemente piantato nel mio culetto, riducemmo al minimo la nostra resistenza; in compenso però, tutto fu molto gratificante, con reciproco, enorme piacere.
Finalmente ero riuscita a riceverlo come volevo io; come mi piaceva di più: un po’ avanti ed un po’ dietro. Non feci, però, in tempo a riportarmelo davanti prima che godesse e fu così che ricevetti quello che potrei definire il clistere più bello del mondo: un lungo, enorme clistere di sperma; e lo ricevetti proprio mentre il mio retto m’inondava delle dolcissime pulsazioni dell’orgasmo anale.
Doveva avermene scaricato dentro parecchio, visto che quando ebbi ripulito per bene il suo pisellone lavandolo con la mia linguetta, fui costretta a chiedergli il permesso di andare in bagno: la necessità si stava facendo sempre più impellente.
Il maledetto aveva ricominciato a leggermi nella mente.
- Un clistere, di qualsiasi soluzione sia fatto, alla fine dà sempre lo stesso risultato, vero? Bisogna correre in bagno. Vai, di corsa. Non è il caso di sporcare il pavimento. -
Feci più presto che potei; ero ansiosa di tornare a letto con lui e riprendere, da dove avevo dovuto interrompere, per necessità fisiologiche, quella splendida notte cominciata tanto bene.
Lo ritrovai seduto su una poltroncina mentre si fumava beatamente una sigaretta.
Rimasi quasi pietrificata sulla porta del bagno, notando, appoggiati sulle sue ginocchia, i due attrezzi che la cameriera-padrona mi aveva dato da portare: la canna di bambù e la cinghia di cuoio.
- Scegli – fu l’unica cosa che mi disse prima che riuscissi a fare un passo nella stanza.
Da sola, in bagno, mentre mi svuotavo del clistere che mi aveva fatto con il suo seme, mi ero crogiolata nella speranza che almeno per quella notte, dopo quello che c’era stato tra noi, dopo i baci appassionati che c’eravamo scambiati, non saremmo ritornati all’addestramento, alle frustate, al dolore gratuito.
Evidentemente era stata una vana speranza; ci rimasi male.
Il messaggio era fin troppo chiaro: io sono il padrone, tu sei la schiava; io ti addestro, tu soffri; tu non sei altro che una cagna in calore da addestrare a suon di frusta a dare il massimo del piacere possibile.
Senza dire una sola parola; senza fare un solo gesto; mostrandomi semplicemente gli strumenti della mia sottomissione che io stessa avevo portato, mi aveva rimesso al mio posto; all’unico posto che mi spettava.
Con una rabbia interiore che mi guardai bene dal mostrare, scelsi la canna di bambù.
Faceva molto più male della cinghia e proprio per questo la scelsi. Per punire me stessa per quella pazza, assurda fantasticheria in cui mi ero crogiolata, e, forse, per punire anche lui. Il cuore, la testa. tutta me stessa, mi sussurravano che non avrebbe affatto gradito quella scelta.
Quello, almeno, era ciò che speravo.
Fissandolo negli occhi, soffocando il rancore che avevo dentro, mi accucciai nuovamente carponi a terra e, gattonando a quattro zampe, mi avvicinai ai suoi piedi.
In fin dei conti, perché ero lì? Per un posto di lavoro che mi piaceva da morire e che ero intenzionata ad avere a tutti i costi.
Una volta assunta, e diventata comproprietaria di quell’attività, mi sarei tolta la soddisfazione di fargli rimpiangere, alla prima occasione, ciò che quella notte aveva rifiutato.
Non ero altro che una cagna in calore da addestrare a suon di frusta? Bene.
Quella e soltanto quella sarei stata d’ora in poi: una cagna, ma per lui, non più in calore.
Ero stata una vera idiota a sperare che per lui fossi diventata qualcosa di diverso.
Con la bocca, presi la cinghia e la gettai più lontana che potei, poi afferrai la canna e gliela porsi sollevando la testa.
Forse fu soltanto frutto della mia immaginazione, ma in quel momento ebbi la sensazione che il mio gesto fosse accolto con un movimento di stizza e che il sorriso con cui mi guardò, fosse velato di amarezza.
Prese la canna, si alzò e scotendo leggermente la testa sospirò.
- Se è questo quello che vuoi, così sia. -
Prese il guinzaglio che mi aveva tolto e lo applicò nuovamente al collare che ancora indossavo. Strattonandomi come si fa con un cane recalcitrante, mi trascinò verso il bordo inferiore del letto.
- Alzati, cagna! Allarga tutte e quattro le zampe. -
L’ira con cui urlò l’ordine mi spaventò.
Passando quattro cordicelle negli anelli dei bracciali e delle cavigliere mi bloccò alle colonne del baldacchino del letto. Mi aveva praticamente messa in croce.
Ero rivolta verso il letto, segno evidente che mi avrebbe frustata sul culo e sulla schiena, pensai, ma poi mi resi conto che avrebbe potuto colpirmi anche davanti: il letto mi proteggeva fino all’inguine: pancia e seni erano alla sua mercé.
Era alle mie spalle quando sentì la canna fischiare nell’aria.
Una botta violenta sulle natiche, seguita immediatamente dopo da un’atroce fitta di dolore.
Un altro colpo così e mi taglia in due, riuscì a pensare quando finalmente l’ondata di dolore si attenuò.
Non mi tagliò in due, né con il colpo seguente né con gli innumerevoli altri che seguirono: mi distrusse soltanto.
Non un centimetro della parte posteriore del mio corpo fu risparmiata: spalle, schiena, natiche, cosce, polpacci; colpì dappertutto ed in modo feroce. Sembrava che le mie urla, anziché placarlo, lo aizzassero a farmi sempre più male, a colpirmi sempre più duramente.
Ero allo stremo, decisa a dirgli di smettere, decisa ad andarmene, decisa a rinunciare a tutto quando mi accorsi che da qualche secondo, o da qualche minuto non lo so, non ricevevo più colpi. Avevo involontariamente tenuto il conto fino a trentacinque, poi mi ero persa, ma sicuramente me ne aveva dati almeno altrettanti.
È finita, pensai, ce l’ho fatta. Sono riuscita a resistere anche a questo.
Ormai non pensavo più alla delusione e alla rabbia che mi avevano indotto a quella scelta; pensavo soltanto che non avrei ricevuto più altre frustate; ma non fu così.
Comparve alla mia destra, a fianco del letto. La mano sinistra appoggiata alla colonna, la destra faceva fischiare nell’aria la canna: chiusi gli occhi.
Un dolore tremendo sul ventre seguito immediatamente dopo da quello al seno.
- Perché, - gridai con il poco fiato che mi restava – perché mi stai facendo tutto questo? Cosa ti ho fatto? Mi stai ammazzando. -
Si fermò, mi guardò, poi di colpo si riscosse; come se si fosse risvegliato in quel momento senza sapere dove si trovasse.
Gettò la frusta dall’altra parte della stanza. Si portò alle mie spalle e mi sciolse: fortunatamente fu pronto a sorreggermi prima che cadessi a terra come uno straccio.
Mi depose sul letto, pancia sotto, con estrema delicatezza.
- Perché? – gli chiesi ancora.
- Ti chiedo perdono, ho sbagliato, non avrei dovuto lasciarmi andare in questo modo; ma, dopo tutto quello che c’era stato tra noi …, come avevamo fatto all’amore …, come mi avevi offerto tutta te stessa, facendomi godere in ogni tua parte e godendo tu, ogni volta, insieme a me, pensavo …, avevo sperato che tra noi …. Invece…, il tuo rifiuto, il tuo ritornare subito ad essere la donna da addestrare per un lavoro milionario, mi ha fatto perdere il lume della ragione. E ti ho punita, come era mio diritto, anche se ora, solo Dio sa quanto mi dispiace di averlo fatto. -
- Ma di che cazzo stai parlando? – riuscì a chiedergli con il filo di voce che mi restava.
Uno dei due era sicuramente impazzito, e quello non ero certo io.
- Quando mai ti ho rifiutato? Cosa ti ho rifiutato? – non riuscivo a capirlo; non riuscivo a rendermi conto di che cazzo fosse successo.
Sembrava quasi che fossimo stati vittime di un terribile equivoco.
- Te lo sei già dimenticata? Che cosa hai fatto appena tornata dal bagno? Non hai subito ristabilito le distanze rimettendoti a quattro zampe come ti ho trovata quando sono entrato? Mica sono scemo, sai? Ho capito subito il messaggio: la parentesi è finita. Quello che è stato è stato. Io voglio questo lavoro e tu stai qui apposta per addestrarmi a farlo al meglio. Ed io l’ho fatto. Sono tornato al mio posto di addestratore ed ho verificato la tua soglia al dolore: complimenti; è altissima. Stai tranquilla che sarà riportata fedelmente sul tuo fascicolo. Questo, insieme alle altre note positive che già hai, ti farà già scattare qualche punto in più nei dividendi fin dal primo stipendio. – Il modo con cui mi sputava addosso le sue parole mi faceva più male delle frustate ricevute; anche perché pensavo di cominciare a capire, ma non riuscivo a credere a quello che parte della mia mente mi stava dicendo. - Te lo posso garantire per scritto. Contenta? Ti farò un contratto che partirà con almeno due punti in più sui dividenti. Era questo quello che volevi, no? Guadagnare il più possibile e nient’altro. -
Il mio sguardo allibito dovette fargli sorgere qualche dubbio sulle sue convinzioni.
Si allontanò da me bruscamente sedendosi sulla poltroncina più distante.
- Il tuo addestramento è finito. Se vuoi puoi rimanere a dormire, per questa notte, qui alla villa, nella stanza che ti è stata assegnata; altrimenti scendi al piano terra, dì alla socia che ti ha servito a tavola che il tuo addestramento è finito. Fatti ridare gli abiti e chiamare un tassì: con quello che guadagnerai puoi permettertelo. Torna domani o dopodomani: Sergio ti farà firmare il contratto. Vai! -
- No. -
- Che significa no? Non vuoi più firmare il contratto? -
- Certo che voglio firmare il contratto; ma non voglio andare via prima di aver chiarito questa storia. – ero frastornata; l’amarezza evidente delle sue parole, scelte apposta per colpirmi, per farmi male, mi avevano rafforzato il dubbio che eravamo stati ambedue dei cretini, vittime di un atroce equivoco.
- Cosa c’è ancora da chiarire? Mi sembra che ormai sia stato detto tutto. -
- No, - risposi sentendo la rabbia montarmi nuovamente dentro. Possibile che non capisse? – "Tu" ha detto tutto; non io. -
- E cos’altro vuoi aggiungere tu? – l’amarezza con cui disse quelle parole era lampante. – Guarda che due punti di dividendo sono di per sé, già una cifra notevole. Non puoi pretendere di più. -
- Non li voglio. E se non mi lasci chiarire questa faccenda, non firmerò neanche quel cazzo di contratto. – appena pronunciate quelle parole, mi sarei morsa la lingua. Ma che ero diventata matta? Veramente non volevo più quel posto di lavoro? Ci pensai su, mentre vedevo sul suo volto passare una sfilza di espressioni: dall’incredula alla speranzosa; dalla gioiosa all’amareggiata. Sì, in quelle condizioni non mi sentivo di accettare quel posto; non almeno finché lui fosse stato uno dei soci. In quei pochi istanti capì finalmente quello che il mio cuore sapeva da tempo.
Mi ero follemente innamorata di lui.
- Lo sai, vero, che il tuo è un vero e proprio ricatto? Ma io non ci casco. Nessuno ti obbliga a fare niente; vuoi restare? Ti ho già dato il mio permesso: resta! Vuoi andare via? Vattene, non ti trattengo. Non vuoi accettare di diventare socia? Affari tuoi. Ti ho già chiesto scusa per come mi sono comportato, ma se pensi che te ne ho date troppe, allora fai bene ad andartene: se lavorerai qui, riceverai sicuramente battute molto peggiori di quella per cui ti sei scaldata tanto. Comunque, finiamola qui; avanti, sentiamo. Cos’altro c’è da chiarire? -
Mi voltai per non fargli vedere le lacrime che stavano bagnandomi gli occhi.
- Una sola domanda: perché al mio ritorno dal bagno mi hai chiesto di scegliere tra la cinghia e la frusta? -
- Possibile che non ci sei ancora arrivata? Evidentemente no. Sei troppo ottenebrata dal desiderio di fare soldi per badare a queste sfumature. Comunque, se vuoi che ti risponda sinceramente, lo farò: l’ho fatto per metterti alla prova. Volevo verificare se era un mio assurdo desiderio o era la verità quello che mi era sembrato di percepire mentre facevamo all’amore; volevo capire se il tuo ardore nel soddisfare me e te insieme, fosse dettato dalla semplice volontà di dimostrarmi quanto eri brava a letto o da qualcosa di diverso e più profondo. Tutto qui. Sono stato uno scemo, vero? Ma tu mi hai riportato subito con i piedi per terra togliendomi ogni sciocco dubbio: ti sei rimessa a quattro zampe e hai gettato via la cinghia che era stato lo strumento con cui avevamo dato l’avvio a quella parentesi che non aveva nulla a che fare con l’addestramento. Prima che te ne andassi in bagno, avevo creduto di capire che le cose, tra noi, erano … cambiate. Non ti sentivo più "una" schiava da addestrare, ma la "mia" schiava, la "mia donna". Ma tu non hai scelto la cinghia, con cui mi avresti comunicato il tuo desiderio di non cambiare, di andare avanti sulla stessa strada; magari ricominciando da capo per tornare allo stesso punto e proseguire da dove ci eravamo interrotti. No. Hai cambiato. Hai gettato l’oggetto che ci aveva in qualche modo uniti e ci hai rimessi ognuno al suo posto. -
Mi voltai come una furia:
- Brutto coglione presuntuoso che non sei altro. Non ti è passato per l’anticamera del cervello che, dandomi quella scelta, io avrei potuto interpretarla in modo ben diverso da come la intendevi tu? Tu e solo tu ci hai rimesso ognuno al suo posto; non io. Sei stato tu, presentandomi le fruste in quel modo, a dirmi che non dovevo farmi illusioni; che la ricreazione era finita e dovevo tornate al mio posto di schiava da addestrare a suon di cinghiate o di frustate. Questa è la sola scelta che mi hai lasciato. – a quel punto non ce la feci più; mi gettai fra le sue braccia e lo tempestai di pugni sul petto urlandogli contro tutti i peggiori epiteti che mi venivano alla mente.
Sul principio mi lasciò fare, forse non riusciva a riprendersi dalla mia rivelazione, poi mi bloccò le mani, mi strinse a se e mi baciò, a lungo, lasciandomi senza fiato. Quando ci sciogliemmo da quel lungo e appassionato bacio, come se nulla fosse successo, mi prese per i fianchi, mi sollevò come un fuscello, mi stese sulle sue ginocchia di nuovo culetto all’aria e cominciò a sculacciarmi di santa ragione.
- Se vuoi che smetta, dimmi che mi ami e che vuoi essere la mia donna per sempre. -
Glielo dissi, ma non prima che la temperatura del mio culetto raggiunse gli ottanta gradi ed una gradazione di colore molto simile ad un porpora molto scuro.
Come finì?
Nel modo per me più sorprendente ed inaspettato.
Firmai il contratto con i due punti in più di dividendi come mi aveva promesso; lo firmai non alla presenza di Sergio, ma addirittura di quella del Direttore dell’azienda.
Maledetto; mi aveva imbrogliato nuovamente: era lui il Direttore Generale.
Dopo neanche tre mesi ci sposammo, ma questo non mi impedì, anche perché io non volli, di continuare ad interessarmi degli affari della società pestando servizio tutti i fine settimana. Potevo esimermi? Certamente no, visto che ero una socia comproprietaria dell’azienda.
Lui non voleva, ma la spuntai io: alla fin fine, lui, pur essendo il Direttore Generale, era pur sempre un mio dipendente.

 

 

Messico e Nuvole

Avevano noleggiato un fuoristrada per meglio addentrarsi nelle strade più impervie, tra colline e foreste lussureggianti ove due millenni prima fioriva la civiltà Maya; Giancarlo e Mirna non sono sposati ma è come lo fossero, vivono da quasi cinque anni assieme e sono appassionati di viaggi, preferiscono organizzarseli da soli, li studiano nei minimi dettagli, c’è sempre qualche piccolo rischio connesso ma se la sono sempre cavata.
Giancarlo ha quasi trent’anni mentre Mirna ne ha da poco compiuto ventisei, biondina dal fisico poco appariscente, è il classico tipo che diventa una insospettabile peperina quando la si fa eccitare; aveva dovuto mettere in campo le migliori arti seduttive per convincere Gian a portare con loro in Messico sua cugina Lorenza, una ragazza dai capelli castani e gli occhi scuri, entro i quali si possono leggere le intense meraviglie che il suo corpo ancora acerbo è in grado di offrire.
Lorenza è affascinata dalle civiltà sorte nell’America centrale, ha letto molto di riti esoterici e sacrificali che colà si svolgevano, non appena le è giunta voce della preparazione di questo viaggio è riuscita a strappare la promessa ai genitori che se Mirna avesse accettato l’avrebbero lasciata andare con loro, era il regalo per la promozione appena ottenuta, da quel momento ha subissato la cugina con telefonate ed incontri, diventandone quasi la sua ombra.
Te l’ho detto Lorenza, non è per me, ma Gian non ne vuole proprio sapere di portarti con noi, è una responsabilità troppo grande che non si vuole assumere, ho cercato di insistere ma è proprio irremovibile, questa volta non condivido la sua scelta così drastica ma la accetto serenamente e credo che anche tu dovresti fartene una ragione.
A casa di Mirna, sedute in cucina davanti ad un paio di tazzine di caffè, ella pensa che questa non possa che essere l’ultima discussione sull’argomento ma la cugina la gela con delle parole inaspettate: credo che non hai insistito a sufficienza, ma soprattutto che non devi aver scelto i momenti giusti per cercare di convincerlo, dovevi farlo a letto magari nel bel mezzo di un pompino!
Mirna è presa alla sprovvista, è lei che arrossisce anziché la cugina, un travaso di emozione le fa tremare la voce: ……..ma, ma che cosa ti salta in mente……..che ne sai tu di queste cose…….
Lorenza è un fiume in piena, ha ormai rotto gli argini e le sue parole esondano: ma dai, per chi mi hai preso, non sono mica più una bambina, fra poco compio diciotto anni, so bene come si convincono quelli dell’altro sesso, non è certo la prima volta che faccio dei pompini pur di raggiungere certi risultati.
Mirna ha il volto infiammato, bisbiglia qualcosa con la saliva tra le labbra senza che la cugina possa percepire il significato, Lorenza approfitta dell’evidente imbarazzo: se è perché ritenete che possa esservi d’impiccio quando vi verrà voglia di stare in intimità, questo pensiero non vi deve nemmeno sfiorare, posso tranquillamente dormire da un’altra parte, se invece potrò stare con voi non mi tirerò di certo indietro, credo che al tuo Gian non spiacerebbe vedermi all’opera……
Ma……ma, sei impazzita……..non ti facevo così spregiudicata……..
Ma in che mondo vivi Mirna, non vorrai farmi credere che non ti sei mai masturbata, da sola o con qualche tua amica, che non hai mai giocato ai dottori, che non hai mai succhiato l’uccello di qualcuno che non sia Gian o leccato la fichetta di una tua coetanea?
Ora il volto di Mirna ha lo stesso colore del sole in uno di quei tramonti africani dell’arida savana che attende la stagione delle piogge, ha un groppo in gola, quei discorsi l’hanno sconvolta, sta per scoppiare in un pianto isterico, liberatorio, per non dire catartico; si alza di scatto in piedi, con una mano incollata alla bocca per frenare il tumulto che la scuote, corre via, si infila in camera da letto e qui vi si butta con il volto affondato nel cuscino, cercando di trovare quella calma interiore che potrà permetterle di affrontare la situazione.
Lorenza giunge silenziosa, al pari di un felino che segue la preda nascondendosi tra l’erba alta prima di sferrare l’attacco finale, è molto abile, in quel momento il suo unico obbiettivo è raggiungere lo scopo prefisso, si siede sul letto e le carezza i capelli: scusami Mirna non volevo offenderti, perdonami aggiunge con voce melliflua che pare provenga dalle labbra di una persona casta e pura.
La mano si immerge nei capelli, li avvolge tra le dita, carezza il collo liscio che si tende come una corda di violino trasmettendo un’incessante teoria di brividi, che al pari di note melodiose si disperdono nell’aria rarefatta della camera da letto: scusami, scusami, mai avrei creduto di turbarti così tanto……….
Sembra una filastrocca che pare non debba aver mai fine, come quella che una mamma ripete insistentemente alla propria bambina fintanto che non percepisce che ha raggiunto il mondo dei sogni, Lorenza inizia un racconto che prosegue ininterrottamente, sempre con lo stesso tono, mentre la mano scivola leggera sulla schiena dentro l’apertura del vestito sgualcito, la pelle viene solo sfiorata durante l’implacabile discesa: la rada peluria è come se volesse tendersi verso il palmo per meglio assaporare l’esasperante piacere che quel tocco sa donare.
……..ti ricordi di Manlio quel mio compagno di classe che hai visto qualche volta assieme a me, mi ha sempre fatto il filo ed è sempre stato geloso soprattutto quando vedeva che facevo la smorfiosa con qualcuno di più grande, sapevo che aveva l’abitudine di seguirmi quando mi avviavo con qualche ragazzo lungo il canale……….
……ad uno ho fatto un pompino ben sapendo che lui ci stava spiando da dietro un cespuglio distante qualche metro, l’avevo visto bene con l’uccello in mano che si stava facendo una sega, un attimo prima di abbassarmi a prendere in bocca il pisello del mio amico…….alcuni giorni dopo me lo sono fatta confessare da lui stesso……..
……Manlio moriva dalla voglia di farmi ripetere l’esperienza con lui ma non aveva il coraggio di affrontare il toro per le corna, era sempre in difficoltà, finchè un giorno ho accettato di andare a studiare a casa sua, là ho preso io l’iniziativa, a modo mio……..
……ho fatto scivolare la mano sui pantaloni, l’ho strizzato da sopra la stoffa sentendolo gonfiarsi prepotentemente, è diventato rosso come un peperone ed ha cominciato a soffiare come una locomotiva quando gliel’ho preso in mano infilandomi dentro la patta…………..
……ti piacerebbe che te lo prendessi in bocca vero, sei uno sporcaccione lo so, ti piace tanto farti le seghe mentre mi spii, ma se vuoi sentire le mie labbra che te lo insalivano devi contraccambiare……
…….sì, sì, dimmi cosa debbo fare mormorò Manlio ormai vicino all’orgasmo……….
……voglio che coinvolgiamo nei nostri giochi anche tua sorella Anna……….
…..non riuscì a rispondermi perché una frazione di secondo dopo gli spruzzi di sperma imbrattavano la mia mano ed i suoi pantaloni……..
Mirna ascolta in silenzio, sembra quasi abbia smesso di respirare tanto è appiattita sul letto, pare abbia paura di interrompere quella cantilena che si accompagna con la carezza della mano; ora il palmo si è soffermato per un tempo interminabile sul fondo schiena a giocherellare con l’elastico delle mutandine, sollevandolo diverse volte per far scorrere fugacemente all’interno le dita, prima di ritrarsi come se fosse stata scottata.
E’ un giuoco snervante che ha incredibilmente alzato il tasso di libidine ben palpabile nella stanza da letto, è come se Lorenza stesse sturando un’ampolla ricolma di infusi magici, che si insinuano nel corpo attraverso le narici, e che sanno infondere una carica sessuale misteriosa che riesce a traghettarti verso l’aere.
La mano di Lorenza ha abbandonato il fondo schiena posandosi sulla calda pelle delle cosce, da qui intende dirigersi là dove la linfa nasce spontanea, da questa parte del percorso trova ben pochi ostacoli, il palmo ed il dorso vengono stretti in un abbraccio serrato, quasi volessero ostruire la strada che conduce verso il giardino delle delizie, intuendo che il suo raggiungimento non avrebbe più lasciato spazi a ripensamenti.
Ancora una volta Lorenza esaspera la cugina con una serie di falsi attacchi verso il cuore centrale dell’umida difesa che si sta sciogliendo, percorre con le dita l’orlo del minuscolo indumento: ha fin troppo chiara la sensazione che il pube si sia sollevato, ed anche le cosce si sono allentate e lentamente dischiuse lanciando il segnale che è possibile avanzare senza impedimenti di sorte.
Lorenza si limita a vellicare il pelo da sopra il triangolino macchiato da incontenibili riflussi vaginali, evitando di affondare là dove la sua carezza è attesa con trepidazione, riprendendo il suo racconto.
…….Anna ha vent’anni ed ha quindi un paio d’anni di più di me e di suo fratello, mi ha impressionato sin dal primo momento che l’ho vista, ha uno sguardo devoto e pio, intriso di puritanesimo, la vedevo in chiesa in prima fila con lo sguardo contrito, la sentivo pregare sottovoce; lei così bella, alta e magra, sempre fasciata da vestiti che la coprono fino alle caviglie, lei che rifiuta il mare d’estate per non scoprirsi, che ha la pelle candida come la luna, lei è stata l’unica donna che è riuscita a farmi masturbare in solitudine, al pensiero di poter un giorno scoprire ogni remoto angolo del suo corpo…….
…….ho seguito Manlio al bagno, mi diverte il suo imbarazzo mentre lo aiuto a pulirsi, ha finto di non aver capito il mio accenno a sua sorella ma gli insistenti sfregamenti delle mie dita sul suo piolo che si era solo parzialmente ritratto, ne gonfiano nuovamente la punta violacea facendolo annaspare…..
…….rinnovo la richiesta e lui riesce solo a biascicare che Anna è una ragazza molto pudica, ha poche relazioni anche verbali con il fratello ed ancor meno con estranei………
…..so io come scioglierla, la tenteremo, ci faremo spiare……..
….. un pomeriggio che la sapevamo in casa nella camera accanto a studiare, fu facile per me fingere di divincolarmi da un tentativo di Manlio di volermi possedere, avevo alzato il tono della voce quel tanto che basta perché fossi sentita dall’altra parte del muro, avevamo lasciato la porta socchiusa ed io ero semisdraiata sul letto con la gonna sollevata………
…….Manlio cercava di insinuarsi con le dita oltre il bordo degli slip mentre io facevo la parte di quella che vuole resistere…….come la vidi far capolino sulla porta migliorai la mia sceneggiata….dai smettila, cos’hai oggi, sei così focoso, non ti sarai mica messo in testa cose strane…..
……..di tanto in tanto guardavo il volto allampanato di Anna che osservava la scena con gli occhi fuori dalle orbite, avuta chiara la sensazione che non si sarebbe intromessa proseguii allungando una mano sulla patta……..sporcaccione, senti che grosso……dai calmati un attimo se no finisce che tua sorella ci sente……..la vidi strabuzzare quando, dopo averglielo tirato fuori, lo presi in bocca e cominciai a succhiarglielo…….
Lorenza adesso avverte chiaramente le contrazioni della vagina di Mirna, smette di stuzzicarla e scosta il lembo del triangolino, le dita si intingono di rugiada e la penetrano allungandosi all’interno di quel nascondiglio muschioso: la cugina freme, è rapita da quelle stimolanti carezze che la fanno viaggiare in un mondo estatico, senza confini, di cui non conosceva l’esistenza, si abbandona, stringe i pugni sulle lenzuola, è la fine di un piacere narcotizzante quello che resta dopo l’orgasmo.
Continua a sfregarla con dolcezza quasi a voler spegnere lentamente il riverbero che ancora ristagna all’interno: adesso capisci meglio quello che intendevo dirti poco fa in cucina…….
Mirna è come se avesse un momento di appannamento, poi mantenendo il viso schiacciato sul cuscino, fa cenno di sì con la testa.
Quando Lorenza la costringe a girarsi ha lo stesso sguardo di una bambina impaurita, trema come si trovasse in un ambiente gelido, si lascia sfilare il vestito, poi è la volta del reggiseno che consente di mettere in luce due splendide corolle rosate, larghe e tese: le dita si soffermano a stringere quei pioli appuntiti che diventano duri ed irti come promontori.
Vuoi che ti racconti cosa ho fatto con Anna le sussurra Lorenza mentre aggancia l’elastico degli slip per denudarla completamente: è felice di raccogliere il suo assenso da un battito delle palpebre ma ancor più di vederla arcuarsi per agevolare lo sfilare del minuscolo indumento.
Lorenza le spalanca le cosce prima di accalappiare la clitoride facendo sì che la protuberanza si affacci turgida fuori delle grandi labbra, riprende a toccarla e la vede socchiudere gli occhi, ricomincia a raccontare.
…….Manlio non ci ha messo molto a sborrarmi in bocca……mi piace trattenere sulla lingua e sul palato quel prezioso liquido vischioso dal sapore agrodolce……..quando mi sono ritratta Anna era ancora lì ferma estaticamente….sembrava che si fosse estraniata, che la sua mente vagasse nello spazio a cavalcioni di una nuvola…….non si spostò di un millimetro nemmeno quando mi diressi verso di lei…
…..era come intontita, avvolta in un lungo camicione blu cobalto che ne risaltava il pallido colorito della pelle………la raggiunsi e mi sollevai sulle punte per baciarla in bocca……feci tracimare sulle sue labbra e poi sulla lingua il liquido seminale del fratello………ella lo trattenne degustandolo senza particolare enfasi……..non dava alcun segnale di potersi scuotere da quello stato di torpore che pareva l’avesse estraniata dalla realtà………
…..la presi per mano conducendola in camera sua mentre Manlio, con l’uccello ballonzolante di fuori, ci guardava stranito non avendo nemmeno lui intuito quale potesse essere la reazione della sorella……
……..restò immobile in silenzio lasciandosi sfilare il camicione che avevo sbottonato sul didietro, solo la sottoveste si sovrapponeva al tocco delle mie mani sulla sua epidermide………le spalline scivolarono lungo le braccia liberando quel corpo immacolato………non portava reggiseno……….l’ho voltata verso di me per ammirare le due appuntite aureole ambrate che adornavano i piccoli seni……….l’ho spinta dolcemente verso il letto facendola sedere di traverso con la schiena appoggiata alla parete…….
…….solo allora vedendola accasciata quasi esanime ho iniziato a soffiarle addosso qualche parola mentre la carezzavo con entrambe le mani, che si spostarono dal viso ai seni, per catturarne le coppe nei palmi e strusciarne i capezzoli, i quali si ersero intimoriti………poi staccai una mano che discese sinuosa a solcare la morbida pelle……sentii il ventre che si contraeva quasi volesse accelerare i tempi per farmi raggiungere il traguardo……..
……quando arrivai allo scrigno attraverso i mutandoni da educanda che le fasciavano il ventre la trovai allagata, le dita rischiarono di impantanarsi in quel lago melmoso, le cosce si erano aperte adagio, adagio, come un cancello carraio mosso da un motore rotante di antica foggia…….sei una porcona anche tu come il tuo fratellino…….vorresti che te la leccassi questa tua bella passera piena di sugo……..
…….con una voce gutturale che sembrava provenire dall’oltretomba ella cominciò a mormorare la stessa identica frase per una decina di volte, sempre più flebilmente fintanto che le si è spenta tra le labbra: oh no, no, è peccato………
…….i miei occhi rimasero abbagliati dalla visione di quella incredibile foresta nera incastonata dentro la scia luminosa del suo corpo, candido come una via lattea,…..le dita faticano a districarsi tra quel cespuglio oscuro come il fondale dell’oceano, riescono però a dischiudere quella impertinente fessura cremisi, le cui pareti sono morbide al pari dei petali di una rosa……..
……il contatto della mia lingua la fa esplodere in un profluvio di parole inaspettate: sì, sì…… sono una troia…….una sporcacciona…..una cagna in calore…….mi piace, mi piace da morire……..; ……sono sorpresa dalle contrazioni dell’utero mentre la frugo con lingua spingendola sempre più a fondo…..l’orgasmo che ne segue le dilata i lineamenti del viso sfigurandola………
Lorenza accompagna questo racconto continuando a sfregare la passera di Mirna, stringendo tra le dita lo spesso clitoride, raspandolo con passaggi prima delicati e sfuggenti, poi sempre più ficcanti; Mirna dopo un assordante orgasmo subisce il fascino della cugina, si piega sul letto come una contorsionista per infilare la mano sotto il suo vestito, fruga fra le sue mutandine fino a raggiungere la fessura rasata e liscia come una palla da biliardo.
Resta qualche istante sorpresa da quella scoperta, poi è Lorenza che riprende il filo conduttore, sale sul letto, la scavalca con le ginocchia ponendosi sopra la testa, è un segnale forte e chiaro, Mirna finisce di scostare le mutandine con i denti e poi allunga la lingua: è il suo primo rapporto saffico ma non le servono apprendistati, strappa alla cugina un orgasmo che sembra non aver più fine.
E’ un’alba magica e misteriosa quella che li sta accompagnando con il fuoristrada verso Monte Alban, antico sito cerimoniale nel quale più di un millennio prima confluivano migliaia di persone per assistere alle apparizioni del grande sacerdote, che attraverso una ragnatela di cunicoli sotterranei compariva al pari di una divinità.
A differenza del tempo andato ora quei luoghi sono desertici, quasi spettrali, pur se immersi nel verde collinare, il sole non si è ancora levato dal sonno della notte anche se le prime luci rischiarano l’ambiente che riesce ad incutere un tutt’uno di suggestione e soggezione.
Mirna è rannicchiata sul sedile anteriore a fianco di Gian che guida a passo d’uomo, come se avesse timore di disturbare la sacralità di quei luoghi; Lorenza invece è seduta nel mezzo del sedile posteriore, indossa un paio di pantaloncini corti, incrocia lo sguardo di Giancarlo riflesso sullo specchietto retrovisore, lo ricambia con un’espressione maliziosa, fa scivolare la mano destra sulle proprie cosce, si carezza risalendo verso l’inguine, supera il tessuto leggero e le dita scompaiono: chiude gli occhi e si masturba lentamente.
Gian osserva con lo sguardo incollato allo specchietto il movimento leggero della mano, affascinato dalla estemporanea prestazione di quella impertinente ragazzina, non è la prima volta che riesce a fargli rizzare l’uccello, in quel momento però avrebbe voglia di tirarselo fuori e spararsi una sega per emulare quella straziante forma di autoerotismo.
Mirna aveva seguito il consiglio della cugina, era riuscita a strappare il consenso di portarla con loro, una sera a letto, nel buio della stanza erano iniziati i preliminari, era scesa con lingua dalla bocca al petto, giù oltre la cassa toracica alla ricerca dell’asta pulsante, che si era già sollevata librandosi nell’aria.
La lingua ammorbidì il glande già inumidito da alcune perline di eccitazione, tracciò dei geroglifici salivali per raggiungere lo scroto e stuzzicò la pelle molle con leggere punture dei denti; l’amante era intorpidito dal piacere per quelle delicate carezze linguistiche quando Mirna cominciò a borbottare: Lorenza è tornata alla carica, mi ha detto che sarebbe disposta a tutto pur di venire con noi, credo che dovremo accontentarla, non so se esserne gelosa, ho sentito dire da alcuni coetanei che sa essere alquanto birichina.
Man mano che infiorava i discorsi senza nulla riferire di quanto successo tra loro, Mirna sentiva il cazzo esprimere con violente pulsioni i messaggi del cervello, che rintracciava nei bulbi reconditi il lato peccaminoso che alberga in ognuno di noi; poco dopo, mentre si faceva fottere a gambe spalancate, esorcizzò i pensieri di Gian mormorando: porco, porco, avverto che stai già navigando in un torbido viaggio, che ha le forme acerbe della mia cuginetta.
Da quel giorno i preparativi proseguirono per tre persone, Lorenza ripagò la cugina con altri incontri nei quali la giovane era la maestra e la più grande l’allieva, fu proprio la ragazza appena entrata nella maggiore età a decidere quali fossero i comportamenti da tenere con Gian, rinviando al viaggio la possibilità di metterlo al corrente della loro relazione saffica.
Mirna era sempre più soggiogata dalle sfacciate intraprendenze della cugina, ne subiva la travolgente carica sessuale che tracimava dai comportamenti e dai racconti, le piaceva farsi narrare di Anna, della sua predisposizione a farsi sottomettere, intuiva che un filo sottile le legava pur se non si erano mai viste, di certo Lorenza era riuscita a carpire dentro i suoi occhi di un azzurro intenso come una fonte d’acqua pura, gli elementi strutturali del suo carattere così fragile e remissivo.
Giancarlo guarda trattenendo il respiro la consumazione del piacere nel volto di Lorenza, è soggiogato da quella manifestazione erotica mentre la mente viaggia nell’ambito di un solo ricordo, come il binario di una littorina, instancabilmente diritto verso la meta: è il lungo viaggio notturno, in aereo, per raggiungere la terra messicana.
Seduto nel mezzo in una fila laterale di tre posti, con Lorenza a destra e Mirna a sinistra, si erano avvolti con le coperte nel tentativo di usufruire di qualche ora di sonno; Lorenza aveva sollevato il bracciolo di separazione del sedile appoggiando la testa sulla spalla di Gian, raggomitolandosi di fianco per ottenere una posizione più comoda, per quanto ciò sia possibile nell’angusto spazio della classe economica.
Gian ascolta nel dormiveglia il respiro regolare di Mirna che sicuramente è da poco entrata nel mondo dei sogni, quando avverte la mano di Lorenza che pare scivolare sopra la patta, sembrano movimenti casuali, quasi impercettibili, quelli che seguono ma che hanno la capacità di rimestargli l’uccello.
Quella struggente azione dura lunghissimi minuti e lo fa esasperare al punto che il cazzo diventa gonfio e duro dentro i boxer; pare che Lorenza nel sonno voglia sistemarsi meglio, la testa scende lungo il petto di Gian fino a fermarsi sopra la patta, ora lui avverte chiaramente le labbra della ragazza che agganciano l’uccello, mordendolo e succhiandolo sopra il tessuto dei pantaloni estivi.
Avrebbe voglia di prendere l’iniziativa ma gli manca il coraggio di farlo, si adegua alla peccaminosa fantasia di quella libidinosa ninfetta, che mette in campo tutte le arti magiche del sesso orale pur senza estrarre dai pantaloni il piolo ardente, la bocca segue l’asta turgida tra le pieghe dei pantaloni, la lingua la rincorre avanti ed indietro mentre le labbra la baciano morbidamente.
E’ un fiume in piena quello che dilaga all’improvviso, i pantaloni si inzuppano tracimando gli spruzzi instancabili di sperma, Lorenza agita la lingua sopra quella leccornia che resta coperta dall’involucro, poi si ritrae spostandosi dall’altro lato come per cambiare posizione nel sonno.
Lorenza lo distoglie da questo ricordo che gli sovviene in continuazione, quasi con petulanza, mormorando: fermati per favore, mi scappa la pipì!
Ella scende si addentra per un paio di metri sul manto erboso ma non fa nulla per nascondersi, attraverso i raggi appena abbozzati di un’alba nascente Gian la guarda mentre si abbassa i pantaloncini fino alle caviglie, in uno con le minuscole mutandine, le arterie del collo si ingrossano al pari dell’uccello già paurosamente in tiro, nel vedere per la prima volta la fichetta lucida ed implume.
Lorenza ha movenze da attrice consumata, si sfiora la fessura, si accuccia con le gambe dischiuse lasciando ampia vista del suo inestimabile tesoro, prima di lasciar defluire la pioggia dorata imbocca il dito usato per toccarsi la passerina, lo succhia con significato inequivocabile; Mirna si era sollevata nel sentire il fuoristrada arrestarsi, accostandosi al suo uomo, anche lei resta rapita dai gesti della cugina e dal cazzo sfoderato che Gian ha sfoderato dai pantaloni, che pare persino plumbeo per la forzata costrizione dentro i pantaloni.
Mirna non ha il tempo di gustare il resto della scena, può invece assaporare la calda sborra che in pochi attimi le riempie la bocca, dopo le prime infornate di quel tizzone ardente, che era ormai giunto vicinissimo al fine corsa.
La giovane ben intuisce l’epilogo tra i due fidanzati, dal colore del loro volto e dall’affrettata sistemazione per coprire il randello che ancora spinge la leggera stoffa dei pantaloni; sono arrivati all’ingresso del centro cerimoniale, Gian si appresta ad acquistare i biglietti mentre le due cugine si avviano tenendosi per mano, sono le prime ad entrare nell’ampio prato erboso che somiglia ad un campo di calcio.
Raggiungono le gradinate là dove il gran sacerdote officiava davanti alle moltitudini che si arrampicavano fin sopra il pianoro, i primi raggi del sole nascente trasmette loro un senso di tepore, che anticipa il caldo soffocante delle ore diurne, si sentono magicamente unite quando si siedono sui gradoni più bassi, Gian si sta avvicinando da lontano e loro possono unire le bocche in un bacio che trasmette il sapore dello sperma appena ingerito da Mirna.
Quella fusione di lingue, che Giancarlo può percepire solo nell’attimo finale del distacco, diventa il suggello di una complicità silenziosa, che ha il potere di unirli indissolubilmente per tutto il viaggio, è un legame che non necessita di spiegazioni, resta muto ma palpabile in ogni gesto, provocatorio e sensuale, libero ed ieratico, profondamente inserito nella sacralità dei luoghi visitati.
La gioiosa pace che trasuda da quel sito lussureggiante, illumina i corpi dei tre viaggiatori al pari del sole che si avvia svelto verso il suo apogeo, non solo di visita culturale si tratta ma anche di sussurrati bisbigli che infondono nell’animo di ognuno la ricerca di purificazione, attraverso implicite voglie di trasgredire che si colgono nella lucentezza dei loro occhi.
Nel lungo percorso che li deve condurre verso la posada ove pernotteranno Gian non vuole il cambio alla guida da parte di Mirna, che può distendersi sul sedile posteriore in cerca di un po’ di riposo; il tramonto avvicina il momento dell’oscurità, nel frattempo Lorenza, che confabula con Gian, può cogliere nelle timorose frammentate occhiate verso le sue cosce nude, la bramosia che gli altera il tono della voce.
Mirna sta dormendo bisbiglia la cugina spostandosi verso il conducente, in modo che possa cogliere la sfumatura del suo sguardo, dovresti rallentare un po’ altrimenti si sveglia; le mani di Gian già nervose sul volante segnalano una maggior frenesia quando ne sposta una per scalare le marce riducendo la velocità, che diventa fremito convulso quando Lorenza gliela carezza sopra la cloche.
Un silenzio sepolcrale permea l’interno dell’abitacolo quando se la sposta sul proprio stomaco, è lei che si solleva la maglietta mostrando il pancino, poi aggancia l’elastico dei pantaloncini e delle mutandine per liberare il passaggio verso la sua fonte di piacere.
Lorenza lascia che le dita compiano il loro dovere rovistandola, si allunga sul sedile, chiude gli occhi e si lascia trasportare verso spazi infiniti; Gian continua a solleticarla fintanto che coglie le ultime spasmodiche contrazioni, lei non le da il tempo di ritirare la mano bloccandolo a mezz’aria, si infila le dita unte di umori nella bocca e gli succhia le falangi.
Ormai il buio nasconde quasi interamente i lineamenti dei loro volti quando Lorenza allunga la mano toccandogli l’uccello che sa di trovare duro dentro i pantaloni, non è solo la strada accidentata che fa sobbalzare Gian sul sedile ma la bocca della ragazza che raggiunto il glande appena estratto dai boxer; fortunatamente non c’è traffico quando è costretto a socchiudere gli occhi per lo straripante piacere che quella morbida bocca trasmette ad ogni affondo, vorrebbe lasciarla incollata al suo cazzo all’infinito, ma la gioia esplode trabocchevole e gli svuota i coglioni.
La giovane trattiene nel palato gran parte della sborra, con voce gorgogliata lo invita ad accostare, sale dietro e sveglia Mirna, la abbraccia e la bacia trasferendo nella sua bocca il seme appena estratto dal pene del fidanzato, Gian può solo ascoltare intontito le bisbigliate amorevolezze, il fruscio degli indumenti scoperti ed i sospiri languidi che gli fanno compagnia fino a destinazione.
Mangiano a lume di candela quella sera, nell’intimità della posada de la mission che li ospita all’interno di mura secolari, innalzate dopo la conquista dell’impero Azteco, Lorenza coglie negli occhi della cugina una inquieta voglia di trasgressione accentuata anche dall’agua caliente che hanno servito a fine pasto.
Mirna si sente osservata, l’ansia le scuote il petto ed i seni ballano freneticamente entro la camicetta leggera, facendo risaltare le corolle appiattite sul tessuto, si alza di scatto dicendo: sono stanca, ho voglia di andare a letto, è stata una giornata faticosa……
Hanno riservato uno stanzone composto da un letto matrimoniale ed uno singolo di angolo, avevano già deciso che quella prima sera le cugine avrebbero dormito assieme: tutti si dissero molto stanchi dandosi la buona notte.
Nel buio timidamente filtrato dai raggi della luna che si incuneano tra gli antichi oscuri dei balconi, Lorenza non perde tempo in preamboli, la mano scivola leggera tra le cosce della cugina, si addentra nel suo nido facendola afflosciare nei meandri del piacere.
E’ un vortice quello che si avvita nel corpo di Mirna, il suo respiro diviene agitato, fa fatica a controllarsi, ansima mordendosi le labbra senza riuscire a soffocare i gemiti del crescente piacere che le germoglia dentro, teme che i suoi sospiri giungano fin troppo eloquenti al fidanzato ma l’insaziabile frenesia che precede l’orgasmo non le consente di porre in essere alcuna azione diversiva, si lascia sopraffare dalla gioia incommensurabile che la proietta verso l’oblio.
Giancarlo ha ascoltato fino all’ultimo bisbiglio con il cuore in gola, con lo stesso stato d’animo di quando ragazzino origliava di nascosto le effusioni dei genitori, adesso come allora cercando di focalizzare con le pupille dilatate i movimenti che accompagnano i gesti d’amore; il respiro ansioso di Mirna sta scemando quando Lorenza accende la tenue luce del comodino rischiarando appena l’ampio stanzone.
Mirna è sollecita nel coprire con le lenzuola il suo corpo lascivamente scomposto sul letto, guarda con occhi interrogativi la cugina facendo cenno con lo sguardo verso il fidanzato; Lorenza le risponde con un dito sulle labbra per farla stare in silenzio, si sposta verso il letto d’angolo ove giace Gian, lo chiama con voce sussurrata ma lui finge di dormire.
Sì, sì, sta dormendo mormora all’indirizzo di Mirna, che se ne sta ferma sul letto da dove ha scarsa visuale; Lorenza allunga la mano agguantando il pene che svetta sotto le lenzuola, lo avviluppa nel palmo strappando un lungo sospiro a Gian, è certa che è ancora sveglio e che sarà spettatore attento delle successive esibizioni.
Dall’altro lato dello stanzone Lorenza estrae dal proprio zainetto un vibratore prima di dirigersi verso il letto ove la cugina la osserva allarmata, mormorando: oh no, è troppo pericoloso, rischiamo di farlo svegliare davvero!
Risparmia il fiato porcona, non penserai mica che mi accontenti di così poco, togliti tutto, su scopriti, lo sai che mi piace chiavarti mentre mi lecchi, se fai la brava ti racconto qualcos’altro di Anna e suo fratello!
Mirna ha lo sguardo allucinato, le parole della cugina riescono sempre ad iniettarle nuove scosse di libidine, prima di accovacciarsi di traverso il letto sorretta dai gomiti e dalle ginocchia, con il culo per aria e le gambe impudicamente spalancate, implora la cugina di spegnere almeno la luce del comodino, ma lei non le da retta, vuole che Gian possa gustare anche visivamente la loro trasgressione.
Lorenza si mette di fianco alla cugina, guarda verso Gian notando il leggero movimento del lenzuolo ove la mano sta cercando di lenire le arroganti pulsioni dell’asta svettante, infilza la vulva con il vibratore prima di accenderlo, alimenta l’autonomo stuzzichio che l’arnese produce con sostenute penetrazioni che impone con la propria mano; Mirna torna a singhiozzare dal piacere, si dimena, le chiede di smettere ma il tono della voce bisbigliata evidenzia il contrario: l’estrazione di quell’oggetto di piacere riempie la stanza con lo stesso rumore di un rutto, Gian intanto, con gli occhi semichiusi, guarda rapito il vibratore che viene spinto morbidamente nel culo della fidanzata.
Appoggiata con la schiena sulla testiera Lorenza si fa prima succhiare le tettine gonfie dalla cugina, poi le spinge la testa giù, dentro le gambe dischiuse, sta per iniziare a raccontare e guarda con soddisfazione verso il letto di Gian, la cui mano adesso ha scostato le lenzuola per meglio proseguire nella frenetica masturbazione che lo accompagna verso l’attimo liberatorio.
………Anna era diventata una splendida amante, docile e remissiva, sebbene non fossero pochi gli attimi di titubanza che le leggevo negli occhi ogni qual volta pretendevo da lei qualcosa di nuovo…..le avevo insegnato a fare la mia assistente durante le visite a cui sottoponevo Manlio, disteso nudo sul letto come un paziente vero, che aveva un un’unica stupenda malattia: il cazzo sempre teso, sembrava proprio affetto da priapismo……..
……vede, le dicevo toccando il pisello duro, è qui che non riesce a guarire…..lo senta anche lei…..Anna aveva sempre un rigetto emozionale quando lo avvolgeva nel palmo, che si trasformò in convulsione nel momento in cui volli che provasse a curarlo con la bocca……..mi piaceva vedere le sue labbra insicure carezzare fino a nascondere interamente il piolo svettante………mi piaceva scoprirla da dietro e trovarla con le cosce imbrattate di umori……..avevo iniziato a sfondarla con una banana ma mi piaceva di più con il vibratore dopo che l’avevo fatto comprare da suo fratello….
……quando decisi di sottoporre lei a visita facendomi assistere dal fratello, intuii la sua muta rassegnazione dagli sguardi che ben preconizzavano la mia pretesa a che si arrivasse ad un rapporto incestuoso bandendo ogni remora………Manlio ci aveva preso sempre più gusto………mentre io mi riempivo la bocca del dolce sapore della sorella, addentando e succhiando ogni anfratto del suo illibato corpo, a lui piaceva fotterla in bocca trattenendole la testa tra le mani………..
……..ho deciso di toglierti l’ingombrante fardello della verginità che ancora trattieni in te, le dissi un pomeriggio mentre in salotto mi serviva il caffe…….sarà Manlio a deflorarti qui adesso mentre mi spazzoli la passera con la lingua, su spogliati che prima ti masturbo così ti ecciti sporcacciona…..Anna era molto preoccupata e riuscì a dirmelo…….ho paura Lorenza, lui non riesce mai a trattenersi……magari mi lascia in cinta……..
…..ero troppo condizionata dalla frenetica voglia di essere io l’artefice di quella scelta decisiva, non fiutai minimamente i pericoli connessi, fortunatamente tutto filò liscio prima che prendessimo opportune precauzioni, anzi quel giorno visto che continuava a frignare, la feci distendere sulle mie ginocchia e la sculacciai come si fa con un bambina cattiva……..
…..quando la mano scivolò in mezzo alle cosce la trovai grondante……..le tenni la testa schiacciata sul mio pube, la sua lingua saettava entro le mie intimità come stai facendo tu in questo momento, ero stravolta dal piacere nel vedere Manlio che si apprestava a deflorarla…….come Anna prevedeva bastarono poche stoccate per farlo eiaculare e ritrarre in leggero ritardo……..
……negli ultimi incontri preferisco vederla sodomizzata, mi piace sentire la sua bocca che sbatte sulla mia fichetta ogni qual volta Manlio affonda nel suo bel culo, è una situazione esasperata e struggente allo stesso tempo, la proverò anche con te e Gian prima della fine del viaggio……
Lorenza sente ormai i prodromi dell’orgasmo, le sue parole hanno fatto incrementare la soffocante azione di Mirna, con la coda dell’occhio ha già visto Gian spruzzare per aria, in rapida successione, imperiosi schizzi di sperma che sono planati sulle lenzuola e sul suo petto, si abbandona lascivamente e lascia che il tempestoso profluvio inondi la lingua e la gola della cugina.
Nel Chiapas attraverso foreste abitate dagli ultimi Lacandoni, pochi superstiti di un popolo autoctono che ancor oggi vive nel rispetto della natura, e che limita la caccia alle strette esigenze di sopravvivenza, ci addentriamo nei verdi boschi ove di tanto in tanto se ne incontra qualcuno, che con rudimentali archi di arcaica provenienza, a volte tramandati di padre in figlio, si avventurano in cerca di cibo mutuando le tecniche venatorie dei loro antenati.
A Palenque le antiche pietre riproducono, a distanza di secoli, la straordinaria civiltà Maya, la storia di un popolo retto da una teocrazia, ove i regnanti e la casta sacerdotale avevano raggiunto inimmaginabili conoscenze astronomiche, che venivano conservate gelosamente da quei pochi eletti a cui il popolo riconosceva doti divine.
I bassorilievi dimostrano gli inequivocabili effetti dell’incesto, a cui i governanti erano costretti per necessità, al fine di evitare che l’inestimabile tesoro di conoscenze fosse divulgato al popolo, che se da un lato permetteva di individuare i tempi migliori della semina e del raccolto, strumento essenziale per la prosperità dei sudditi, dall’altro costrinse la ristretta cerchia dei depositari della scienza, a procreare esclusivamente tra consanguigni, minando così le capacità intellettive di molti giovani aristocratici.
Hanno ancora gli occhi colmi della misticità dei luoghi visitati quando si dirigono verso agua azul, tormentato corso d’acqua dai colori trasparenti che attraversa i boschi, in un continuo di sbalzi e cascate che ti avvicinano al piacere dell’immenso.
Gian non riesce a togliersi dalla mente la scena della notte precedente, in cui le si sono rivelate alcune tendenze sessuali della donna con cui vive da diversi anni, imprevedibili ed inaspettate, rese ancor più trasgressive per l’ambito di consanguineità in cui sono sorte, e per la tracotante, a tratti quasi dispotica autorevolezza, con la quale Lorenza è riuscita ad imporle, coinvolgendo anche lui in una sorta di attrazione fatale.
La guarda specchiarsi in un’ansa riflettendo quel corpo per certi versi acerbo e provocatoriamente minuto, entro il quale si cela una determinazione che ha forgiato precocemente il suo carattere dominante, la vede togliersi le scarpe da ginnastica ed invitare Mirna a fare altrettanto, prima di prenderla per mano e condurla all’interno dell’acqua limpida di quel luogo incantato.
Raggiungono uno spuntone di roccia, ove Mirna viene fatta appoggiare di schiena, sotto gli occhi attoniti del fidanzato che le guarda dalla riva, Lorenza le sfila le mutandine e le appoggia a pelo d’acqua perché s’involino lentamente dietro la corrente che lì giunge con limitata spinta di risacca; Gian può vedere sotto la gonna, riflesse dall’acqua, le cosce ed il pube ambrato di Mirna, ed anche la mano della cugina che la carezza fino a raggiungere la clitoride.
Sono effusioni sature di erotismo, Mirna si allunga sullo sperone e socchiude gli occhi travolta dall’abbagliante riflesso del sole e dall’incontenibile piacere, che si accompagna a strazianti morsi dei morbidi capezzoli che Lorenza ha scoperto da sotto la camicetta: la gioia si dipinge tra le pieghe del volto contratto, ove si stanno appropinquando gli spasmodici brividi dell’orgasmo.
Lorenza ritorna fiera verso la riva, pare che i suoi piedi non affondino nell’acqua, i suoi occhi sprizzano una luce accecante, si rivolge a Gian: spogliati ed entra anche tu, vieni a rinfrescarti su dai!
L’erezione insiste fulgida davanti a Gian che nulla può per celarla, si lascia portare imbambolato verso lo sperone ove Mirna è rimasta poggiata lascivamente, con i palmi delle mani piene d’acqua Lorenza intinge il glande teso, che malgrado quel freddo impatto non tende a quietarsi, proseguendo infinite volte questa dolce tortura, bagnando e carezzando il pene e lo scroto.
Lo fa distendere a pelo d’acqua e con un cenno fa avvicinare Mirna che si inginocchia sul basso fondale di pietra, Gian guarda per qualche attimo la bocca della fidanzata che inghiotte il cazzo ristorandolo in un tutt’uno di acqua azzurra e saliva, la visione si dilegua come un lampo, è la fichetta glabra di Lorenza quella che fa capolino abbassandosi sul suo viso, infila la lingua dentro con la stessa foga con cui un naufrago si aggrappa ad una zattera.
La quiete di quel posto incantato non viene intaccata dagli struggenti movimenti delle lingue, che si addentrano in breve verso l’ultimo anelito che conduce nel giardino delle delizie.
Il giorno dopo tocca a Chichen Itza, ove la sfavillante piramide a gradoni si innalza nel mezzo di questo sito cerimoniale, sopra il Palazzo delle mille colonne si erge imperituro lo stupendo Chac Mool, ove si svolgevano i riti sacrificale in cui, ai prigionieri sventrati, veniva strappato il cuore per accaparrarsi la benevolenza degli dei.
Lungo il prato erboso del juego della pelota le pietre scolpite aiutano a leggere la consumazione tragica di questo giuoco antico, in cui la squadra vincente donava la testa del proprio capitano per ingraziarsi gli dei: da qui si giunge al cenote, l’immenso pozzo con l’acqua verde rame, in fondo al quale giacciono invece le ossa delle vergini sacrificate.
Un’afa torrida accompagna la visita in questi luoghi avvolti da un fascino antico ed inquietante, malgrado che il cielo ceruleo si sia da poco annuvolato, adombrando appena il sole a picco che in queste latitudini ti annega di sudore gli indumenti; si sentono parte integrante di un mondo che un brano di Jannacci definisce la faccia triste dell’America, i pensieri li rendono taciturni, come se fossero in meditazione, quasi non si accorgono di essere osservati a distanza da Zocal, un trentenne indigeno, alto e fiero, che è vestito con gilet e pantaloni dai colori sgargianti.
Zocal si avvicina loro, ha la pelle olivastra ed i lineamenti marcati del popolo Maya, sebbene lo distingua il portamento e la statura, come pure il colore degli occhi di un blu cobalto, che sono incastonati su di un viso lungo e smunto, ed anche la capigliatura biondo opaco che scende fino alle spalle.
Parla uno spagnolo fluente, diverso da quello dei Maya che ancor oggi soffrono della presenza dei figli dei conquistadores, è un mezzosangue di stirpe elitaria, lo si capisce da come si rivolge e dalla profondità dello sguardo che ti penetra dentro le ossa, Gian e le due cugine ascoltano la voce quasi surreale che sgorga dalle sue labbra: in questi luoghi sacri non avreste mai potuto metter piede al tempo dei miei avi, se non legati con le mani dietro la schiena, per essere immolati al pari di tutti i prigionieri che qua venivano dirottati.
Ora i tempi sono cambiati ma noi sappiamo mantenere vivido il ricordo delle nostre tradizioni, i riti non sono più sacrificali ma le nostre giovani vergini debbono ancora offrire la loro iniziazione sotto un manto di stelle, per ingraziare la dea della prosperità, che dall’alto della sua magnificenza osserva attentamente prima di concedere i suoi doni.
Questa è la notte prescelta e voi siete ammessi nel ristretto ambito di questa solenne cerimonia, non dovete ringraziarmi per l’onore dell’invito ma nemmeno potete sottrarvi, gli strali divini potrebbero inseguirvi per il resto dei vostri giorni, vi aspetto quindi nella radura al calar della sera!
Zocal non lascia loro il tempo di rispondere, anche se lo spessore delle sue affermazioni li aveva lasciati intontiti ed afoni; osservano il suo incedere spedito verso un cavallo sauro legato ad un tronco, lui lo cavalca a pelo e si dilegua al galoppo verso la boscaglia, inseguito dagli occhi spauriti dei tre viaggiatori.
Fermano il fuoristrada là dove era stato loro indicato il luogo dell’incontro notturno, nessuno dei tre ha il coraggio di parlare, aspettano in silenzio il rumore degli zoccoli che si avvicina, l’ansia scuote i loro petti quando vengono fatti scendere: Lorenza viene issata da Zocal davanti a sé, i due fidanzati salgono invece su un cavallo al seguito che l’indigeno tiene legato al suo, si avviano al passo, in una marcia silente verso la collina che si intravede oltre la radura, sotto il chiarore delle stelle.
Al contrario del giorno la notte porta con sé una leggera brezza che rinfresca l’ambiente, inducendo gli escursionisti a coprirsi con un maglioncino leggero, per l’indigeno di nobili origini invece quello è un momento di refrigerio, la giacca variopinta è aperta sul davanti e Lorenza può sentire il contatto del suo petto villoso, che le infonde una certa calma interiore.
Con la mano sinistra Zocal tiene le redini e con la destra avvolge lo stomaco di Lorenza stringendola a sé per non farla cadere, il lento cadenzare del cavallo, specialmente quando affrontano la salita, la fa rinculare sul pene attizzato, il cui turgore si è di gran lunga accentuato durante il percorso.
E’ un insieme di emozioni che si unisce al ruvido sfregamento della fichetta sul dorso dell’animale, Zocal ne coglie l’ansimar attraverso il respiro spezzettato di Lorenza, molla le redini e solleva la ragazza, è molto abile nel districarsi, dietro i due fidanzati non si accorgono di nulla, l’asta tesa punta l’umida fessura che lui ha liberato dal morbido abbraccio delle mutandine strattonandole di lato, poi è la giovane che decide il suo destino.
Si impala su quel pezzo di carne rovente seguendo il ritmo del passo cadenzato del cavallo, lo assorbe dentro di sé assaporando le sue pulsioni spontanee che le scalfiscono le tenere labbra della fichetta, chiude gli occhi e si abbandona al forte abbraccio che la tiene avvinghiata all’indigeno, le cui mani sotto la maglietta hanno avviluppato i capezzoli appuntiti, elevando al parossismo il piacere con una stretta mordace e sensuale.
Lascia che la sborra si propaghi come un fiume in piena restando incollata al cazzo che scarica i suoi ultimi getti spontanei, il liquido denso rifluisce verso l’esterno increspando la peluria dello scroto e le cosce vellutate della ragazza, alcuni bagliori accompagnano l’ultimo procedere verso la meta: è un piccolo centro cerimoniale diroccato, rischiarato dalle sfavillanti fiamme di quattro grandi pire poste agli angoli di un prato rettangolare, al centro del quale è stato costruito un letto di fogliame sorretto da una struttura lignea.
Pare che oltre a loro non vi sia anima viva, ma l’arrivo del capo è il segnale per un gruppo di musici, le cui sagome erano nascoste nella penombra ad alcuni metri di distanza dietro i fuochi; le loro note stridule e cantilenanti salgono al cielo come fossero spinte dal vento, portano nell’aere qualcosa di magico e di sinistro al tempo stesso, difficile da spiegare e da comprendere per chi non sia nativo di questi luoghi.
Dilatando le pupille si possono vedere, ancor più lontani dei musici, su tre lati del tappeto rettangolare, un centinaio di spettatori mayas, piccoli uomini tarchiati e vestiti nei loro costumi tradizionali; ad alcuna donna è concesso assistere alla cerimonia, se non alle vergini che sono parte integrante di questo rito ancestrale, che ha mantenuto gran parte delle ataviche simbologie.
Zocal si siede sopra il gradone più elevato di una piramide fatiscente, i tre frastornati ospiti siedono appena sotto i suoi piedi, consci di partecipare ad un evento vietato a persone del vecchio continente, restano in silenzio uno accanto all’altro, stretti in un simbolico abbraccio che li rincuora; dietro ad un fuoco appare all’improvviso un vecchio sacerdote con la pelle rugosa, che riflette nei lineamenti le ingiurie della sua età avanzata, indossa un vistoso copricapo e due guanti a forma di serpente che lo avvolgono fino agli avambracci.
I musici interrompono le loro note lasciando spazio alle ieratiche parole del grande sacerdote, che in una lingua incomprensibile innalza le sue orazioni verso il cielo, concludendo il sermone rivolto verso Zocal, a cui sono demandati i poteri divini sulla terra.
Una nenia accompagna l’ingresso di sei giovani vergini, che sfilano una dietro l’altra, a capo chino, vestite con una tunica bianca di tessuto leggero, le conduce un guerriero che sfoggia le proprie armi ed è ornato di piume, ha il viso pitturato di nero, egli impersonifica il male ed è coperto dal solo perizoma, davanti al quale si erge uno sproporzionato simbolo fallico, in legno colorato, grosso e nodoso, lungo oltre venti centimetri.
Vengono fatte sfilare sul prato erboso dal grande sacerdote, che le segue ripetendo ad alta voce sempre la stessa di invocazione di benevolenza rivolta alla dea della prosperità, si può leggere nel volto delle giovani vergini l’angosciosa preoccupazione che muove i loro piccoli seni entro la tunica, quando di dispongono a ventaglio sotto la postazione di Zocal.
E’ il vecchio sacerdote che sfila ad ognuna le tuniche, facendole scivolare ai piedi delle vergini, pronunciando altre frasi propiziatorie ma anche sistemando la loro postura eretta con le braccia sopra la testa e le gambe divaricate; egli approfitta di questo cerimoniale per allungare la mano guantata là dove la rada peluria fa capolino, questi gesti hanno il potere di aizzare anche il suo arnese avvizzito, la cui protuberanza è ben visibile sotto la veste sacerdotale.
Quando Zocal si solleva scendendo lungo i gradoni il sito piomba nel silenzio più assoluto, Lorenza può nitidamente ascoltare il respiro affannoso delle vergini, ha la passerina inzuppata di nuovi umori che si confondono con quelli che il capo maya le ha lasciato dentro, raccoglie la mano di Mirna e se la infila in mezzo le cosce, prima di osservare trepidante il prosieguo, di sottecchi nota che Gian ha una mano in tasca ed i movimenti non lasciano dubbi sul fatto che si sta carezzando l’uccello duro.
Zocal ha sfoderato il proprio uccello prepotentemente teso, non ha un percorso lineare ma segue il suo istinto di capo, sceglie una prima vergine alla quale strizza le piccole corolle appuntite, poi sbatte sul suo pube il batocchio duro, lei sa che deve chinarsi tenendo le mani sulla testa, con la bocca socchiusa deve suggere solo la punta violacea, ammorbidendola con i sughi salivali e con la lingua.
Se si dimostra all’altezza il capo maya la solleva trattenendola per le natiche, la infilza con l’asta turgida strappandole l’imene, quante più sono le stoccate con cui viene deflorata maggiori sono gli auspici di fertilità; Zocal le svergina senza eiaculare, solo due non ottengono il dono definitivo, sono quelle che ora tremano vistosamente ben sapendo che soltanto una di loro verrà ulteriormente scelta, l’altra invece sarà abbandonata al proprio destino.
Zocal le inginocchia a terra, trasferisce il cazzo da una bocca all’altra, avverte il crescente affanno di entrambe attraverso il roteare della lingua insicura sul glande, ripete questo rituale infinite volte prima di assumere la sua decisione; prende per mano la prescelta e la accompagna nel giaciglio al centro del prato, qui lei è felice di offrire il suo dono virginale al dio terreno, che non solo la deflora ma la riempie di sperma.
L’altra vergine resta terrorizzata in disparte, non sa bene cosa l’aspetti ma lo intuisce, il sacerdote le lega le mani dietro la schiena con delle strisce di liana, le piega la testa infilando nella sua dolce bocca il pene che ha estratto da un’appropriata fessura sul davanti della veste, è un pompino in piena regola, nei confronti di questa giovane, che assomiglia alla identificazione del male, nulla è proibito.
Il cazzo sbatte audacemente nella giovane gola togliendole il respiro, il sacerdote le tiene la testa bloccata con le mani guantate dalla serpienta, con gli occhi sbarrati i tre ospiti osservano il lento avvicinarsi da tergo del guerriero, la cui pronunciata bardatura fa sussultare al contatto la vergine, sono attimi di disperazione a cui non può sottrarsi, bloccata com’è dalle robuste mani maschili.
Il simulacro fallico irrompe là dove ristagna l’oggetto del sacrificio, la sborra del sacerdote strozza in gola l’urlo della vergine sfondata dal mostruoso cazzo ligneo che lacera i tessuti facendo sgorgare il sangue: è questo il tributo che si offre oggi alla dea della fertilità, in alternativa all’antico sacrificio umano.
La cerimonia si conclude assieme all’affievolire delle fiamme, in religioso silenzio la comunità maya si disperde scendendo lungo la collina verso i villaggi, nel prato erboso vengono trattenute le prime quattro giovani deflorate dal capo Maya, che invita Gian a scendere ed a sceglierne una per possederla sotto la volta celeste illuminata da un tripudio di stelle.
Gian incautamente segue la ragione della libidine, come un tenero amante solleva tra le braccia una delle giovani e la depone sul giaciglio, si denuda per meglio raccogliere sulla pelle il contatto di quel corpo puro, sono molte le effusioni d’amore che anticipano con le bocche avvinghiate nei punti più sensibili l’amplesso finale.
Mirna e Lorenza hanno gli occhi obnubilati dalle travolgenti trame amorose che si susseguono nel letto di fogliame, pur senza esserne autorizzate si catapultano sulle tre vergini rimaste infreddolite sul prato, le trascinano sopra i gradoni da dove erano appena discese, e le obbligano a soggiacere alle sfrenate voglie lesbiche, ingigantitesi nel corso del cerimoniale.
Sono attimi di interminabile lucida follia che vede le bocche delle vergini districarsi nelle fessure inzuppate delle donne europee, che fanno uso delle mani per insinuarsi negli anfratti più reconditi, poi è un’esplosione di piacere quella che le accompagna verso l’orgasmo.
Gian viene immobilizzato e legato saldamente ai quattro lati del giaciglio, la voce di Zocal giunge imperiosa: ora che ti sei sfogato, al pari delle tue impure compagne, dovrai sottostare anche alla restante parte di un nostro antico rituale, che ti vedrà prigioniero del popolo maya.
Ad un cenno del capo, il guerriero infila l’uccello ammosciato di Gian con un paio di anelli che fa scorrere verso il basso fin quasi in corrispondenza dello scroto: da questo momento mano a mano che l’eccitazione lo farà gonfiare, verrà stretto in una morsa tanto asfissiante quanto dolorosa.
Mentre le quattro giovani torturano con le mani e la lingua ogni centimetro quadrato del corpo di Gian, il cui cazzo si rizza imperioso trafiggendolo con estenuanti fitte di dolore, Mirna è la prima ad essere agguantata dal vecchio sacerdote e dal guerriero, dai preliminari non le è difficile intuire che la sua sorte sarà uguale a quella dell’ultima vergine: mentre finiscono di spogliarla urla chiedendo un aiuto che non può essere ascoltato.
Ti prego risparmiala mormora Lorenza a Zocal che risponde: sono gli dei che determinano il destino di ognuno di noi, dopo di lei potrebbe toccare a te.
Lorenza non demorde: no dai, faremo qualunque cosa, potrai tenerci con te tutta la notte, saremo tue umili schiave, fermalo, non può penetrarla con quel randello in legno!
Mirna pur di non farsi trafiggere da quel pericoloso manufatto, ha accettato di buon grado di leccarne la punta che il guerriero le sta spingendo in bocca mentre il vecchio sacerdote le pompa il culo sotto lo sguardo allucinato del fidanzato.
Il capo maya lascia che la bocca di Lorenza si esprima liberamente lungo l’asta svettante, è un piacere diverso quello che sanno infondere le donne straniere, ordina al guerriero di togliersi la bardatura e Mirna è lieta di raccogliere in bocca il getto di sperma che l’uccello gonfio, appena liberato, le spruzza dentro, nello stesso momento in cui anche il vecchio sacerdote le riempie l’intestino.
Abbarbicate a Zocal, una davanti e l’altra dietro, le due cugine volano al galoppo verso la dimora del capo maya, debbono mantenere la promessa di Lorenza, delizieranno per tutta la notte quel mezzosangue dallo sguardo tenebroso: è un’altra alba magica quella che sta nascendo in quella terra così ricca di contraddizioni, se ne tornano in albergo, sono molte le cose che debbono raccontare al loro compagno di viaggio, ma tanti sono ancora i giorni da trascorrere assieme.

 

Prima volta a Venezia

Certo che sono già stata con una donna, la prima volta è successo x caso, avevo 18 anni ero in gita con la scuola a Venezia, un tempo infame scuro e piovoso, dopo aver passato tutto il giorno in giro per chiese e musei ci ritrovammo tutti nella tanto agoniata pensione. La prof. iniziò ad assegnare le stanze, ed io mi ritrovai a dividere la camera con una mia vecchia compagna dell'ultimo anno di liceo. Non avevo mai lontanamente immaginato che lei avesse delle tendenze di quel tipo. Io al contrario sentivo da tempo di avere delle attrazioni verso il sesso femminile, intendiamoci, le mie erano solo fantasie e non avevo mai avuto l'opportunità di fare o ricevere avance. Forse per mancanza di coraggio o meglio ancora nessuna delle mie conoscenze aveva mai dato adito a cose del genere. Quella sera ci ritrovammo stanche per l'intensa giornata passata. Prima di andare a cena ci rilassammo, poi, a turno facemmo la doccia. La mia compagna la fece per prima, io seduta in poltrona mi deliziai nel vederla prima spogliarsi e poi fare la doccia, me la guardavo con occhi diversi, forse lei deve essersi accorta e anche lei mi guardava con certi sorrisi maliziosi ma senza dir niente. Dopo cena alcuni dei compagni decisero di andare a finire la serata in una specie di pub, noi al contrario decidemmo di andare a dormire. Giunti nella stanza ci sistemammo per passare la notte.

Ognuna nel proprio letto. Iniziammo a parlare e fare qualche pettegolezzo sulla Prof. e su qualche compagna un po’ gallina, lei accese una sigaretta e ne offrì una anche a me. Vedevo il suo viso illuminarsi ad ogni boccata. Ad un tratto un lampo illuminò la stanza e di li a poco un enorme boato mi fece saltare sul letto. Di li a poco si scatenò un enorme temporale. Ad un tratto, tra un bagliore e l'altro, vidi lei che si alzò, andò verso la finestra, poi, anziché tornare nel suo letto, mi venne vicino chiedendomi se poteva infilarsi nel mio poiche' aveva paura dei tuoni. Io acconsentii e provai piacere nel sentire quel contatto, sentivo il calore del suo corpo trasparire dalla camicia da notte. Io non sapevo ne cosa dire ne cosa fare, lasciai a lei la prima mossa. Senza dire nulla mi prese la mano e me la strinse, poi, la portò sul suo ventre e restammo così per diversi minuti. Io non sapevo cosa fare, non volevo espormi più di tanto, mille pensieri assalivano la mia mente, e poi non sapevo nemmeno da dove cominciare, insomma la paura di essere presa x matta era tanta. Ad un tratto, quando ormai pensavo che non accadesse più nulla sentii un secondo contatto, mentre lei si girava su un fianco verso di me, i nostri piedi si sfiorarono.

Provai una bella sensazione, i brividi mi percorsero tutta la schiena, poi, ancora nulla. Sentivo il suo alito sul mio viso, il suo ginocchio sulla mia coscia, poi, sentii la sua voce dire: Fede stai dormendo? Io risposi di no, fu in quell'istante che sentii la sua mano posarsi sul mio fianco e lentamente iniziò a salire su verso il mio seno. Io ero senza parole e non dissi nulla. Mi accarezzava i capezzoli ormai turgidi con una delicatezza incommensurabile, poi, mi sussurrò all'orecchio se questa cosa mi stesse infastidendo o meno, le risposi di no, anzi mi piaceva e la pregai di continuare. Sentii le sue labbra posarsi sul mio collo in un tenero bacio. Poi mi venne istintivo togliermi il pigiama, lei fece la stessa cosa. Ci ritrovammo abbracciate, io a dire il vero un po’ impacciata non sapevo cosa fare, lei mi disse di rilassarmi poiche' avrebbe pensato a tutto. Iniziò a baciare e succhiare i miei capezzoli, le sue dita esperte iniziarono a solleticare il mio ombelico, poi, lentamente iniziò a scivolare lungo le mie cosce e mi invitò ad aprirle. Iniziò ad esplorarmi con dita sapienti, divaricò le mie grandi labbra ed iniziò ad accarezzarle dolcemente, poi cominciò a toccarmi sul buchino e mi penetrò con un dito.

Era bellissimo! Col dito mi scopava e contemporaneamente con il pollice mi titillava il clito. Godevo, provavo sensazioni bellissime una dopo l'altra. Ad un tratto con una mossa repentina fece volare le coperte e si tuffò con la faccia in mezzo alle mie cosce iniziando a leccarmi con una dolcezza indicibile. La sua lingua si insinuava nel mio intimo più recondito, a tratti, entrava nel mio buchino per leccarne i succhi. Ad un tratto fui colpita come da centomila saette, una tremenda scossa fece vibrare il mio corpo dalla cima dei capelli ai mignoli dei piedi. Raggiunsi un interminabile orgasmo. Lei si alzò, e mettendosi a cavalcioni su di me mi dette un bacio sulla bocca, sentii il mio stesso odore e sapore sulle mie labbra. Poi, poggiandosi sulle ginocchia, si mise a cavallo sulla mia bocca, mi venne istintivo iniziare a leccare e succhiare. La mia poca esperienza mi fece sentire in difficoltà per i primi secondi, poi, l'istinto ebbe la meglio e fu li che feci la mia prima e vera leccata di Fica. Mi piaceva molto quell'odore di selvaggio e quel sapore intenso ed asprigno al punto che non ne posso piu' fare a meno.

 

Compagni di scuola

Dura giornata di lavoro, clienti che quel giorno si erano messi in testa di rompere le scatole, finalmente è finita, si va a cena, una quarantina di chilometri di strada statale e sono a casa, oggi non mi va di entrare in autostrada, voglio guidare con calma guardando il paesaggio e rilassarmi, è l'inizio dell'estate e la strada che costeggia il mare è bellissima, sta imbrunendo. Lungo la strada un uomo fa l'autostop, non ha l'aria di essere un autostoppista, piuttosto sembra uno che è rimasto a piedi per chissà quale motivo, mi fermo, e.......... accidenti!!!! .......ma è Maurizio!!!, uno dei miei vecchi compagni di scuola!!!!!
-Ciao Maurizio, sali!!!
-Ciao Carlo, che sorpresa!!!!!
-Come mai a piedi?
-Ho avuto un piccolo incidente, mi hanno tamponato, nulla di grave ma l'auto non va e l'ho lasciata in una officina, per domani la mettono in condizioni di viaggiare e vado a prenderla, credevo che ci fossero treni per tornare a casa ma il prossimo è fra tre ore, e così ho pensato di chiedere un passaggio.
-quanto tempo che non ci vedevamo!!!!
-eh già! e' passato proprio tanto tempo!
Mentre guido chiacchieriamo del più e del meno, del lavoro, delle nostre fidanzate, e del fatto che non abbiamo granché voglia di sposarci nessuno dei due. La mia mente ritorna alla nostra giovinezza, ai primi timidi approcci con il sesso, a quando ce lo mostravamo e ci facevamo i complimenti, per quanto era lungo, per come diventava duro, per i primi peli pubici che crescevano, poi ci masturbavamo assieme, guardandoci e eccitandoci. Non sono gay, non mi sono mancate le occasioni ma gli uomini non mi hanno mai interessato, quelle esperienze risalgono a quando eravamo alle medie, poi io ho iniziato studi tecnici e Maurizio invece è andato al Liceo, non ci siamo più visti. Adesso siamo quasi trentenni, è proprio passato molto tempo da allora, e il mio amico è diventato veramente un bell'uomo, alto e robusto, mi accorgo che mi sto turbando al ricordo dei nostri giochi, e forse anche lui perché nell'auto è di colpo silenzio.
Arriviamo sotto casa sua, non è molto distante dalla mia, appena un chilometro circa, eppure da circa 14 o 15 anni non ci vedevamo, mi invita a salire per un aperitivo, accetto volentieri.
La casa è vuota, ci siamo solo noi.
-I tuoi non ci sono?
-Sono andati a passare il week-end in montagna, abbiamo acquistato una casa a Cortina e al venerdì pomeriggio partono, ritornano domenica sera.
-Ma qui è cambiato tutto da come me la ricordavo questa casa
-L'abbiamo ristrutturata da poco.
Maurizio mi porge un bicchiere con Martini e Gin
-Salute.....
-Salute a questo fortuito incontro
-Fa piacere anche a me rivederti
-Ma qui avete proprio cambiato tutto, anche l'arredamento
-Sì, abbiamo buttato anche quel divano che tu avevi macchiato, ti ricordi? Sai che vita a convincere mia madre che erano gocce di yogurt che mi erano cadute mentre guardavo la TV! Me le sono sentite di santa ragione perché avrei dovuto mangiare sul tavolo e non sul divano!
-Per me sarebbe stato indifferente se "me lo mangiavi" sul divano o da qualche altra parte.....
-spiritoso! ........e poi non te lo stavo prendendo in bocca, io lo stavo menando a te e tu a me, ti ricordi?
Ci siamo sempre limitati a farci le seghe!
-ricordo, e devo dirti che è un ricordo piacevole
-anche per me, era veramente bello quando venivi qui per studiare assieme
-non studiavamo molto a dire il vero
-eravamo due somari, ......ci siamo divertiti però
-si', era veramente bello, ..........me lo fai rivedere?
-cosa?
-lo sai cosa!
-se vuoi...... anche a me piacerebbe rivedere il tuo...
E' un attimo, ho già la mano sulla patta dei suoi pantaloni, sento che è duro, e anch'io sono eccitato da matti, abbasso la sua cerniera e glielo faccio uscire dagli slip, anche lui comincia a toccarmi e spogliarmi, in poco tempo siamo nudi in piedi uno di fronte all'altro, ci accarezziamo il pene e i testicoli, poi Maurizio si inginocchia e prende il mio pene in bocca, è una sensazione stupenda, non lo avevamo mai fatto quando eravamo ragazzi, ma adesso ho voglia anch'io di succhiarglielo.
Maurizio interrompe per chiedermi se mi piace, ...Lo lascio fare, è bellissimo, qualche minuto e esplodo dentro di lui, mentre lui continua a succhiarlo, sto impazzendo dal piacere.
Il buio ci trova sdraiati e abbracciati
-devi andare a casa o puoi telefonare e dire ai tuoi che ceni fuori?
-posso telefonare, ma devo inventarmi una scusa anche per la mia ragazza
-problemi?
-no, le dirò che stasera ho da fare, che ci vediamo domani
-ok, telefono anch'io alla mia e poi ce ne andiamo a mangiare qualcosa in trattoria
-e se ci facessimo portare qui due pizze? così non occorre nemmeno rivestirci
-mi sembra una buona idea, .......poi continuiamo?
-anche tutta la notte se vuoi.

 

Quattro passi a Venezia

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Avevo scelto di abitare a Venezia, fra le calli e i ponticelli, le case addossate le une alle altre, in una di quelle zone in cui qualcuno che non la conoscesse si sarebbe senz'altro perso. E infatti mi persi anch'io le prime volte, ma non fu neppure così tragico: mi piaceva passeggiare su e giù per i ponti, scoprire un angolo nuovo e sconosciuto di Venezia, dove il turista solo eccezionalmente si avventura.
Proprio per quello avevo deciso di andarmi a stabilire in un angolo sconosciuto della città: avevo faticato non poco a trovarmi un appartamentino in affitto senza dissanguarmi. Così, appena scovati quei 30 o 40 metri quadri (una camera, un bagno e un cucinino che era un tutt'uno con l'atrio-entrata-corridoio-soggiorno-studio-sala da pranzo e più o meno delle medesime dimensioni del cucinino stesso) su un livello e mezzo, perché camera e bagno erano rialzati di qualche scalino, avevo lasciato le comodità del collegio per una tranquilla vita di eremitaggio e studio ormai alla fine del primo anno.
Architettura è sì dura, ma trovavo comunque il tempo per divertirmi, uscire con gli amici, invitarli a casa mia e, immancabilmente, passeggiare perla città.
Ero l'unico che conoscessi viveva da solo, almeno fra gli studenti universitari: mi costava un pelino di più, neanche tanto perché il mio padrone di casa era uno di quegli amici dei cognati della cugina di tua sorella che è pure amico dello zio del nipote di tuo nonno per cui si sente in dovere di farti un ottimo prezzo.
Sbarcavo dignitosamente il lunario con qualche ripetizione e i week-end in pizzeria: non finivo nemmeno così tardi da non poter andarmi a fare una birra con la compagnia del paese.
Quei vecchi amici con cui sei cresciuto ma che a vent'anni, quando ti accorgi che il mondo è un pelino più grande di quello che credevamo, iniziano a sembrarti così provinciali e un po' stretti, cambiati insomma. E non ti accorgi in fondo che a cambiare sei stato tu; o forse sì, ma non vuoi ammetterlo.
Quegli amici che ti sfottono perché vivi da solo, cosa più unica che rara per un universitario, e ti chiedono quante ne combini, che orge fai e quante ragazzi ti porti a letto così. Non molte, a dire la verità, ma nemmeno poche. C'era Giorgia alla fine del primo anno, la prima donna a entrare in quella casa: un bel tipino, rossa un po' tinta. Mi piaceva il suo entusiasmo, anche nel fare l'amore.
Poi la timida Marianna, una ragazza semplice e alla sua prima esperienza, che con tanto amore e un po' di incoscienza ho portata al gran passo in un notte d'inverno col temporale fuori. Così dolce e schiva, ma a letto diventò in breve calda e appassionata, anche se si vergognava un po' con la luce accesa e le faceva un po' senso prendermelo in bocca.
Giulia me la ricordo bene, abbiamo fatto coppia fissa per un anno: mi faceva impazzire di lei la sua intelligenza straordinaria e il suo seno generoso. Viveva con un paio di compagne di corso, ma spessa veniva da me: lunghe chiacchierate su mille argomenti disparati, dalla filosofia alla partita di pallone, e altrettanto lunghe scopate.
Ci piaceva proprio andare a letto assieme, avevamo feeling, riuscivamo a sapere e a capire cosa l'altro desiderava. A lei piaceva cavalcarmi, stare sopra di me e la cosa mi faceva impazzire. Spesso facevamo anche sesso anale e la cosa mi piaceva da impazzire ancor più.
Le piaceva far l'amore lentamente e a lungo, in maniera dolce e calma. Io l'avrei voluta ogni tanto un po' più aggressiva: lei lo sapeva e mi accontentava di tanto in tanto. Così come sapeva di quanto mi piaceva quando lei mi prendeva il cazzo fra le sue tette: godeva immensamente nel venirle addosso così.
Nonostante le nostre affinità sul piano sessuale, fuori dal letto eravamo molto diversi: lei solare ed estroversa, io molto più chiuso e introverso, sempre amante delle mie passeggiate solitarie. Alla fine ci siamo lasciati e abbiamo deciso di comune accordo di non vederci più per non trascinarci in una storia che ci avrebbe fatto soffrire: abbiamo comunque sofferto molto.
C'è stato così un periodo sabbatico di astinenza di qualche mese, poi mi è passato e sono tornato a rapporti normali con le donne. La prima è stata Sabrina, diciannovenne simpatica e sbarazzina. Andava ancora a scuola, faceva la quinta liceo a Venezia e spesso passava a casa mia dopo le lezioni. Ai suoi diceva che andava da un'amica, invece veniva da me a scopare. Al contrario delle altre ci facevo solo del sesso, eravamo entrambi consapevoli della cosa e ci andava bene: entrambi reduci da storie importanti, avevamo bisogno di una di passaggio. E ci divertivamo: giravamo per la città, andavamo al cinema, nei musei, a bere vino nei caffè… Non ho mai conosciuto nessun'altra ragazza che sapesse apprezzare quanto lei l'”ombretta” di vino, rigorosamente rosso. Non che bevesse tanto, non più di un bicchiere o al massimo due al giorno, ma proprio le piacevano.
Comunque i nostri giri finivano sempre e immancabilmente nel letto di casa mia, a fare del buon sesso. Nonostante la giovane età ci sapeva fare, aveva poi una malizia innata che la faceva sembrare ancor più navigata ed esperta. Le piaceva svestirsi in maniera sensuale o girare per la casa nuda o quasi come se fosse la cosa più naturale del mondo, giocando e scherzando con la mia eccitazione.
Talvolta si spogliava appena entrava ma sembrava non volerne sapere di fare sesso: mi stuzzicava in tutte le maniera senza cedere mai. Era una specie di gioco: allora la prendeva praticamente con la forza, la buttavo sul letto o sul divano e la scopavo mentre si lamentava, o meglio fingeva di farlo. Giocavamo questa specie di gioco di ruolo in cui talvolta lei era una nobildonna, talvolta una serva sottomessa.
Più di tutto le piaceva stuzzicarmi in mille maniere e poi farmi esplodere… Emblematico cosa è successo un giorno: è arrivata da scuola (era maggio e stavamo insieme da poco) con una maglietta attillata sui suoi giovani e prorompenti seni senza reggiseno, una minigonna ultramini, le sue gambe da urlo nude davanti a me… Ha mangiato con calma, lanciandomi mille messaggi di lussuria, bevuto anche il caffè ha preso a strusciarsi addosso ma non mi ha permesso come al solito di buttarla sul letto e iniziare a spogliarla.
Invece si è inginocchiata ai miei piedi e ha preso a toccarmi il pacco, a baciarmelo attraverso i calzoni e andando per le lunghe me l'ha tirato fuori, prendendomelo in mano, stuzzicandomi in maniera sfuggevole. Qualche lieve carezza, un paio di bacetti, un guizzo veloce della lingua, il movimento estatico della sue mani sull'asta e sui testicoli e così via. La sua bocca continuava a esser lì, ma lei sembrava non voler decidersi di prendermelo finalmente fra labbra.
Addirittura prese a darmi qualche lenta e sublime leccata, ma senza continuare a farlo e solo ogni tanto, facendomi fremere di desiderio e di attesa.
Quando la sua mano prese a masturbarmi e lei a sorridermi con quella sua espressione da ragazzina birichina non riuscii più a resistere: nel breve volgere di alcuni secondi mi ritrovai a venirle addosso, il mio seme denso che sprizzava dal mio cazzo alla sua faccia, imbrattandole il viso, le guance, la gola e anche la maglietta.
Si fermò all'improvviso, proprio non si aspettava che sarei venuto così presto, non me l'aspettavo nemmeno io ma era stata sublime nell'eccitarmi, non avrei mai pensato che sarebbe stata capace di tanto.
Subito, preso com'ero da quell'orgasmo esplosivo, non mi resi conto della sua reazione: solo quando la vidi voltata verso la porta e compresi finalmente il significato delle parole che mi aveva rivolto, per niente carine.
Ancora con il membro fuori dai pantaloni mi avvicinai a lei e riuscii a farla ragionare un po', del resto non avrebbe potuto uscire in strada in quelle condizioni, con in faccia ancora i segni del mio orgasmo. Ci riappacificammo sotto la doccia, giocando e toccandoci sotto l'acqua come due foche in vena scherzi. Tornò a sorridermi e a toccarmi con la sua malizia e facemmo l'amore in maniera indimenticabile.
Più passava il tempo e più le nostre acrobazie sessuali diventavano sempre più acrobatiche, mettevamo in pratica quelle che fino a quel momento erano rimaste le nostre fantasie più recondite.

E io tornavo sempre, dopo ogni avventura e ogni storia, alle mie passeggiate per Venezia. Ero letteralmente innamorato di questa città, ma non tanto di piazza San Marco e del Palazzo Ducale, del Ponte di Rialto o dei mille altri monumenti famosi. Sì, anche quelli mi lasciavano a bocca aperta, ma a me soprattutto affascinavano quelle stradine, quei ponticelli tutti uguali e tutti diversi fra loro, quegli scorci di città che il turista non ha mai saputo apprezzare. Infilarsi in un calle, girare l'angolo e vedere l'acqua fra due alte case, le finestre che davano le une sulle altre, mille scalini sul mio percorso…
Ero al terzo anno di architettura, era un periodo abbastanza tranquillo per gli esami, ne avevo da dare uno soltanto a settembre per terminarli. Non sono mai stato un secchione però l'architettura mi aveva sempre affascinato e riuscivo a stare al passo nei miei studi. Così, quell'estate, ero rimasto a Venezia, tranne qualche giretto qua e là, qualche visita a casa e una breve vacanza. Alla fine mi piaceva anche quando al posto dell'acqua alta c'erano i turisti a colmare piazza San Marco.
Era pomeriggio, saranno state le tre, quell'orario in cui nessuno esce e la città sembra addormentata sotto il solleone di agosto, un agosto caldo come se ne ricordano pochi. Giravo quasi a vuoto per le calli, ormai potevo dirmi un grande conoscitore della città e sarei riuscito a tornare a casa da qualsiasi punto in cui mi avessero messo, quando incrociai Angelica. Frequentava anche lei architettura, ormai era all'ultimo anno e stava preparando la tesi, capitava spesso di incrociarsi per i corridoi della facoltà e scambiare due parole. Anche lei era rimasta in città in quell'agosto tremendo, per cui ultimamente era capitato di vedersi più di frequente.
"Ciao Angelica!".
"Ciao, come va?" mi chiese con il suo stupendo sorriso proprio in cima a un ponticello, di quelli che mi piacciono tanto, soprattutto quando sono attraversati da belle ragazze come Angelica: capelli castani, lunghi fin oltre le spalle e mossi ma non ricci, un fisico perfetto modellato da tanti anni di ginnastica artistica, un visto stupendo con degli intensi occhi marroni appena velati da un paio di occhiali leggeri.
"Bene, stavo facendo una passeggiata perché non ce la facevo più di stare in casa".
"Anch'io sono stanca: sono stata a studiare fino adesso, da stamattina presto… Ora dovrei andare a casa e rimettermi sui libri…".
"Come sei messa con la tesi?".
"Be', non male, però ci tenevo a fare una bella figura".
"Peccato, però pensavo di invitarti ad andare a fare il bagno al Lido" dissi con fare noncurante, sapendo che avrebbe accettato in questa maniera.
Lei mi guardò tentata dalla cosa, poi con uno sforzo di volontà cercò di scacciare la tentazione:
"No,dai, devo finire dei prospetti anche… Magari sarà per un altro giorno... Che ne diresti invece di andare a fare due passi stasera?".
Era una proposta più che naturale, senz'altro senza secondi fini: eravamo entrambi soli in una città grande come Venezia, satura di turisti, ma senza persone che conoscessimo appena un po'. Accettai volentieri, non tanto per la compagnia di una bella ragazza, a dire la verità anche per quella, ma soprattutto per la compagnia di una persona che conosceva dopo giorni di solitudine quasi assoluta.
"Che ne diresti se andassimo comunque a fare il bagno?".
"La sera?" mi chiese lei stupita.
"Ma no, al tramonto…".
"Che romantico che sei" mi disse lei con un sorriso: sembrava ancor più bella.
"Facciamo così: alle sette vieni a mangiare a casa mia e poi andiamo a farci una nuotata".
"Ma lo sai che per fare il bagno bisogna aspettare almeno due ore dai pasti" mi disse lei scherzando.
"Allora facciamo direttamente al molo per il traghetto".
"Ci sto. Però poi andiamo a mangiare a casa mia invece che a casa tua: credo che la dispensa di una ragazza sia molto meglio fornita di quella di casa tua…".
"A dire la verità sì" dovetti ammettere.
"Allora ci vediamo alle sette al molo?".
"Perfetto".
Ci salutammo con un paio di baci sulle guance, mentre lei tornava a studiare e io a vagabondare.
Mi infilai poi in uno di quelle osterie tipicamente veneziane in cui chi non parla il dialetto non sa proprio che pesci pigliare. Io, pur non essendo veneziano, qualcosa di dialetto masticavo anche al paese e il veneto in genere non è che cambi tanto, da Verona fino a Trieste ci si capisce nonostante le differenze di pronuncia e di sintassi.
Invece della classica ombra di vino preferii una più dissentante birra fresca mentre guardava la cameriera, una splendida ragazzi sui venticinque anni, molto prosperosa e dalle splendide gambe lunghe, muoversi fra i tavoli nel suo vestitino ridotto. Non c'era a dire la verità molta gente, anche perché il locale era davvero piccolo e dopo un po' la vidi sedersi a fumare una sigaretta vicino al mio tavolo.
Stavo sfogliando distrattamente il giornale e appena lo richiusi lei mi rivolse la parola:
"Fai l'università tu?".
"Sì, faccio architettura, sono al terzo anno" risposi distrattamente.
"Mi sembra di averti già visto da qualche parte…".
"Facile, mi piace passeggiare per Venezia, per cui non è raro avermi già visto in molti posti".
"No, non mi sembra di averti visto per strada. Forse qui al bar o in qualche altra parte…".
"Può darsi, sono venuto ancora qui".
"Ma non fa troppo caldo per studiare?" mi chiese.
"E, in effetti sì… Poi oggi non ne ho per niente voglia, così sono venuto a fare due passi, ma mi è venuta una gran sete".
"Sapessi che caldo ho io!" mi disse sventolandosi sensualmente la camicetta leggera che indossava, una camicetta bianca sotto la quale si intuiva il reggiseno. Iniziai a provare un certo interesse per lei…
"Sei qui in un appartamento?".
"Sì, ho un appartamentino in affitto, sono da solo… Preferisco così!".
Lei si alzò dal suo tavolo e venne sedersi di fianco a me.
"Io invece lo divido con tre ragazze, fanno tutte e tre l'università, sono l'unica che lavora. Avevo iniziato anch'io anni fa, ma non faceva per me, mi sono ritirata dopo un anno. Però mi piaceva la vita qui, lontana da casa e dai genitori così ci sono rimasta".
"Lavori qui a tempo pieno?".
"Sì, tutti i giorni".
"E non ti piacerebbe cambiare, fare una vita normale in una città normale?".
"No, mi piace Venezia, mi piace questa vita, anche se non guadagno molto e non posso permettermi grandi spese. Finché ci riesco, voglio continuare così. So che non sono più una ragazzina, ho venticinque anni, però non voglio “mettere la testa apposto”".
Sorrisi a quell'idea di vita, un po' mi affascinava, non so se avrebbe fatto per me.
"Vivo un po' alla giornata, vengo al lavoro e poi vado a divertirmi, con le mie amiche, con le mie compagne d'appartamento, con dei ragazzi…"
"Capisco cosa vuoi dire, anche a me non attira la vita programmata, otto ore in ufficio, poi a casa, al limite uscire con gli amici. Qui la vita è un po' speciale, Venezia è sempre un po' una favola…".
"Sei simpatico! Io ora finisco il turno, perché non andiamo a fare un giro assieme?".
"Va bene, tanto io non ho nulla da fare a parte studiare. E oggi di studiare non se ne parla nemmeno".
"Aspettami allora, vado a cambiarmi" si alzò e andò a richiudersi dietro di sé la porta nell'angolo con la scritta “privato”.
Mi alzai e pagai, chiedendomi se non era il caso magari di sparire e di non farsi vedere più. Non sapevo come mai, ma mi sembrava di stare a fare qualcosa di peccaminoso e di proibito, era una sensazione strana che non sapevo spiegarmi e che forse non mi era nemmeno mai capitato di vivere. L'indecisione fu decisiva e infatti dopo pochi secondi la ragazza uscì dallo sgabuzzino con un corto top che le scopriva il ventre e le aderiva perfettamente al seno prosperoso, lasciandole scoperte le spalle sulle quale ricadevano i capelli neri e lunghi. Aveva un bel viso, carino su cui si leggevano i leggeri segni dei suoi venticinque anni: certo non era più una ragazzina, ma nemmeno così vecchia da non suscitare il mio interesse: alla fine aveva solo tre anni più di me! Anche le sue gambe, che spuntavano da una minigonna svolazzante, era in una certa maniera molto interessanti: lunghe e per nulla scheletriche (non mi sono mai piaciute le donne troppo magre), ben tornite e un po' tondette. Non che fosse grassa e nemmeno in carne, aveva solo quei due o tre chili in più nei punti giusti: quel genere di donne che preferivo, non perfette ma quanto mai interessanti!
Uscimmo dal locale fianco a fianco e lei subito si accorse di una cosa:
"Non mi sono nemmeno presentata: mi chiamo Lara" mi disse allungandomi la mano. Mi presentai anch'io, in quel modo molto formale che poco si addiceva al nostro incontro, tutto fuor che formale.
"Di dove sei?".
"Io sono di Feltre, in provincia di Belluno. Sono una montanara trapiantata a Venezia".
Chiacchierammo un po', del più e del meno, di varie cose che possono interessare due giovani di poco più di vent'anni mentre salivamo e scendevamo lunghe le calli veneziane.
"Ti andrebbe di venire a casa mia? Non preoccuparti, le mie compagne d'appartamento sono tutte a casa" mi disse come se questo potesse essere un problema per noi.
"Va bene, è distante da qui?".
"No, saranno sì e no un quarto d'ora a piedi".
Così ci avviamo verso casa sua, sempre affrontando argomenti alquanto futili, qualche episodio curioso che ci era capitato, ma nulla di che.
Arrivammo al portone e salimmo le ripide scale che conducevano ad un appartamenti poco più grande del mio.
"Permesso" chiesi per educazione entrando.
"Entra, non ti preoccupare, non c'è nessuno!" mi disse Lara sorridendo al mio lieve imbarazzo che sempre mi prende nell'entrare in una casa che non conosco.
"Carino" dissi lanciando uno sguardo attorno: in effetti era arredato niente male, senza grandi cose ma in maniera carina.
"Scusami il disordine invece. Non è che sia molto amante di queste cose, di solito fanno pulizia le mie compagne quando tornano. Io preferisco darmi ad altri lavori domestici, dal bucato alla cucina. Accomodati pure".
Ci sedemmo entrambi sul divano, anzi, sprofondammo letteralmente.
"Prendi qualcosa?".
"Un succo di frutta o un tè freddo se ce l'hai".
Lara tornò con una lattina di tè alla pesca per me e una coca-cola per lei e tornammo a parlare. La discussione però si fece stavolta più animata, toccando vari argomenti d'attualità, dalla politica all'etica e alla morale. Mi sorprendeva quella ragazza venuta da un paese di montagna, vissuta a Venezia in quel modo così stravagante, quanto fosse attenta e ricettiva nei confronti di tanti problemi che generalmente non scalfivano minimamente l'interesse di tanti ragazzi. Per di più potei scoprire, nel corso della nostra conversazione, che aveva un'ampia cultura, non bigotta o chiusa, dettata dai programmi scolastici com'è per molti, ma di aperte vedute.
Inutile dire che mi piacquero molto queste sue caratteristiche, mi attirava molto in una donna, oltre al suo aspetto fisico, l'intelligenza e una mentalità aperta.
Con il passare del tempo cominciai a notare dei chiari segnali del suo corpo: il suo sguardo languido e intenso mi fissava a lungo, il movimento sinuoso del suo busto, che sembrava volesse stuzzicarmi esibendo le sue forme abbondanti, la sua mano che si carezzava piano e distrattamente, le cosce, il fianco, il seno.
I nostri discorsi fino a quel momento aveva toccato i più svariati argomenti, soprattutto sotto il profilo culturale, e io iniziavo ad apprezzarla proprio per questa sua capacità. Presto però iniziammo a cambiare argomenti, arrivando a qualcosa di più scottante passando per vari gradi di rapporti interpersonali. Arrivammo insomma a parlare di sesso, ed ovviamente era stata lei a guidarmi ad affrontare quell'argomento.
"Io ho perso la verginità a quindici anni" mi disse quasi vergognandosene, parlando con voce un po' insicura e abbassando lo sguardo come fosse una confessione.
"Cercavo l'amore in quello splendido ragazzo che mi aveva conquistata e pensavo che con il sesso scoccasse in lui quella scintilla che prima non mi sembrava di notare ma che invece mi aveva completamente preso. Invece non successe… Capii che c'era l'amore, ma che parimenti poteva anche esserci solamente il sesso. Mi ci volle un po' e solo con la maturità capii e iniziai a comprendere la differenza fra le due cose. Con gli anni ho imparato ad amare, ma anche ho imparato che, talvolta, non può esserci che sesso. E ho imparato anche a godermi questi momenti… Possono essere il ritrovarsi con un vecchio amico o anche l'inizio di una nuova relazione…" disse leccandosi leggermente le labbra, a sottolineare quelle ultime parole.
"Credo che l'argomento sia più facile da affrontare per noi maschietti. Da anni la nostra cultura ci ha spinto ad accettare il maschio latino, avventuriero, che può portarsi a letto una donna per una notte senza alcun problema di rimorsi o quant'altro. Certo che per una donna non è esattamente la stessa cosa, ci sono molti pregiudizi e molti tabù da vincere…".
Lara mi guardò languidamente, facendomi comprendere chiaramente quali fossero le sue intenzioni. Tuttavia non prendemmo alcuna iniziativa ma continuammo invece a parlare, pur di argomenti scottanti: fu proprio lei a guidare la conversazione in questo campo.
"Hai mai incontrato una ragazzo che fosse attirata da te solo fisicamente, senza implicazioni sentimentali?" mi chiese dimostrandomi ancora una volta la sua mentalità aperta.
"Sì, a dire la verità anche più di una volta…".
"Insomma, hai anche avuto relazioni di solo sesso".
"Mi è capitato, in particolari periodi della mia vita mi anche successo di non voler impegnarmi in una nuova storia, di desiderare qualcosa di un po' meno vincolante. Devo però ammettere che non è mai stato altrettanto soddisfacente che una storia seria".
"Sotto tutti i punti di vista?" mi chiese Lara maliziosamente.
"No, a dire la verità no. Se intendi il sesso è comunque molto soddisfacente, anche se ha un sapore diverso, non è paragonabile l'avventura di una notte con il rapporto con la propria fidanzata. Trovo difficile fare un paragone, dire qual è più soddisfacente, quando si gode di più…".
"Io senz'altro ho fatto le scopate più disinibite della mia vita proprio in occasioni del genere, quando non c'erano (o non c'erano ancora) legami che andassero oltre la passione fisica. Sarà che mi sono ritrovata sempre ragazzi che magari avevano una certa educazione per cui andare oltre il solito era considerato un tabù insormontabile o quali, li scandalizzavano le mie richieste particolari, quasi certe cose non si potessero fare con la propria ragazza ma fossero riservate alle puttane".
"Non è il mio caso" dissi ridendo. "Sono abbastanza aperta a nuove sperimentazioni a letto, a meno che non vadano troppo sullo scabroso o sul sadomaso, anche se magari ho provato a legare la mia compagna al letto".
"O a essere legato tu stesso?" chiese curiosa.
"Sì, a dire la verità è capitato anche quello" ammisi candidamente.
"E com'è stato? Voglio dire, a me è successo, ho provato, ma credo che le sensazioni che prova un uomo in una sensazione del genere non siano le stesse di una donna".
Riflettei un attimo, rievocando quella immagine di un po' di tempo prima, che ricordavo, ma non così nitidamente.
"È stata una cosa strana, sentirmi completamente in potere di una donna, senza poter far molto di più che muovermi di pochi centimetri. Un po' come essere cavalcati in uno smorzacandela… Senz'altro molto piacevole, lei lo sapeva fare molto bene".
Lara a quel punto mi si era praticamente appoggiata contro il petto mentre stavamo seduti fianco a fianco sul suo divano, sentivo il suo bel seno abbondante premermi contro morbidamente, il calore del suo corpo, addirittura il profumo delicato della sua pelle e cominciavo a eccitarmi. Sì, era molto piacevole ritrovarmi in una situazione del genere con quella ragazza, seppure la conoscessi da pochissimo, mi stava invadendo la voglia di fare qualcos'altro con lei che parlare solamente… E anche lei era dello stesso avviso, almeno dalle parole esplicite che mi disse subito dopo.
"Anche a me piace molto lo smorzacandela… e so farlo abbastanza bene…" e mi mordicchio delicatamente la pelle del collo cominciando a salire progressivamente verso la mia bocca. Stavo per baciarla e per cominciare quello che sarebbe stato un divertente pomeriggio quando sentii il mio telefono squillare vivacemente. Il forte trillo ci disturbò e mi affrettai a rispondere, mentre lei si rialzava per lasciarmi un attimo di spazio per parlare.
Maledissi fra me e me il mio interlocutore, senza nemmeno il tempo di guardare il display per vedere chi fosse.
"Pronto?" risposi un po' scocciato.
"Pronto, ciao, sono Angelica".
"Ah, ciao" dissi cambiando immediatamente espressione e Lara, accorgendosi della cosa, drizzò le orecchie cercando di capire di che tipo di telefonata si trattasse.
"Ti disturbo?" disse lei premurosa cogliendo nella mia voce la nota di disappunto.
"No, no, dimmi pure…" dissi io un po' imbarazzato da quella situazione. Mi sembrava di stare a fare un doppio gioco e la cosa non mi pareva per niente corretta.
"Per stasera ho un problema, credo farò un po' tardi… Ti dispiace se posticipiamo di un po'?".
Guardai Lara che aveva probabilmente sentito quelle parole. Non sapevo come scaricare Angelica, forse non intendevo affatto farlo, mi stava a cuore e non mi sembrava giusto trattarla male.
"Va benissimo per me. Facciamo a che ora?".
"Alle sette e mezza dovrei liberarmi ed essere al molo".
"Va benissimo per le sette e mezza".
Ci salutammo e appena riattaccai Lara mi chiese burbera: "Chi era?".
"Un amico con cui devo uscire stasera".
"Un amico, ah sì. Angelica, un bel nome per un ragazzo" disse alzandosi arrabbiata e facendomi intendere che dovevo andarmene, magari dimenticandomi il suo nome e il suo indirizzo.
"Ma no, è solo un'amica, non è come pensi tu!".
"Io non penso a niente! Sei tu che hai pensato di prenderti un pomeriggio di divertimento a mie spese. E ora fuori di qui, e in fretta! Non sono una che salta prontamente nel letto del primo che passa!".

Quella sera fui puntualissimo: alle sette e mezza davanti al molo del traghetto. Angelica arrivò da lì un minuto: era splendida con quella sua maglietta corta che le scopriva l'ombelico e il suo ventre piatto ed atletico, aderendole perfettamente ai seni. Mi chiesi come mai si ostinasse a indossare i pantaloni, quando una minigonna o anche un paio di comodi pantaloncini sarebbero stati molto più pratici e, cosa non meno importante, avrebbero reso giustizia alle sue belle gambe.
"Ciao!" mi salutò semplicemente baciandomi sulla guancia.
"Ma sei bellissima!" e lo era, poi aveva quel tocco di particolare datole dal fatto che non indossava gli occhiali quella sera: probabilmente aveva messo le lenti.
"Grazie" mi rispose semplicemente abbassando lo sguardo.
"Com'è andata oggi pomeriggio?".
"Uff, uno stress! Non farmi parlare della tesi che non ne ho proprio voglia! Non vedo l'ora di farmi una bella nuotata e di rilassarmi un po'…".
"E io che pensavo di portarti in qualche locale carino".
"Beh, vediamo. Intanto andiamo a nuotare. Sai da quanto non lo faccio? Quest'estate non sono mai andata…".
"Ecco il traghetto!" e infatti l'imbarcazione si stava avvicinando.
In un attimo salimmo e ci pigiammo ai soliti turisti, nemmeno tanti alla fine: non fu difficile trovar posto a sedere, cosa impensabile ad altri orari!
"E tu cosa hai fatto oggi?" mi chiese lei un po' distrattamente.
"Nulla di particolare…" cercai di sviare il discorso.
"Hai continuato a passeggiare o sei andato a casa?" mi incalzò.
"Mi sono fermato in un bar a bere una birra e sono stato abbordato da una cameriera" le dissi un po' imbarazzato. Per me non era affatto normale una situazione del genere.
"Davvero?" mi chiese lei più interessata, drizzando le orecchie.
"Sì, un tipo davvero curioso, ha 25 anni e fa la cameriera a tempo pieno. E nel tempo libero fa un po' di tutto, legge libri, esce con le amiche a far festa magari fino a tardi, se ne va a passeggio per Venezia, proprio come facciamo noi… Vive insomma un po' alla giornata, da eterna studentessa".
"E cose c'è di strano?" mi chiese Angelica non capendo il mio atteggiamento, stupito della cosa.
"Ecco, uno pensa che una volta finiti gli studi ci si mette a cercare un lavoro serio, che finisca di fare la vita precedente e inizi a pensare al futuro: la casa, la famiglia… Lei va fuori da questo schema".
"Tu ti immagini così il futuro? No, non fa per me!" disse Angelica. Mi sorpresi di questa sua fra , me la immaginavo molto “convenzionale” su queste cose.
"No, a dire la verità nemmeno io!" ammisi sinceramente, contento di aver trovato uno spirito “ribelle” come me.
"Cosa pensi di fare terminata l'università?".
"Credo mi fermerò qui a Venezia, penso che un giovane architetto possa trovar lavoro con un po' di buona volontà. Così potrò continuare a godermi la più bella città del mondo. Per il resto non so ancora…".
"Io ho già ricevuto un'offerta a Treviso, uno studio di amici dei miei dove potrò fare un po' di pratica. Però non so, anch'io vorrei rimanere qui a Venezia, continuare un po' questa vita. Non credo che il mio futuro sarà a Treviso, è così provinciale, bigotta, chiusa…".
La capii perfettamente, era ciò che pensavo del mio paese.
"Forse mi trasferirò in qualche altra città: Padova o addirittura Milano".
"No, Milano non mi piace: troppo traffico, inquinamento e frenesia. Voglio vivere qui a Venezia, dove tutti sono in vacanza perché stanno facendo del turismo. La amo per questo Venezia: è la città delle vacanze da favola…".
"Che strano che sei anche tu!" mi disse Angelica ridendo.
"Alla fine com'è andata con la tipa?" mi chiese curiosa.
"Mi ha invitato a casa sua, abbiamo parlato a lungo: sembrava una povera cameriera ignorante invece aveva una bella cultura ed era un'ottima conversatrice".
"Parlato solo?" mi chiese con un sorrisetto malizioso.
"Sì, poi ha iniziato a farsi sotto più decisa, con chiare intenzioni, ma una mia amica ha telefonato proprio in quel momento…".
Angelica si fece ancor più attenta alle mie parole.
"Lei ha capito che aveva un appuntamento quella sera con una ragazza, s'è arrabbiata e mi ha scaricato di brutto cacciandomi di casa".
"Mi dispiace tanto" mi disse seriamente, cupa in volta. "Non volevo rovinarti tutto".
"Ah, ma non importa! Basta che sei disposta a fare quello che aveva in mente la tipa!".
Angelica rise alla mia battuta, rasserenandosi un po' nel rendersi conto che non me l'era presa.
"In fondo non era il mio tipo, troppo diretta e un po' “maiala”, chissà con quanti altri lo avrà fatto…" buttai lì.
"Sempre così voi uomini!" sbottò lei piccata. "Se una ci sta è una troia…".
"No, non era questo che volevo dire, anzi…".
"Però l'hai detto!".
"Va bene, ammetto che l'ho detto ma era solo per farti capire che non hai rovinato niente di particolare".
Angelica capì le mie intenzioni e mi perdonò mentre ci avvicinavamo al litorale del Lido.
Di lì a poco il traghetto ci scaricò e noi andammo a cercare un pezzo di spiaggia libera. Ci incamminammo pian piano verso il mare, calmo e rilucente al sole basso sull'orizzonte.
"Andiamo?" le chiesi quando eravamo ormai sul bagnasciuga, le scarpe in mano perché non si riempissero di sabbia.
"A dire la verità io dovrei cambiarmi prima" mi disse un po' imbarazzata.
"Non ti sei messa il costume sotto?" le chiesi stupito della cosa: a me era sembrato così naturale farlo.
"Ehm, no… Non ci avevo pensato, l'ho messo nello zainetto" infatti aveva con sé uno zainetto in cui aveva infilato tutto il necessario.
"immagino che qui intorno non ci sia nulla dove posso cambiarmi" disse guardando in giro, ma non c'era null'altro che sabbia e mare.
"Non preoccuparti, puoi farlo qui, io non ti guardo".
"Non c'è problema, sai che le ragazze sanno cambiarsi anche con una maglia addosso" mi disse sorridendo.
Iniziammo a spogliarci: mentre mi toglievo la maglietta lei si sfilò i pantaloncini. Non potei fare a meno di guardarle le gambe ma soprattutto di sbirciarla fra le cosce. Indossava delle mutandine nere in pizzo, molto eccitanti e anche leggermente trasparenti ma non al punto di rivelarmi distintamente la sua peluria. Sentivo tuttavia il mio pene irrigidirsi mentre si annodava l'asciugamano ai fianchi e se le abbassava. Distolsi lo sguardo per cortesia e per non fare pensieri strani che mi avrebbero portato a saltarle addosso, sapendola nuda sotto i miei occhi. Con la coda dell'occhio, mentre mi toglievo a mia volta i pantaloni, la vidi infilarsi il pezzo sotto del bikini.
"Vedi? Siamo ingegnose, no?" disse ammiccando per rompere un po' l'imbarazzo.
Io sorrisi e la guardai armeggiare con le braccia sotto la maglietta mentre si slacciava il reggiseno e se lo sfilava. Andai a tastare l'acqua per pensare ad altro: "Senti, è bella calda!".
"Arrivo, solo un attimo".
Quando mi girai nuovamente sfoggiava un bel due pezzi blu e stava cercando di allacciarsi il reggiseno.
"Mi faresti il piacere di allacciarmelo tu, non ci riesco".
Andai dietro di lei e provai anch'io più volte, senza alcun risultato.
"Dev'essere difettoso" concluse lei. "Guarda, una volta che ho l'occasione di fare il bagno!" si lamentò.
Provammo ancora, prima io e poi lei, ma non ci fu nulla fa fare, il gancio era davvero rotto e a nulla valsero le maledizioni che gli lanciò Angelica.
"Cosa facciamo?" le chiesi infine.
"Fallo tu il bagno, io ti aspetto qui…".
"Ma no, tanto vale allora… Senti, almeno infilati la maglietta e stiamo nell'acqua bassa".
Lei guardò i suoi vestiti e sembrò illuminarsi: "Che idea! Potrei usare il reggiseno come costume da bagno".
Poi aggiunse: "Sempre che non ti imbarazzi".
"Figurati" dissi io. "Anzi, senza rifare la trafila della maglietta, visto che non c'è nessuno in giro, io mi giro e tu cambiati".
"Okay".
Un attimo dopo Angelica era nuda dietro di me e solo la cortesia appunto e la parola data mi trattennero dal girarmi.
"Eccomi" disse infine: la guardai con gli slip blu e il reggiseno di pizzo nero. Era così sexy che un fremito mi percorse l'inguine.
Mi sorrideva raggiante, finalmente pronta al tanto sospirato bagno.
"Facciamo chi arriva prima?" mi chiese con l'entusiasmo di una ragazzina mentre si lanciava in una corsa sfrenata prima sulla sabbia e poi sull'acqua fin quando le arrivò al ginocchio, per poi tuffarsi.
Io non vedevo altro che il suo culetto perfetto e tondo, la sua schiena atletica, le sue gambe lunghe e scattanti. La rincorsi animato da questa visione più che dall'usuale orgoglio maschile.
Infine la raggiunsi a nuoto afferrandole una caviglia e instaurando una breve lotta sguazzando. Ci fermammo a prender fiato ridendo, guardandoci l'un l'altra.
Lo sguardo mi scappò un attimo a occidente, sul sole che s'apprestava  tramontare tingendo tutto di rosso.
"Guarda che bello!" le indicai e lei rimase a bocca aperta di fronte a quello spettacolo della natura. Ci fermammo un po' a goderci quel panorama stupendo, il sole che andava a nascondersi verso la terra, noi sul mare separati dalla laguna solo da poche centinaia di metri di terra.
"E poi c'è gente che sogna un atollo ai tropici… Cosa vuoi di più dalla vita? Uno splendido tramonto sulla laguna veneta, con Venezia là a guardarci, una ragazza prima che bella, intelligente e simpatica insieme con me…".
Angelica abbassò un attimo lo sguardo leggermente imbarazzata al mio complimento, disse solamente un "Grazie" sottovoce, poi tornò a fissare quel panorama fantastico.
"Grazie anche di avermi portata qui: è davvero qualcosa di unico, non pensavo ci fossero posti così belli qui attorno… Parlano sempre male della laguna, come di un posto stagnante e malsano".
"Invece è uno dei luoghi naturali più belli del mondo. Proprio come Venezia è senza dubbio la città più bella del mondo. Angelica, non ti rendi nemmeno conto della fortuna che abbiamo: ce ne accorgeremo tra qualche anno, quando la vita ci porterà ad essere rinchiusi in uno studio zeppo di carte e scrivanie, in qualche squallida città del mondo. "Speriamo di non ridurci come dici tu…" disse lei con una punta di malinconia, aveva intuito cosa volevo dire.
"Alla fine la vita sconfiggerà anche gli irrefrenabili sognatori come noi: potremmo resistere qualche anno con la nostra energia e la nostra vitalità al suo corso naturale, poi ci arrenderemo e ci adageremo come tutti gli altri, come tutti quelli che avevano sognato una vita diversa, fuori dal comune, prima di noi".
Lei non sembrava molto d'accordo, forse non sognava tanto come me, ma perlomeno aveva una cieca fiducia che questi sogni non fossero effimeri e di breve durata come io invece ero convinto.
"Vedremo, lo vedremo fra qualche anno questo. Intanto però è inutile sciupare un momento del genere con le parole: perché non ci facciamo un'altra nuotatina?".
Detto e fatto ci ritrovammo ancora a nuotare lentamente, l'uno al fianco dell'altra, scambiandoci fra le bracciate qualche breve sguardo e ammirando il tramonto che si stava approssimando. Sì, forse era quello il paradiso, per un breve momento mi sembrò di toccarlo anche sulla terra. Guardai Angelica che nuotava al mio fianco e anche lei mi lanciò uno sguardo: i suoi occhi mi toccarono nel profondo, il suo sorriso mi scombussolò…
Non ci avevo mai pensato prima, ma mi trovavo veramente bene con quella ragazza, così simpatica e alla mano, mi piaceva il suo modo di ragionare, il suo carattere apparentemente fragile ma che nascondeva invece una personalità di un certo spessore. L'avevo sempre vista come una buona amica, non una confidente, ma una persona con cui vedersi di tanto in tanto e con cui mi capivo se non al volo, quasi. Ora all'improvviso mi si faceva dinnanzi qualcosa in più: mi sentivo come un ragazzino che rimane stregato dal passaggio della bella di turno e si innamora perdutamente. Eppure non ero più un ragazzino.
Ci fermammo a guardare ancora una volta le meraviglie davanti a noi, ormai eravamo al largo e non toccavamo più con i piedi sul fondale ma eravamo entrambi nuotatori abbastanza abili da poter stare fermi anche a lungo nello stesso punto. Guardai Angelica: aveva un fascino particolare in quel momento, i lunghi capelli castani, tendenti al biondo, usualmente ondulati, erano ora bagnati e per questo le ricadevano lisci e più scuri sulla schiena. I suoi bei seni tondi spuntavano provocanti dal reggiseno, non potei fare a meno di sbirciarla là e di provare un certo desiderio. Eppure era un desiderio così diverso da quello che aveva provato nei confronti di Lara quel pomeriggio: poche ore prima era stato tutto diverso, ero preso da un eccitazione e da una spinta puramente sessuale, non c'era nient'altro dietro. Invece per Angelica provavo stima e simpatia, e da quella sera anche qualcosa in più… La desideravo in modo diverso da come avrei potuto desiderare qualsiasi altra donna in quel momento, mi sentivo anche molto più coinvolto emotivamente, il cuore mi batteva a mille e mi rendevo conto di provare una certa strana emozione che per un po' avevo dimenticato. Era come se si risvegliasse qualcosa in me che forse avevo cercato di cancellare, forse avevo creduto fosse scomparso, invece l'avevo solamente celata in qualche recondito angolo del mio subconscio in attesa di un momento come quello.
"Guarda, si vede anche Murano" mi disse indicandomi un punto all'orizzonte, nella laguna. Conoscevo quei posti quel tanto che bastava per riconoscere l'isola famosa in tutto il mondo per i suoi vetri e i suoi cristalli: prima non l'avevo nemmeno notata…
"Mi piacerebbe andare a fare un giro là, credo di non esserci nemmeno mai stata a quel che ricordo. Mi ci porteresti stasera?" fu la sua proposta che mi sorprese.
"Va bene, se ti va… Però non credo ci siano grandi divertimenti…" a me l'idea piaceva, ogni tanto mi avventuravo fin là per passeggiare fra vie sempre uguali ma dal sapore leggermente diverso da quelle di Venezia. Non capivo però cosa potesse trovarci una ragazza come Angelica, o forse sì, trovava quello che esattamente trovavo anch'io e che a parole non si potrebbe dire.
"Non importa, ti ho detto che ho voglia di passare una serata tranquilla, senza tante follie. Basta che vada bene anche a te però…" si preoccupò lei forse intendendo le mie parole poco entusiaste.
"Figurati, sai quanto mi piace andarmene in giro per Venezia e nemmeno Murano ne è immune" dissi con un sorriso.
"Però prima andiamo a mangiare un boccone" aggiunsi.
"Non ci avevo pensato! In effetti ho una gran bella fame!" mi disse lei sorridendo.
"Ti va una pizza?" le chiesi.
"Pensi che potremmo permetterci qualcosa di più?" controbatté ironizzando sul fatto che dei poveri universitari dalle tasche sempre al verde non potevano che accontentarsi di un pizza, e stando anche attenti al locale perché si sa i prezzi che girano da quelle parti.
"Però ti andrebbe di stare qui ancora un po'? È così bello!" mi chiese quasi supplichevole con i suoi occhioni magnifici. Non feci altro che riprendere a nuotare, stavolta senza prendere ulteriormente il largo per non correre il pericolo di perderci nel Mare Adriatico. Sarebbe stato molto spiacevole rovinare così una serata che stava avviandosi nel migliore dei modi…
Nuotammo ancora con calma in quell'atmosfera così romantica, quasi ovattata: sembrava davvero di stare in un altro mondo, così lontani dai problemi quotidiani, dalle mille diavolerie e dalle industrie, anche se poco lontano da lì Marghera e Mestre rigurgitavano incessantemente nel cielo i loro rifiuti. Mi convinsi che era stare solo con lei in mezzo al mare, su una spiaggia fuori dal brulicare caotico, anche di sera, del Lido. Era davvero un piccolo ritaglio di paradiso terrestre sfuggito dall'Eden e andato a piazzarsi appena fuori Venezia.
Quando decidemmo di uscire dall'acqua notammo subito una leggerissima brezza marina, una di quelle che magari altre sere ti fa provare un po' di fresco nonostante sia estate. La temperatura invece era tale che l'effetto fu solo quello di un leggero refrigerio, non intensissimo ma comunque molto piacevole, dal momento che da parecchi giorni il caldo era piuttosto torrido.
"Che scemo!" esclamai mentre Angelica si voltava verso di me con aria interrogativa. "Non ho nemmeno pensato di portarmi un asciugamano!".
Lei mi sorrise con l'espressione di chi la sa lunga: "Non preoccuparti, oltre all'asciugamano che hai visto prima, io mi sono portata anche un telo da bagno".
"Per fortuna voi donne pensate sempre a tutto!" la ringraziai con un sorriso.
Ci avvicinammo a dove avevamo lasciato i vestiti con una certa apprensione: chissà perché ma ogni volta che facevo il bagno in quelle condizioni avevo sempre paura che qualcuno passasse e mi rubasse i vestiti. Paura del tutto irrazionale, anche perché se fosse successo che qualcuno si fosse solo fatto vedere sulla spiaggia, l'avremmo senz'altro notato.
E infatti le nostre cose era tutte là addossate le une alle altre: Angelica tirò fuori il suo telo da bagno e mi prestò per asciugarmi il suo asciugamani più piccolo, comunque di una certa dimensione. Lei innanzitutto si asciugò alla bene e meglio i suoi lunghi capelli: non ci sarebbe stato comunque verso per riuscirci completamente, solo una volta arrivata a casa, col phon, avrebbe fatto qualcosa in più. Poi via via si asciugò un po' su tutto il corpo e ancora non potei fare a meno di guardarla, tanto era bella e intrigante in quel momento. Lei notò che la guardavo e il suo sguardo incrociò il mio: temetti per un attimo a qualche appunto di rimprovero, invece furono solo larghi sorrisi d'intesa per nuotata insieme appena fatta.
Fui io il primo a indossare un capo, e fu la maglietta mentre lei continuava ad asciugarsi, poi si annodò il telo intorno ai fianchi, come aveva fatto prima con l'asciugamano, per sfilarsi gli slip del due pezzi e indossare nuovamente le sue mutandine nere che tanto mi intrigavano. Mentre io mi infilavo i pantaloni sul costume da bagno ancora bagnato (d'altra parte quello era un piccolo inconveniente di fronte al fatto della comodità di non dover cambiarsi), lei indossava la sua maglietta corta ed aderente. Mentre mi riabbottonavo i pantaloni e sistemavo la zip, lei armeggiò sotto la maglietta per sfilarsi il reggiseno: d'altra parte era tutto bagnato e senz'altro sarebbe stata più comoda così. Non si rese nemmeno conto dello sconvolgimento che provocò in me quell'operazione, soprattutto quando una volta sfilato da sotto notai che la maglietta le si incollava al seno nudo e si notavano perfettamente i capezzoli.
Alla fine, dopo esserci rivestiti, ci dirigemmo verso il centro dalla ricerca di una pizzeria in cui mangiare qualcosa. Fu però più difficile del previsto trovare qualche locale alla portata delle nostre tasche, ma non ci preoccupammo più di tanto. Un po' ci sembrava di andare all'avventura, nel nostro piccolo: ancora il sale sulla pelle, i vestiti un po' stropicciati, Angelica con tutti i capelli bagnati… Sembravamo una giovane coppia di scapestrati che vagavano senza meta, piuttosto che due futuri architetti.
"Chissà se mi vedesse ora mia mamma!" dissi ridendo alla sola idea.
"Per non dire dei miei, così formali e all'antica" mi disse Angelica ridendo: aveva colto al volo i miei pensieri, forse anche perché, essendo quella una piccola trasgressione per entrambi, ci rendevamo conto di essere un po' trasandati.
Ma non ce ne importava: guardai Angelica e vidi un bel sorriso e due occhi vivi di una ragazza contenta di quello che stava facendo.
Che ce ne fregava alla fine di quello che poteva pensare la gente? Tanto valeva prenderci dentro e fare ciò che desideravamo…
"Perché non andiamo direttamente a Murano? Mangeremo poi qualcosa a casa mia…" proposi allora.
Lei mi guardò un attimo sorpresa, poi scrollò le spalle:
"E perché no?".
Ci avviammo così al molo d'imbarco e fortuna volle che ci trovammo subito un traghetto. Ormai era buio, anche se erano le nove: i nostri stomaci, che pur reclamavano debolmente, avrebbero atteso!
Ci sedemmo fuori, sul ponte, all'aria aperta: anche la sera faceva calco e la leggera brezza marina serviva a poco. Guardammo uno accanto all'altra le luci di Venezia, sembrava una città incantata sulla laguna, e forse lo è. Sentivo per l'emozione le farfalle nello stomaco, improvvisamente dimentico della fame, ammirando quello spettacolo unico al mondo, che riuscivo a godermi così bene.
E quando Angelica si appoggiò lentamente, con molta naturalezza al mio braccio, le farfalle svolazzarono tutte insieme ancor più forte, facendomi battere il cuore all'impazzata dopo un salto nel vuoto in cui credei che si fosse fermato.
"Che bello che è…" mormorò quasi fra sé e sé.
Sì, non c'era niente di meglio al mondo, o meglio, c'era lei al mio fianco.
"Venezia è una poesia, una poesia che viene raccontata tutti i giorni, in ogni momento". Avevo lo sguardo fisso là, alla mia città, perché Venezia era ed è la mia città anche se non ci sono nata e se non ci vivo più.
Abbassai leggermente lo sguardo per fissarla negli occhi, che a loro volta guardavano i miei:
"È una poesia sempre diversa, che parla ora di amore e ora di morte, ora di gioia e ora di sofferenza, ti racconta la storia d'Italia e del mondo, le vite di migliaia di persone normali… Basta avere occhi per vederla e orecchie per sentirla: basta avere gli occhi e le orecchie del cuore".
Poi fu come in un incanto, in una di quelle storie d'amore che raccontano al cinema: fu così spontaneo e naturale che ancora non capacito di come accadde.
Ricordo che la guardava e il mio cuore sobbalzava, la mia mente s'annebbiava nella sua bellezza. Non passò che un attimo  o qualche minuto che sentivo il sapore dolce delle sue labbra sulle mie.
Non fu un bacio appassionato ma molto romantico e dolce, mi sembrava quasi di essere tornato alla mia prima ragazza, quando ancora ero un adolescente.
L'abbracciai e tornammo a fissare le luci di Venezia, mentre il traghetto ci portava a Murano: stemmo a lungo in silenzio, la sua testa appoggiata alla mia spalla e al mio petto. Sentivo i suoi capelli bagnati sulla mia pelle, il profumo di lei misto a quello salmastro del mare…
Ci baciammo ancora una volta prima di attraccare: la culla del nostro amore fu l'isola di Murano, famosa per i suoi preziosi vetri, ma che né io né Angelica non assoceremo più a nient'altro che al nostro amore.
Passeggiamo per quelle viette che conosceva vagamente, mano nella mano, come due giovani fidanzati quali eravamo.
Inutile dire che Angelica era stupendo, i suoi capelli setosi così stranamente lisci e per niente vaporosi come al solito le davano un'aria strana, la maglietta sottile che le aderiva ai seni, rivelando la sagoma dei capezzoli, corta sul ventre da scoprire l'ombelico, i pantaloni a vita bassa che mostravano i fianchi e le erano incollati alle belle gambe.
Ci scambiammo qua e là qualche bacio un po' più appassionato, continuando comunque sempre a passeggiare fra le case e i canali. Ci stavamo inoltrando in quell'intricato labirinto senza nemmeno chiederci se avremmo saputo uscirne, dimentichi del mondo reale e immersi l'uno nell'altra.
Un altro bacio appassionato in una vietta, la sua bocca che esplora la mia, le sue mani che vagano freneticamente sulla mia schiena e anch'io sono preda di quella specie di “smania” irresistibile.
Sentii le mie mani vagare su di lei, dal viso alla gola, alle spalle e alla schiena, arrivando ai suoi seni sodi, alti da sfidare la gravità, erano senza reggiseno ma avevano comunque uguale consistenza. Li cinsi con le dita, mi riempirono perfettamente le mani, forse un po' di più, erano qualcosa di straordinario… Sentii l'emozione e l'eccitazione sconvolgermi fin giù nel basso ventre.
Le baciai il collo, la mascella, le orecchie e lei mugolò piano di piacere, a occhi chiusi, mentre ancora le toccavo i seni. Sospirò, poi farfugliò qualcosa: "Baciami anche lì, alzami la maglietta, voglio sentire la tua bocca…".
Sono parole quasi sommesse, ma ne comprendo il significato e nonostante il guizzo al cuore per l'eccitazione non potei che seguirle alla lettera: con un rapido, frenetico gesto, le alzai la maglietta fino alle spalle. Fu come una visione il suo ventre nudo e sopra quei seni perfetti, tondi, alti dai capezzoli chiari ed eretti.
Mi buttai su di loro prendendoli in bocca, fra le labbra e succhiandoli, passandoci sopra la lingua in un mulinello pazzo.
"Sì, è bellissimo… ti voglio, qui, ora, subito…" mi disse sempre ad occhi chiusi.
Non feci in tempo a rialzarmi o  pensare qualcos'altro che una voce ci fece sobbalzare: "Mas-ci! Cosa ti fa soto casa mia?".
Era l'urlo isterico di una vecchietta da una finestra lì in alto, chissà dove.
La paura in un attimo lasciò strada alla sorpresa, Angelica si ricompose e scappammo via rapidamente giusto in tempo per evitare lo scroscio d'acqua che piovve da quella finestra insieme ad altre maledizioni in veneziano stretto. Ce ne andammo ridendo, per mano, a buon passo: l'attimo di improvvisa e incontrollata passione era passato, rimaneva il desiderio l'una dell'altra. Lo scampato pericolo ci fece comunque desistere dal riprovare in un altro vicolo contro un altro muro.
A debita distanza dal luogo dell'accaduto ci guardammo scambiandoci una sguardo d'intesa: era arrivata l'ora di andare a casa, a Venezia, e di continuare su di un comodo letto quello in cui eravamo stati bruscamente interrotti.
Ci avviammo verso il molo ma non fummo così fortunati come al Lido e sinceramente avremmo fatto volentieri cambio. Fu una tormentata, lunghissima mezz'ora e più di attesa, su una panchina nell'angolo più buio. Altre persone arrivarono via via ad aspettare il traghetto, per lo più turisti che rientravano a Venezia, e così i nostri baci e le nostre effusioni non potevano essere tanto spinti come l'istinto ci avrebbe portato.
Come furtivamente le mie mani carezzavano e stringevano i seni di Angelica, altrettanto furtivamente lei mi toccava fra le gambe curiosa, scoprendo pian piano la forma della mia erezione.
"Non vedo l'ora di baciarti ancora i seni" le sussurrai mentre le mie dita giocherellavano con il suo capezzolo attraverso la maglietta.
Lei per tutta risposta mi passò il palmo della mano aperta sul membro, ormai durissimo sotto i calzoni. "E io non vedo l'ora di baciarti qua, e di prendertelo fra le mie labbra, succhiandoti piano, con calma…".
Nonostante tutta la sua audacia e il suo temperamento caldo mi stupiva enormemente: di solito era una ragazza calma e riflessiva, quasi timida…
Fortunatamente, prima che potessimo commettere un'altra pazzia, arrivò il traghetto e salimmo a bordo, abbandonando per un attimo baci e carezze reciproci.
Andammo a sederci a prua, all'aperto: non c'era che poca gente e tutta a poppa, cosicché potemmo fare economia sui sedili usandone uno sole e baciarci senza imbarazzi.
Angelica era seduta sulle mie gambe e si stringeva a me, appoggiandomi provocantemente il seno al petto, sentivo le sue forme sode premermi contro prepotenti. Le sue labbra, dopo lunghi e furiosi baci, si staccarono dalla mia bocca: ebbi un motto di stizza al momento, ma sentendole scendere sul mio collo mi ricredetti.
Con maliziosa abilità la sua bocca mi stuzzicava con baci, lievi tocchi della lingua, titillandomi equivocamente il loco dell'orecchio… E nel frattempo le sue mani indugiavano sulle mie cosce e sul mio ventre, quando ben altre parti anelavano le sue carezze.
Volendo ricambiarle pan per focaccia, stuzzicandola e facendola fremere per qualcosa in più, presi anch'io a carezzarla lievemente sul ventre lasciato scoperto dalla sua maglietta. Mi riproposi di rimanere lì il più a lungo possibile, senza andare né a toccarle i seni sodi, né a sfiorarla fra le gambe. Tuttavia le chiesi proprio il contrario:
"Vuoi che torni a baciarti come prima?".
Attesi un suo cenno affermativo e qualche secondo in più prima di chiederle ancora sottovoce:
"Oppure preferisci che scenda a massaggiarti un po' più in basso?".
Ancora lei annuì sussurrandomi un roco “sì” nell'orecchio prima di leccarmelo sensualmente. Eppure io resistetti e mi limitai a continuare ad accarezzarle il ventre piatto.
Fu lei a lanciare un contrattacco che mi sorprese e mi colse alla sprovvista, facendo guizzare le sue dita sulla mia erezione tutto ad un tratto e chiedendomi a sua volta nell'orecchio:
"Ti piace il mio ventre? Lo accarezzi così bene…".
Attese qualche istante prima di assestare un nuovo colpo.
"Vorresti appoggiarmi lì il tuo bel cazzo? E poi strusciarti sopra piano…".
Mugolai socchiudendo gli occhi: aveva fatto centro!
Avevo voluto provare a farla fremere e desiderare, ma in pochi secondi lei aveva capovolto la situazione. E mi stava lentamente slacciando i pantaloni.
Ora avrei voluto essere già con le mie dita sul suo sesso, passarle sul suo pelo e fra le sue labbra, sfiorarle il clitoride e affondarle poi piano nella sua vagina.
E invece era lei a passare le sue sulla mia asta, scendere a giocare con il mio folto pelo e a cingermi i testicoli con l'altra mano; e di certo non mi dispiaceva tutto ciò.
Chissà se ora avrebbe mantenuto la promessa di prima, se me l'avrebbe preso in bocca… Ero diviso fra il desiderio e la naturale e ovvia paura di essere scoperti in quella situazione, dal momento che era già successo non più di un'ora prima.
Presto la carezza sublime delle su dita mi fece scordare questo e ogni altro pensiero: la sua mano danzava irresistibile e leggera, sfiorando e senza quasi stringere. Poi mi guidò lenta verso il contatto atteso per alcuni istanti quasi con esasperazione: ebbi infine un sussulto quando il mo cazzo andò ad appoggiarsi alla calda e liscia pelle del suo ventre.
Con un residuo barlume di lucidità la mia mano andò a insinuarsi fra le su cosce, aprendole i pantaloni: la sfiorai attraverso le mutandine, le abbassai e le mie dita accarezzarono il suo morbido intreccio di peli.
Angelica si stava movendo, piano e aritmicamente, lo avvertivo sul mio pene, sollecitato così eccitantemente dal suo ventre e dalle sue dita; e anche al tocco della mia mano verso la sua intimità, che sembrava sfuggirmi.
Raggiunsi infine il suo sesso, la sua umida fessura che sfiorai quasi rispettosamente mentre un fuoco mi cresceva dentro. La punta delle dita andò a sfiorarle le labbra, una e più volte, a sollecitarle la bacca tumida del clitoride… Avvertii appena un suo sospiro di piacere e, animato da questo, arrivai a spingere un dito oltre le labbra, affondando nella sua vagina bagnata fin dove potevo. Lo ritrassi e ancora affondai mentre lei continuava a muoversi lentamente ma comunque in modo altrettanto eccitante.
Non me ne ero quasi nemmeno reso conto, ma stava per venire, sapevo che non avrei potuto controllarmi, da quando avevo affondato col dito in lei…
"Sto per venire…" le dissi, come se fosse necessario. Era più un riguardo verso di lei, un avvertimento che ormai era inevitabile e che le avrebbe permesso di ritrarsi limitando i danni.
"Sì, vieni" mi mormorò rocamente e con decisione, strusciandosi su di me con maggior foga.
E venni, ancora con un dito in lei, flottando copiosamente il mio seme sul suo ventre e sul suo ombelico, preso da un orgasmo intensissimo.
Aprii gli occhi dopo parecchi secondi e vidi ancora il mio cazzo nudo su di lei, lo sperma ricorprirle con ampie gocce la pelle nuda.
"Scusami, che disastro…" dissi un po' sconvolto.
"No, non importa. È stato bello" mi disse baciandomi. "Sono venuta anch'io"

Non avevo il coraggio di chiederglielo, per la mia innata timidezza e per il timore che non fosse stata davvero soddisfatta. Infatti non glielo chiesi, se le era piaciuto veramente.
Sì, sono sempre stato un timido nonostante tante volte faccio un po' lo sbruffone o il simpaticone, dimostrandomi invece tutt'altro. Credo che sia una forma di difesa, in certe situazioni però viene fuori tutta questa mia timidezza, raramente con le donne, però con Angelica era tutto così diverso…
Mi baciò leggermente, a fior di labbra, e mi sussurrò: "Grazie, davvero…".
Mi sentii da un lato inorgoglire e dall'altra intenerire immensamente di fronte a quelle parole così dolci: era una ragazza speciale, di quelle che se ne trovano forse una nella vita, ma non era certamente quello il momento di pensarci. Volevo solo starci insieme e godermi ogni singolo istante in sua compagnia, una compagnia impareggiabile.
Sorridendomi, quasi un po' impacciata anche lei, si tolse lo zainetto che portava ancora in spalla e vi frugò rapidamente dentro alla ricerca di qualcosa che presto capii essere un fazzolettino o qualcosa del genere. Infatti ne tirò fuori uno da un pacchetto, il classico pacchetto mezzo cominciato che torna utile ad ogni occasione, e le sua lunghe dita con la vellutata morbidezza del fazzoletto di carta ripresero a carezzarmi il pene ancora appoggiata al suo ventre ma ormai afflosciatosi. Me lo ripulì per bene e amorevolmente me lo ripose all'interno degli slip, richiudendo poi la cerniera dei pantaloni: ero sorpreso e intenerito da quella cortesia, mai nessuna ragazza mi aveva fatto una cosa del genere e la trovavo una cosa estremamente intima e affettuosa. Poi fu la sua volta, ancora seduta sulle mie cosce: prese un altro fazzolettino e raccolse il mio sperma che ancora era sul suo ventre, guardandomi di tanto in tanto e sorridendomi fra il malizioso e l'ingenuo. A mia volta allora le sistemai i pantaloni e le massaggiai ancora il ventre su cui sentivo ora anche una leggera sensazione di appiccicoso, mentre le nostre bocche di nuovo si protendevano l'una verso l'altra. Fra lievi carezze ed abbracci arrivammo alla banchina: seguimmo allora la gente che scendeva e si riversava per le calli, qualcuno diretto verso piazza San Marco per averne un ricordo anche notturno, qualcun altro in albergo, magari spinto anche dalla stessa nostra passione.
Sorrisi pensando a quante altre coppie quella notte, sotto il nostro stesso cielo, nella nostra stessa città, magari proprio all'interno degli edifici che stavamo vedendo, stessero consumando il loro amore, proprio come io e Angelica.
"Che facciamo, andiamo a mangiare da qualche parte?" proposi disposto anche a qualche piccola follia economica pur di regalarci una serata indimenticabile ad entrambi.
Lei mi guardo seria un attimo, poi scrollò le spalle:
"No, non ne vale la pena. Secondo me è meglio che vieni a casa mia che ti preparo io un boccone: ti va?".
"Per me va bene, basta che qualcosa mangiamo!" dissi scherzando, e nemmeno tanto poi: la fame iniziava a farsi sentire, era diventato anche abbastanza tardi…
"Aglio, olio e peperoncino?" mi chiese lei entusiasta come una ragazzina. Probabilmente era contenta del fatto che sarebbe stata lei a preparare la cena per entrambi e del resto la ricetta a me era sempre piaciuta, particolarmente fuori pasto nelle serate un po' particolari come quella.
Non ci volle poi molto ad arrivare a casa sua, pur inoltrandosi un po' nell'intrico di canali, come del resto accadeva per raggiungere ogni altro punto della città.
Angelica trasse le chiavi dal fedele zainetto ed aprì il portone: il suo appartamento era al secondo piano. Un appartamento carino, come in tante case a Venezia seguiva una geometria un po' strana: la portava dava sul salottino, separato dalla cucina da un arco in pietra. Proprio sul salottino, arredato con una libreria, un mobile per la televisione e un bel divano, dalla parte opposta all'entrata, c'era la zona notte (due camere doppie, con un bagno e nulla più), rialzata di tre gradini, proprio come da me.
Andammo subito in cucina e ci mettemmo ai fornelli: il frigo era piuttosto vuoto ma il nostro sugo non necessitava di tante cose. Mentre Angelica preparava la piccola tavola in cui loro quattro erano senz'altro un po' strette, io buttavo giù la pasta. Ci fu il tempo per scambiarsi un breve bacio, poi tornammo a controllare la cottura, a tagliare il pane e a cercare qualcosa che facesse da antipasto…
"Un giorno o l'altro ti inviterò anche a casa mia e ti farò qualcosa di speciale" proposi io per il futuro.
"Sei anche un cuoco provetto?".
"Nella vita da “scapoli”" dissi io scherzando "bisogna saper far tutto: dal cucinare allo stirare!".
"Non torni a casa nei week-end?" mi chiese lei un po' stupita.
"Preferisco rimanere qui, ma ogni tanto torno a casa per rivedere i miei".
"Ma veramente ti arrangi per tutto?" mi chiese ancor più stupita. Io le sorrisi un po' sorpreso da questo atteggiamento: vivevo da solo, per cui davo per scontato di essere autonomo su tutti i fronti, comprese le varie faccende domestiche.
"Certo! Come potrei fare altrimenti?".
"Sei proprio pieno di risorse!" esclamò lei.
Ringraziai garbatamente per il complimento ed assaggiai la pasta: "Ancora un minuto ed è pronta!".
"Faccio a tempo ad andare a cambiarmi?"
"Sì, se ti sbrighi".
Così sparì in camera e io mi misi a scolare la pasta, dividendola nei piatti e condendola con il famoso aglio, olio e peperoncino. Non potei fare a meno di assaggiarla: il più classico dei sughi mi mancava da un po', comunque sempre eccezionale nella sua semplicità.
Arrivò proprio nel momento in cui stavo mettendo i piatti in tavola: alzai gli occhi e un po' rimasi di sasso vedendola. Era davvero stupenda vestita così!
Le sue belle gambe erano lasciate scoperte da un paio di shorts grigi, mentre una maglia bianca le era letteralmente incollata alla pelle, così aderente da far spiccare chiaramente il reggiseno che aveva indossato.
"Che c'è?" mi chiese fingendo noncuranza.
"Sei molto sexy così…" le dissi mentre ancora la ammiravo.
"Grazie" mi sorrise con un po' di civetteria e si sedette a tavola mentre la guardavo estasiato.
"Buona!" esclamò dopo aver assaggiato.
"Sarà che abbiamo fame ed è tardi…".
"No, dai, davvero! Magari una volta invece ti invito a fare il cuoco anche per le mie amiche".
"Volentieri se sono così disponibili come te stasera" scherzai io.
Lei mi appoggiò una mano sulla coscia, al che io sussultai sulla sedia:
"Per quello non credo, ci penserò io… Anzi, appena finiamo qui ti darò una dimostrazione che ti farà dimenticare completamente delle mie amiche".
Mi sorprendeva sempre più quella ragazza, ora quasi timida e schiva, un momento dopo sfrontata e audace… Però mi piaceva tutto ciò, soprattutto quando mi faceva promesse di quel genere…
Comunque continuammo a mangiare come se nulla fosse, chiacchierando e dando fondo non solo alla pentola, ma anche al resto del contenuto (scarso a dire la verità) del frigorifero.
"Domani non avrai niente da mangiare: è Ferragosto".
"Pazienza, mi farò invitare da qualcuno" rispose vagamente.
"Vuoi venire da me? Ti farò provare la mia cucina come ti dicevo poco fa" mi offrii cortesemente.
Lei mi afferrò il polso e mi guardò con uno sguardo intenso da tigre che quasi mi raggelò: "Va bene, però pensiamo intanto a venire da me oggi…".
Ridemmo alla battuta e ci alzammo a sparecchiare, io forse un po' emozionato dal fatto che di lì a poco avremmo scopato per la prima volta assieme e che lei ne parlasse tanto apertamente, come una cosa normalissima.
"Lascia lì" mi disse per evitare che solo pensassi di lavare i piatti mentre li riponevo nel lavello e si diresse nel soggiorno. La seguii e ci sedemmo sull'ampio divano, accendendo la televisione per fare un po' di zapping, mentre stavamo fianco a fianco e prendevamo confidenza. Qualche furtiva carezza, un bacetto per infiammare gradualmente la passione fino ad un abbraccio particolarmente stretto al quale lei abbandonò il telecomando con disinteresse.
Mentre ci baciavamo scesi con la mano lungo i suoi fianchi fino al suo sederino perfetto e le carezzai le natiche attraverso gli shorts: erano due tondi perfetti e sodi, tutti da toccare.
Angelica allora per infuocare ancor più la situazione cominciò a strusciarsi su di me proprio come un gatta, una sensualissima gatta in vena di effusioni.
Con vari strusciamenti arrivò a salirmi a cavalcioni sulle cosce, stando così col busto eretto proprio davanti a me continuando a baciarmi dopo essersi buttata all'indietro, sulla schiena, i suoi lunghi capelli. Io nel frattempo le stringevo ancora il culetto con entrambe le mani: era così invitante che non riuscivo a staccarmene.
I suoi fianchi si muovevano sapientemente, sentivo il suo sesso, pur ancora coperto, stuzzicarmi il membro in maniera sublime, era un seduttrice nata, non avrei potuto reggere a lungo quella carezza irresistibile.
Si fermò guardandomi negli occhi e strappando alla mia bocca le sue labbra carnose e sensuali: con movimenti lenti si sollevò la maglia sfilandosela dalle spalle e mostrandomi il suo bel seno alto coperto solo da un sexy reggiseno nero. E attraverso il pizzo potevo scorgere i suoi capezzoli fare capolino maliziosamente…
Abbassai la testa su di lei per baciarle la parte alta del seno lasciata scoperta dall'indumento mentre le mie mani risalivano lungo i fianchi fino ad arrivare alle sue giovani rotondità. Glieli cinsi delicatamente sentendone la consistenza sotto le dita e godendo di quel meraviglioso contatto.
Continuai così per qualche istante, fin tanto che non rialzai la testa tornando a cercare la sua bocca: volevo ancora sentire il guizzare nella mia la sua lingua, il sapore delicato delle sue labbra, il fuoco dei suoi baci…
Così, mentre ci stringevamo, presi a giocherellare col suo reggiseno sulla schiena, arrivando presto al gancio, che non mi ci volle molto a sganciare. Subito dopo lo lasciai e lei si scostò un attimo da me: mi fissò ancora sensualmente negli occhi e, con estrema lentezza, si abbassò le spalline sulle braccia e poi se lo tolse, mostrandomi il suo delizioso seno finalmente nudo, con i capezzoli piccoli e chiari decisamente eretti.
Sorrise ancora con aria di sufficienza, come se già lo sapesse che la mia mossa successiva sarebbe stata quella, quando mi buttai con la bocca su quelle straordinarie punte: d'altra parte come potevo resistere a quei capezzoli che tanto mi attiravano? Li baciai e li leccai a lungo, stuzzicandoli al punto da strapparle un breve sospiro di piacere: indubbiamente anche lei cominciava ad essere piuttosto eccitata… Sentivo infatti ancora il suo bacino muoversi appena contro la mia erezione, cercandola insistentemente: stavolta però non era più il movimento sensuale e provocatorio di qualche minuto prima, ma qualcosa di molto più sincero, sembrava fosse il suo stesso corpo a esternare il desiderio.
Mentre giocava con la mia bocca sui suoi seni le sue mani si diedero da fare rapidamente e, facendomi rialzare dal suo corpo statuario, mi spogliò facendomi rimanere a torso nudo. Stavolta fu lei, e la cosa mi sorprese e mi eccitò non poco, a tuffarsi sui miei capezzoli, a passarci sopra prima le dita e poi la lingua, mentre i suoi occhi stupendi mi fissavano in maniera provocatoria, voleva eccitarmi fino allo spasmo quella ragazza! Finché lo faceva non potei fare a meno di toccare ancora i suoi seni, ora protesi verso il basso: mi riempivano perfettamente le mani, non mi sarei mai stancato di toccarli!
"Non posso più aspettare" mi disse a fior di labbra e poi si lanciò in un altro bacio appassionato che ci fece lentamente rotolare giù dal divano quasi senza che ce ne accorgessimo. O comunque senza che la cosa che interessasse più di tanto, anzi, per niente. Eravamo ora a terra sul tappeto e lei si affrettò a togliersi contemporaneamente shorts e mutandine, facendone un fagotto che lasciò lì da una parte: quando me ne resi conto, sempre baciandosi con ardore, scesi con una mano lungo il suo corpo fin giù fra le sue cosce. Sfiorai il suo lieve cespuglio vellutato, passandomi i riccioli fra le dita e avanzando millimetro dopo millimetro verso il suo scrigno: prima di entrare sfiorai le labbra tutt'attorno, intuendo già che fremeva d'eccitazione. Quando finalmente le mie dita penetrarono la fessura trovarono una calda ed umida stretta e non faticarono a scivolare in profondità, tanto era bagnata.
Angelica sussultò lievemente e  si contrasse, attendendo la mia carezza sul clitoride: l'accontentai e godetti anch'io del suo piacere. L'abbandonai quindi sul tappeto e decisi di regalarle qualcosa di più di una semplice carezza, desideravo provasse quel piacere che aveva regalato a me quella sera, portarla all'orgasmo in maniera sublime… Mi posizionai in mezzo alle sue gambe e mi piegai verso le sue cosce, lambendola sull'inguine con la lingua, baciandola qua e là, nella piega in cui finivano le cosce, intorno al cespuglietto serico. Angelica gradì la cosa ma spalancò le gambe indicandomi chiaramente cosa desiderava: la lascia fremere ancora qualche minuto prima di concederle ciò che voleva, e nel frattempo le mie labbra e la mia lingua non smisero di stuzzicarla.
Alla fine la punta della lingua passò sulle labbra e sulla fessura, prima solo lambendola due o tre volte, poi più in profondità, cercando il clitoride che stuzzicai a lungo, mentre lei gemeva e mugolava dal piacere, inarcando la schiena e offrendosi completamente e pienamente a me. Quasi per paura che mi staccassi abbandonandola proprio in quel momento topico mi passò le gambe sulle spalle, trattenendomi a forza lì, anche se volendo avrei potuto facilmente liberarmi. Solo che non lo volevo, l'unica cosa che volevo in quel momento era di sentire il suo orgasmo fluire nella mia bocca e udire i suoi mugolii di piacere. E tutto ciò non tardò ad arrivare, ormai era un po' che anche lei tratteneva il suo desiderio: io avevo potuto sfogarmi tornando con il traghetto, mentre lei ancora no, almeno non completamente… Fu meraviglioso sentirla ansimare dal piacere, mugolare parole sconnesse e senza senso mentre contemporaneamente mi stringeva a sé incrociando le gambe sulla mia schiena e facendomi sentire la pressione dei suoi polpacci e dei suoi talloni.
Appena venne mi staccai da lei e dalla sua vagina, che sapeva di pulito e di femmina eccitata, una fragranza che non ha uguali al mondo. Volevo immediatamente ricominciare a eccitarla e a darle piacere, perché fosse una serata indimenticabile non solo per me, ma anche per lei. Mi sbottonai i pantaloni e li abbassai insieme alle mutande fino ai polpacci, poi avanzai un po', sempre stando inginocchiato, finché il mio cazzo eretto non fu all'altezza della sua vagina. Le sollevai i fianchi passandole le mani sotto le natiche e puntai il mio pene verso la sua vagina ancora pulsante per l'orgasmo: lentamente penetrai in lei e presi a muovermi sinuosamente, senza alcuna fretta, sempre tenendola sollevata. Presto lei assecondò il mio ritmo e cinse le gambe attorno a me, tanto che potei lasciarla e le mie mani andarono a carezzarla sul ventre e poi su verso i seni. Solo allora aprì gli occhi, e pur ancora respirando con un po' d'affanno, mi sorrise apertamente lasciando intendere che le era piaciuto quanto le avevo fatto provare poco prima e che era contenta che stessimo facendo l'amore.
Lasciò che fossi io a condurre il tutto per qualche minuto, mentre riprendeva fiato e forze e si godeva il piacere della penetrazione, poi si sollevò sui gomiti e appoggiò i piedi al tappeto: non mi aspettavo questa iniziativa e in un attimo mi trovai quasi in completa sua balia. Si muoveva su di me con esperienza, quasi avessimo fatto sempre l'amore insieme, regalandomi sensazioni imprevedibili: la sua vagina mi accoglieva fino dove potevo arrivare per poi rilasciarmi quasi completamente e lei guidava il tutto magistralmente. Poi mi chiese di tirarla a me: afferrai le sue mani e in un attimo fu fra le mie braccia, senza però che smettesse di muoversi su di me. La baciai mentre sentivo il suo seno contro il mio petto, i capezzoli eretti premere contro la mia pelle. Mi trovavo all'improvviso a stretto contatto con lei, completamente pelle contro pelle, il mio sesso nel suo, le nostre bocche fuse in un bacio appassionato in cui le lingue si cercavano furiosamente. Le nostre mani sfioravano quasi simultaneamente la schiena dell'altro: fu lei la prima a scendere sul mio sedere e stringerlo con decisione verso di sì, come se anelasse una penetrazione ancora più profonda. Fu un brivido di delizia che mi percorse tutta la colonna vertebrale, dal collo fin giù dove le mi teneva con le mani… Come se non bastasse, sentii le sue dita andarmi a sfiorare l'ano e poi a stringermi i testicoli delicatamente, ancora sul mio buchetto, cercando di entrarvi piano. Smise subito, ma la cosa mi eccitò terribilmente e un po' anche mi sconvolse, non mi era mai successo niente del genere e dovetti ammettere che mi piaceva.
La guardai, nel frattempo si era staccata dalla mia bocca per essere più libera nei movimenti: mi sorrise innocentemente, come se nulla fosse successo, come se fosse stato uno scherzetto di nessun conto.
"Ti è piaciuto?" mi chiese solamente mentre continuava a muoversi su di me.
"Sì… non so… è strano…" farfugliai confusamente io, senza ben capire cosa intendesse.
"Anche a me piace…" mi disse a sua volta, senza far tanto caso al mio sconvolgimento.
"Mi piacerebbe fossi tu a farmelo".
Il mio pene ebbe un guizzo nella sua vagina, che mi sembrò lo stringesse ancor più al suo interno: sentii una scarica elettrica di piacere partire dal mio glande e diffondersi in tutto il mio inguine. Era una ragazza incredibile, eccitante e sfrontata, veramente unica!
Ora mi guardava decisa e io incerto andai a soddisfare la sua richiesta, passando le mani sulle sue natiche e poi in mezzo nel solco che le divideva, cercando il suo buchetto. Lo sfiorai appena, poi un dito lo forzò lentamente e mi ritrovai con la punta dentro il suo culetto. E lei ancora sorrideva…
"Ti piace?" chiesi cercando di scrollarmi di dosso lo stupore e quel po' di imbarazzo che mi aveva dato la sua richiesta così esplicita.
"Sì, è eccitante".
"Posso provare a entrare un po' di più?".
Lei annuì solamente e io entrai più in profondità, millimetro dopo millimetro mi trovai con il dito quasi del tutto dentro di lei, o almeno fin dove potevo entrare.
Il suo bacino cambiò ritmo, diventò molto più sinuoso e anche provocante: non solo si muoveva in modo di farmi entrare e uscire sensualmente dalla sua vagina ma faceva sì che il mio dito la stuzzicasse dentro di lei. Le mie stoccate si fecero sempre più lunghe e profonde: mi sembrava durassero ognuna un'eternità, entravo fino in fondo a lei e mi ritraevo fin quasi a scivolare completamente fuori. E così avvenne dopo un po', forse era stata lei a volerlo, forse un caso. Comunque Angelica si sedette sulla mie cosce, appoggiandosi con il ventre contro il mio cazzo umido dei suoi succhi.
"No, no continua comunque a muoverti col dito!" mi pregò e io la accontentai riprendendo a masturbarle il culetto. Provavo un certo piacere nel fare quell'inconsueto movimento, almeno nell'ano di una ragazza…
"Ti piace tanto?".
"Sì, a volte mi ci vuole proprio un diversivo…".
"Ah, questo sono, un diversivo" dissi scherzando.
"Stupido" controbatté solamente lei andando ad afferrarmi il pene con una mano.
"Sai che sei qualcosa in più! E ora te lo mostrerò" disse facendomi l'occhiolino e movendo lentamente la mano sulla mia asta, quasi temesse si riafflosciasse se non l'avesse stimolata.
"Vorresti di nuovo venire qui, sul mio pancino?" mi chiese ma non mi lasciò il tempo di proferir parola.
"No, sicuramente no, meriti qualcosa di più" e si rialzò quasi di scattò, facendomi sfilare il dito dal suo ano ma tenendo sempre la mano stretta attorno al mio pene.
"Ma non ti sei nemmeno tolto i pantaloni e le scarpe! Spogliati e poi ricominciamo!" mi disse abbassandosi poi a baciarmi la punta.
Mentre terminavo di spogliarmi non mi accorsi come andava a mettersi e, quando fui pronto, me la ritrovai a carponi sul tappeto, che sculettava provocante. Andai a posizionarmi contro di lei e sentii la sua mano afferrarmelo e guidarmi nuovamente dentro la sua vagina.
Stava ancora danzando su di me, con le movenze eleganti di una ballerina, inginocchiata sui talloni (come del resto ero anch'io) e appoggiata sui gomiti. Non mi guardava, però credo ben sapesse quale espressione inebetita avessi sul volto.
Le mie mani rapidamente le cercarono i seni alti, non grossissimi ma certamente eccitantissimi per la loro perfetta forma e proporzionalità al suo corpo atletico: i suoi fianchi danzavano velocemente, avanti e indietro, stimolandomi alla follia senza sosta, non potevo resistere a lungo e lei lo sapeva, forse voleva proprio quello, desiderava di sentirmi sprizzare in lei il seme. Il ritmo era ormai sostenuto, avrei voluto rallentasse per riprender fiato un po' e continuare a lungo a fare l'amore, ma pareva non fosse quella la sua intenzione. Per di più la mia testa era preda dell'incredibile piacere che riusciva a regalarmi e fu solo con un piccolo, residuo barlume di lucidità che le dissi: "Angelica, non posso resistere a lungo così…".
"Vieni, voglio sentirti godere in me!" mi incoraggiò e io allora mi abbandonai completamente al godimento, lasciando da parte ogni briciola di razionalità residua.
"Sì, continua così, sei fantastica!" esclamai stringendole ancor più le tette e incrementando anch'io il ritmo dell'amplesso. Sentivo i suoi muscoli avvolgermi l'asta e stringersi su di essa, la sua vagina agguantarmi perfettamente: mi sembrava di essere lì lì per prendere il volo, sentivo una sensazione fortissima di potenza dentro di me.
E poi in pochissimi secondi ecco il piacere esplodere, sentivo il mio pene schizzare lo sperma dentro di lei e tutto il resto annichilirsi, l'orgasmo che mi divorava sempre più a ogni ondata, stava staccandomi completamente dalla realtà, non ero più nemmeno sicuro che ci fosse lei.
Aprii gli occhi mugolando per il piacere senza accorgermene e invece lei era ancora lì, vedevo la sua schiena perfetta, i suoi capelli chiari e fui contento di poter condividere con quella creatura veramente unica un piacere così intenso. La carezzai ovunque potessero arrivare le mie mani, lentamente e dolcemente, volevo che comprendesse quanto mi aveva fatto godere, quanto in quel momento desideravo stare insieme a lei a coccolarsi, a scambiarsi delle dolci effusioni. Stando sempre inginocchiata davanti a me, Angelica girò la testa e mi sorrise leggiadra: era di una bellezza unica, e allo stesso tempo era così comprensiva e amorevole. Sicuramente quella non era la posizione più comoda del mondo per lei, ma aveva capito l'intensità del mio orgasmo e che avevo bisogno di ancora qualche minuto per riprendermi.
Feci questo pensiero e decisi di non gravarle ulteriormente: mi ritrassi da lei, che si girò, guardandomi quasi divertita fra le gambe. Abbassai anch'io lo sguardo là e vidi il mio pene non del tutto afflosciato, ma ancora con una certa rigidità: evidentemente non ne aveva avuto abbastanza ancora, nonostante fossero stati due orgasmi particolarmente intensi che normalmente mi avrebbero più che soddisfatto. Ma quella era una serata speciale, lei era una ragazza speciale.
"Che ne dici se andiamo ad approfittare della comodità del mio letto?" mi chiese quasi divertita dal fatto che avessimo preferito al materasso il pavimento.
"Va bene" non mi restò che rispondere seguendola e ammirandone ancora una volta il corpo nudo.
Sprofondammo nel suo letto dopo aver scostato le lenzuola, cercandoci subito con un misto fra desiderio e tenerezza, ci baciammo a lungo, senza frenesia o impazienza, quasi pigramente. Restammo a lungo a coccolarci a vicenda, a sfiorarci piano la pelle senza malizia ma con molta naturalezza. Era davvero bello ritrovarsi con una donna come lei fra le braccia, capace di stuzzicare i più reconditi desideri ma allo stesso tempo una tenerezza sconfinata: mi piaceva proprio questa sua, per così dire, versatilità.
Non mi stupì quasi quando la sua mano scese lungo il mio corpo fino a insinuarsi fra le mie gambe, a carezzarmi e a giocherellare con i peli del mio pube. Non ci volle molto perché l'erezione tornasse rigogliosa come una mezz'ora prima, innalzandosi poderosa in tutta la sua lunghezza: e allora lei cinse la mano intorno all'asta, movendola appena in una lentissima masturbazione. Avrei voluto continuasse fino a venirle in mano, non desideravo altro in quel momento, ma lei smise quasi per provocarmi, staccò le labbra dalle mie e guardandomi fisso negli occhi, sorridendo, mi chiese a bruciapelo:
"Mi piacerebbe proprio mi baciassi là sotto…".
Come potevo risponderle di no, oppure far finta di niente? Una richiesta così esplicita mi invogliava ancor più a farlo, e già di per sé era una cosa che mi piaceva parecchio. Lei si stese sulla schiena, appoggiandola al cuscino e scostò leggermente le gambe: io mi ci tuffai letteralmente, leccandola a fondo fra le sue pieghe e dedicandomi assiduamente al suo clitoride turgido. Angelica mugolava di piacere, immagino che quel tipo di sollecitazione le piacesse parecchio, se non addirittura che fosse la sua preferita.
Stavolta non le permisi però di venire, pur continuando a stuzzicarla a lungo, per molti minuti, variando continuamente, passando da lunghe leccate a più veloci movimenti, fino a infilarle dentro due dita. Volevo fosse un orgasmo diverso dal precedente, che provasse sensazioni analoghe alle mie mentre facevamo l'amore: sì desideravo proprio venisse mentre i nostri corpi erano fusi in un abbraccio unico. Mi stesi su di lei, il mio sesso congestionato a cercare il suo: sentii la sua morbidezza avvolgermi in un abbraccio estatico e presi a muovermi in lei.
Angelica, evidentemente poco lontano dall'orgasmo, allargò subito le gambe gemendo piacevolmente e socchiudendo gli occhi al piacere che le procurava il mio organo dentro la sua vellutata vagina: cercavo di muovermi lentamente, in modo che potesse gustarsi ogni secondo di quell'amplesso delizioso.
In pochissimi istanti riuscimmo a raggiungere la stessa lunghezza d'onda, una sincronia che poche altre volte ero riuscito sperimentare alla prima volta che facevo l'amore con una ragazza: intuivo cosa desiderava, come preferiva che mi muovessi e lo stesso era per lei. Così quando sentii le sue cosce stringersi intorno ai miei fianchi compresi che era ormai alle soglie dell'esplosione di piacere che intendevo regalarle: affondai fino in fondo, stuzzicandole contemporaneamente i capezzoli fra le dita e baciandola sulla bocca.
Quando l'orgasmo finalmente la travolse fu costretta a staccarsi da me per la necessità di riprender fiato e quasi urlare il suo godimento, con rantoli più che mai eccitanti per le mie orecchie. Nonostante lei si abbandonò per un attimo, sfinita, sul letto, io continuai a muovermi dentro di lei, delicatamente per non infastidirla, ma comunque senza mai fermarmi. Ero deciso a riportarla alla situazione in cui dovesse quasi gridare per il piacere anche a costo di farlo lentamente, anche a scapito del mio piacere.
"Per favore basta, ho goduto troppo" sussurrò stancamente, ancora con gli occhi chiusi.
"Non è mai troppo" risposi io di rimando continuando a penetrarla lentamente.
Lei riaprì gli occhi e vi lessi un lampo di malizia e mi sorrise contenta della mia risposta e del fatto che continuassi a fare l'amore con lei. Non capivo se l'aveva detto per mettermi alla prova o se davvero la rianimasse il fatto che le avessi risposto così.
Comunque lei cambiò posizione, piegò le gambe e le tirò a sé: a me sembrò di poter penetrarla ancor più a fondo e mi inginocchiai sul materasso. Senz'altro era stuzzicante prenderla così, mi dava l'idea di avere il completo dominio su di lei, anche se il suo sorrisetto complice sulle labbra confermava che si trattava solo di un'impressione. Non continuammo poi però a lungo così, probabilmente per Angelica non era il massimo della comodità, anche se le sue gambe atletiche erano probabilmente allenate a situazioni in cui tutti i muscoli erano contratti. Mi ritrassi da lei, rimanendo inginocchiato andai ad appoggiarmi col mio sedere sui talloni. Angelica si rialzò e si mise a gattoni, avanzando lentamente verso di me fino a prendermelo in bocca: me lo leccò per un po', poi prese a succhiarlo. Era qualcosa di sublime come riuscisse a stimolarmi con la bocca, magari sarei venuto proprio lì, sarebbe stato favoloso… Ma non ora, era sempre deciso a farla godere ancora, a tornare a penetrarla come poco prima, a farla gemere per il piacere intenso.
Le sfiorai capelli, carezzandogli lentamente scendendo via sul suo viso intento sul mio sesso, le mie dita sulle sue guance… Fu qualcosa di estremamente dolce e tenero, per nulla frenetico e volgare, come del resto non poteva che essere quella sua attenzione di estrema affettuosità nei miei confronti: voler baciare e accarezzare così intimamente il mio sesso, il centro nevralgico del mio piacere, prendendolo nella sua bocca.
Il suo sguardo incrociò il mio e mi sorrise con gli occhi, stavolta senza alcuna malizia o doppio senso, ma con tutta il sentimento che si era creato quella sera fra noi due.
"Grazie Angelica, sei fantastica…" le sussurrai quasi nell'orecchio mentre ancora le carezzavo il viso e il collo nella maniera più delicata di cui fosse capace. Lei allora si lasciò scivolare fra le labbra la mia asta in un attimo di estrema delizia, sentii un brivido di piacere percorrermi dalla punta del pene fin tutta la colonna vertebrale e, come se ciò non bastasse, subito dopo le sue labbra si posarono per un bacio sulla mia zona più sensibile, propria sulla punta, dove il glande andava a fondersi con il membro. Poi andò a baciarmi sul ventre, appena sopra il vello del pelo pubico e, bacio dopo bacio, in un crescendo di sensualità, le sue labbra andarono a posarsi sul mio collo mentre io rimanevo immobile a subire il suo sottile gioco di leziosità. Infine le sue morbide labbra tornarono a lambire le mie, sfiorandole in un dolce bacio che non durò che qualche secondo durante il quale ebbi comunque modo di costatare il suo sapore leggermente aspro, diverso dal solito. Fu forse quella stranezza, raramente sperimentata, oppure il fatto che il mio cazzo eretto fu prima sfiorato dalle sue rotondità e poi schiacciato contro il suo ventre, ma mi sentivo più eccitato che mai.
Scambiandoci qualche bacio leggero e svelto, sfiorandoci con le mani godendo del contatto delle mie dita con la sua morbida e liscia pelle, andammo finalmente a sdraiarci sul materasso, anche perché l'amplesso ci aveva spossati un po' e allo stesso tempo ricoperti di un lieve velo di sudore.
Nello stretto letto che solitamente accoglieva una persona ci trovammo fianco a fianco, praticamente a diretto contatto, i miei occhi che si perdevano nei suoi, le nostre bocche quasi incollate, i corpi che si sfioravano vogliosi di riprendere quanto poco prima interrotto. La posizione ravvicinata ci aiutò a provare nuovamente un desiderio quasi spasmodico per il partner che cercammo di accrescere e far lievitare sempre più, trattenendoci da qualcosa di più diretto che il lieve sussulto che aveva la mia asta eretta sul suo ventre piatto e perfetto.
Le mie dita scesero lungo la dolce curva del suo fianco, fin dove si restringeva nella sua vita sottile e oltre, ove si allargava nel suo armonioso culetto. Come poco prima andai a stuzzicarla proprio là, dapprima solamente con una carezza sui glutei tondi, quindi più maliziosamente lungo la fessura che li divideva, dove terminava la spina dorsale e più in basso… Nuovamente le mie dita giocherellarono col suo buchetto, stuzzicandolo ma senza tentare di entrare pur ben sapendo che era una cosa gradita per lei.
Angelica, quasi cogliendo al volo l'occasione, si staccò all'improvviso da me senza lasciarmi né il modo né il tempo di reclamare e si girò volgendomi le spalle. Ci accoccolammo l'una contro l'altro così, prendendo a coccolarci affettuosamente mentre la sua schiena nuda e sensuale aderiva contro il mio petto. E soprattutto, cosa che ben più mi sconvolgeva e mi turbava piacevolmente, il suo culetto sodo e tondo gravava sulla mia erezione sempre vigorosa.
Nonostante fossi in uno stato di arrappamento, la situazione e la posizione mi suggerì nei confronti di Angelica carezze meno audaci ma più affettuose, cingendole le spalle con il mio abbraccio. Lei evidentemente gradì e ciò mi aiutò a passare da una situazione di eccitazione repressa mista a un pizzico di delusione a uno stato interiore più propenso a uno scambio di coccole.
Restammo così per un po', senza nemmeno parlaci, toccandoci in modo quasi innocente con carezze vellutate e confidenziali.
"Hai ancora voglia di fare l'amore?" mi chiese a bruciapelo, quando meno me l'aspettavo, dopo qualche minuto.
Io risi, vinto l'iniziale stupore:
"Ne ho sempre… E tu?" indagai per sondare un po' il terreno in materia. Avrei ripreso più che volentieri, ma alla sola condizione che anche lei lo desiderasse. Furono attimi in cui non mi auguravo altro che una sua risposta affermativa, ma attesi inutilmente questa sua risposta. Lei infatti non parlò ma solamente allungò una mano dietro di lei cercando il mio sesso: lo trovò ancora semiduro, non del tutto afflosciato, ma presto si riebbe fra le sue dita.
Ci vollero poche manciate di secondi delle sue carezze perché si riavesse nella sua pienezza: allora lei ridacchiò divertita dalla facilità con cui riusciva a farlo e prese a giocherellare malignamente strusciandomi la punta fra le sue natiche. La lascia fare per un po', quindi anch'io presi a toccarla nuovamente: le mie dita cercarono i capezzoli e li titillarono a lungo, anche dopo che erano tornati ad essere due dure punte.
Scesi con una mano in basso, carezzandole amorevolmente via via i seni, il ventre, l'ombelico fino al suo ciuffetto morbido e serico. I miei polpastrelli scompigliarono un po' il suo pelo leggero per andare a cercare la sua calda fessura: le sfiorai ancora le labbra, con l'indice entrai nel suo scrigno mentre le sue dita si chiudevano delicate sulla pelle sensibile del mio glande.
Era una cosa che non provavo da tempo, quella di masturbarsi a vicenda in una situazione così, entrambi nudi, stretti l'uno addosso all'altro in un letto, un gesto molto confidenziale e allo stesso tempo anche erotico e stimolante. Anche perché Angelica era quel tipo di ragazza che forse non avevo mai trovato: disinibita ma allo stesso per niente volgare, passionale ma per questo non ninfomane. Sembrava in tutto e per tutto la classica brava ragazza, e infatti lo era, ma in situazioni così intime diventava molto focosa… Certo, avevo già sperimentato questo aspetto in una donna, ed era una cosa che apprezzava molto, ma nessuna era mai riuscito a celarlo così bene nella vita per così dire normale.
Le sue dita continuarono a serrarsi intorno al mio sesso, stuzzicandolo deliziosamente e guidandolo dove esattamente dove voleva lei. Sobbalzai quasi dal piacere quando sentii il mio glande strofinarsi nel solco delle sue natiche, credei di impazzire quando accarezzò il suo buchino posteriore. E ancora avanti, verso le sue labbra grevi di eccitazione sulle quali invece si libravano le mie dita. Per un attimo le nostre mani quasi si incrociarono, mentre lei indirizzava la mia asta verso la sua vagina: a questo punto avevo ben chiaro cosa volesse cosicché l'assecondai con una lieve e lenta spinta dei fianchi. Il mio pene penetrò in lei e allo stesso tempo carezzò il mio dito con cui non smettevo di stuzzicarla: lo stesso fece lei, titillandomi i testicoli e la base del membro.
Iniziammo a fare l'amore così, con i nostri sessi ma anche con le nostre mani che erano lì a toccare, sondare e stuzzicare in maniera pressoché irresistibile. E anche se il ritmo era blando e lento provavo intense scosse di piacere dal quel modo particolare di fare l'amore, senza poterla guardare negli occhi, senza poter vedere il suo corpo nudo se non per le spalle e la testa girata dall'altra parte.
Volle anche lei entrare con un dito nella sua vagina, che così fu più piena che mai: il mio cazzo che si muoveva lentamente, avanti e indietro, il mio dito a sfiorarle il clitoride e ora anche il suo a solleticarmi irresistibilmente. Mugolò quasi silenziosamente e io mi rialzai a baciarla sul collo e poi sulla guancia, sbirciando la smorfia di piacere che aveva dipinto sul volto che mi eccitò ancor più. Cercai di entrare in lei anche con un altro dito, ma lei si lamentò, probabilmente la cosa le procurava realmente dolore, o forse era più che altro paura; comunque desistetti dall'idea e tolsi la mano per andarla a carezzare sul resto del corpo… Sulle gambe raccolte, sulle sue cosce perfette, sul suo ventre seducente, lasciandole sulla pelle la scia di leggera umidità che il mio dito aveva raccolto dentro di lei.
Chissà se le piaceva la cosa, se la eccitava. Me lo chiesi solo perché a me eccitava non poco, non avevo idea se poteva risultarle gradita, così riprovai per sondare una sua reazione. E ancora affondai con un dito in lei, le stimolai per qualche secondo il clitoride e poi tornai a passarlo sulla sua pelle liscia, tracciando una linea che andava dal suo ombelico in su, verso i seni passando proprio in mezzo ad essi fino a sentire il duro osso dello sterno sotto il mio polpastrello. Quando intinsi di nuovo dentro di lei, Angelica mi chiese, fra il curioso e il divertito, pur con una sottile e velata nota di disappunto:
"Fin dove pensi di arrivare?".
"Tu che ne dici? Ti piacerebbe salissi ancora un po'?".
"Non lo so…" mormorò lei incerta, forse attirata da quella prospettiva, anche se non completamente.
Non restava che provare, cosicché di nuovo andai a toccarla, con il dito bagnato dei suoi succhi, stavolta ancora più in alto, sulla sua gola, sfiorandole poi la linea della mandibola per andare a attirarla a qualcosa in più. Lei però si limitò a mugolare ancora incerto, non so se le sarebbe piaciuto il passo successivo che avevo in mente, del resto raramente avevo incontrato una ragazza tanto sfrontata da essere disposta ad assaggiare i suoi succhi e un rifiuto era per me una cosa ben comprensibile, dal momento che non ero certo sicuro di riuscir fare altrettanto io stesso.
Tornai a toccarla mentre ora la penetravo più lentamente, quasi più interessato al gioco erotico che era in atto fra noi due. Stavolta indugiai più a lungo dentro di lei, la masturbai lentamente, cambiando spesso la maniera in cui la toccavo mentre la sentivo mugolare più eccitata che mai e questo non faceva che rinvigorire anche la mia erezione. Con l'altra mano le sfiorai ancora il buchetto posteriore, giocherellandoci audacemente fino a penetrare ancora un po': lo trovai estremamente disponibile e mi accolse facilmente la punta del dito. A quel punto decisi che era venuto il momento di provare: salii con il dito e lo appoggiai stavolta nel piccolo solco fra mento e labbra. Lei non disse niente, né protestò né mi incoraggiò: però il respiro trafelato che sentivo partire dalla sua bocca socchiusa mi diede l'ultimo sprone. Appoggiai così il mio indice sulle sue labbra e le percorsi lentamente lungo il contorno.
A quel punto provai anch'io un fremito di intensa eccitazione quando sentii il guizzo della sua lingua che veniva a catturarmi il dito che risucchiò un attimo dopo nella sua bocca, leccandolo con voluttuosità. Impazzii di piacere con lei e ripresi a scoparla a ritmo sostenuto, senza posa, unendo al mio movimento quello dell'indice della mano sinistra nel suo culetto, mentre la sentivo masturbarsi furiosamente il clitoride all'unisono con me. Furono attimi di intensa frenesia sessuale in cui rincorremmo insieme il culmine del piacere e, sempre insieme, esplodemmo in un orgasmo indimenticabile per durata e intensità. Nonostante fossi già venuto altre due volte quella sera sentivo lo sperma sparato dentro la sua vagina come mai nella mia vita, o almeno come non ricordavo essere mai accaduto. Urlai addirittura di piacere mentre lei non solo succhiava impetuosamente il mio dito ma addirittura vi affondava i denti senza peraltro io potessi provare dolore: tutto era piacere in quel momento. Si irrigidì con me mentre godevamo: a quel punto mollò il mio dito e anche lei si lasciò andare in un urlo liberatorio…
Ci vollero alcuni minuti in cui i nostri respiri affannosi poterono tornare, se non alla normalità, almeno ad un ritmo accettabile, prima che cominciassimo a riprenderci. Non parlammo, semplicemente io guardavo lei, nuda e ancora allacciata a me, con la pelle sudata per lo sforzo, e lei guardava le lenzuola davanti a sé e il mio braccio che ancora era proteso di fronte ai suoi occhi.
"Se mi scopi così perché ti ho leccato un dito che ha messo dentro di me, giuro che la prossima volta ti lecco il cazzo dopo che mi hai penetrata…" disse quando il suo pensiero tornò su questo mondo, riacquistando un minimo di quella lucidità che in quei lunghi momenti di estasi era andata a farsi un giro da qualche parte.
Ridemmo insieme alla sua battuta e ci baciammo soddisfatti entrambi. Restammo a lungo a coccolarci e a toccarci ormai senza più il desiderio di prima, che era stato in parte soddisfatto. Il mio pene scivolò infine fuori dal suo corpo, ormai ammosciato e stanco, mentre, come potei verificare toccandola là, dalla sua vagina iniziava a fuoriuscire un po' del mio sperma.
"Per fortuna prendo la pillola da un po'" mi disse ricordando quale rischio potevamo correre. Non ci avevo minimamente pensato, preso com'ero dalla passione e dalla voglia, per fortuna lei era preparata anche a questo e perciò mi aveva lasciato fare.
"Che ne dici di andare a lavarci un po'?" proposi, dal momento che oltre al sesso che ci aveva lasciati bagnati di sudore, sapevamo ancora un po' di sale dopo il recente bagno in mare.
Lei mi fissò maliziosa e il suo sguardo fu molto esplicito. Così, dopo pochissimi minuti, eravamo sotto il piacevole getto d'acqua tiepida della sua doccia, carezzandoci e lavandoci a vicenda, senza per altro tornare ad eccitarci nuovamente: forse ne avevamo finalmente abbastanza entrambi, eravamo troppo stanchi e spompati per arrivare a un altro amplesso, seppure il pensiero mi stimolasse un po'. Sarebbe stata la conclusione ideale di una giornata favolosa fare l'amore per un'ultima volta sotto la doccia. Ma a dire la verità era proprio il mio equipaggiamento a non rispondere più ai suoi stimoli e del resto Angelica non si impegnò più di tanto per dare vita a quella che forse era solamente una mia fantasia.
Mentre io tornai a indossare i soliti indumenti, che andai a ripescare in salotto dov'erano ancora sparsi per terra, Angelica si cambiò nuovamente mentre ancora i capelli bagnati le donavano un'aria tutta particolare e molto sensuale. Ora sulla pelle nuda aveva indossato una camicetta abbastanza ampia, che naturalmente aveva lasciato piuttosto aperta in modo che la scollatura rivelasse una non troppo pudica visuale sul suo seno. Come se non bastasse mi ammiccò mentre si infilava un altro paio di eccitantissimi shorts senza nemmeno pensare di indossare delle mutandine. Mi chiesi anche perché tornasse a vestirsi, dal momento che ormai ci saremmo lasciati, almeno così pensavo io, immaginando che fosse stanca. Invece, per mia somma felicità, mi invitò a fermarmi ancora un po' da lei, nonostante cominciasse ad essere tardi.
"Perché non ci guardiamo un film insieme? Non credo di essere in grado di dormire tanto presto stasera…".
"Nemmeno io a dire la verità. Sì, è una bella idea".
"C'è una videoteca non molto distante da qui, andiamo?".
"Eccomi, sono pronto!" dissi scherzando mentre ci apprestavamo ad uscire di casa.
Venezia era favolosa in piena notte, fra l'altro nemmeno così pericolosa come molte altre città italiane. Almeno io pensavo fosse così, spesso uscivo la sera tardi, tanto per farmi un giro quando non riuscivo a dormire o quando ero alla ricerca di sensazioni particolari. Mai avevo corso un pericolo o fatti brutti incontri, forse perché un ragazzo abbastanza robusto provoca una certa soggezione nei malintenzionati che si rivolgono a ben più facili vittime.
Quella sera poi c'era un'aria tutta speciale, mi sembrava che le calli, i ponti e i canali fossero in sintonia con noi e cantassero di gioia nel loro silenzio.
Trovammo con facilità la videoteca di cui mi parlava Angelica e smanettammo un po' con il videocatalogo finché ci trovammo d'accordo nel provare con una cassetta di cui nessuno dei due sapeva molto, ma che sembrava piuttosto interessante. E così tornammo a casa sua, a distenderci sul divano con una bella bibita fresca, a guardare abbracciati, di tanto in tanto baciandoci, quella che forse era una banale storia d'amore ma a che noi due piacque particolarmente e un po' forse ci entrò nel cuore. Forse era dovuto all'atmosfera, anzi, quasi sicuramente, ma tutto ci sembrava così perfetto e romantico in quei momenti in cui il nostro amore era esploso in tutta la sue prepotenza. E il finale, molto romantico e appassionato, ebbe come conclusione anche il nostro lungo bacio mentre stavamo ancora fianco a fianco, abbracciati sul divano. Alla fine, mentre la luce della televisione si spegneva e Angelica riaccendeva quella del salotto, lei mi chiese se volevo restare a dormire da lei per quella notte.
La cosa mi sarebbe anche piaciuta, ma forse era il momento di staccarci. Chissà come sarebbe stato il risveglio l'indomani, magari non avremmo più provato quella passione travolgente che in quella sera era arrivata così improvvisa.. Forse era meglio che ognuno di noi dormisse nel suo letto e rimestasse un po' da solo quei pensieri…
"No, guarda, ora desidero solamente il mio letto, casa mia… Spero mi capirai, non è niente contro di me…" dissi cercando di non ferirla.
Lei fortunatamente sembrò comprendere quello che intendevo. "Va bene, nessun problema… Capisco quello che vuoi dire. Probabilmente farei lo stesso anch'io".
Non ne ero esattamente certo, però mi era sembrata convincente nell'essere tranquilla di fronte alla mia decisione.
"Usciamo insieme? Io vado a riportare la cassetta alla videoteca".
"Ti accompagno".
"No, non è necessario…" obiettò lei.
"Sì, dai, è distante, chissà che gente gira di notte…" provai a protestare.
"Ma non dire cavolate! Lo sai meglio di me che non c'è nessun pericolo!".
"Sarà anche vero, ma preferisco accompagnarti".
"Mi sa allora che dovrò accettare la tua compagnia" e così uscimmo di casa e ci avviammo nuovamente lungo le calli. Così facendo allungavo un po' il tempo per il mio ritorno a casa, dal momento che dovevamo prima andare dalla parte opposta rispetto casa mia, ma in quel momento desideravo più di ogni altra cosa un'altra bella passeggiata con lei per quei posti che tanto amavo. Camminammo abbastanza velocemente, tenendoci per mano e guardandoci senza parlare, i nostri occhi e i nostri sguardi riuscivano a comunicare meglio di quanto non potessero farlo le parole o mille discorsi. Riconsegnammo al distributore automatico la cassetta e tornammo sui nostri passi.
"Grazie di tutto, per stasera…" mi disse Angelica.
L'abbracciai, stringendola teneramente a me. Quasi mi veniva da piangere: mi ringraziava anche! Che ragazza straordinaria!
"Devo essere io a ringraziarti… Sei stata favolosa, sotto ogni punto di vista…".
"Oggi pomeriggio avevo deciso di uscire con te solo perché eri un ragazzo allegro e simpatico, ma stasera ho scoperto un lato di te che nemmeno sospettavo… È stato bellissimo scoprire quanto speciale sei" mi disse con un bacio.
"Anche per me…".
Continuammo a camminare e parlare, scambiandoci qualche impressione su quella serata fino a giungere, quasi senza accorgersene, sotto casa sua.
"Vorrei passare con te tutta questa notte, ho paura a ritrovarmi sola a casa ora…". Lasciò cadere una lacrima, quasi non credevo a quello che stavo vedendo. Ma era la stessa Angelica, quella ragazza così aggressiva e sicura di sé, che avevo scoperto quella sera?
"Scusami" mi disse asciugandosi rapidamente gli occhi.
"Scusami, è stato un attimo di debolezza. Hai ragione tu, è meglio che ognuno torni a casa propria".
Mi aveva commosso con quelle parole, con quelle lacrime così spontanee e così toccanti per me. No, forse era il caso di mandare al diavolo tutti i miei propositi, le mie paure che si rovinasse tutto di quella sera. Forse era il caso che ancora me la prendessi per mano e la portassi a scoprire casa mia… Ci saremmo addormentati insieme nel mio letto, coccolandosi amorevolmente, e al diavolo quello che avremmo pensato domani mattina svegliandoci!
"Dai Angelica, va su a chiudere casa tua, ho voglia di farti vedere casa mia".
Lei mi sorrise come una bambina a cui si regalava un giocattolo tanto desiderato. Capì che il mio era qualcosa in più di un invito a mostrarle casa mia e fu più contenta che mai che avessi compreso il suo stato d'animo. Aprì il portone e quasi di corsa andò a chiudere a chiave la porta di casa sua. Un attimo dopo l'avevo ancora al mio fianco, bella come sempre e tornavamo a percorrere i ponticelli di quella Venezia sconosciuta ai più.
Proprio su uno di quei ponticelli ci fermammo a baciarci un po', tanto per non perdere l'abitudine. Appena ci lasciammo mi venne in mente una cosa e subito gliela dissi: "Guarda che sciocchi, potevi prenderti qualcosa per la notte… Credo di non avere un pigiama che ti vada bene a casa…".
"Ma dai, col caldo che fa! Comunque preferisco dormire nuda!".
A quel pensiero, chissà poi perché, sentii il mio sesso riempirsi nuovamente e lei colse nel mio sguardo, nonostante l'oscurità della notte, una nota di eccitazione. Tornò a baciarmi e la sua mano corse subito là, in mezzo alle mie gambe, e credo non si stupì affatto trovandomi nuovamente duro e pronto. Chissà poi come mai mi era tornata la voglia dopo che lei mi aveva praticamente prosciugato con il suo splendido corpo.
I baci e le carezze si fecero sempre più audaci, la sentivo nuovamente strofinare il suo sesso su di me, quasi nemmeno lei ne avesse avuto abbastanza e un nuovo desiderio si fosse risvegliato. Ci guardammo, l'uno di fronte all'altro, i nostri visi a pochissimi centimetri: potevamo sentire i nostri respiri affannosi per una nuova eccitazione, gli occhi sconvolti di desiderio. Eravamo nuovamente in preda alla passione, una passione che sembrava non dover mai finire e che era in grado di donarci sempre nuove energie.
"Ho voglia…" mi disse solamente.
Per un attimo rivivemmo i momenti di folle eccitamento che avevamo provato poche ore prima per le viette di Murano: la situazione era esattamente la stessa, ma stavolta c'era forse un rimedio migliore che rischiare di prenderci in testa un secchio di acqua fredda che, per quanto refrigerante sarebbe stato, non era certo quello che volevamo.
"Quanto distanti siamo da casa tua…".
"Mancheranno cinque minuti" dissi sempre stringendola a me e senza lasciarla.
"Andiamo" mi disse e si divincolò dal mio abbraccio. Prendendola per mano cominciammo a correre, anche se l'oscurità e i gradini inaspettati, tutti diversi e sfalsati, ci facevamo rallentare e rischiare di inciampare. E proprio su uno di questi inciampai realmente e per poco non trascinai a terra anche lei: riuscii a mantenere l'equilibrio per miracolo ma Angelica mi fu addosso. Ci appoggiammo al muro in quell'angolo buio baciandosi furiosamente, senza posa per un po', mentre le mani erano tornate a frugare vogliosamente i nostri corpi. Sentivo quelle di lei sul mio petto, sul ventre, poi sulla schiena e scendere infine a sfiorarmi il pene. E io ugualmente la stringevo a me, stando con la schiena appoggiata al muro, palpandole vigorosamente il culo e in questa maniera dandole il ritmo a cui si strusciava l'inguine sul mio cazzo. Era qualcosa di rabbioso e senza freni, sembrava fossero giorni che eravamo separati e non quelle poche ore che erano passate dal nostro amplesso.
Scesi con la bocca a baciarle il collo, poi via via verso le spalle e ancora il decolté lasciato scoperto dalla scollatura della camicetta. Le afferrai fra le mani i seni, li strinsi vicini e la mia bocca andò a cercare, attraverso la stoffa leggera della sua camicetta, i suoi capezzoli eretti: li strinsi fra le labbra, li mordicchiai voracemente mentre Angelica gemeva irresistibilmente.
La voltai contro il muro aprendole la camicetta quasi con forza, rischiando di far saltare i bottoni: ne scostai i lembi e mi buttai con le mani e con la bocca sui suoi seni nuovamente nudi. Li succhiai fin quasi a farle male, mentre stringevo i seni tondi fra le mani e con i fianchi cominciavo a mimare quell'amplesso ormai quasi doloroso.
Fu lei a cercarmi con le mani, ad andare ad aprirmi i pantaloni e a liberare il mio cazzo dalle mutande, prendendolo in mano. Non ci fu tempo per alcune giochetto o carezza particolare: il desiderio di averci stava diventando una necessità sempre più impellente. Si aprì gli shorts senza nemmeno abbassarseli, sotto era nuda e pronta ad accogliermi: mentre con una mano mi dirigeva verso la sua fessura, con l'altra teneva dischiuse le labbra, anche se non ce n'era bisogno.
Penetrai in lei con estrema facilità e in profondità, era bagnatissima, eccitata quanto me… E quando presi a scoparla vigorosamente, con potenti e veloci stoccate dettate dalla frenesia della mia libidine, rispose prontamente gemendo rumorosamente con gridolini che rischiarono di svegliare tutto il vicinato. Evitammo una denuncia per atti osceni in luogo pubblico proprio perché un rapporto così selvaggio non poteva durare a lungo ed entrambi infatti arrivammo rapidamente al limite, anche delle nostre forze, movendoci quasi spasmodicamente l'uno contro l'altro. Venimmo per l'ennesima volta di quella sera, l'ultima ma certamente una delle migliori, in quella maniera, mentre la inchiodavo a un muro di una calle ancora semivestita che gridava ai viottoli oscuri il suo godimento.

Fu quella la mia più intensa passione veneziana, la più sincera e quella che ancor oggi ricordo con nostalgia.
Quella mattina poi risvegliarsi insieme a casa mia non fu poi così male, anzi. Angelica fu particolarmente premurosa, sia alzò a prepararmi il caffè mentre io, da pessimo padrone di casa, mi riaddormentavo nel mio letto, fortunatamente ad una piazza e mezza, che ci aveva permesso di dormire entrambi comodamente. Vederla nuda di prima mattina, portarmi il caffè a letto, era estremamente piacevole ed eccitante, ma in quel momento era ancora stanco dalle peripezie della notte e lei pure. Passammo un'altra meravigliosa giornata insieme e da allora cominciammo a frequentarci proprio come due fidanzati… Fu proprio una bella storia, molto appassionata e romantica, fatta anche, perché no, delle meravigliose scopate che ci facevamo. La nostra non era però solo un'intesa sessuale, inutile negare che senz'altro quella era ottima, ma prima di tutto un'intesa mentale e intellettuale: eravamo due spiriti ribelli in un certo senso, due persone a cui non andava a genio il normale scorrere della vita quotidiana media dell'italiano, che anelavano qualcosa di diverso per la loro vita.
Tutto finì quando mi laureai. Ero finalmente architetto come avevo a lungo sognato, un po' mi crollarono tutte le certezze della mia vita da studente, ora ne cominciava un'altra, era il via della mia nuova vita che sarebbe durata parecchi anni, molto più della mia parentesi da universitario. Vennero meno tutte le mie sicurezze e anche quella che sarei rimasto a Venezia a fare l'eterno studente, soprattutto quando arrivò una ricca offerta da uno studio dell'entroterra veneto, una di quelle offerte che non si possono rifiutare a meno che non si sia un po' pazzi. E io avevo tutte le carte in regola per rifiutarla, anche una occupazione in città, a Venezia, che avrebbe fatto proprio al caso mio. Invece commisi una pazzia nell'accettare, decidendo di trasferirmi in città.
Eccomi ora a qua a maledire quella scelta che mi ha portato non solo a perdere Angelica, ma anche Venezia, la mia libertà dalla vita fatta di routine, il mio spirito libero a cui tanto tenevo...


 
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