MaraMora

... credevi veramente di conoscere tutto sul sesso?

Bondage fetish piedi e sevizie

Racconti bondage dove la sofferenza è di casa. Il sesso fatto con le sevizie è più bello. Lasciatevelo raccontare da chi se ne intende. Basta calibrare il dolore con il piacere. E' una bilancia che va usata con tatto. Lasciati spiegare...

Fino alla perdizione

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Ero veramente troppo impegnata, sempre presa dai problemi della famiglia, mio marito, i figli, la scuola e il lavoro, mi impegnavano al punto da non trovare tempo per me... .ma avevo fermamente deciso di dedicare un po' di cura anche al mio fisico, quindi mi iscrissi e presi a frequentare assiduamente quella palestra... ..Una sera, dopo gli esercizi soliti, stanca e sudata, mi avviai alle docce, e mentre passavo davanti a quelle degli uomini, sentii l'acqua scorrere... .non so perché, lanciai uno sguardo attraverso la porta... .quello che vidi mi sconvolse... .un uomo, 40/50enne, muscoloso e peloso, sotto il getto della doccia, aveva tra le gambe un enorme pene scuro... ... .rimasi inebetita a fissarlo, fino a quando lui si voltò... mi vide, e sorridendo, scese con la mano ad insaponarsi proprio lì... ... .Scappai letteralmente via, arrossendo come una bambina scoperta a rubare la marmellata... .non osai più tornare alla palestra e persi il sonno... .quella visione infernale aveva mandato in tilt ogni mia idea di donna perbene... Ma il tempo passa e..... Qualche tempo dopo, una sera di pioggia, rincasavo dal supermercato, quando, ferma al semaforo, mi si affiancò una Mercedes ed il guidatore mi fece cenno di abbassare il finestrino, poi mi apostrofò rudemente:

"Hai da accendere la sigaretta?" Io, indispettita dal modo volgare, stavo per rispondere bruscamente di no, ma guardandolo nella poca luce della sera, riconobbi il suo viso, l'aria beffarda che avevo già visto... .era lui, l'uomo della palestra... .. Capii che mi aveva seguita apposta... senza attendere la mia risposta, lo sconosciuto fece cenno di seguirlo e fermò la macchina un po' più in là. Io mi affiancai e lui, dal finestrino mi gridò di scendere e raggiungerlo...

"Accidenti! Con quella pioggia dovevo pure obbedirgli?" Incredibilmente però non dissi nulla, ed entrai, sedendomi al suo fianco, senza pensare al pericolo che correvo con quell'uomo misterioso...

"Cercavi me, forse?" esclamò con voce roca... ......credo di essere ancora arrossita, e lui, senza chiedere se mi andasse, avviò l'auto, dicendo che era meglio andare in un posto più tranquillo... .Un turbine di pensieri si accavallavano nella mia mente...

"Sei pazza! Scendi subito!" pensavo, mentre lui imboccava una stradina nel bosco... poi mi chiese a bruciapelo se avessi voglia di sesso... io volevo scappare, pensavo al mio mondo familiare, dorato e rassicurante, cercavo di rimettere in funzione il cervello, ma non so perchè mi limitai a tacere... lui non aspettava altro, si sedette sul sedile posteriore, e poi mi chiese brusco di sedermi accanto a sé.. ....mi attirò più vicino, e rapido, aprì con una mano il giaccone, la camicia e si sbottonò i pantaloni, quindi afferrò la mia mano, posandola sul suo petto nudo... era peloso, senza un filo di grasso... e incredibilmente io cominciavo a sciogliermi... ..stupita di me stessa, lo accarezzai sul torace, sfiorando lievemente i capezzoli... quindi abbassai la mano sul ventre, tra i peli ricci del pube... fino poi a sfiorargli il cazzo...proprio lui, quel bestione grosso e lungo che mi aveva tolto il sonno... mi spinsi fino ai testicoli, che erano grossi e pieni... ... ... .. le mie dita strusciavano lentamente... ..per poi stringersi attorno alla sua asta, durissima e calda... .iniziai a masturbare quello sconosciuto, schiava della perversione che mi attanagliava, scorrendo piano il pene turgido... Lo sentivo mugolare soddisfatto, poi, all'improvviso, sentii la sua mano sopra la testa che mi spingeva verso il basso, forzando il viso sulla sua pancia... .era una cosa che non mi era mai piaciuta, nemmeno con mio marito, volevo protestare, lui mi trattava come una schiava, ma aveva un tono che non ammetteva repliche, avevo paura di lui ed ero succube allo stesso tempo... .le mie labbra si posarono sul suo petto muscoloso.. .la pelle sapeva di maschio e quell'odore acre ebbe il potere di sconvolgermi ancora di più.... i suoi addominali erano scolpiti e sodi..... la mia femminilità gridava..... lui dopo pochi minuti si inarcò e abbassati del tutto i pantaloni, spinse la mia testa contro il suo pene... devo aver avuto una esitazione, perché lui si mise a gridare:

"Muoviti,stronza, e succhia sto cazzo!" Mio malgrado aprii la bocca e posai le labbra su quella cappella grossa e calda... la mia bocca si aprì lentamente, lasciandosi penetrare a poco a poco.... potevo sentire la mia lingua che titillava il glande... .. scorrendolo con voluttà... ..oramai ero una vera puttana, pensavo, ma non potevo più fermarmi... . ingoiai il grosso cazzo, succhiando, mentre la mia mano continuava a scorrerlo, su e giù... poi docilmente mi spostai a leccare le grosse palle gonfie, ma lui mi riprese, ricacciandomi il suo uccello in bocca...

"Brava troia...  fammi godere... .." e intanto dava dei colpi di reni, scopandomi in bocca... ..Ed io non potei impedire che lo facesse, schiava di quella insana passione...

"Adesso ti chiavo... schifosa..." ed io, pazza di lui... non attendevo altro... ...giunsi fino alla mia totale perdizione... ..

 

Quando si dice ricatto

Mi aggiro tra gli scaffali del grande magazzino della città , devo comperare dei cd e altro, si avvicina a me un amico di famiglia, anzi un parente di terzo grado credo, ci salutiamo, mi chiede un po' di me cosa faccio è parecchio che non ci vediamo i miei come stanno e altro, io rispondo un po' anche scocciata, dopo un po' che stiamo parlando mi dice sai Lisa devo dirti una cosa che riguarda te, cosa rispondo io, senti è una cosa delicata perché usciamo ci sediamo in una panchina cosi stiamo soli e possiamo parlare senza problemi, la curiosità era tanta che accetto, ci sediamo e inizia ; sai qualche settimana fa ritrovavo in pineta a portare a spasso il cane e non ho potuto fare a meno di notare certe cose, a me è crollato il mondo addosso, sono diventata russa non riuscivo a parlare , balbettavo e inoltre ero arrabbiata, lui nota il mio cambiamento e mi dice senti stai tranquilla non ci sono problemi dai sei maggiorenne puoi fare quello che vuoi, anche se devo confessarti io non sono un guardone ma vedendo lo spettacolo che misi offriva non ho potuto farne a meno di assistere, sei molto brava, dentro di me rosicavo avrei voluto prenderlo a schiaffi dirgli mille parolacce , solo che avevo paura, dopo un po' mi dice; senti io come tu sai ho molta stima di te, e poi ce sempre il filo di parentela che lega le nostre famiglie, solo che è più forte di me questa cosa devo dirti che non ho resistito a scattarti un paio di foto con il telefonino ce lo a casa se ti va senza impegno quando vuoi mi chiami al cellulare così te le farò vedere, mi alzo senza dire nulla vado via.

Tutto il giorno a pensare ma guarda tu che stronzo decido di distrarmi di non pensare ma è più forte di me, devo risolvere il problema, lo chiamo e fisso l'appuntamento a casa sua.

Lui vive solo dopo la separazione dalla moglie. Citofono, mi fa accomodare dicendomi non ci speravo, mi offre da bere, io non voglio nulla, solo farmi dare le foto e andare via, lui è in accappatoi mi dice scusami ma quando mi hai chiamato stavo appunto entrando in bagno per la doccia quindi scusa l'abbigliamento, rispondo che non ce problema, voglio le foto e vado via subito, lui mi interrompe dicendomi perché tutta questa fretta ora ti faccio vedere le foto, vorrei che le vedessimo insieme, ne tira fuori una, un primo piano dove tengo in bocca il cazzo del figlio del signor Franco, aggiunge sai sei molto bella con il cazzo in bocca sai usare bene la bocca , arrossisco vorrei scappare via, poi mi fa vedere l'altra deve ho in bocca lo sperma, Lisa devo confessarti che, se qualcuno mi avrebbe detto che tu facevi certe cose gli avrei dato un pugno al naso, invece ho dovuto ricredermi, senti certo tu sei libera di accettare o meno ma ho un proposta da fare; si apre l'accappatoio, se ti va le foto sono tue a patto che fai anche a me il lavoretto che hai fatto a quello scemo, credo che non ti convenga rifiutare la mia proposta, sai tu fai un bel lavoretto io ti restituisco le foto ed è finita qua tutto come prima, mica vorresti che qualcuno di casa tua vedrebbe le foto, lo fisso in faccia gli vorrei dire chissà che cosa ma purtroppo devo stare al gioco, dico tra me e me mi conviene starci, cerco di farlo venire subito prendo le foto e vado via.

Lui si avvicina mi prende la mano e la porta al suo cazzo già duro, lo stringo e inizio a segarlo , lui mi guarda mi dice non credere di cavartela con una sega dai inginocchiati e prendimelo in bocca mettici passione e amore tanto so che sai fare molto bene i pompini, inizio a leccare cerco di prenderlo in bocca di ingoiarlo, un po' la cosa mi eccita, lui mi dice forza mettici passione fai del tuo meglio, ingoio lecco succhio passo la lingua tra il glande e il resto, vorrei che venisse subito ce la metto tutta lo sego e lecco contemporaneamente accelero i movimenti con la mano, lui mi dice fai piano abbiamo tutto il tempo, alzati togliti la maglietta fammi vedere il tuo seno forza, obbedisco mi tolgo la maglietta , lui mi slaccia il reggiseno, ne frattempo inizia a leccarmi i capezzoli, massaggia tutto il seno porta una mano alla cintura, la slaccia e abbassa i pantaloni, inizia a massaggiarmi tutto il sesso mi fa i complimenti per il perizoma che indosso, ormai sono nelle sue mani dentro di me inizio ad eccitarmi e poi penso che tutto sommato lui è un bello uomo un po' stronzo, però è pur sempre un' esperienza con una persona matura, mi dice di seguirlo in camera da letto , mi fa sedere sul letto e lui in piedi avvicina il cazzo alla mia bocca, lo prendo in mano, avvicino la bocca, inizio a leccare lui ne frattempo mi palpa il seno, cerco di farmelo entrare il più possibile in bocca con una mano mi tocco il mio sesso ormai sono eccitata la cosa inizia a piacermi, mi ferma dice di sdraiarmi vuole leccarmi un po' la fica dicendomi sai una bella diciottenne non lo mai leccata, mi fa allargare le gambe porta la bocca al mio sesso e inizia a leccarmi , dice una bella fica, a me piace la fica depilata con solo un ciuffetto bellissima, con la punta della lingua cerca il mio bottoncino, lo trova e inizia a stuzzicarmi, infila la lingua dentro le grandi labbra, altro che il figlio del signor Franco questo ci sa fare davvero, sa dove leccare, ormai sono partita, mi alza le gambe e inizia a passare la lingua sul mio buchetto, era la prima volta che venivo leccata anche nel culetto, alterna fica e culo, dopo un po' lo sento insistere sul mio buchino cerca di infilarci la lingua penso questo, essendo una persona con esperienza se accorto che li non sono più vergine, dopo un po' lo vedo insalivarsi un dito, lo porta al mio culetto e inizia a infilarlo, sono talmente rilassata che entra con facilità, continua a leccarmi la fica continuando a incularmi con il dito, non capisco più nulla, inizio a colare umori lui accelera i movimenti con la mano, sento che infila due dita, ormai mi sento dilatata, continuando a leccarmi avvicina il suo cazzo alla mia bocca, capisco vuole che lo prenda in bocca , accontento subito e inizio a pompare il suo cazzo, continuando a leccarmi la fica e ad incularmi con due dita mi fa raggiungere il primo orgasmo subito seguito da altri che mi scombussolano la mente, , si alza mi dice di girarmi, mi fa assumere la posizione detta pecorina, ormai sono in balia di lui nono oso disubbidire, sul bordo con i piedi per terra tenendosi in mano il cazzo mi dice di avvicinarmi, non capisco dove vuole arrivare , ma prendendomi per i fianchi mi fa girare mostrandogli il mio culo solo allora capisco che vuole altro.

Sento appoggiare il glande sulla mia fica, urlo no, e mi dimeno togliendomi dalla posizione e le urlo; sono vergine e tale voglio restare non ti permettere, chiedendomi scusa dice però ho notato che il tuo culetto infilandoci le dita si è subito adattato cosa mi rispondi? ok, li non sono vergine, accetto solo se mi prometti di fare con dolcezza di non farmi male un cazzo vero non lo mai preso, (dentro di me dicevo forse è quasi ora che provo un bel cazzo vero nel culo visto che ce stato un po' di tutto ma un vero cazzo mai) ritorno alla posizione di prima, lui prende della saliva dalla sua bocca e unge il cazzo dicendomi dai rilassati, sento la punta appoggiarsi al mio culetto, con le mani io mi aiuto ad allargarmi le chiappe in modo di facilitare l'operazione, lo sento entrare, sento dolore gli dico di fermarsi anzi di toglierlo perché fa troppo male, allora lui apre un cassetto del comodino e tira fuori della vasellina dicendomi questa la usavo con quella puttana della mia moglie, ne prende un po' con le dita e me la cosparge sul buchetto infilandola anche dentro, ne mette un po' sul suo cazzo e ritorna all'attacco, inizia ad entrare gli dico di fare piano, lui lentamente inizia a spingere centimetro dopo centimetro lo sento entrare mi brucia gli dico di fermarsi in modo che il mio buchetto si adatti al suo cazzo, nel frattempo con una mano mi tocca la fica masturbandomi in modo di alleviare il dolore, entra ancora è quasi tutto dentro, inizia a muoversi mordo le lenzuola per il dolore solo che penso passerà altre volte ho sentito dolore però poi seguiva il piacere, mi convinco di questa cosa , sento un misto dolore piacere, lui inizia un lento movimento entrata uscita sento i suoi colpi sul mio culetto, il mio buchetto ormai è aperto, si è adattato bene al cazzo, continua a sbattermi per bene ogni volta che il suo corpo viene a contatto con il mio culo sento una scossa dentro di me, ci sa fare davvero con le donne si vede che ha esperienza, anche nel fatto di culo sa il fatto suo, dopo una decina di minuti che mi sbatte gli dico che sento dolore alle ginocchia, . allora mi sdraiare alla classica posizione del missionario cosi la chiama lui, porto le mie gambe sulle sue spalle e punta di nuovo il suo cazzo al mio culetto, entra senza fatica, mentre mi incula con una mano mi sditalina e con altra mi strizza i capezzoli, io ero al settimo cielo, troppo bello, altro che gli oggetti o il cazzo finto, un cazzo vero è tutta un'altra musica, mi propose un'altra posizione lui sdraiato e io che mi impalo da sola sul suo cazzo, troppo bella la posizione, ce lo tutto dentro lo sento che mi arriva dentro la pancia troppo bello salgo e scendo sul quel bel cazzone, dopo un po' mi dice dai ritorna alla pecorina, con il cazzo infilato nel culo riesco ad assumere la posizione, ritorna a sbattermi per bene, l'orgasmo stava salendo gli dico di toccarmi la fica, non se lo fa ripetere due volte, ci manca poco all'orgasmo, io vengo con il cazzo infilato nel culo, io vengo lui mi incula mi sditalina per bene, dopo un po' accellera i movimenti e mi riempì il culo di sperma , dicendomi che bella inculata sei stata fantastica, tira fuori il cazzo dal mio culetto e nonostante tutto me lo mette in bocca dicendomi di ripulirlo per bene da tutto lo sperma che ce rimasto, confusa come sono non ci penso due volte apro la bocca e inizio a leccare, dopo un po' mi rendo conto, inizio a sentire il sapore misto sperma e altro, ormai è fatta cerco di non pensarci lo pulisco per bene ricevendo ancora molti complimenti da lui, ho il culo indolenzito, sento lo sperma uscire dal culo e colarmi tra le gambe, mi accompagna in bagno.

 

Marta

Mi chiamo Marta, ho 26 anni e, per quanto incredibile possa sembrare e per quanto io stessa non riesca a capacitarmi di come abbia potuto accettare questo tipo di situazione, questa è la mia storia vera.

 

Lavoro come impiegata presso una grossa banca, nel reparto transazioni con l’estero ed ho sempre avuto con i miei colleghi dei rapporti di cordiale amicizia.

Con uno di essi in particolare, si era creata una sincera amicizia e complicità che si manifestava con sfottò e prese in giro bonarie e divertenti. Ci confidavamo tra noi e sapevamo, l’uno dell’altro, molte cose “private”.

Con questo mio collega, che chiamerò Gil, i rapporti erano esclusivamente amichevoli e non ci si frequentava al di fuori dell’orario d’ufficio benché fossimo entrambi single.

Spesso ci capitava di scherzare e di ridere insieme spettegolando senza cattiveria su qualcuno dei nostri colleghi, proprio come capitò una mattina di gennaio di quest’anno.

Eravamo presso il distributore di caffè quando passò nel corridoio una nostra collega, bellissima donna e sempre un pò sostenuta nei rapporti con noi. Qualcuno dell’ufficio aveva provato a corteggiarla, cosa che era capitata anche a me appena assunta, ma avevano ricevuto come risposta una sdegnata indifferenza.

Così, quando passò salutandoci con un cenno della testa, Gil rimase ad osservarle le natiche ondeggianti per l’andatura.

Risi e prendendolo in giro gli dissi:

“ Ti piacerebbe hè! Ma penso che dovrai rinunciarci, maialetto…”

Per tutta risposta si mise a ridere anche lui rispondendo:

“ Guarda che è solo perché non mi và, ma sono sicuro che potrei averci qualche possibilità!”

“Ha… Casanova! Sarei pronta a scommettere qualunque cifra!”

Ci capitava spesso di scommettere il caffè o pochi euro su qualunque cosa, dalle partite di calcio al festival di San Remo, quindi per lui fu naturale rispondere:

“Questa è una cosa seria, se dobbiamo scommettere non mi accontento di un caffè! Potrei impegnarmi se la posta in palio fosse più allettante…”

“Guarda, sono così sicura che farai una figuraccia che sono pronta a scommettere quello che vuoi!”

Spesso per scherzare, quando lui mi portava dei documenti da controllare o gli chiedevo qualche favore, lui rispondeva ridendo “Si Badrona” imitando la parlata e gli atteggiamenti resi celebri da certi vecchi films. Viceversa se era lui a chiedermi dei favori, rispondevo anch’io “Si Badrone…”

E spesso si scherzava sul fatto che se uno di noi due avesse vinto al superenalotto avrebbe assunto l’altro come servitore.

Insomma, per farla breve, tanta era la mia sicurezza di vincere che mi venne la pessima idea di proporre la seguente scommessa:

“Senti, se riesci a portartela a letto in una settimana a partire da oggi sarò la tua cameriera per un week-end. Altrimenti sarai tu a servire me per lo stesso tempo. Ti và?”

Lui rise e rispose:

“Guarda che sono esigente. Se vinco dovrai ubbidirmi per bene…”

Lasciò in sospeso la frase ricca di significati, ma ero così divertita dall’idea che ed era così lontano dalla mia mente la possibilità di un coinvolgimento anche sessuale che non capii subito il recondito messaggio che conteneva quell’affermazione.

“Ok Casanova dei poveri. Andata!”

Ebbi modo di pentimene amaramente!

 

Non ho mai capito se era già successo qualcosa tra Gil e la nostra collega o se davvero lui possedesse rare doti da conquistatore; sta di fatto che dopo tre giorni Gil si avvicinò alla mia scrivania e sussurrando mi disse:

“Oggi pomeriggio alle 18 vieni in quel dato Motel ma non farti vedere, perché ho un appuntamento con la bella e altera signora!”

Scoppiai a ridere pensando ad uno scherzo ma comunque alle 18 mi misi con la mia vettura proprio davanti all’ingresso dell’albergo e dopo qualche minuto vidi arrivare Gil con la donna.

Scherzavano e sembravano complici anche se lei era evidentemente imbarazzata.

Entrarono nel motel e si accomodarono al bar.

Senza farmi notare entrai anch’io e mi posizionai in modo che Gil potesse vedermi ma non lei.

Lui mi vide e sorridendo cominciò a baciarla sul collo e dopo qualche minuto salirono verso le camere dove evidentemente una era a loro disposizione.

Dal mio punto d’osservazione trattenevo a stento il riso.

Restarono in camera circa un’ora e mezza poi scesero; lei era leggermente spettinata e lui aveva la giacca su una spalla. Facendo finta di niente li seguii fino all’uscita dove, a conferma di quanto era appena successo, si salutarono con un appassionato bacio.

La donna si allontanò e Gil ritornò dentro al motel; si avvicinò a me tutto contento e mi disse:

“Allora, hai visto? Sei convinta?”

Ridemmo e ordinammo un aperitivo al bar mentre lo prendevo in giro:

“Complimenti, sei davvero un dongiovanni”

Rise anche lui poi però divenne serio e mi rispose:

“A me di quella lì non importa proprio niente. Ho fatto tutto questo solo per la nostra scommessa…”

Ci accordammo in modo che il venerdì, subito dopo l’ufficio, saremmo andati nella sua casa al mare dove, fino alla domenica sera sarei stata una perfetta camerierina. Onestamente pensavo ancora che la cosa si sarebbe risolta con qualche scherzo e molte risate, ma purtroppo non fu così!

 

Quando arrivammo a casa sua Gil mi accompagnò nella mia camera:

“Ecco, indossa questi abiti!” mi disse.

Presi in mano una gonnellina cortissima ed un top di cotone elasticizzato bianco strettissimo:

“Ma non sarai mica matto! Io sta roba qui non me la metto!”

“No! Ricordati la scommessa. Ti avevo avvisato che sono piuttosto esigente.”

Ridendo uscì dalla camera.

Risi anch’io e cominciai a provare quegli strani abiti. La gonnellina era alta non più di 25 cm. ed era plissettata da metà in giù. Mi copriva appena le natiche lasciandomi le cosce completamente esposte. Il top era davvero stretto e, avendo io un seno piuttosto abbondante, si tendeva al massimo.

Nella parte inferiore non arrivava ad aderire al busto e lasciava scoperta l’attaccatura inferiore dei seni; pensai che era come avere una scollatura al contrario. Comunque indossavo un reggiseno bianco che non tolsi e quindi presi la cosa con relativa tranquillità.

 

Per tutta la serata e per il sabato successivo le cose andarono più o meno come avevo previsto: molti scherzi e molte risate tra di noi. Certo, gli portavo da bere quando me lo chiedeva, gli servivo il pranzo e la cena e cose di questo genere ma niente di più.

 

La sera del sabato però, inaspettatamente per me, mi disse:

“Questa sera ho invitato alcuni amici. Naturalmente Tu ci servirai…”

Pensai “eccola qua la scommessa, vuole divertirsi facendomi fare la cameriera per davvero”

Comunque abbozzai e risposi:

“Si Badrone…”

Seguendo le sui istruzioni preparai la tavola per dieci persone in terrazza, poi andai in cucina a preparare le ultime cose. La cena era stata preparata da un ristorante vicino e il mio compito era solo quello di sistemare le pietanze sui vassoi da portata.

Arrivarono gli ospiti ma non potei vederli appunto perché impegnata in cucina.

Gil venne in cucina a prendere del ghiaccio e mi disse:

“Adesso servo gli aperitivi. Tu rimani qui. Quando ti chiamo portaci gli antipasti. Ok?”

“Ok capo!” Risposi.

Quando mi sentii chiamare ed uscii reggendo due vassoi pensai di morire.

Gli ospiti non erano altro che tutti i colleghi che lavoravano nel nostro stesso ufficio i quali non credevano ai loro occhi per il mio abbigliamento così succinto.

Ci fu un attimo di vero imbarazzo ma Gil spezzò l’impasse dicendo:

“Marta ha perso una scommessa e la posta era che ci avrebbe servito come una brava camerierina. Prego, accomodatevi.”

Si sedettero ed io servii gli antipasti, ma ogni voglia di ridere era scomparsa in me e pensavo già a come vendicarmi di Gil.

Lui capìì che non avevo gradito troppo lo scherzo e mi seguì in cucina.

“Sei veramente uno stronzo!” Cominciai a dire ma lui mi bloccò:

“Sapevi quali erano i patti. Hai proposto tu la scommessa. Hai perso e quindi fai la brava ed ubbidisci!”

Cogliendomi di sorpresa si avvicinò mi mise le mani sulle natiche attirandomi a se, poi mi baciò forzando con la lingua le mie labbra.

Fu un bacio lungo e mi lasciò senza sapere più cosa fare tanta era stata la sorpresa.

Poi, senza che fossi in condizione di reagire tanto ero scioccata, mi sfilò le mutandine. Subito dopo mi slacciò il reggiseno e, sfilandolo dalle braccia, me lo levò. Raccolse slip e reggiseno e se l’infilò in tasca:

“Avanti, gli ospiti stanno aspettando che tu vada a servirli!”

 

Ancora sotto shock raccolsi i vassoi ed mi avviai verso il terrazzo.

Passando davanti ad uno specchio vidi che i miei seni ondeggiavano liberi sotto il top di cotone; si vedevano chiaramente i capezzoli e realizzai che gli ospiti, seduti a tavola, avrebbero goduto della vista della parte inferiore dei miei seni nudi mentre li servivo in piedi di fianco a loro. Speravo che comunque non s’accorgessero che non indossavo gli slip.

Speranza vana: appena uscii in terrazza tutti gli occhi si girarono verso di me ed io mi chiesi cosa avesse detto loro Gil.

Con un tuffo al cuore capii che non occorreva dire nulla: Gil si era seduto al suo posto a tavola ed aveva posato, di fianco al suo piatto, le mie mutandine ed il reggiseno. Ormai tutti sapevano che ero nuda sotto alla cortissima gonnellina. Ma il peggio doveva ancora arrivare.

 

Quando mi avvicinai a Gil, mentre gli servivo le pietanze, lui prese ad accarezzarmi le cosce da dietro, risalendo fino alle natiche che cominciò a palpeggiare senza ritegno sotto gli sguardi allibiti dei nostri colleghi.

Io ero così imbarazzata ed umiliata che non sapevo cosa fare ma la cosa peggiore era che ero anche eccitata e temevo che loro se ne accorgessero.

Poi Gil disse:

“Marta è veramente una brava schiavetta! Toccate pure anche voi se vi fa piacere. Sono convinto che a lei non dispiace affatto. Vero Marta?”

Non risposi e rimasi con lo sguardo a terra per l’imbarazzo.

Comunque gli ospiti non si fecero pregare e cominciarono ad allungare le mani, dapprima timidamente, poi con sempre maggiore disinvoltura.

Finita la cena gli ospiti si spostarono in un angolo del terrazzo lontano una decina di metri dal tavolo, dove erano sistemate delle poltroncine di vimini e dove servii i caffè ed i liquori. Mentre bevevano Gil mi disse:

“Marta, vai a prendere le sigarette di Mario sul tavolo da pranzo… E Marta, corri!”

Capii subito quale era lo scopo di quella richiesta: Avendo il seno abbondante e nudo sotto il top Gil voleva esibirmi e mi aveva ordinato di correre perche il seno dondolasse.

Trotterellai, più che correre visto i tacchi che indossavo; il seno ballonzolava e la gonnellina si sollevava a scoprire le natiche. Quando mi girai e tornai al trotto versi gli ospiti cercai di coprirmi istintivamente il seno.

Quando arrivai vicino a Gil lui si alzò e presami per un braccio mi trascinò, senza troppi complimenti, verso il tavolo da pranzo. Arrivati vicino al tavolo mi girò verso gli ospiti:

“Adesso torni là trotterellando ma tieni le braccia dietro la schiena!”

Mi lasciò li e si risedette sulla sua poltroncina facendomi segno con la mano di muovermi.

Cominciai a correre ed il seno cominciò a sobbalzare fino ad uscire del tutto dal top.

Mi venne impedito di risistemare il top e restai a seno nudo per il resto della serata.

Continuarono a toccarmi lascivamente per tutta la sera ma non dovetti soddisfarli in altro modo.

 

Verso le 11 gli ospiti andarono via, anche invitati senza mezze parole da Gil, che voleva evidentemente rimanere solo con me.

 

“Marta, vieni qui” Mi chiamò dal salotto.

Gil si sedette su una poltrona e volle che io rimanessi in piedi di fianco a lui di modo che potesse comodamente infilare una mano sotto la gonna a palpeggiarmi le natiche:

“Ho una sorpresa per te, guarda”

Accese il televisore ed il videoregistratore; sullo schermo cominciarono a scorrere le immagini di me che servivo i miei colleghi seminuda mentre loro allungavano le mani sotto la mia gonna e sui seni. Io che correvo con il seno nudo e ballonzolante. Io che mi chinavo per servire il caffè scoprendo le natiche nude sotto alla cortissima gonnellina.

Gil aveva ripreso tutta la serata da delle telecamere che doveva evidentemente aver posizionato con grande cura.

“Eh si cara Marta, credo che da oggi in poi ti convenga essere molto più ubbidiente”

Lui rise e rimase ad ispezionarmi sotto alla gonna mentre grosse lacrime cominciavano a scorrere sul mio viso e sul mio seno nudo.

 

Durante la notte e la domenica successiva Gil si sfogò più volte con il mio corpo.

Usò la mia bocca, il mio sesso e le mie terga.

La sera di domenica mi riaccompagnò a casa. Io non avevo più parlato dalla sera precedente.

Durante il viaggio Gil mi disse che avrei dovuto da adesso in poi essere disponibile e lasciarmi toccare liberamente dai nostri colleghi; se mi fossi ribellata avrebbe reso di pubblico dominio la videoregistrazione che mi riguardava. Disse anche che i colleghi non avrebbero raccontato in giro il nostro segreto. Mi lasciò sotto casa mia dopo essersi liberato ancora una volta nella mia bocca. Passai la notte a piangere.

 

Il lunedì mattina mi ci volle tutto il coraggio del mondo per presentarmi in ufficio. La speranza che la cosa si fosse conclusa svanì immediatamente quando uno dei miei colleghi che aveva partecipato alla cena del sabato mi si avvicinò e come se niente fosse prese a soppesarmi i seni:

“Ma come Marta, hai messo il reggiseno?! Farò le mie critiche a Gil”

Mi palpeggiò ancora un attimo sorridendo: tutta la scena era avvenuta sotto gli occhi degli altri colleghi che ridacchiavano.

Provai un moto di ribellione e mi scostai bruscamente.

“Male Marta, molto male. Gil non sarà contento.”

 

Ero disperata ma il peggio doveva ancora arrivare.

Infatti quando arrivò Gil il collega che si era lamentato del mio reggiseno gli raccontò l’accaduto.

Gil si avvicinò e mi disse ad alta voce perché tutti potessero sentire: “Seguimi Marta”

Gli occhi di tutti erano incollati a noi ed a quanto stava succedendo.

Mi portò in un angolo dell’ufficio:

“Slacciati la camicetta e togliti il reggiseno! Davanti a noi devi sempre stare con i seni disponibili”

Ubbidii e mi denudai davanti a tutti. Poi Gil mi disse ancora:

“Alza la gonna Marta!”

Sollevai la gonna fino all’inguine: “ Più su. Avanti ubbidisci”

Quando rimasi con la gonna alzata fino alla vita Gil Chiamò uno dei colleghi:

“Vittorio vieni qui e dai uno schiaffo in viso a Marta. Ha le mutandine ed i collants. Non deve più indossarle quando è con noi.”

Vittorio si avvicinò e mi diede un ceffone che mi fece esplodere una guancia.

Gil rimase un attimo a godersi quel dominio su di me poi mi ordinò:

“Chiedi scusa.”

Incredibilmente mi sentii scusarmi davanti a dieci uomini per aver osato indossare le mutandine, le calze ed il reggiseno:

“Scusate, non succederà più”

“Via quelle calze e quelle mutande”

Con le lacrime agli occhi mi sfilai i collants e le mutandine cercando di coprirmi con le mani:

“Via quelle mani Marta”  Mi intimò un altro collega.

Scostai le mani e rimasi con la gonna sollevata ed il sesso esposto per qualche minuto.

Poi Gil mi disse:

“Hai osato reagire mentre luca ti palpava le tette. Luca vieni qui e schiaffeggia Marta.”

Luca si avvicinò e anche lui mi colpì con un ceffone molto forte, forse offeso dalla mia reazione di prima. Gil continuò:

“Marta chiedi scusa a Luca e pregalo di schiaffeggiarti le tette”

“Scusami Luca. Mi schiaffeggi le tette per favore?” Sentii la mia voce dire ma non riuscivo a credere di essere io a pronunciare quelle parole.

Luca sghignazzando soddisfatto prese a soppesarmi e strizzarmi il seno, poi cominciò a colpire la parte inferiore dei miei seni con il palmo della mano, sempre più forte, facendo sobbalzare i seni da una parte all’altra del busto e  strappandomi qualche smorfia di dolore. Quando si ritenne soddisfatto si allontano commentando ridendo: “Mi sento meglio.”

 

“Adesso avvicinati a tutti i colleghi, se qualcuno ha voglia di baciarti sulla bocca tira bene fuori la lingua e lasciati ispezionare da tutti” Mi ordinò Gil.

Cominciai quell’umiliante giro con la gonna ancora sollevata ed la camicetta aperta sul seno.

Tutti, a turno mi infilarono le dita nel sesso; qualcuno volle baciarmi. Mi soppesarono e pizzicarono i seni e mi palpeggiarono le natiche.

Quando tutti furono soddisfatti potei ricompormi e prendere posto alla mia scrivania.

 

Da quel giorno tutte le mattine  dovevo subire da parte dei colleghi quella ispezione umiliante e chiunque di loro poteva toccarmi quanto voleva, farmi sollevare la gonna per guardarmi il sesso che intanto mi avevano fatto rasare o portarmi in uno stanzino che veniva usato come archivio per liberarsi nella mia bocca o nel mio ano. Solo Gil poteva penetrarmi nel sesso, a segno che comunque il padrone era lui.

Anche il mio abbigliamento subì delle trasformazioni e dovetti abituarmi ad presentarmi in ufficio con mini gonne ed abiti succinti. A volte mi imponevano di stare seduta al posto di lavoro con un vibratore infilato nel sesso o nelle terga. Venivo inoltre continuamente fotografata in pose più o meno oscene.

 

Questo mio abbigliamento venne notato dal nostro direttore che una mattina mi convocò nel suo ufficio:

“Signorina, lei è molto carina ma purtroppo mi vedo costretto a ricordarle che l’ufficio non è una discoteca. Devo pregarla di adottare un abbigliamento più consono alla situazione”

Quando ritornai nell’ufficio che dividevo con i colleghi-padroni Gil mi chiese cosa voleva il direttore. Gli raccontai del rimprovero che mi era stato fatto. Lui rimase un attimo pensieroso poi mi permise di ritornare al mio tavolo di lavoro.

La mattina dopo mi presentai con una gonna un poco più lunga ed una camicetta un poco meno scollata. Arrivata in ufficio, mentre passavo in rassegna i colleghi perché m’ispezionassero, venni chiamata nell’ufficio del direttore. Qualcuno si lamentò in quanto non aveva ancora potuto palpeggiarmi a suo piacere.

Entrai nell’ufficio del direttore e cominciai a temere il peggio quando vidi Gil seduto su un divano di fronte alla scrivania.

Il Direttore mi guardò a lungo poi mi disse:

“Signorina, il dottor Gil qui presente mi ha esposto una strana storia riguardo al suo abbigliamento, e anche riguardo certe sue, prerogative, diciamo. Certo se le cose stanno come mi è stato esposto tutta la situazione cambia, ma volevo sentire cosa ha da dire lei!”

Guardai Gil senza sapere cosa rispondere:

“Marta, ho spiegato al direttore la tua situazione. Lui è d’accordo a continuare questo stato di cose, naturalmente ne approfitterà anche lui, ma vuole sentire da te se è vero o no che sei una cagnetta perennemente in calore…”

Aveva usato appositamente un linguaggio volgare ed offensivo per coinvolgere maggiormente il direttore che mi guardava ormai con gli occhi arrossati ed una leggera bava alla bocca.

Risposi: “Ma sinceramente, non so cosa rispondere…”

“Puoi anche non rispondere Marta, apri la camicetta ed alza la gonna, fai vedere al direttore che belle cosine ci sono li sotto.”

Ubbidii aprendomi la camicetta sul seno e sollevando la gonna per mostrare il pube rasato. Rimasi esposta tenendo la braccia dietro la schiena come avevo ormai imparato a fare.

Gil si alzò ed uscì dall’ufficio lasciandomi a disposizione del direttore.

Il direttore si avvicinò e cominciò ad osservarmi bene da vicino prima di cominciare a palpeggiarmi.

Poi si scaricò nella mia bocca e mi mandò via: “Vai pura Marta!”

Non potei non notare che prima mi dava del Lei mentre adesso mi dava del tu.

 

Su idea di Gil e con l’appoggio del direttore mi venne assegnato un ufficio personale, in realtà poco più che un sottoscala, dove dovevo restare tutto l’orario di lavoro senza poter uscire. In questo modo il mio abbigliamento succinto non dava scandalo. Arrivavo alla mattina ed andavo via alla sera con lunghi cappotti o spolverini, che coprivano la quasi mancanza di gonne e camicette.

Annesso al mio piccolo ufficio c’era un bagno che serviva a me ed ai colleghi che mi usavano per poi lavarsi, se volevano.

 

Visto che adesso lavoravo isolata, perché comunque continuavo a svolgere il mio lavoro regolare, Gil ed i colleghi decisero che mi sarei seduta sollevando sempre la gonna e tenendo la gambe allargate. Mi venne fornita una scrivania senza laterali, in questo modo chi entrava nel mio ufficio le prima cosa che vedeva era il mio sesso esposto.

Davanti al mio tavolo venne sistemato un divano così che chi voleva poteva sedersi e gustare comodamente lo spettacolo che offrivo.

 

Spesso i colleghi si accomodavano in due o tre sul divano mentre sorseggiavano un caffè o si fumavano una sigaretta; io dovevo restare esposta tutto il tempo che volevano e spesso si trattava di lunghi minuti. A volte mi ordinavano di masturbarmi, altre volte mi torturavano con un frustino che avevano comprato appositamente per punire ogni mia minima distrazione o disobbedienza.

Le foto che allego mi sono state fatte in questa situazione e rendono perfettamente l’idea.

 

Dovevo stare attenta a queste disposizioni; una volta che un collega entrò all’improvviso non fui abbastanza rapida ad allargare le cosce. Venni portata davanti a tutti i colleghi a dovetti sdraiarmi su un tavolo con le cosce allargate. Tutti a turno mi colpirono con il frustino.

 

Venne disposto che sulla mia scrivania doveva esserci in cestino pieno di preservativi ad uso di quelli che mi adoperavano; quando la scorta diminuiva dovevo informare Gil e gli altri colleghi.

Questa era una forma molto sottile d’umiliazione in quanto tutti erano costantemente informati sul numero dei rapporti che avevo avuto.

 

Il direttore per soddisfarsi mi chiamava a volte nel suo ufficio, invece di venire lui nel mio.

In un’occasione mi chiamò e quando entrai da lui mi trovai di fronte il direttore, Gil e altre due persone che non conoscevo. Già la mini gonna copriva poco ma mi venne ordinato di sollevare la gonna. La fissai in vita, come avevo imparato a fare, e fui costretta a servire da bere ai quattro uomini nuda dalla vita in giù.

Poi rimasi in piedi esposta mentre gli uomini parlavano d’affari. Quando si salutarono sentii sgomenta che prendevano accordi che mi riguardavano: mi venne detto che la sera avrei dovuto restare a disposizione dei due clienti che non conoscevo. Venivo prostituita in cambio di un contratto vantaggioso. Alla sera Gil mi accompagnò all’albergo dei due clienti con indosso solamente il reggicalze nero, le calze scure ed i tacchi a spillo. Ero coperta solamente da un lungo impermeabile. Venni fatta entrare nella camera dei due poi Gil se ne andò.

I due uomini avevano evidentemente dei gusti sadici in quanto mi costrinsero a restare nuda in piedi mentre mi infilavano degli aghi attorno ai capezzoli. Poi si sfogarono con i miei orifizi a turno, e mentre uno mi penetrava o si faceva succhiare l’altro mi frustava sui seni , sul sesso e sulle natiche.

Quando decisero che volevano infilzarmi con gli aghi anche le labbra del sesso fui terrorizzata e per la paura non riuscii a trattenere qualche goccia di urina.

Si misero a ridere e mi fecero pulire con la lingua il pavimento.

 

 

 

Il giorno dopo raccontarono ridendo la cosa al direttore e a Gil.  Qualche giorno dopo il direttore mi chiamò:

“Marta, non siamo contenti della figura che ci hai fatto fare. Noi prestiamo una puttana giovane e carina a dei clienti importanti e tu ti pisci addosso davanti a loro. Da oggi non ti è più permesso scaricarti senza il permesso mio, o dei tuoi colleghi. Dovrai essere sempre accompagnata in bagno e fare i tuoi bisogni a comando.”

E così avvenne: da allora il bagno che comunicava con il mio ufficio venne chiuso a chiave e quando non resistevo più dovevo umiliarmi a chiedere a qualcuno di portarmi in bagno. Mi dovevo accovacciare ed aspettare l’ordine di scaricarmi.

 

Non sapevo come fare ad uscire da quella situazione: devo confessare che comunque passavo giornate intere in uno stato d’eccitazione assoluta. La cosa non passava inosservata per chi poteva comodamente ispezionarmi con le dita e con lo sguardo il sesso ed i capezzoli sempre duri e ritti.

Mi salvava il fatto che, tranne rare occasioni, fuori dall’orario di lavoro potevo condurre una vita quasi normale. Quasi normale in quanto non osavo legarmi sentimentalmente con un uomo per paura che capisse la mia situazione.

 

All’inizio di aprile ho cercato di farmi assumere presso un'altra banca; quando Gil lo è venuto a sapere si è arrabbiato moltissimo. Ha minacciato di fare avere le videoregistrazioni e le fotografie che hanno continuato a farmi in questi mesi, alla banca presso la quale ho presentato domanda d’assunzione.

Per punizione mi ha imposto di scrivere questa mia storia e di renderla di dominio pubblico.

 

Ma la punizione peggiore è quella che ho subito pochi giorni fa: Gil è entrato nel mio ufficio ed io, come sono costretta a fare, ho subito appoggiato un piede sul piano della scrivania allargando le cosce per esporre il sesso. Ma subito dietro a lui vedo entrare la collega che è stata la inconsapevole causa di questa mia situazione. Istintivamente ho cercato di ricompormi ma Gil non me lo ha permesso:

“Rimani con le cosce larghe. Lei è venuta proprio per vedere se era vero quello che le ho raccontato su di te, quindi non permetterti di cercare di coprirti.”

Si sono seduti sul divano davanti alla mia scrivania e hanno commentato a lungo ridendo le pose che mi facevano mano a mano assumere.

Poi incredibilmente hanno cominciato a bacarsi e a fare all’amore li davanti a me, come se io non ci fossi. Poi, mentre Gil la scopava la donna ha fissato i suoi occhi nei miei e senza distogliere lo sguardo mi ha ordinato: “Poverina, noi ci stiamo divertendo e lei è li tutta sola con le gambe larghe. Masturbati troietta.”

Cominciai ad accarezzarmi il sesso esposto come ordinato.

Quando hanno finito ho dovuto pulire prima il sesso di Gil e poi quello della donna con la lingua; è stata la prima volta che ho leccato una donna. Ma non l’ultima. Gil evidentemente si è invaghito di questa donna e mi ha regalato a lei. Adesso i miei padroni principali sono Gil e la Donna  e lei, spesso viene a farmi visita nel mio ufficio.

 

Il viaggio piu' lungo

Giocata

Sbatteva i pugni contro il doppio vetro, ma nessuno poteva sentirla. Lei invece poteva sentire tutto, attraverso gli altoparlanti installati agli angoli della stanza in cui era rinchiusa. Tornò a battere sulla pesante porta blindata, poi di nuovo sui vetri della finestrella. Diamine, non poteva fare nulla. Quello scellerato di suo marito stava giocando un'altra volta d'azzardo E ovviamente stava perdendo. Prima l'auto, poi la villa, ora stava rilanciando impegnando l'appartamento in centro. "Hei! Eeeeeii!!"
Non sentiva. Quel cretino! Senza rimedio. Di sicuro baravano, forse vedevano le carte da un'altra sala uguale a quella in cui si trovava lei. In ogni modo si stava facendo spennare come un pollo da quei furfanti... Ah, ma l'avrebbero pagata cara! Non avrebbero visto una lira, a costo di muovere tutti gli avvocati del foro, li avrebbe mandati a marcire in galera. E suo marito avrebbe avuto subito subito l'interdizione.
Maledì la sua curiosità. Era ovvio che l'avevano lasciata andare in giro a spiare per allontanarla mentre spennavano il marito. Troppo gentili, troppo amichevoli, troppo diversi dai soliti amici del marito, volgari giocatori dei professione. Invece era stata una serata diversa, una residenza signorile, uomini cortesi ed eleganti, discussioni di viaggi, bizzarri giochi di società, magari un po' stupidi, ma originali. E puliti. Eppure qualcosa le diceva di non fidarsi troppo. Si era insospettita, li aveva lasciati fare, ma a un certo punto si era allontanata per di andare alla toilette, mentre gli uomini parlavano di calcio, e si era messa a curiosare. Voleva vederci chiaro. Fino a quando non aveva trovato quella stanza spoglia, con la finestra tipo candid camera, certamente nascosta dal finto specchio che stava nel salone. E mentre guardava dall'altro lato la pesante porta si era chiusa dietro di lei. Ora assisteva impotente al marito che si giocava tutto il patrimonio di famiglia.
"L'appartamento è andato" disse l'uomo, posando le sue carte sul tavolo. Aveva perso di nuovo. Insieme all'appartamento era andata anche l'ultima possibilità di riscattare tutto.
"Come sai ti resta un'ultima possibilità. Sta a te decidere".
Silenzio
"Ci devi un bel po' di soldi, non so come farai ad
appianare il tuo debito. Sai che con certe banche non
si scherza"
"Va bene -rispose - carta"
"Tua moglie contro tutto quello che hai perso?"
"Carta!" ripetè accennando col capo. Terrorizzata riprese a battere i pugni sul vetro con tutta la forza che aveva. Suo marito se la stava giocando a carte! Come fosse un'appartamento, l'automobile. Se la stava giocando! E lei era chiusa la dentro e non poteva far nulla.
Inutile domandarsi come sarebbe andata a finire. Quel cretino! Quel fottuto bastardo!
"Mi dispiace" diceva l'uomo mentre raccoglieva le carte. Dall'altra parte del vetro lei si sentì mancare.
"Sappiamo che non ti è andata troppo bene, stavolta. Ma sapremo essere comprensivi. Del resto quando sarai titolare dei beni di tua moglie, non avrai più troppi problemi" aggiunse, mentre accompagnava il marito verso la porta. "Titolare dei beni di tua moglie". Quel bastardo, l'avrebbe pagata cara pure lui. O forse no: un sorriso sinistro apparve sul suo viso, prima di uscire dalla stanza. Poi la luce si spense, e lei rimase completamente da sola, al buio. Continuò a sbattere i pugni contro la porta, fino a quando, esausta, non si accasciò al suolo, e si addormentò.
La guardava attraverso il vetro della finestrella.
Oramai era sua.
Era una bella donna di 28 anni, slanciata, gambe lunghe, capelli biondi, fisico atletico, scolpito in regolari sedute di fitness. E ricca. Da sette anni era amministratore delegato unico della ditta di famiglia. Era abituata a gestire il denaro e le persone, in modo sicuro, determinato, spregiudicato. Il marito era uno dei pochi lussi fatui che si era permessa. Era stata una sciocchezza. Debole sul lavoro, e ossessionato da una morbosa passione per il gioco d'azzardo. Non perdeva l'occasione per mostrargli in pubblico il suo disprezzo. Del resto lo faceva anche coi suoi dipendenti, pensò lui. Per anni era stato suo segretario, per anni era stato trattato con sprezzante indifferenza. Si era perfino innamorato, e lei doveva averlo capito, perché aveva iniziato a prendersi gioco di lui, a lasciagli credere di avere delle possibilità, per poi umiliarlo davanti a tutti. MA ora aveva vinto lui. Ora avrebbe avuto i suoi soldi, ora avrebbe avuto lei. E non avrebbe provato alcuna pietà.

La svegliò di soprassalto la porta blindata che si apriva alle sue spalle. Era notte. La luce improvvisamente accesa la accecava, ma l'ombra che si avvicinava le parve subito familiare: il suo segretario.
"Grazie al cielo, sei tu. Via, andiamo subito via di qui..."
Squashhh! Un potente schiaffo la rigettò per terra, dopo averla fatta rimbalzare sul muro. "Stai zitta, stronza! Non sei più in condizioni di dare ordini". Altri due uomini erano apparsi dietro di lui. Le afferrarono i polsi torcendoli fino a farla gridare, ma smise presto: appena accennava un fiato, torcevano ancora più forte. Dovette alzarsi e lasciarsi condurre in silenzio per il lungo corridoio fino ad una stanza. Le chiusero entrambi i posi a delle catene che pendevano dal soffitto lungo la parete, le infilarono in bocca una grossa palla di gomma tenuta a stringhe di cuoio che si chiudevano dietro la nuca, lasciandola imbavagliata. E lui, il suo dipendente, le si avvicino con un sorriso che non prometteva niente di buono. Le poggiò la mano sul viso. Poi scese per il collo, si poggiò sul seno. Colta dal terrore cominciò ad agitarsi e a scalciare. "Le caviglie!" disse agli altri due uomini, che le afferrarono rudemente le gambe e le tirarono con forza al lato, facendole così aumentare il peso sui posi, quindi le legarono con brevi catene a due anelli di metallo fissati nel muro.
Ora non poteva davvero muoversi. Si avvicinò di nuovo e rimise la mano sul seno. Non poteva far nulla. Era rossa in viso, e non ci vedeva più per la rabbia, ma non poteva più fare niente.
"Ti dona il bavaglio" fece lui. La mano affondava sul suo seno.
"E' finito il tempo in cui eri la Signora. E' ora che cominci ad ascoltare. E ad ubbidire agli ordini" iniziò a strizzarle il seno, poi le afferrò il capezzolo, mentre lei lo guardava con odio. "Perché la tua vecchia vita è finita. Definitivamente. Tra poco sarai morta per il mondo. E se vuoi vivere ancora devi imparare una vita nuova" E le strinse il capezzolo, tirandolo a se e torcendolo con furia. Ma il suo viso era calmo, freddo, spietato. "E' venuto il momento in cui i ruoli si invertono" disse sorridendo mentre le sbottonava la camicia, senza fretta, un bottone dopo l'altro. "Il tuo maritino ti ha giocata alle carte. E ti ha perso. Nessuno ti riscatterà più. Preparati alla tua nuova esistenza". Aveva estratto un coltellino dalla tasca, e ora le stava tagliando via la camicia, poi il reggiseno, con metodica calma. Aveva un seno non grande, ma sodo e proteso, che si ergeva con impudenza sul ventre liscio e muscoloso.
"Ti sei domandata il perché di quel simpatico gioco di società stasera? Il viaggio dei tuoi sogni, scrivi una cartolina per ogni tappa? Domani partirai. Hai un posto prenotato per le Maldive. Poi comincerai a girare un po', vediamo... quali cartoline hai scritto? ...Mi sembra Messico, poi di nuovo a sud, Guatemala, Costa Rica. Solo che non ci sarai tu su quell'aereo. Ma qualcuno che avrà un gran piacere a fare un viaggio col tuo passaporto. Qualcuno che trova utile viaggiare in incognito, a nome di altri. Qualcuno che spedirà le tue cartoline. Poi temo che qualcosa accadrà in uno di quei paesi, perché non tornerai più. Com'era quella cartolina a tuo marito? 'Ciao bello, non torno più, ho trovato il mio uomo...' Ti sembrava molto spiritoso, vero? Del resto si sa, quando un bella donna arrogante e piena di soldi viaggia da sola, è facile che succeda qualcosa..." Le stava tagliando via la gonna e gli slip. Ora era completamente nuda di fronte a lui e agli altri due uomini. Contorcersi non faceva che aumentare il suo senso di impotenza, non faceva che esporre ancor più il suo bel corpo. Continuò ad agitarsi finché non si sentì spossata, mentre le mani dell'uomo si impossessavano di lei, un pezzo dopo l'altro.
"Ma vedrai che la tua nuova vita ti piacerà. Ti abbiamo preparato un esordio da stella del cinema. Certo, è un cinema un po' particolare, ma sono certo che sarai molto apprezzata.
Scostò una tenda: dietro c'era un vero e proprio studio cinematografico. Un riflettore si accese abbagliandola e scaldandole improvvisamente la pelle, mentre lui le toglieva, uno dopo l'altro, orologio, braccialetti, collana, orecchini.
"La prima scena potremmo chiamarla L'INTERROGATORIO. Infatti quando ti toglieremo il bavaglio ci darai tutti i codici bancari più le password di accesso ai dati riservati della ditta. Nel frattempo raccoglieremo un bel po' di materiale per un capolavoro da Oscar". La mano di lui era scesa poco a poco verso il basso, e si era posata sul pube. Non poteva impedirglielo, con le gambe tenute larghe dalle catene. Le afferrò i peli e la tirò in avanti, mentre abbassava il capo a succhiargli un capezzolo. Poi si scostò e fece qualche passo indietro. Si chinò ad aprire una grossa valigia nera, da cui estrasse un rigido e sottile frustino che agitò davanti ai suoi occhi facendo fischiare l'aria, prima di consegnarlo ad uno dei suoi uomini.
"Chack, si gira!" disse allegramente prima di scomparire nell'ombra.
I colpi cadevano sul suo corpo uno dopo l'altro con spietata sequenza. Non faceva in tempo a riaversi da uno che arrivava il secondo da un'altra parte, inaspettato, ancora più feroce. Ogni colpo una riga rossa. Sul ventre. Sulle cosce. In mezzo ai seni. Sul fianco. Poi ancora sul ventre. Ancora un altro, e un altro ancora. Cercava di evitare la frusta, e il suo corpo scattava automaticamente in senso opposto, straziandole i polsi. Era un o sforzo inutile, i colpi arrivavano sempre da un lato inatteso. I nervi le esplodevano. Le sembrava di impazzire. Come un martello compressore le schiacciasse il cervello. Fino a quando vide tutto nero.
Poi un altro colpo, uno shock: una secchiata di acqua gelata l'aveva riportata alla luce. Una mano le afferrava i capelli e le tirava su la testa. Non riusciva a sentire cosa gridava. La mano la lasciò, e arrivarono altri colpi. Di nuovo sul ventre, sul fianco, poi sui seni. Una dopo l'altra le strisce rosse le si incrociavano attorno ai capezzoli. Svenne di nuovo. Si svegliò con la mano di lui che le carezzava di nuovo il corpo, seguendo con precisione i segni della frusta. La luce del riflettore sempre calda sulla pelle. E una sensazione strana quasi di piacere emerse appena in mezzo al dolore. Poi la luce si spense e tornò il buio. Ma lei era ancora tenuta su dalla catena. Provava un dolore atroce ai polsi, perfino peggiore di quello lasciato dalla frusta. I muscoli, costretti nella stessa posizione le davano i crampi. Il tempo sembrava non passare mai. Non c'era giorno né notte, nella stanza buia. Fu quasi felice quando li vide tornare. Pregava solo che la togliessero dalle catene. Non era in grado di reagire più. Voleva solo dormire, riposare mangiare, urinare. Bisogni elementari, animali, potenti.
"Riprende il film" disse la voce sconosciuta. Di nuovo il riflettore accecante sugli occhi. Di nuovo il sibilare della frusta.
"Aspetta - disse la voce di lui dall'ombra - tirala più su, prima.
Rumore di catene, di un meccanismo elettrico, e si sentì improvvisamente strappare in due, coi polsi tirati verso l'alto con un dolore, mentre le catene alle caviglie la tenevano salda verso il basso. Non riusciva a pensare a nulla, solo il dolore e quella luce accecante negli occhi. Sentì una mano afferrarle i capelli, tirarle la testa verso il basso, e cercò di assecondarla per evitare che le tirasse ancor più i polsi. Abbassò la testa inarcando il busto. La mano le frugò dietro la nuca e le tolse il bavaglio. Per un momento non riuscì a parlare, la bocca era ancora paralizzata dalla pressione del bavaglio. Poi fece uno sforzo.
"Per piacere, per piacere, tiratemi giù! Farò tutto quello che volete, vi lascio tutto ma tiratemi giù, lasciatemi andare vi prego. Vi prego. Vi prego..." Un colpo sordo le fece vedere nero. La risposta, un potente schiaffo.
"Stai zitta stronza. Qualcuno ti ha autorizzato a parlare? Regola numero uno: silenzio. Parla soltanto quando ti si chiede qualcosa. Regola numero due: non alzare mai più lo sguardo sui tuoi padroni. Guarda verso il basso. Non te lo ripeterò più: per il mondo tu sei morta. E in effetti la tua vita è appesa a un filo. Vedi di non spezzarlo. - Le aveva infilato la mano tra le gambe e stava spingendo verso l'alto - Per oggi l'unica cosa che voglio sentire da te sono i codici e i dati dei tuoi conti, compresi quelli coperti".
"Brutto bastardo traditore, uccidimi pure subito. Non vedrai niente".
"E' qui che ti sbagli piccola mia. Non ho alcuna intenzione di ucciderti. Però ti assicuro che sono in grado di farti rimpiangere di non essere davvero morta in viaggio". Mentre parlava le aveva afferrato i capelli e tirava verso il basso.
Poi la lasciò, con un sorriso bonario. Ora singhiozzava soltanto.
"Beh, lavoratela con la frusta. Voglio sentirla urlare" disse uscendo dalla porta.
Quando rientrò lei aveva perso i sensi. Nuove strisce rosse si erano sovrapposte e incrociate sulle vecchie. Aveva urlato. Quanto aveva urlato! Fino a quando i nuovi colpi non le avevano strozzato in gola la voce. La svegliò con un'altra secchiata d'acqua e la vide riaprire gli occhi a fatica, in grado a malapena di mugolare. Le sputò in faccia il fumo della sigaretta, una lunga boccata di fumo che la fece tossire. "Allora, siamo pronti per questi codici?" chiese mentre le affondava la sigaretta sul capezzolo sinistro. Era pronta, e disse tutto quello che lui voleva sentire. Dopo aver preso nota, ripose il taccuino e accese un'altra sigaretta, e rimase a fumarla davanti a lei, lentamente, guardandola singhiozzare sommessamente.
"Giù... tirami giù... per piacere... detto tutto... hai avuto quello che volevi... giù..."
"Ti avevo detto che non devi parlare, mi sembra" rispose avvicinando la sigaretta al seno destro, questa volta con estrema lentezza, per darle il tempo di sentire il calore avvicinarsi, di contorcersi nel disperato tentativo di evitare la sigaretta, di sentire il rumore della brace sulla pelle. Lei stava ancora urlando, quando lui si rivolse ai due uomini "Ci ha messo un po' troppo a parlare. Dalle altri venti colpi. Col bavaglio questa volta.
L'avevano lasciata là un'altra volta per un tempo indefinito. Poi la porta si era aperta di nuovo, si accese il riflettore e se lo vide di nuovo davanti. La mano di lui prendeva nuovamente possesso del suo corpo. Il calore della lampada e la pressione della mano sul ventre le ricordarono che doveva urinare, e questo la fece sentire ancor più nuda, più esposta.
La afferrò per i capelli e le chiese:
"Allora, come ci si sente, gentile signorina? Contenta del film? Pensa che magari, fra un paio di anni, quando tutto sarà ormai lontano, potrei mandarne una videocassetta in regalo a tutti i tuoi dipendenti. Per Natale. Sapranno apprezzare? Ma non preoccuparti, allora questo non ti preoccuperà minimamente, ti assicuro. Intanto però puoi immaginarteli seduti qui davanti, a guardarti attraverso l'occhio della telecamera, mentre commentano e mangiano pop-corn. Pensa un po' a quanti di loro stai regalando la realizzazione di un sogno covato per tanti anni, il tuo bel corpo arrogante ridotto ad articolo di scarto, la loro amministratrice delegata che si prostituisce per un tozzo di pane lercio. Vedrai, ti piacerà... E allora, vogliamo dare qualche soddisfazione ai tuoi dipendenti? Andiamo a esibirci in qualche scena di sesso. Cerca di essere partecipativa, va bene?"
Non poteva parlare, ma scosse la testa con forza. Allora lui le afferrò un seno e glie lo strizzò fino a quando il capezzolo non s'inturgidì. Quindi afferrò un paio di cesoie e le strinse lentamente sul capezzolo. Molto lentamente, fino a farlo diventare bluastro, mentre il sangue iniziava a scorrere da un lato. "Potrei tagliartelo via, zac! con un colpo solo, e tu non puoi fermarmi. Ma credo che non lo farò, perché vedi, oramai questo pezzetto di carne ha un valore commerciale molto ma molto più alto di tutto quello che hai nella tua testolina. Questo pezzetto di carne si può vendere, ed è l'unica cosa che oramai ti tiene in vita".
I due uomini le sciolsero le catene. Uno le afferrò i polsi torcendoglieli con forza. Inutile precauzione: non era in grado di reagire. L'altro uomo le stava mettendo un collare di cuoio. La fecero inginocchiare a gambe larghe fra due corti pali. Alla base di essi erano fissati due spesse fasce di cuoio, che le furono legate strette attorno alle cosce. Alla cima erano incatenati due bracciali di metallo, che le furono applicati ai polsi. Si trovava ora in bilico sulle ginocchia, con la braccia tirate indietro fino ai due pali. unirono una catena al collare e lo tirarono verso il basso, agganciandolo ad un altro anello infisso nel pavimento. Non poteva alzarsi. Era inginocchiata, con il viso pressato sulla polvere del pavimento, le parti intime esposte dal basso verso l'alto alla calda indiscrezione del riflettore. Un uomo si chinò dietro di lei, si sbottonò i pantaloni e la prese. Coma un animale, come una cagna. La bocca ancora chiusa nel bavaglio, il collo tirato verso il basso, respirava a fatica, mentre il membro dell'uomo sconosciuto le penetrava nel profondo. Durò un'infinità. Poi l'uomo si alzò, prese la frusta, e iniziò a colpirle le natiche con violenza. Un colpo, un altro, un altro ancora. Quando si fu calmato si avvicinò di nuovo e le infilò il manico della frusta nell'ano, spingendolo quanto più a fondo poteva. Quindi la prese anche l'altro uomo, sempre allo stesso modo. Una mano di lui le premeva il ventre gonfio, l'altra si stringeva sui seni martoriati dalla frusta, le pizzicava e torceva i capezzoli. I due uomini si davano il cambio, uno dopo l'altro, o le penetravano con strumenti che non riusciva a vedere, ma di cui percepiva la ruvida e dura consistenza. Per un tempo infinito. la luce si spense di nuovo. La lasciarono li, inginocchiata nel buio, col viso a terra e le mani dietro la schiena. Col silenzio e la calma si riaffacciò la fame. E la sete. Poi il sonno ebbe la meglio.
Si svegliò nel buio mentre il rigagnolo caldo le scendeva lungo le gambe. Da quanto tempo era li? Un giorno? Due? Aveva un disperato bisogno di urinare. Aveva resistito mentre la frusta le si abbatteva sul ventre, quando le mani dei due uomini che la prendevano le premevano la vescica già compressa. La dignità in lei aveva resistito. Ma ora non ce l'aveva fatta. Il sonno, per quanto in quella penosa posizione, l'aveva rilassata, e ora si trovava in un lago della sua stessa urina. Il pavimento era in lieve pendenza, e il lago avanzava verso i ginocchi, sotto il ventre e si avvicinava al viso, schiacciato contro il suolo. Tentò pateticamente di alzare la faccia, e riuscì a tenerla a qualche centimetro dal suolo, a prezzo di grandi sofferenze sulla schiena e sulle ginocchia. La sentì nei seni, dove i colpi della frusta reagivano con dolore a contatto con l'acido dell'urina. Vide con terrore il rigagnolo passarle sotto al viso, inzuppare i capelli di cui un tempo era andata tanto fiera, i suoi lunghi capelli biondi. Resistette ancora qualche lungo minuto, poi un crampo alla schiena le fece perdere l'equilibrio, e con un sonoro "spalsh!" ricadde nella piccola pozza di urina. Si riazò, ma ormai era tutto inutile: il viso era completamente bagnato, e la schiena le doleva ancor più. Si lasciò ricadere nella pozza, sapendo che stava perdendo uno degli ultimi residui della sua dignità. Gli uomini l'avrebbero trovata nella sua stessa urina, l'avrebbero derisa mentre la torturavano.
Si svegliò con la sensazione di affogare. Il flusso caldo le scendeva per i capelli, per il viso, le grogogliava nel naso. Le stavano urinando sulla faccia.
"Buon giorno signora! -la voce era sopra di lei - E così ce la facciamo addosso, eh? Molto fine. Davvero, molto aristocratico. Visto che ti sei ridotta a un cesso prendi pure questa" mentre dirigeva il getto di urina verso le orecchie, verso il naso, verso gli occhi. Quindi si abbassò su di lei e le sfilò il bavaglio. Quanto tempo lo aveva portato? La bocca faticava a chiudersi. Se ne accorse quando l'altro uomo, che aveva anch'egli cominciato ad urinare, diresse il getto proprio tra le sue labbra. Sputò con orrore, ma un'altra mano le afferrò i capelli tirandole la testa indietro con violenza. "Apri la bocca e ingoia, puttana!" Non c'era bisogno che lo dicesse, perché il gesto violento le aveva automaticamente aperto la bocca, che si era riempita del caldo e acre sapore di urina.
"Ingoia, stronza!" continuava la voce, mentre la frusta la colpiva nuovamente dietro con rabbiosa ferocia. Ingoiò. Vomitò e ingoiò di nuovo. "La nostra attrice migliora di giorno in giorno!" commentò lui con soddisfazione.
"Brava, ti sei meritata il pranzo" All'improvviso lo stomaco le si aprì, malgrado ancora l'attraversasse la sensazione di nausea, si ricordò di quanta fame avesse. Le gettarono un pezzo di pane raffermo nella pozza di urina davanti al suo viso e se ne andarono spegnendo la luce.
Nel buio poteva vedere chiaramente il pezzo di pane. Mezzo intriso dall'urina che lo circondava, ma era pane, e lei aveva fame. Era li, a cinque o sei centimetri dal suo viso, ma non riusciva a raggiungerlo. Allungava invano la lingua, ma il collare fissato al suolo le impediva di muoversi. Combatté per un'ora circa, alla fine rinunciò, ma il pezzo di pane era sempre li a torturarla. Poi la porta si aprì e la luce si accese di nuovo. Vide una scarpa avvicinarle il pane di un centimetro, con cura. Era più vicino ora, ma riusciva appena a raggiungerlo. Allungava disperatamente la lingua fino a raggiungerne la superficie intrisa di urina, ma otteneva solo di allontanarlo. Eppure insisteva, come colta da ossessione. Sapeva che stavano filmando, che avrebbero venduto il film a centinaia di perversi, ma oramai quello non era più il suo mondo, non la riguardava. Ora aveva soltanto fame, fame, fame.
Su una cosa non le avevano mentito: l'interrogatorio era solo la prima scena.
Che lei avesse detto o meno quello che si aspettavano, questo non cambiava per nulla la sua posizione, l'interrogatorio proseguiva anche senza domande. Dapprima iniziarono a chiederle di assumere atteggiamenti provocanti e volgari di fronte alla cinepresa, e dovettero insistere un po' per ottenerli. Ma la villa in cui si trovavano disponeva di una fornitissima palestra, rapidamente adattata a camera di tortura. La stesero a braccia e gambe divaricate colpendola con frustini da cavallo. La torturavano dopo averla legata ad una pertica, vestita in abiti provocanti. Spalliere, cavalletti, anelli, tutto fu utilizzato, e quando non avevano nulla da pretendere, si limitavano ad abusare di lei, colpirla e filmare. La legavano in posizioni bizzarre, attorno a bastoni che poi venivano issati fin sul soffitto. Le fissavano corde o pesi ai capezzoli, la appendevano per le gambe e le braccia e la prendevano mentre fluttuava, oppure la legavano a sgabelli e tavolini, sempre coi seni e il sesso rivolti verso l'alto. La misero una gogna per poi penetrarla da dietro e da davanti contemporaneamente.
Ottennero la sua collaborazione incondizionata dopo averla calata nel "buco". Ne aveva sentito molto parlare, in frasi venate di minaccia, ma non aveva mai capito cos'era. Lo imparò il giorno che la condussero in un sotterraneo, la legarono per i polsi a una catena, aprirono una botola e ve la calarono. Il buio era totale. Sentiva dell'acqua scorrere sotto di sé, che ogni tanto le bagnava i piedi. Quando i suoi occhi si abituarono al buio, iniziò ad urlare terrorizzata. L'avevano calata nella fogna. Al suo fianco, lungo tubi coperti di marciume, correvano senza posa file di grossi ratti. Qualcosa le urtò il piede. I ratti nuotavano nella fogna. Dovette tenere le ginocchia alzate per evitarli, ma così il peso si concentrava sui polsi. Poco a poco le gambe le scendevano in basso fino all'acqua. Allora le risollevava di scatto con un dolore improvviso. Attorno a sé i ratti avevano percepito la presenza estranea e si protendevano dai tubi, cercando di raggiungerla. Dopo un tempo infinito di lotta col suo stesso corpo, svenì. La tirarono su, e la svegliarono scuotendole la testa per i capelli, quindi la calarono di nuovo, per una, due infinite volte.
Da quel giorno fu sufficiente nominare il "buco" per ottenere dai lei tutto.
Si diedero il cambio diversi registi, diverse produzioni. Doveva essere stata noleggiata a diverse società. Passò di mano in mano, ma non poté dire che ci fossero grandi differenze: non le chiesero mai di recitare. Sperava che i tanti film di cui era protagonista, fossero destinati a circolare in paesi lontani, anche se questo le toglieva le speranze di essere rintracciata.

Venduta
Dovevano aver esaurito tutto il repertorio, quando la misero in una stretta gabbia, legata, bendata e imbavagliata e la caricarono in un furgoncino coperto. Dovevano averla drogata, perché aveva le vertigini, non riusciva più a capire chi fosse, dove si trovava. Il viaggio durò un'ora circa, poi la gabbia fu scaricata e presa in consegna da altri uomini che la trasportarono al centro di una sala lussuosa. C'era un ricevimento, nella sala. Quando le tolsero la benda si accorse con orrore di essere al centro di una festa della buona società, anche se non le sembrava di riconoscere nessuno. Era nuda, con i posi legati alla cima della piccola gabbia, le gambe ai due lati, tenute distanziate. Era come una sorta di animale esotico, tra tappeti e lussureggianti piante tropicali. Gli invitati passavano, con la coppa di champagne tra le mani, le gettavano un'occhiata distratta, le passavano il pollice sui capezzoli, e si allontanavano di nuovo, commentando. Era furiosa. Qualcosa dentro di lei si stava rivoltando. Era rossa in viso: il fatto di essere stata riportata nel "suo" mondo, nella "sua" società le aveva risvegliato al tempo stesso la vergogna e l'orgoglio.
Poi un uomo in tight le si avvicinò e iniziò a battere le mani in alto per richiamare l'attenzione del pubblico, che si raccolse a semicerchio attorno a loro. L'uomo mise la mano nella gabbia e strinse la mascella di lei dopo essersi schiarito la gola. "Ecco un pezzo davvero interessante. Dirigeva una piccola ma affermata società, e adesso, dopo appena venti giorni di trattamento, rappresenta un articolo di raffinata fattura, ed al tempo stesso disponibile ad ogni richiesta". Spense la luce con un piccolo telecomando, e sulla parete di fronte iniziò la proiezione di un film. Era una selezione delle sue torture. E delle scene volgari che avevano preteso da lei. Si sentì di nuovo il mondo crollare addosso.
"L'asta è da considerarsi aperta" disse l'uomo col tight, mentre si riaccendeva la luce. Due mani le afferrarono i capelli da dietro e le spinsero dei tappi nelle orecchie. Non poteva sentire, ma vedeva le mani che si alzavano, gli occhi che le fissavano i seni e il grembo. Un uomo lontano, seduto su una poltrona sollevava la mano più spesso. Infine si alzò, mentre il banditore in tight batteva il martello sul tavolino al suo fianco. L'affare era concluso.
Le mani la afferrarono di nuovo da dietro e le tolsero i tappi. L'uomo che era lontano le si avvicinò e quando lo vide in faccia il sangue le mancò e si sentì svenire. Riaprì gli occhi che era ancora appesa per le braccia dentro la gabbia. La faccia di lui era vicina, quasi a contatto con la sua.
"E allora ci si rivede, carina. Ne hai fatta di strada, eh?" Era proprio lui, l'avversario storico della società che lei aveva gestito. L'uomo a cui aveva fatto più volte mangiare la polvere. L'unica volta che l'aveva visto, era una trattativa nel corso della quale lo aveva quasi ridotto sul lastrico. Allora lui l'aveva implorata, invano, di accordarsi su una soluzione accomodante, ma lei non aveva ceduto. Anzi aveva mostrato un certo piacere nello schiacciare quell'uomo, che le dava ribrezzo.
"Maledetto bastardo. No, tu non mi avrai. Piuttosto mi faccio ammazzare come un cane, ma non avrai questa soddisfazione" sussurrò con la poca voce che le restava.
"Credo che di soddisfazione ne avrò esattamente quanta me ne serve. E' davvero una magnifica sorpresa, credimi. Era tempo che volevo decidermi a compiere questo passo. Una schiava clandestina tutta per me. Ma certo, non pensavo di trovare proprio te. Si, credo proprio che sarai di mio gradimento. Certo, mi sembra di capire che la preparazione sia stata un po' frettolosa. Per esempio ancora non hai imparato che l'uso della parola non è concesso a un prodotto del tuo genere. Ma credo di conoscere la persona giusta... per un training professionale. Caricatela!" disse rivolgendosi agli uomini di fatiche che aspettavano presso la porta.
L'uomo che la prese in consegna dopo un nuovo viaggio in furgone, sembrava il boia di una mascherata. Giacca e pantaloni in pelle, cappuccio nero sul volto. Una lunga frusta era allacciata alla cintura. Qualcosa le diceva che ci sarebbe stato poco da ridere. Aprì la gabbia, le sganciò i polsi e li legò sopra la testa ad una catena che pendeva dal soffitto. Le girò intorno osservandola bene quindi si soffermò per un po' dietro di lei. Senza farsi sentire sfilò la frusta e la colpì sulla schiena. Un unico colpo, secco e preciso, terribile. Lei non fece neppure in tempo a intuire cosa fosse quel sibilo, che il dolore già le apriva in due la schiena. Quindi le si fece davanti. Le labbra di lei tremavano, gli occhi erano bagnati di lacrime. Le afferrò il volto con la mano.
"Non temere, questa era solo una presentazione. Lo capirai quando sarai punita davvero. Mi hanno detto che hai risposto male al tuo padrone, che lo hai addirittura affrontato" la voce era pensierosa, preoccupata, quasi triste.
"Un imperdonabile errore da parte tua, davvero. Non so cosa hai passato prima di venire fin qui, ma è chiaro che non hai mai avuto un padrone. Neppure immagini cosa significhi. Ti hanno usata, scambiata, ceduta, questo si vede, ma nessuno ti ha posseduta, e c'è una grande differenza. Imparerai che il tuo padrone è tutto per te, può stabilire la tua fine con un cenno di mano: stop, e tu non ci sei più. Se vuole più anche decidere quanto deve durare la tua morte, che tipo di agonia meriti. Pensaci bene, la prossima volta, semplicemente perché non ci sarà una prossima volta. La tua mancanza è stata davvero grave... quella frase... Non pensare che ti abbia risparmiato la vita per un qualche riguardo. Sei stata molto fortunata. Conosco la psicologia di chi possiede articoli del tuo tipo: pur di non dover ammettere di aver fatto un cattivo affare, è disposto a passar sopra anche a una grave mancanza. Ma se dovesse capire che non vali i soldi spesi, si libererà di te. E si vendicherà, puoi contarci. Ne ho viste tante come te implorare inutilmente di essere uccise: dimenticate appese per i piedi in un sotterraneo, chiuse a morire di fame in mezzo ai propri escrementi, abbandonate in pasto ai ratti. Quando un padrone ha deciso, non c'è più modo di cambiare. Senza di lui non c'è vita. Ora non puoi capire. Ora probabilmente già mi stai odiando, e certo mi odierai quando cominceremo davvero. Poi un poco alla volta inizierai a comprendere. Vedrai cosa vuol dire. Ti renderai conto che l'uomo che tu hai affrontato, non è 'un altro', è l'aria che respiri, la tua vita, il stesso essere. Ma c'è tempo per questo. E in questo tempo capirai cos'è una punizione. E rimpiangerai di essere nata.
Prigione
Il luogo in cui la condusse era una sorta di prigione sotterranea. Diverse gabbie, che contenevano altrettante donne. Le donne avevano tutte il collare e le mani legate dietro la schiena, ma non erano imbavagliate. "Ormai non è più necessario" le spiegò quello che doveva essere il suo istruttore. "Hanno capito che non si parla, e basta. A parte questa qui" disse afferrando i capelli scuri di una giovane ragazza incatenata al muro, e costringendola ad alzarsi.
"Questa è stata recidiva. Non voleva imparare il silenzio. Fino a quando il suo padrone non si è stancato, e le ha fatto tagliare la lingua. Un vero peccato. Una femmina senza lingua perde molto del suo valore. Penso che finirà venduta a qualche bordello clandestino, non credo che possa rendere di meglio, ormai. Oppure sarà rottamata". La ragazza mantenne lo sguardo a terra, come se il discorso non la riguardasse.
Mentre la portavano via si sentì raggelare. Non aveva idea di cosa volesse dire "rottamare", ma certo significava la fine del percorso. Cercò di dimenticare quella parola.
Imparò a vivere in quella gabbia che era appena della grandezza del suo corpo. Gli esercizi si svolgevano a ciclo continuo nella grande sala circondata dalle gabbie, in modo che tutte le donne vi assistessero di continuo. Le punizioni, per ogni minimo errore, venivano somministrate su una inferriata ai lati della sala.
Quando vide in cosa consistevano gli esercizi, credette che fossero tutti pazzi: le facevano fare il riporto, come ai cani. E forse erano davvero pazzi, ma la frusta non scherzava. Nude, in ginocchio e sempre con le mani legate dietro la schiena, dovevano afferrare con la bocca i bastoni che venivano tirati a qualche metro, e riportarli tra le mani dell'istruttore.
Quando questi era soddisfatto, le faceva camminare avanti e indietro con lo sguardo a terra e il busto eretto, saltare, compiere movimenti stupidi e inutili. Poi venero altre sessioni di postura: come inginocchiarsi, come presentarsi di fronte a un Signore, come offrire il proprio sesso.
Imparò ad offrire quello che le era stato strappato con la forza nelle settimane precedenti. Imparò a rispondere ad ogni minimo comando, ed anzi, a precederlo. Imparò ad abituarsi ai maltrattamenti, ad anelare le attenzioni dei propri padroni, e perfino la propria sofferenza, considerandola niente più che uno strumento di piacere, del loro piacere. Capì che perfino le sofferenze che le venivano inflitte per divertimento o scherno erano ora il suo unico appiglio alla sopravvivenza, e forse anche qualcosa di più: il solo modo che le restava di sentirsi viva, con uno scopo.
Ma tutto questo non le toglieva il terrore della punizione che le spettava per aver mancato di rispetto al suo Signore. Le veniva ricordata tutti i giorni come qualcosa di terribile, qualcosa che non avrebbe mai più dimenticato. Qualcosa che sapeva sarebbe venuta, anche se non sapeva quando.
Lo seppe la notte che vennero a prenderla. La fecero uscire dalla gabbia e le somministrarono cinque colpi di frustino sulla schiena. Quindi la portarono via bendata, nei sotterranei.

Punizione
La corda era tesa sopra le sue braccia, alla sbarra d'acciaio ai cui estremi erano assicurate le caviglie, tenendo distanziate le gambe, era fissato un peso che tirava verso il basso tendendole il corpo. Una benda le impediva la vista. Buio e silenzio, null'altro. Udiva solo un gocciolare d'acqua, in distanza, e percepiva il calore di un fuoco, in basso, alle sue spalle. Aveva atteso la terribile punizione per un tempo interminabile: una notte eterna durata interi giorni. La notte dei sotterranei. Poi l'avevano appesa alla catena, e abbandonata là per un'altra eternità. La mancanza di circolazione intorno ai polsi martoriati dai bracciali di ferro le aveva intorpidito le braccia. Forse era quella la terribile punizione. Avrebbe fatto di tutto affinché non si ripetesse mai più. O forse l'avevano davvero dimenticata. Sarebbe rimasta appesa fino alla morte, fino a quando la carne non si sarebbe staccata. Stava domandandosi se quella non era la sua ultima scena, quando udì il rumore di passi che si avvicinavano, scricchiolando sul suolo terroso. Il cuore iniziò s batterle sempre più tumultuosamente, e le sembrò che le facesse sobbalzare, ad ogni battito, i seni esposti. I passi le si approssimavano. Le sembrava di sentire il fiato dello sconosciuto, di percepire il suo sguardo indagatore sul suo corpo nudo. Scordò i polsi doloranti, travolta da un insieme di vergogna, rabbia e paura, e s'impose di non lasciar trapelare alcuna emozione. Non le riuscì: quando sentì una mano sconosciuta poggiarsi con fermezza sul suo ventre, trasalì.
Scese le scale e vide la ragazza in lontananza, illuminata dalla instabile luce del fuoco. Si avvicinò lentamente, molto lentamente. Non aveva fretta. Sapeva che aveva aspettato già molto in quella posizione: una tortura già sufficiente. Ma non poteva permettersi dubbi. La punizione doveva essere esemplare, doveva farle accettare la sua condizione, una volta per tutte, o la sua vita sarebbe stata un inferno. Non poteva permettere che si abituasse poco a poco alle punizioni, che mantenesse una linea di resistenza, per quanto sottile.
Guardò la ragazza da vicino. Era davvero un incanto. Soprattutto ora che il suo volto, avendo percepito la sua presenza, non era più trasfigurato da smorfie di dolore, ma lasciava trasparire la paura. La bocca semiaperta, tra il sospiri e i gemiti repressi causati dal dolore, faceva acquistare ai tratti delicati e innocenti del viso un'apparenza quasi provocatoria. Il ventre oscillava dolcemente, nel respirare forte, esponendo ogni volta i seni, piccoli e sodi. Sentiva i suoi fiati, e si avvicinò ancor più affinché la ragazza potesse sentire i suoi sulla pelle. Vide subito la reazione che causava nella espressione di lei. Provava desiderio e pena per quel corpo esposto e sofferente, e ancor più per ciò che lo aspettava. Ma il suo compito era un altro. Pose la mano su quel ventre invitante.
La mano iniziò a scendere lentamente, quasi carezzandola, verso e cosce forzatamente allargate. Poi, come avesse avuto un ripensamento, iniziò a salire, stavolta con maggiore fermezza, fino fermarsi alla base del seno sinistro. Il respiro le si faceva affannato. Sentì quelle dita estranee aggirarle il seno, carezzarne di nuovo la base, e di repente chiudersi a coppa su esso, afferrandolo con durezza. Si morse l'angolo del labbro, e forse era il segno che l'estraneo attendeva, perché si fermò e le rivolse la parola: "Allora, piccola, ci siamo. Abbiamo un po' di tempo da passare insieme, io e te soli. E non c'è fretta, vero?" E così dicendo raccolse le dita intorno al capezzolo e iniziò a stringerlo e torcerlo lentamente, inesorabilmente. Si forzò di per non gemere. Le dita stringevano il suo capezzolo. Sentì anche l'altro subire lo stesso trattamento. Sentì la bocca di lui cercare di baciarlo. S'irrigidì. Stringeva i denti, mentre la lingua cercava di penetrarla. "Va bene- disse lui allontanando la bocca e spingerle indietro la faccia con la mano. Un moto di orgoglio stava per far breccia a un sorriso, ma non fece in tempo. Le dite le strinsero con maggior violenza i capezzoli "Allora si comincia", disse lui, con soddisfazione.
Senti la presa liberarle i capezzoli, che subito s'inturgidirono, quando un'altra stretta ben più violenta li strinse di nuovo, uno dopo l'altro.
Stavolta era un qualche strumento, forse una molla:
sentiva il freddo metallico ferirle i seni. Le molle dovevano essere fissate a una corda, perché si sentì improvvisamente tirare un avanti, e stavolta un gemito le sfuggì dalla bocca, mentre arcuava la schiena tentando di limitare il dolore. In realtà in questo modo aiutò il suo persecutore, consentendogli di tirare ulteriormente le corde unite alle molle, prima di fissarle. Tutti i muscoli erano tesi in avanti, e questo non sembrava diminuire il dolore, anzi, aumentava il dolore attorno ai polsi. Stavolta, quando le dita di lui le penetrarono la bocca, spingendola indietro, non oppose alcuna resistenza: aprì immediatamente la bocca, reclinando indietro la testa. Avrebbe ingoiato tutta la mano, per attenuare il dolore atroce. Ma quanto più le dita affondavano a fatica reprimeva i conati di vomito. Era una lotta impari. Era una lotta impari, e qual bastardo lo sapeva. Sapeva che non poteva fare nulla per impedirgli di straziarle i seni. "Ora si ragiona" disse lui. La pressione della mano si allentò Lo sentì allontanarsi, rimuovere qualcosa dal muro. Si avvicinò di nuovo, iniziò a girarle intorno, si fermò alle sue spalle e lo senti piantare bene i piedi nel terreno, il terriccio scricchiolare sotto i suoi piedi. Poi silenzio di nuovo. Sentiva sempre più forte il dolore ai seni e ai polsi, e i crampi iniziavano a morderle i muscoli tesi delle gambe, del ventre, delle braccia, tesi nello sforzo di mantenere il busto proteso in avanti.
Osservò di nuovo la ragazza con sguardo indagatore. Era bella, eccitante, tanto più con quei seni tirati verso l'esterno, innaturalmente aguzzi. Aveva tempra, mostrava resistenza. Un ottimo esemplare, ma pericoloso. Il lavoro sarebbe stato duro. Soprattutto per lei. Si avvicinò al suo fianco, le afferrò dolcemente il mento, e le penetrò la bocca con due dita. Dopo un accenno di resistenza, si aprì lasciando libero l'accesso, ma solo dopo che la pressione di lui si era ripercossa sui seni imprigionati dalle molle. Così non va, penso, e affondò tutta la mano quanto a fondo poteva. Ora la vedremo. Ora viene la parte dura. Si diresse verso il muro, scelse la frusta più adatta, si dispose dietro al ragazza e aspettò ancora un poco, affinché il primo colpo arrivasse inaspettato.
All'improvviso sentì un sibilo nell'aria, ma non ebbe il tempo di intuire di cosa si trattava, perché qualsiasi pensiero si dissolse nel dolore che le mordeva la carne della schiena, e immediatamente dopo dal dolore dei capezzoli straziati dalle molle tese, in seguito alla sua propria contorsione. "Ti conviene restare ben ferma, piccola, se non vuoi soffrire il doppio". Sentì la voce di lui appena emergere da un nero vortice. Non capiva nulla. La mano di li le afferrò i capelli dietro la nuca, torcendogli la testa, e le ripeté la medesima frase nell'orecchio. Stavolta capì. Capì che aveva bisogno di tutta la concentrazione per non muoversi. Fingere che la schiena colpita non fosse la sua? Difficile. Un secondo sibilo. S'irrigidì. Il dolore era pazzesco. Si morse il labbro. Riuscì a limitare il contraccolpo sui seni, ma i muscoli irrigiditi furono morsi ancor più ferocemente dalla frusta. Un altro sibilo, un altro morso. Ma l'urlo trattenuto le uscì dal naso, forse dalle orecchie, dai capelli, dai pori della pelle... Un altro colpo, sullo stesso solco del precedente. Non si trattenne. Un grido gutturale fece vibrare l'aria. Ma ancora non era terminato, quando un altro colpo le mordeva la schiena. Il grido le morì in gola con un gorgoglio, si trasformò in singhiozzo, poi di nuovo in grido spasmodico, mentre i colpi si susseguivano ora sulla schiena, ora sui glutei. Ma il peggio doveva ancora venire. Un colpo di frusta le morse il fianco, strisciando con la velocità di un fulmine lungo il ventre, fino all'altro fianco, e si ritirò con altrettanta violenza, lasciando una profonda traccia rossa. Istintivamente il ventre si tirò sotto il colpo, ferendo bruscamente i seni straziati dalle molle. Un altro colpo raggiunse il ventre dal lato opposto. E poi ancora e ancora, salendo poco a poco, fino a colpire i seni stessi. Fino a tranciare la pelle subito sotto la molla.
Ormai singhiozzava soltanto, senza più capire nulla. Si sentì svenire. Poi una secchiata di acqua fredda, e altri colpi. Quante volte? Chissà... non capiva più nulla. La frusta cessò di sibilare, ma il suo corpo ancora sussultava scosso dai singhiozzi, i suoi seni ancora erano torturati dai colpi del suo stesso corpo. Sentì la mano di lui carezzarle i capelli, quasi con tenerezza, sussurrarle parole tranquillizzanti di cui non percepiva il significato. Poco a poco riemerse dal tunnel, calmò i nervi sconvolti, percepì di nuovo il dolore ai seni, alla schiena, cercò di tendersi di nuovo per attenuare la presa delle molle. La mano di lui le si strinse intorno ai capelli, tirando la testa all'indietro. Sentì qualcosa premerle alla bocca. Il manico di cuoio della frusta, salato dal sudore della mano di lui. Non oppose resistenza. Poi uscì, la mano le lasciò i capelli, e sentì la stessa cosa penetrarle l'ano, tra le gambe forzatamente allargate. Non era in grado di opporre resistenza, né intendeva più, e rilasciò i muscoli. La frusta penetrò sempre più a fondo e iniziò a roteare, urtandola dall'interno e muovendole di nuovo il corpo, in modo da ferirle di nuovo i seni e i polsi. Un grido gutturale le uscì dalla bocca, mentre le lacrime le solcavano di nuovo il viso.
La parte più dura del lavoro era compiuta. Ora restava quella più sottile., più difficile. Se falliva ora sarebbe stato tutto inutile. Gli era successo, un'atra volta. Non aveva saputo riconoscere le reazioni. Lo sguardo sembrava acquiescente, il corpo eseguiva gli ordini ciecamente, ma nel fondo dell'animo la resistenza era solo piegata, non infranta. Non se ne era accorto, e fu fatale, perché una volta superata quella prova, era come un vaccino, la resistenza della donna non si era più piegata. I castighi si fecero sempre più atroci, ma oramai senza effetto alcuno. Alla fine si era tolta la vita per sottrarsi a quel tunnel di dolore. Una bella ragazza, intelligente, sensibile. Una gran perdita. Stavolta non sarebbe stato così. Stavolta sarebbe stato attento, scrupoloso.
Poi tutto cessò. La frusta le scivolò via dall'ano, e rimase a dondolare inerte nel buio. Sentì la mano si lui che la spingeva lievemente in avanti e le molle che le stringevano i seni allentarsi. Fu come un nuovo colpo di frusta, il sangue che imboccava all'improvviso nei capillari compressi dalla pressione della molla. Li sentì diventare enormi, li sentì dolere più che sotto la pressione della molla stessa. Poi un altro sussulto, la corda che la teneva si allentava, la depositava sul suolo. Sentì le mani di lui liberarle le caviglie e i polsi. Si lascio andare, qualche secondo, forse qualche minuto. Era stanca, tanto stanca, voleva solo riposo. Ma la voce di lui la scosse di nuovo, e la voce di lui ora sapeva di frusta. "In ginocchio! Gambe allargate, e mani dietro la schiena!" Obbedì automaticamente, come dietro impulso meccanico, come sotto ipnosi. La voce di lui sapeva di frusta, sapeva di potere. Era stanca, tanto stanca, ma no, non voleva contraddire quella voce, che era diventata la sua stessa volontà.
Sentì i passi di lui avvicinarsi, e la sua mano afferrarle fermamente i capelli dietro la nuca e spingerle la testa verso il suo sesso. Senza sapere perché, senza desiderare altro, aprì la bocca.
La osservò con attenzione. Nessuna inibizione, nessun cenno di resistenza. Aveva seguito istantaneamente il suo comando. Inginocchiata di fronte a lui, le gambe ben larghe esponevano il sesso, le braccia incrociate dietro la schiena, come legate da corde invisibili, la testa, ancora bendata, dolcemente reclinata, sopra un busto eretto, teso. Era un bene, nessuno desiderava una donna ridotta a una larva. Se poi questo era un ultimo sussulto di resistenza, lo si sarebbe visto subito. Spinse la testa verso il suo ventre, e sentì che apriva istintivamente la bocca, che aderì come una guaina intorno al suo membro, oscillando dolcemente. La lasciò fare per un minuto, poi le tirò via la testa con fermezza, per i capelli. "Faccia a terra" disse. La vide abbassare docilmente il busto, poggiare la guancia sul suolo terroso, e aspettare le ginocchia ancora allargate, le braccia ancora incrociate dietro la schiena. Si sentiva padrone illimitato. Un vero peccato. Presto sarebbe tornata al suo proprietario. La prese da dietro, e mentre la prendeva le tirò un po' troppo i capelli.

Padrone
Il training durò ancora una settimana, durante la quale non si usò più la frusta, per non rovinarle ulteriormente la pelle. L'istruttore aveva una verga elettrica, di quelle comunemente usate per il bestiame, che si rivelò anche più efficace. La stanza in cui veniva istruita era sovrastata da una gigantesca foto del suo padrone, l'uomo che l'aveva acquistata all'asta.
L'istruttore le impresse nella carne le tre regole fondamentali della sua condizione. Innanzitutto il silenzio. Le era permesso di gemere, ma la parola era tabù. Doveva dimenticare di avere mai parlato. Poi l'obbedienza. Assoluta, totale obbedienza verso il suo padrone. La totale identificazione nella sua volontà. Fu la cosa più dura, e dovette impararla attraverso il dolore, la fame e la sete, ma alla fine il suo corpo ebbe la meglio sulla sua testa, e riuscì perfino a dimenticare di avere avuto una vita, prima di avere un padrone.
Terza regola, la postura. Doveva mostrarsi disponibile, non stringere mai le gambe in presenza di un uomo, non serrare mai le labbra. Quando qualcuno le si rivolgeva, chinare la testa e abbassare lo sguardo, mai tentare di penetrare lo sguardo di un padrone. In assenza di ordini diversi da parte del suo possessore, qualsiasi altro uomo l'avesse incontrata sarebbe stato comunque suo padrone.
La stanza in cui veniva istruita era nel sottosuolo. Non c'era giorno né notte. Per un tempo che non avrebbe potuto quantificare visse dormendo con ritmi che le sembravano sempre diversi. Giornate eterne, con esercizi che si susseguivano senza posa, e giornate brevissime. Sonni di appena un'ora o due e notti infinite nel buio assoluto. Puntualmente, nel mezzo del sonno, un uomo che non era il suo istruttore la svegliava, l'appendeva per le braccia ad una catena che pendeva dal soffitto, e le somministrava la verga elettrica, enumerando con precisione matematica errori e mancanze commessi il giorno precedente. Imparò a conoscere diverse regole attraverso questa punizione postuma, che dava alla sua vita un'ulteriore senso di incertezza e dipendenza. Appena alzata doveva inginocchiarsi e baciare con deferenza e passione una frusta, che alla fine del training avrebbe consegnato al suo padrone.
Imparò a servire, imparò a darsi, imparò a subire. Imparò a mostrare riconoscenza per le punizioni subite.
Quando dopo averla lavata con cura, l'istruttore la condusse al cospetto del suo padrone, lei cadde in ginocchio, abbassò il capo e fece scivolare le ginocchia sul pavimento lucido, allargando le cosce. Si sentì avvolgere da una forte emozione, quando lui accettò dalle sue braccia tese la frusta gli porgeva, e che tante volte aveva baciato.
"Sarà felice, se vorrete provarla su di lei" disse l'istruttore al padrone, indicando la frusta. Automaticamente, quasi in risposta a un comando meccanico, lei si abbassò al suolo, poggiando la guancia sulla superficie fredda del pavimento, e allungando le braccia in avanti e incrociando i polsi come fossero legati. Il padrone fece fischiare due volta la frusta nell'aria, e la terza la fusta le attraversò la schiena, con un colpo secco e preciso che la fece sussultare. Quindi si abbassò su di lei passando la mano sul segno della frusta. Le sfuggì un sospiro.
"Chi ti ha insegnato questa posizione? Non è buona per la frusta, è troppo scomoda. In piedi, braccia in alto, faccia al muro, gambe allargate!" Obbedì prontamente. Sentiva la frusta fendere l'aria dietro di lei e scagliarsi con forza contro la schiena, strappandole gemiti sempre più alti. Quando finì non riusciva a trattenere i singhiozzi, ma era felice per l'attenzione che il suo Signore le stava dedicando.
Lui le si avvicinò da dietro e le mise la mano davanti alla bocca, mentre con le dita dell'altra mano continuava a ripercorrere i segni della frusta lungo la sua schiena, facendola fremere.
Tenendo gli occhi socchiusi, lei baciò quella mano, e sentì di amarla. La stessa mano che un attimo prima teneva con tanta fermezza la frusta. Scoprì che benché non l'avesse visto per tutta la durata del training, provava ora una sorta di amore meccanico, di avido bisogno di approvazione. Il suo volto le si era associato ad una serie di emozioni istintive: paura, arbitrio, dipendenza totale. Ogni suo respiro dipendeva ormai da lui. Il suo corpo era una emanazione del suo Signore. La mano di sui le scese sui suoi seni, e un gemito le sfuggì. Chiuse gli occhi, e credette di non potersi più contenere. Quando li riaprì lui si era già allontanato.
"Bella, bellissima! Forte e flessuosa. Si, penso che mi darà molte soddisfazioni. Davvero una bella frusta!" diceva mentre si allontanava, facendo roteare nell'aria lo strumento.
Lei invece, fu presa in consegna dal servitore, un uomo dall'aspetto sordido. Le infilò un dito sotto il collare e la tirò con sé. La stanza in cui la condusse doveva diventare la sua dimora. Era una specie di salotto, ma non aveva poltrone. Alla parete era disposto un grande letto. In un angolo vi era una specie di bagno alla turca con un rubinetto. Alla parete era appesa una vera e propria collezione di fruste. Al centro della stanza si trovava una piccola colonna di ferro costellata di anelli e ganci, e dal soffitto pendevano diverse catene, sul cui scopo non si faceva troppe illusioni. Alla stanza si accedeva direttamente dallo studio del Signore tramite una porta che, dal lato dello studio, era mascherata da una libreria.
Il servitore le mise ai polsi e alle caviglie dei bracciali di cuoio e li richiuse con delle piccole chiavi dorate, che collocò in un supporto di velluto rosso appeso al muro, attorno ad una chiave più grande, che doveva essere quella del collare.
Suo lato opposto al letto c'era un'armadio a vetri. Prese una elegante confezione che vi era poggiata sopra e vi estrasse una sorta di perizoma composto da strisce di nappa, piegate sopra una strisciolina di cuoio, che collocò attorno ai fianchi di lei. Le strisce erano solo appoggiate, e si potevano scostare o sfilare via in qualsiasi momento, e ad ogni minimo movimento delle gambe lasciavano intravedere il pube.
Arrossì. Si sentiva più nuda ed esposta che senza
nulla indosso. La mano di lui si tuffò tra le strisce
e le afferrò rudemente i peli del pube
Per terra, al lato del letto, c'era una piccola stuoia, dove il servitore la fece coricare, dopo averle legato le mani dietro alla schiena. Quindi le fissò al collare una catena che pendeva dal muro. Poi aprì l'armadio a vetri, vi estrasse due ciotole, ne riempì una con cibo per cani e l'altra di acqua, quindi richiuse la credenza a chiave e poggiò le due scodelle vicino al muro, ad una distanza sufficiente perché la catena le impedisse di raggiungerle.
Dopo che il servitore fu uscito, tentò invano di raggiungere le due ciotole. Senza il comando suo padrone non poteva mangiare, nè bere, né andare al bagno.
La mattina dopo il servitore le sciolse la catena dal collo, la condusse a mangiare, inginocchiata sulla ciotola, sempre con le mani legate dietro la schiena, quindi la portò sulla latrina e la fece urinare e la lavò con una piccola pompa. Poi la legò nuovamente sulla stuoia, questa volta inginocchiata, con lo sguardo rivolto alla porta da cui sarebbe venuto il suo padrone. Quella da allora era la sua vita. Doveva aspettarlo sempre, aspettare che decidesse di concedersi un momento di svago, che attraversasse la porta, le slegasse la catena e la buttasse sul letto per prenderla. Aspettare e sperare che non lui si stancasse di lei, non la trovasse noiosa, perché da questo dipendeva la sua vita.
Aspettò, ma lui non venne. Dopo diverso tempo un campanello sopra la sua testa suonò all'improvviso. Il servitore apparì all'istante, la sciolse le braccia, liberò la catena dal muro, e tenendola come un cane al guinzaglio la condusse verso la porta. In casa sua doveva muoversi nuda, le spiegò il servitore fatta eccezione per il collare e per i ceppi ai polsi e alle caviglie. Non parlò invece del perizoma che indossava, che evidentemente era destinato a particolari occasioni.
Era molto occupato, il padrone. Quando il servitore la fece entrare nell'enorme studio lucido, era impegnato in una conversazione telefonica. Di lavoro. Vide la frusta appesa ad un gancio dorato, sul finto camino dietro alle sue spalle. Le fece distrattamente cenno di entrare e di avvicinarsi. Sedeva in poltrona e continuava a parlare. Con un gesto brusco le fece capire di allargare le gambe, e di mettere le mani sopra la testa. Le poggiò la mano sulla coscia, sempre parlando di operazioni finanziarie, e risalì fino al pube. Strappò via striscia per striscia il gonnellino alla schiava che le avevano messo. Un pezzo dopo l'altro, con disinteresse, parlando alla cornetta di titoli azionari. Solo quando fu interamente nuda, la mano iniziò a masturbarla. Appena il calore iniziò a salirle su per il ventre, lui smise e le fece cenno di abbassarsi indicandole la patta dei pantaloni. Lei si inginocchiò di fronte a lui, gli aprì i pantaloni con deferenza e timore, e si abbassò a baciarlo. Solo un attimo prima di raggiungere l'apice, riabbassò la cornetta. "Comprare!" fu la sua ultima parola. E le inondò la bocca di caldo liquido denso. La congedò con un cenno di mano, mentre componeva un nuovo numero.
Fu l'ultima volta che la fece chiamare. Per un mese fece lui irruzione nella stanza attigua allo studio. La trascinava sul letto per la catena e le si gettava addosso col suo immenso corpo, facendole mancare il respiro. Mentre la prendeva frettolosamente, le pizzicava i seni, le graffiava le natiche, le mordeva la spalla. Per lei si trattò di una felicità passeggera: dopo un po' le visite iniziarono a farsi più rade. Il nuovo passatempo stava già annoiando il suo padrone.
Esibita
Per questo il cuorè iniziò a batterle tumultuosamente, quando sentì di nuovo il campanello. L'aveva fatta chiamare un'altra volta, forse aveva ancora un'upportunità. Quando la vide davanti a sè, la prese per una mano, nell'altra teneva la frusta. Lei si lasciò condurre docilmente.
"C'è una festa stasera, e voglio che tu mi faccia fare bella figura. In qualche modo sei l'ospite d'onore: sarai presentata" disse mentre fissava ad una colonna la catena le teneva il collare. Quindi le mostrò con orgoglio un biglietto d'invito in cui spiccava una fotografia di lei in ceppi, in ginocchio. "...Nel corso della serata avrò il piacere di condividere con gli amici il mio nuovo acquisto, che rappresenta la fine di una spiacevole ed insensata guerra commerciale", finì di leggere studiando le sue reazioni. Ma per lei oramai si trattava di un mondo perduto, oramai occultato da strati e strati di dolore. L'unica reazione di lei fu protendere la bocca, per tentare di baciare la mano che le mostrava il biglietto. Lui le carezzò la frettolosamente guancia e si allontanò.
La festa fu un vero successo. Coperta da un panno, venne "svelata" di fronte al pubblico. Era bella, completamente nuda, schiena eretta, busto proteso, capo chino con le labbra divaricate. Costituiva un'attrazione originale: non la solita prostituta chiamata ad animare la serata, ma una autentica schiava, docile e remissiva. E soprattutto, posseduta. Posseduta come un animale, come un'automobile. Era come una calamita, il centro della festa. Gli invitati la osservavano senza mai stancarsi, le toccavano il seno, le natiche, il ventre. Si lasciavano baciare la mano o succhiare le dita. Poi la sganciarono dalla colonna, la fecero piegare, inginocchiare, le analizzarono attentamente tutte le parti più intime del corpo, commentando ad alta voce, scherzando.
Anche se solo pochi coraggiosi osarono prenderla davanti a tutti, quello fu il desiderio di tutti, e tutti invidiavano il padrone di un oggetto così bello e raro. Un vero articolo di lusso. E lei si sentì orgogliosa di portare prestigio al suo padrone, il che compensava la scarsa attenzione che questi le dedicava.
Vide diversi ospiti avvicinarsi al suo padrone e sussurrargli qualcosa guardandola con ammirazione. La risposta di lui era invariabilmente la stessa: "Ma certo mio caro! Sarà un piacere e un onore condividerla con te. Vedrai che ti piacerà, è davvero speciale". Poi rivoltosi a lei, aggiungeva "Bacia la mano al signore, che ti farà l'onore di provarti". Lei si faceva avanti, capo chino e sguardo a terra, e poggiava delicatamente le labbra sulla mano che le veniva porta.
Per diversi giorni alle visite del padrone si alternavano quelle dei suoi ospiti. Di giorno serviva da svago al padrone, la sera era il giocattolo delle sue feste o di singoli ospiti. "Questa è la chiave. Ricordati che puoi farne tutto quello che vuoi. E quando dico tutto, intendo proprio tutto", ammoniva premuroso il padrone prima di lasciarli soli con lei. L'armadio a vetri conteneva un armamentario molto vario, e ognuno si dimostrò capace di una interpretazione originale di quel "tutto".
La villa divenne meta di un continuo pellegrinaggio, che fruttò al suo padrone una utile rete di complicità. Quello che gli incauti ospiti non sapevano era che la stanza era controllata da una telecamera. Quando la complicità non fosse stata più sufficiente, sarebbe tornato utile il ricatto.
Spesso provava vergogna. Si sentiva una prostituta. E in effetti da prostituta la trattavano. Ma dopo quei servizi, il suo Signore, sempre inavvicinabile, la degnava di una carezza o di uno sguardo compiaciuto, e questo era tutto per lei.
Per ottenere un sorriso dal suo padrone, cercò di fare del suo meglio nel far emergere le fantasie più nascoste degli ospiti, ma questi inevitabilmente finivano per ricadere nella noia dopo qualche mese, e si allontanavano in cerca di novità.
Rimase nella villa per un anno. Amava il suo Signore con tutta sé stessa. Lui di tanto in tanto le mostrava apprezzamento. Le carezzava con fierezza la testa, come si fa con un cavallo, con una automobile di lusso. Lei non desiderava altro. Col tempo però, lui si fece sempre più distante. Anche le visite dei suoi ospiti iniziarono a farsi più rade.
Per settimane il padrone non si faceva vedere né sentire. Un giorno nel tardo pomeriggio apparve il servitore. Le sciolse la catena, la fece disporre in piedi di fronte a lui e iniziò a palparla. Lo faceva spesso quando la lavava. Lei si irrigidì, ma non disse nulla. Quando però sui la fece poggiare sul letto e le si gettò sopra, cercò di sfuggirgli. Non voleva per nulla al mondo dare al padrone motivo di sfiducia. Il servitore non vedeva le cose dallo stesso punto di vista. Insistette e, di fronte al suo tentativo di sfuggirgli, si infuriò: la incatenò alla colonna e iniziò a frustarla con rabbia. Quindi la prese e la lasciò incatenata, ancora tremante.
Dopo pochi minuti riapparve col padrone. Era ancora incatenata alla colonna, con le braccia tirate in alto, e singhiozzava sommessamente. Il padrone le afferrò i capelli con forza e le tirò indietro la testa.
"E così fai resistenza, eh? I miei servi si curano della casa e dell'arredo. Si è mai visto un pezzo di arredo che rifiuta di essere usato? Ti sei montata la testa solo perché ti ho pagata una fortuna? Sappi che proprio ieri ho dismesso un'auto appena comprata: non mi soddisfava pienamente. Comunque sarai punita domani. E tu, puoi prenderla ancora, se ne hai voglia" aggiunse rivolto al servitore.
Quella sera, dopo averne fatto uso, il servitore, le lasciò la ciotola col cibo: granaglie e pesce salato, ma finse di dimenticare la ciotola dell'acqua, che rimase al di fuori della sua portata. La notte tentò inutilmente di raggiungerla: il pesce salato le aveva messo una sete terribile, che aumentava col passare del tempo. La mattina dopo nessuno venne a scioglierla. Rimase tutto il giorno senza bere, e anche tutta la notte successiva. Al mattino fu sollevata quando sentì il servitore entrare, e si protese verso la ciotola dell'acqua, ma questi la allontanò col piede. Quindi andò verso il rubinetto e lo aprì e la lasciò sola, a guardare con desiderio quell'acqua che scorreva.
Lo scoscio dell'acqua la torturava. Le sembrava di averla a portata di mano. Era sempre inginocchiata sulla stuoia, incatenata al muro. Il servitore entrò con un bicchiere di acqua tonica gelata e fece il gesto di porgergliela. Vedeva le bollicine formarsi sui bordi e salire sciogliendosi sul pelo dell'acqua. Vedeva la condensa appannare il bicchiere di cristallo. Cercava di sporgersi verso il bicchiere, ma la catena le impediva di raggiungerlo. "Non hai sete? Pazienza, questo era per te" commentò il servitore rovesciando la bevanda a terra, lentamente. Quindi posò il bicchiere, le si avvicinò, la fece voltare e la prese con rabbia.
Alla fine della giornata tornò. Lei era stremata, e già quasi delirava. Si bagnò la mano nel rigagnolo d'acqua che non aveva mai cessato di scorrere dal rubinetto, e glie la mise in bocca. Le succhiò avidamente guardandolo con gratitudine. Lui le abbassò la testa e si fece succhiare il fallo. Dopo aver goduto, mentre lei cercava di portar via la minima goccia di liquido, le urinò in bocca, tenendole sempre la testa contro di sé, per i capelli. Avida di liquidi, lei ingoiò tutto.
Il servitore quindi la slegò e la incatenò di nuovo al lavandino. "Per oggi basta. Puoi bere. Ma bada che ogni sorso potrebbe essere l'ultimo".
Bevve come non aveva mai bevuto. Bevve fino a sentirsi scoppiare, e poi bevve ancora, nel terrore di rimanere altri giorni senz'acqua. Dopo qualche ora il servitore tornò, le tastò il ventre e la riportò alla stuoia. Ma prima le face indossare una specie di slip di cuoio fortemente attillati, che si chiudevano in vita con una catena. Ne capì la funzione solo dopo qualche ora, quando le venne un prepotente bisogno di urinare. Semplicemente non poteva: quella diavoleria di cuoio le premeva il ventre schiacciandole dolorosamente la vescica, ma le chiudeva materialmente ogni via d'uscita. La mattina dopo si stava contorcendo dal dolore, quando il servitore entrò e le si buttò addosso, come se cercasse di violentarla. Le sembrava di scoppiare. La lasciò alla catena fino al pomeriggio. Poi la sciolse e la prese per la catena portandola al guinzaglio per la casa. Ogni passo la faceva sobbalzare dal dolore.
Non contento la spinse a calci giù dalle scale. Giunti in fondo la fece rialzare tenendola per il collare e iniziò a correre per i viali del parco. Era inverno, e l'erba era coperta di acqua gelida. Piovigginava e tirava un vento gelato. Lei era sempre nuda, se si eccettua lo slip di cuoio. Il servitore la strattonava in continuazione, frustandola ogni qual volta rallentava la marcia. La corsa durò un tempo indefinito, lunghissimo, fino a quando si aprì una finestra dalla villa e i affacciò il padrone, che con sguardo compiaciuto, fece cenno di riprendere la corsa.
Le tolsero gli slip di cuoio molte ore dopo, di fronte agli ospiti della villa. L'avevano fatta sedere di fianco a un putto di marmo, in cima ad una fontana, e appena iniziò a urinare le ordinarono di aprire le gambe, in modo di zampillare nell'ampia conchiglia di granito.
Da quel giorno a fattorini e commessi era permesso prenderla. Entravano e si servivano, senza commentare. Le sussurravano volgarità all'orecchio, le inalavano il loro alito pesante, carico di alcool. Il padrone oramai non la chiamava più.
Quando il servitore la condusse nuovamente per svolgere il servizio in camera a suo Signore era felice. Sentiva che aveva l'occasione di riconquistare la sua fiducia.
Le aveva dato un vassoio di the stracolmo di tazze, brocchette per il latte e il succo di limone, zuccheriere con diversi tipi di dolcificanti. Entrò nella stanza col capo chino, tenendo il vassoio alto, badando a come camminava. Giunta di fronte a lui si inginocchiò, tenendo sempre lo sguardo abbassato, e protese il vassoio al suo Signore con deferenza. Lui la ignorò per tutto il corso della telefonata. Poi mise giù e le fece cenno di alzarsi. "Se ne versi una sola goccia, sarai frustata a sangue" le disse. Lei riuscì a sollevarsi sulle ginocchia, e lui le si posizionò dietro, cominciando a massaggiarle i seni. Quindi si sedette di nuovo in poltrona, e le fece cenno di avvicinarsi, mentre componeva un nuovo numero di telefono. Le mani le percorsero di nuovo l'interno delle cosce, risalendo e scostando le strisce di nappa del perizoma. Il calore le saliva tra le gambe a ondate, ma doveva rimanere immobile, per non rovesciare il vassoio. La mano di lui masturbava con forza crescente, era un invito continuo a lasciarsi andare. Lo stesso training le aveva insegnato a rispondere incondizionatamente al tocco del suo Signore. Glie lo aveva marchiato nella pelle. E ora doveva resistere, per un suo stesso ordine. Aveva i muscoli di tutto il corpo irrigiditi e vedeva il the tremare in cerchi concentrici sempre più grossi, dentro le tazze. Voleva strillare, ma non poteva. Si sentì felice, quando la mano di lui smise, lasciandole la pelle ancora fremente di desiderio. Si sentiva orgogliosa: aveva resistito. L'aveva fatto per il suo Signore, ci era riuscita. Lui si alzò, mettendo giù la cornetta del telefono, le prese il vassoio dalle mani e lo gettò in terra.
"Raccogli" le disse uscendo dalla stanza. "Sarai frustata lo stesso, stasera. Dò una festa e potrebbe essere uno spettacolo stuzzicante".
Lo spettacolo fu forte e riuscì bene. Diversi ospiti vollero prendere parte alla punizione, e vi fu chi tenne una vera e propria lezione pratica di gatto a nove code. Era ormai chiaro che l'interesse verso quella schiava iniziava a scemare, e poteva essere ravvivato solo utilizzandola per scenografie forti, ogni volta diverse. Oppure le rimaneva il ruolo di suppellettile. La facevano restare ferma con vassoi di bicchieri, le usavano le mani come posacenere, la facevano accucciare per poggiarle il rinfresco sulla schiena e farla muovere, così imbandita, di tavolo in tavolo.
Per tutta una serata rimase appesa per la vita al soffitto, reggendo due candelabri. Il padrone ogni tanto passava sotto e prendeva nota delle gocce di cera lasciate cadere sul pavimento. Sapevano entrambi che ogni goccia si sarebbe tradotta in un colpo di frusta il mattino successivo.
Quindi passarono a inventare soluzioni più originali. Una festa la vide nuotare nuda tutta la sera in un enorme acquario a parete. L'acquario era completamente pieno d'acqua. Ogni mezzo minuto, da parti sempre diverse del fondo eruttava una colonna di bolle d'aria, facendo volteggiare il ghiaino colorato e scuotendo le foglie delle piante acquatiche. L'aria si soffermava per un po' sul telo che copriva la vasca, prima di essere assorbita dalla superficie porosa. Per poter respirare lei doveva nuotare da una parte all'altra seguendo le bolle, e succhiare l'aria schiacciando il viso sul pesante telo, e spostarsi di nuovo verso la nuova colonna in arrivo. La scena si animò ulteriormente quando, verso la fine della serata immisero nella vasca una ventina di anguille. Colta dal terrore, iniziò a nuotare terrorizzata in tutte le direzioni e a scalciare. Perse diverse occasioni di respirare e cominciò a bere acqua, fino a quando non ritrovò la calma, e riprese a seguire le bolle, pur con le membra rigide e tremanti dal terrore. Il pubblico della sala, raccoltosi attorno all'acquario, applaudì. Poi poco a poco, tornò a dividersi in capannelli e a seguire i percorsi della conversazione mondata. All'acquario e al pesce terrorizzato che vi nuotava, dedicarono solo qualche sguardo distratto, se si esclude due ospiti che passarono tutto il resto della serata piazzati li davanti a discutere di piante acquatiche tropicali.
Quello che non poteva vedere da dentro la vasca era un'altra ragazza, completamente nuda, legata per le braccia ad una colonna. Una ragazza bruna, molto più giovane di lei, che concentrava su di sé tutta l'attenzione dei presenti.
La conobbe il giorno dopo, quando il padrone entrò improvvisamente nella stanza e la fece smuovere a colpi di frustino dalla stuoia su cui stava dormendo. Ma non la fece alzare: la lasciò distesa sul marmo freddo, e fece un cenno verso la porta, da cui la giovane ragazza entrò, condotta per il guinzaglio dal servitore. La fecero inginocchiare sopra le ciotole, che vuotò in poco tempo, quindi la fecero sdraiare sulla stuoia, le fissarono il collare alla catena del muro e uscirono.
Guardava la ragazza bruna con odio. Le aveva preso la stuoia e il cibo. Ora aveva fame, sete e freddo. La odiò ancor più quando vide che il padrone la preferiva: ogni volta che entrava faceva salire sempre la ragazza bruna sul letto, e lei era ignorata, ma era costretta ad assistere con lo sguardo a terra. Di conseguenza sempre più spesso rimaneva a ciotola vuota.
La ragazza era sicuramente più giovane e meno robusta di lei, ma aveva le mani legate davanti, il che le dava un grande vantaggio. Poteva afferrarla per i capelli, graffiarla o pizzicarla a piacimento. E spesso lo faceva senza motivo, solo per insegnarle chi comandava.
Perciò fu felice quando il suo Signore la fece chiamare nello studio. Ma li l'aspettava una brutta sorpresa: la sua odiata compagna l'aspettava con una frusta in mano. Indossava un corpetto di cuoio nero che le copriva a malapena la vita, e la guardava con disprezzo, mentre la mano del padrone le carezzava il pube scoperto.
"Ho notato che non tratti col dovuto rispetto la mia preferita" disse lui.
"Qualcosa forse ti autorizza a non rispettare le mie scelte? Non credere che valga meno di te perché è più giovane. Anzi, tutt'altro. In ogni caso qui sono io a decidere chi vale cosa. Da oggi le porterai rispetto e deferenza. Aspetterai che abbia finito di mangiare prima di avvicinarti alla ciotola. Le bacerai i piedi prima di alzarti e coricarti. Ti inchinerai davanti a lei quando te lo ordinerà con un gesto. E tanto per cominciare, assaggerai la sua frusta".
La ricondussero nella stanza e le legarono i polsi in alto alla colonna. Quindi la lasciarono sola con la ragazza, che la frustò con fredda determinazione, fino a quando ebbe energia nelle braccia.
Da quel giorno ogni mattina doveva baciarle i piedi. Era un lungo rito: appena si chinava, lei le afferrava i capelli e non glie li mollava fino a quando non le aveva succhiato ogni dito e passato la lingua tra dito e dito. Quindi l'allontanava e iniziava a mangiare dalla ciotola, mentre lei doveva restare ferma a guardare, in ginocchio, col capo chino. Dopo le prime volte la ragazza iniziò a pretendere di più. Le tirava la testa a sé, esigendo che espletasse nello stesso modo un servizio di igiene intima. Non godeva: si limitava ad usarla, quasi con fastidio. La cosa fu osservata dal padrone che la apprezzò, dato che la incluse nella rappresentazione prevista per una delle sue feste, la sera. Sotto gli occhi di tutti, dovette pulire con la lingua le parti intime della ragazza che, a testa alta, la guardava con malcelato disprezzo.
La ragazza bruna un giorno scomparve. Un uomo con cui il padrone era in affari si interessò a lei. La venne ad usare sempre più frequentemente, fino a quando gli fu ceduta. Venne a prenderla con la frusta, e la fece strisciare ai suoi piedi fino ai cancelli della villa. Aveva una gran paura: la notte precedente, per distrarsi, si era dedicata a maltrattare la sua compagna. Le aveva torto i polsi, già legati dietro la schiena, e morso i capezzoli, le si era seduta sulla faccia fino a soffocarla. Ma ora, mentre la portavano via, piangeva sommessamente.
Fu sostituita da un'altra ragazza dai capelli chiari, forse sua coetanea. La nuova compagna era meno aggressiva, anche se aveva gli stessi privilegi della precedente.
La guardò arrivare. Il servitore la incatenò alla stuoia, lasciando lei sul marmo. Lo stesso fece con il cibo: portò la nuova ragazza alla ciotola, lasciando a lei solo i resti. La nuova moonopolizzava tutte le attenzioni degli ospiti e dei visitatori, mentre lei era sempre data a servitori e fattorini. Ma almeno non la maltrattava. Anzi, le mostrava una certa tenerezza. Sin dalla prima notte, la attirò a sé sulla stuoia. Era un inverno freddo, e i due corpi si scaldavano a vicenda. Era facile che si sviluppasse una tenerezza fra le due schiave alla mercé di gente spietata. Sentiva quel corpo caldo e tenero, l'unico che non esprimesse disprezzo e violenza, e vi si faceva incontro con fiducia e abbandono. Quelle mani le davano una dolcezza inaspettata. Le esploravano il corpo, che da tempo immemorabile non conosceva carezze. Poco a poco si lasciò andare, e una notte si sentì completamente aperta. Le due donne si stringevano, una contro l'altra, le loro bocche si avvicinarono, si baciarono i seni, si leccarono il grembo. Fino a quando la porta non si aprì improvvisamente: avevano dimenticato della telecamera.
Il servitore si fece avanti verso di loro agitando la frusta con rabbia.
"Pensavate di poter disporre del vostro corpo con libertà? Il vostro corpo appartiene al padrone, stronze! Cagne lascive!"
Così dicendo le colpiva con la frusta senza pietà.
"Non siete che due corpi, siete proprietà privata.
Avete sottratto la proprietà al vostro Signore.
Pagherete, e neppure vi immaginate quanto duramente.
Poi verrete rottamate, come merce avariata, di scarto. Non rivedrete mai più la luce del sole". Continuava a colpirle con foga. Poi staccò la catena dal muro e le trascinò via, tirandole giù per le scale ripide della cantina.
Le due ragazze erano terrorizzate. L'uomo le legò entrambi i polsi ai lati di un'asta di ferro e le issò in alto. Le due donne scivolavano nei bracciali che mordevano i polsi, e con le gambe tentavano di arrampicarsi l'una sull'altra. Le lasciò li che si agitavano come anguille.
Ricomparve dopo un'ora col padrone, che era venuto per assistere direttamente alla fustigazione. E fu inflessibile. Il servitore non ce la faceva più, ma il padrone lo costrinse ad andare avanti. Le donne strillavano, chiedevano pietà, singhiozzavano, poi emettevano solo suoni gutturali. Infine smisero di reagire. Fu il servitore, stremato, a chiedere in ginocchio di smettere. Il padrone gli strappò la frusta di mano e iniziò a colpire di persona le due donne ormai svenute. Le frustava gridando insulti, ricordando con rabbia che erano finite, che sarebbero state rottamate, anche se ormai non lo potevano più sentire. Andò avanti fino a quando non fu stremato anch'egli. Rimasero appese tutta la notte. Erano ancora appese, la mattina dopo, quando il padrone si mise davanti a loro a sfogliare un catalogo patinato, scegliendo le due donne che le avrebbero sostituite. Commentava ad alta voce. E scorreva lentamente, pagina dopo pagina.
Rottamata
Erano ancora in stato di semi incoscienza, quando gettarono i loro corpi nel furgoncino, che lasciò l'elegante villa.
Non seppero quanto durò il viaggio, forse un giorno, forse due. Finalmente a terra, gettate sul fondo del furgoncino, caddero in uno stato di sonno agonico.
Le scaricarono in un cortile chiuso di una fabbrica abbandonata.
"E' arrivato un altro carico!" gridò l'autista. Subito apparvero diversi uomini che le presero in consegna. Furono scaricate nel suolo polveroso, cosparso di carte, rifiuti, cocci. Le svegliarono con una secchiata d'acqua, e dato che non riuscivano ad alzarsi, le trascinarono per i capelli dentro il fabbricato. Le legarono con le braccia e le gambe ben distanziate su una specie di tavolo reclinabile. Le caviglie erano fissate ai bordi del tavolo. I polsi invece a i una specie di rullo che permetteva di tirarli verso la parte opposta, stirando il corpo delle due sventurate. Rimasero da sole sul tavolo fino a sera inoltrata.
Le luci si accesero improvvisamente sopra di loro. Riflettori potenti, dritti sopra i loro occhi. Una voce commentava sopra di loro.
"Mica male la merce, stavolta. Ma sono ridotte maluccio..."
"...per quello che dobbiamo farne..." rispose sarcastica un'altra voce.
"allora, non perdiamo tempo. Fateli entrare". Si aprì una porta, sentirono passi avvicinarsi, diverse persone, forse una decina.
"Sono vostre. Fate pure". Ognuno di voi ha il suo numero, rispettate l'ordine. Ma prima potete ispezionarle". Decine di mani si posarono sui loro corpi, carezzandoli, pizzicandoli, seguendo i segni rossi della frusta, graffiandoli.
Poi li sentirono allontanarsi di nuovo. Il tavolo si mosse sotto di loro, ruotando e inclinandosi e di nuovo una frusta iniziò a colpirle. Piccoli colpi, quasi dimostrativi, chiaramente di mani inesperte. Dopo ogni colpo una mano tornava ad ispezionarle per vederne gli effetti, poi ne arrivava un altro. Da dietro seguivano commenti sui compi, sui loro effetti e suggerimenti, conditi da parole oscene e volgari. Quando riuscirono a vedere attraverso il fascio dei fari, videro che erano circondate da uomini col volto coperto, vestiti di pelle e borchie. Erano tutti fortemente eccitati, e non riuscivano a star fermi in attesa del loro turno.
Per quattro giorni tutto si ripeté uguale. A notte fonda le scioglievano dal tavolo e le stipavano in una piccola gabbia, dove le aspettavano una ciotola di acqua ed una di rifiuti di cibo, su cui le due donne si gettavano.
Il quarto giorno le portarono in una stanza dove le aspettava un grosso uomo, quindi chiusero la porta dietro a loro.
"Eccole qua..." fece l'uomo facendosi incontro a loro e iniziando a tarstarle seni. Le due donne guardavano verso il basso senza reagire.
"Potete parlare?" Le chiese. Le due donne guardavano sempre in basso.
"Vi siete mangiate la lingua? Parlate! Vi ordino di parlare!"
Da quanto tempo non parlava? Un anno, forse più. Non le era permesso parlare. Parlare... Ora le ordinavano di farlo. Cercò di parlare, ma l'inibizione era troppo forte. Alla fine le uscì un sospiro flebile, appena percepibile.
"Sì" sussurrò. "Sì" le fece eco l'altra ragazza.
"Bene. Siamo al capolinea ragazze. Avrete capito che siete state date in uso a sadici paganti. Ma sapete, questo tipo di gente si annoia facilmente, ha bisogno di emozioni forti. Hanno chiesto di vedere una di voi impalata. Sapete come funziona, no? Un bello spettacolo: ti calano seduta sopra questo palo acuminato, che inizia a penetrarti dentro lentamente, spinto su dal peso del tuo stesso corpo. Lo spettacolo della tua morte dura ore, un'intera giornata". Le due ragazze guardavano terrorizzate. Ora capivano cosa voleva dire "rottamazione". Uccise per dare spettacolo con la loro morte. Si sentirono svenire. "Ma non vi preoccupate" continuò l'uomo. "E' una di voi che sarà impalata. L'altra si salverà. Almeno per ora. Magari le toccherà una morte migliore, più rapida. Oppure, chissà, ho sentito che una volta una di voi è uscita viva di qui...
Dipende da voi. Beh, adesso siamo qui. Cercate di ricordarvi come si parla, perché dovrete essere convincenti. Ciascuna di voi dovrà convincermi perché dovrei impalare l'altra. E per essere più convincente dovrà soddisfarmi".
Le vide farsi avanti verso di lei. Si sbottonò i pantaloni, le afferrò i capelli e portò la testa a sè, costringendola ad inginocchiarsi. Terrorizzata iniziò a baciare, leccare e succhiare. Lui le continuava a premere la testa, tenuta saldamente per i capelli. Improvvisamente la tirò via e sempre tenendola per i capelli, iniziò a schiaffeggiarla.
"Parla stronza! Vuoi convincermi o no? Parla, devi parlare. Vuoi morire? Perché devo impalare lei ne non te? Perché? Vuoi dirmelo, stronza?!". La gettò al suolo e la lasciò singhiozzante. Afferrò l'altra ragazza per i capelli e la spinse a sé, continuando a gridare e a schiaffeggiare. La ragazza, in ginocchio, inizio a baciare il sesso di lui con delicatezza e devozione, e a balbettare, flebilmente. "P... perché lei... più bella... più forte, resistente... lei dura tanto... lei è spettacolo migliore. Per piacere, impala lei.... Lei è migliore, per piacere...".
La fece tacere riempendole la bocca col suo fallo e spingendolo a fondo.
"Sei stata abbastanza convincente - le disse tirandola via per i capelli e lasciandola a terra singhiozzante - Ora vedremo cosa sai fare tu". Il boia ora si rivolgeva a lei. La sua vita, o quel che ne restava, dipendeva da cosa avrebbe saputo fare. La sua compagna aveva tentato di salvarsi facendo impalare lei, e lei sentiva di dover fare lo stesso. Non biasimava nessuno, non odiava nessuno, ma aveva un terrore cieco di quella morte orribile, il palo: lo sentiva penetrarle dentro, farsi strada dentro il suo corpo, spaccare ossa e aprire organi, fino ad uscirle dalla bocca. Si inginocchiò con deferenza, come se l'uomo che aveva di fronte fosse stato il massimo oggetto di amore di tutta la sua vita. Con deferenza gli baciò i piedi, quindi portò la bocca al suo fallo, alternando casti baci e tentativi di parola. Le frasi le uscivano disarticolate, ma non era quello l'importante. L'importante era parlare e convincere.
Quando entrambe ebbero parlato e l'ebbero fatto godere, le afferrò per i capelli e le portò con sé fuori dalla stanza.
"Brave, mi avete convinto. Sì, siete state proprio brave, convincenti. Credo proprio che vi impalerò entrambe, sarete entrambe fantastiche. Devo dire che era già previsto, ma visto che eravamo qua, perché non farmi convincere anche da voi? Dovevo pur lasciarvi un ultimo desiderio, no? Ecco ci siamo: questa è la vostra ultima scena. Comunque vi voglio mostrare la mia gratitudine: ciascuna di voi potrà godersi lo spettacolo della sofferenza dell'altra. Sarete impalate l'una di fronte all'altra". Erano entrati in una grande sala, o meglio, un capannone industriale. Vecchie macchine ancora erano disposte in file regolari. Al centro di un grande spazio vuoto, erano piantati due pali alti quatto metri, dalla punta sottile. Sopra i pali, carrucole e ganci pendevano dalle vecchie strutture in ferro. Le portò di fronte ai due pali e le spinse a terra per i capelli, facendole inginocchiare. Le premeva la testa contro quel tronco di legno scuro. "Baciate il palo! Baciate il vostro ultimo amante". E intanto aveva preso a colpirle con violenza. Posero le loro bocche sul legno liscio e freddo, piangendo. "Baciatelo stronze! Leccatelo, baciatelo! E pensate a quando sarà dentro di voi, un amante prepotente e spietato. Il grande amore della vostra vita di prostitute!"
Erano appese da un'ora ai ganci sopra il palo. Erano legate in posizione fetale. Aspettavano che iniziasse lo spettacolo della loro agonia. Le corde stringevano e le toglievano il respiro, ma quello che le angosciava era il palo sotto di loro, proteso e acuminato. L'idea di morire non le spaventava: erano stanche, stanche di soffrire, stanche di tutto. Ma che la loro morte fosse spettacolo, diventasse occasione di scherno. Le avevano lasciato due giorni di quiete, affinché si rimettessero, affinché fossero in grado di reagire, di non accettare il supplizio passivamente. Passò l'uomo grosso. Ispezionò metodicamente tutti i macchinari, quindi si avvicinò ad una leva. Improvvisamente, con un ronzio, una puleggia iniziò a girare, una corda si tese. Le due donne si sentirono calare verso il basso. Lentamente, sempre più lentamente. Si guardarono l'un l'altra con apprensione. Era il loro ultimo saluto. Quando sentirono la punta del legno sfiorarle sussultarono, e tentarono di rattrappirsi verso l'alto. L'uomo fermò la puleggia, e tenendo la leva con una mano, afferrò un lungo bastone con l'altra. All'estremità del bastone c'era un gancio di ferro.
Sentì il gancio frugarle il corpo, graffiarle la pelle, farla oscillare spingendole in direzioni opposte. Oscillando, sentiva la punta del palo toccarle le natiche. Poi il gancio afferrò la corda che le legava la vita e si sentì manovrare dal bastone mentre aveva ricominciato lentissimamente a scendere. Il bastone la guidava nella giusta posizione. Sentì la punta del palo avvicinarsi all'ano, posizionarcisi con precisione. Cercò di tirarsi sù, ma quella punta la seguiva implacabilmente. Poi, sempre con estrema lentezza, iniziò a penetrarla.
"Ci siamo" pensò. Un vortice di pensieri le passò per la testa. Iniziava una lunga fine. L'uomo abbassò la leva. La puleggia si fermò e il palo cessò di penetrare. L'uomo agitò il bastone che era ancora agganciato alle corde. Lei sentì il legno farsi strada dentro di lei, ma quello stesso legno le impediva di dondolare in seguito alle sollecitazioni del bastone. Soddisfatto, l'uomo sganciò il bastone, rimise mano alla leva e tirò su la ragazza.
"Spiacente deluderti, bella, era solo un test. Ma non essere ansiosa, siamo quasi allo show finale!" Lo vide da sopra mentre lasciava il capannone. Un'ondata inconsulta di singhiozzi la scuoteva, facendola dondolare. Non riusciva a fermarsi né a controllarsi. Anche l'altra donna aveva cominciato a singhiozzare. Poi sentirono dei rumori improvvisi. Il cuore iniziò a sussultare. Tre uomini entrarono correndo, afferrarono i bastoni e li usarono per afferrare le due donne con brutalità, ferendole col gancio. Le tiravano di lato, mentre l'altro uomo teneva le leva e le faceva scendere. Videro il palo scorrere al loro fianco, poi videro il pavimento sporco schiacciarsi sotto di loro.
Altre grida concitate, altra gente che correva. E in lontananza, una sirena.
"Presto, presto, via subito!". Le afferrarono ancora legate, sganciarono il moschettone che le univa alla corda e le gettarono in un furgoncino che era entrato nel capannone. Il mezzo uscì sgommando, forse da un'ingresso secondario. L'uomo che era con loro nel retro del furgoncino le afferrò e le mise in due sacchi da spazzatura, poi mise a ciascuna un tampone dall'odore pungente davanti al naso. Tutto cominciò a girare, e iniziò il buio.
Viaggio
Si risvegliò oppressa dal caldo. Si trovava in quella che sembrava una caldaia, ovunque puzza di gasolio e di lubrificanti. Le pareti ricoperte di spessa vernice grigia, e macchie di grasso. Era appoggiata col ventre e la faccia ad una sorta di tavolo da lavoro. Non poteva alzarsi, perché era incatenata per il collare ad un anello fissato alla parete metallica. Le mani sempre ammanettate dietro la schiena. Il viso e il seno poggiavano su una superficie rozza, cosparsa di pungenti trucioli di ferro.
Sentiva tutto vibrare intorno a sé e solo a quel punto comprese con orrore dove si trova: nella sala motori di una nave. All'improvviso la porta di ferro di aprì e ne uscì un enorme uomo dalla tuta blu coperta di morchia. L'uomo si tolse la tuta, la ripose con cura in un armadietto di metallo, si abbassò dietro di lei, le divaricò le gambe legandole alle gambe del tavolo con del nastro isolante. Si rialzò, le allargò le natiche con le mani e la prese da dietro, aiutato dalla resistenza opposta del tavolo.
Lo fece con violenza senza dire una parola, mentre le dita coperte di morchia le strizzavano i seni, le cercavano nell'inguine, le penetravano in bocca. Poi senza dire una parola l'uomo si infilò nella doccia, prese altri vestiti dall'armadietto e uscì. Cercò di opporre resistenza, ma bloccata com'era le fu impossibile. Ma fu sufficiente a lasciar intendere le sue intenzioni all'altro, che come ebbe finito, la sciolse dal tavolo, le liberò le mani e la trascinò agitandola per i capelli in un'altra cabina. Qui le legò di nuovo i polsi ad una corda che pendeva dal soffitto e le somministrò venti colpi con un rudimentale gatto a nove code fatto di strisce di gomma. Quindi la riportò dove stava prima, più convinta a collaborare.
Ad ogni fine turno un uomo che era in sala motori la prendeva, prima di fare la doccia e uscire. Erano in tre, più il cuoco, che la violentava una volta al giorno, quando le portava del pappone e una scodella d'acqua, che doveva consumare senza poter usare le mani, e che la lavava con la pompa. In pochi giorni era nera e viscida di morchia. La rapida spruzzata di acqua non le lavava via il grasso, e puliva assai poco del resto. Dopo pochi giorni era oggetto degli assalti di mosche e zanzare.
Quando si annoiarono, gli uomini della sala macchine iniziarono a fare uso di fantasia, a prenderla con le chiavi inglesi, a tirarle i capezzoli con le pinze, a versarle olio lubrificante nell'ano. Sempre senza una parola, come un lavoro ben fatto su un pezzo di motore. Un giorno uno di loro volle inciderle il suo nome sulla spalla con un piccolo saldatore. Per farla tacere le spinse in bocca un enorme straccio pregno di grasso, che usava per pulire gli ingranaggi. Per immobilizzarla meglio le tirò i capelli ben tesi sulla superficie del tavolo e vi piantò dei chiodi a doppia punta. Finita l'operazione la lasciò li, coi capelli tirati in tutte le direzioni e il panno grasso conficcato fino in gola. La liberò la mattina dopo il cuoco, prima di violentarla.

Domata
Capì che era la fine del viaggio quando la sciolsero dalla catena. A mala pena poteva rimettersi dritta. La lavarono, per la prima volta, col detersivo sgrassante. Fissarono una nuova catena al suo collare, le misero il bavaglio e le bendarono gli occhi. Iniziò quella che doveva essere la traversata di una città. Forse era notte perché non sentiva voci. La fecero salire su un piccolo camion scoperto, il cui fondo era coperto di paglia. Dall'odore si intuiva che era adibito al trasporto bestiame. La fecero inginocchiare con le spalle contro i bordi, e con un moschettone le fissarono il collare al bordo di ferro. Accanto a lei c'erano altre due donne, anch'esse legate, e probabilmente imbavagliate. Da come erano strette deduceva che il camion doveva essere pieno di "merce". Quando il mezzo si mosse con un rumore assordante, maledì la pavimentazione di pietra della città: ad ogni sobbalzo il bordo ondeggiava, e uno strattone le tirava improvvisamente il collo. Ma dopo i primi minuti capì che il peggio doveva ancora venire. La strada si faceva sempre più dissestata, e probabilmente ad un certo punto terminò del tutto. Il camion si muoveva dondolando su una pista cosparsa di pietre. Fu felice quando il motore si fermò. Sentì che una ad una facevano scendere le altre, poi venne il suo turno. Le sganciarono il collare dal moschettone e lo fissarono ad una catena. Si sentì tirare per una strada di ciottoli. Poi l'ingresso in una porta, la discesa di scale. Quando le tolsero il bavaglio e la benda era in una stanza buia. La catena fissava il collare a un anello sul muro, ma non era cortissima, e almeno poteva muoversi. Al lato della stanza c'era una latrina lercia, ma almeno era qualcosa. Vi rimase due giorni senza sentire più nulla. Intravedeva appena il passaggio del giorno e della notte da una vaga luminescenza sotto la fessura della rozza porta. Niente da mangiare. Nella latrina scorreva un rigagnolo d'acqua in un letto di muffe e alghe. Si adattò a leccarne il magro flusso, goccia dopo goccia, nello stesso luogo dove urinava e defecava. Poi la fame prese il sopravvento, e passò i restanti giorni (cinque? Sei?) in uno stato di semi agonia. Uscì da quello stato semiconscio quando la porta si aprì di nuovo. Un uomo sciolse il lucchetto che univa la catena all'anello e la tirò a sé. Capì che doveva seguirlo. Aveva un vestito strano, quasi fuori del tempo. Grossi stivali di pelle, calzoni larghi in pelle, o fustagno, e una lunga giacca tenuta da alamari, stretta in vita da un largo cinturone di cuoio. Dal cinturone pendevano un pugnale e una frusta. L'uomo la strattonò rudemente per il guinzaglio conducendola su per le scale strette, fino ad una sala più grande e illuminata, dove con parole sconosciute ma gesti eloquenti la fece inginocchiare al cospetto di un altro uomo, vestito in modo similare, ma dai finimenti più ricchi. Doveva essere una specie di capo. Questi la osservò con interesse. Teneva in mano un coro frustino, e con quello le fece cenno di allargare maggiormente le gambe, poi le passò su per l'inguine, risalì sui seni. Quindi, sempre guardandola, e fece un commento compiaciuto, nella sua lingua sconosciuta. Poi si rivolse a lei. "Tu buona schiava? Noi oggi vede. Noi oggi doma. Se tu no resiste doma, tu no buona schiava, tu libera e va via. Se tu buona schiava noi doma schiava". Qualcosa emerse in lei dalla debolezza e dallo stato confusionale. Cercò disperatamente di rimettere in moto i pensieri, i concetti. Forse ho un'occasione. Forse posso trattare con quest'uomo. Si sforzò di parlare.
"S... Signore, io sono ricca. Se mi libera posso pagare un grande riscatto? Capisce? Riscatto, soldi, tanti soldi..."
Con un sibilo improvviso il frustino le colpì il volto. L'uomo la guardò con disprezzo. "Se tu può pagare, tu non qua. Tu non ricca, tu schiava. E schiava non parla. Schiava zitta". Un altro sibilo e il frustino le colpì l'altro lato del volto. Poi fece cenno all'altro uomo di portarla via. Le somministrarono altri colpi di frusta sulla schiena, poi se la trascinarono appresso lungo i corridoi scuri. Di nuovo la benda sugli occhi, di nuovo il bavaglio. Mentre la catena le strattonava il collo, i pensieri nella sua testa lavoravano febbrilmente. Se resisto sono libera. Qualsiasi cosa sia. Sarà dura, ma se resisto sono libera. Devo resistere. A qualunque costo. Combattere la debolezza, combattere il dolore. E' l'ultima opportunità.
Ora era all'aperto. Sentiva un mormorio diffuso di persone. Legarono il collare ad una lunga catenella e le levarono il guinzaglio. Era in uno stadio.
Era un grande anfiteatro in pietra grezza, affollato di gente vestita all'incirca come i due uomini che aveva visto. Tutti guardavano lei. Il suo guardiano le fece cenni di alzarsi e di allargare le gambe, poi si allontanò. Era da sola, completamente nuda, se non per i ceppi che le stringevano le mani dietro la schiena e il collare che la legava alla lunga catenella. Dalla parte centrale del podio un uomo aveva iniziato un discorso, forse una specie di introduzione a quello che doveva accadere. Era chiaro che parlava di lei. La stava indicando, e l'attenzione del pubblico si concentrò di nuovo sul suo corpo nudo, l'osservavano con attenzione, facevano apprezzamenti.
Dopo un attimo di silenzio si udì il suono di un corno, e da una piccola porta uscì un uomo vestito di nero. La giacca era ornata da strisce di pelle coperte di borchie aguzze. Alla cintura aveva un pugnale, ed in mano una lunga frusta di cuoio intrecciato. Appena emerso dalla piccola porta, si avventò verso di lei con un urlo bestiale. "Resistere, resistere" pensò lei cercando di vincere il terrore improvviso e la debolezza. Fuggì nella direzione opposta fino a quando un violento colpo al collo le fece capire che la catena era finita. Non si era ancora ripresa, quando un altro colpo lancinante le ferì il ventre. La lunga frusta dell'uomo vi era affondata, avvolgendosi sulla vita. E ora altrettanto improvvisamente l'uomo la tirava a sé attraverso la frusta. Con un balzo di slancio riuscì ad evitarlo. Si tuffò in terra rotolando in senso opposto alla frusta, ma così si avvolse nella catena. L'uomo aveva ora afferrato la catena. Lei cercò di sbrogliarsi, ma si sentì afferrare per i capelli. L'uomo le tirò i capelli a terra le li fermò al suolo col piede, quindi le afferrò le cosce con le mani e le sollevò. Sentì una forza immensa riversarsi su di lei, fino a straziarle la carne, fin quasi a spezzarle le ossa. "Resistere... resistere" pensava lei sempre più debolmente, mentre l'uomo con la frustata la maneggiava come un giocattolo. Poi l'uomo la gettò con violenza nella polvere e le si gettò addosso col suo corpo immenso. Il colpo la stordì. La risvegliò il dolore delle borchie aguzze che le ferivano il corpo nudo.
L'uomo si alzò, l'afferrò per il piede e inizio a farla ruotare, lanciandola di nuovo nella polvere a qualche metro di distanza. Quando la vide di nuovo a terra cosparsa da una nuvola di polvere, le gridò qualcosa che non capiva, ma il cui significato era chiaro: sottomettiti.
Non ce la faceva più, ma resistette. Raccolse tutte le forze residue e scappò di nuovo. Questa volta l'uomo non cercò di raggiungerla, ma trattenendola per la catena iniziò a far schioccare la sua lunga frusta. Non tentava di catturarla, voleva deliberatamente ferirla. Ad ogni colpo ripeteva con violenza lo stesso comando. I primi colpi scorrevano lungo la schiena lasciando profonde tracce scavate. Con l'altra mano l'uomo strattonava la catena per impedirle di cercare riparo, per esporre a ogni colpo una parte diversa del suo corpo, ogni volta una parte più sensibile. Lo faceva con precisione ed esperienza, ma questo lei non poteva capirlo. Oramai vedeva solo rosso. L'uomo se la avvicinò di nuovo tirando la catena e le ripetè il comando sconosciuto. Lei si lasciò cadere in ginocchio sulle gambe allargate, e abbassò la testa al suolo. Sentì lo stivale spingerle la faccia nella polvere, mentre un'ovazione si levava dagli spalti dello stadio. Quindi l'uomo gettò la frusta al suolo, slacciò le braghe e con un urlo feroce la tirò su, afferrandola da dietro per i seni con una mano e per una coscia con l'altra. Sentiva le borchie aguzze contro la carne, sentiva le dita di lui straziarle il seno. Dopo averla agitata come una bambola di pezza senza peso, iniziò a penetrarla da dietro, camminando a larghi passi per l'arena, mostrando il suo trofeo alla folla in visibilio con un latrato disumano.

marchio
Fu lasciata sola un giorno nella stanza buia, solo che ora le avevano gettato in un angolo del cibo, una pappa informe mista a semi.
Dormì un sonno di uncubi, ma dormì. Aveva ripreso un po' di forze, quando la porta si palancò di nuovo, accecandola. La sagoma di un uomo si stagliava sfocata nella luce improvvisa della porta.
L'uomo la afferrò per la catena che portava al collo e la condusse tramite corridoi bui fino ad un'altra stanza avvolta nel tepore di un braciere, dove altre persone li aspettavano.
Senza una parola, l'uomo fissò la catena ad un gancio nel muro, quindi le somministrò 15 colpi sulle natiche con una piccola frusta di cuoio. Il primo colpo la fece sobbalzare. Non aveva fatto nulla che potesse contrariarli, non c'era motivo. Riuscì comunque a contenersi. L'uomo lo capì, perchè dal terzo colpo aumentò l'intensità, strappandole un urlo. All'ottavo colpo urlava senza contenersi. Dopo l'ultimo colpo la sciolse dal muro e la fece di nuovo inginocchiare. Il ventre ancora le sussultava per i singhiozzi, quando l'uomo le spinse il viso a terra e le mise i piedi sui capelli, quindi si abbassò mettendosi a cavalcioni sulle sue spalle, tenendole ben ferme le natiche con le mani. Uno degli uomini che si trovavano lì estrasse dal braciere un lungo ferro dalla punta piatta e lo spinse sulla natica sinistra della ragazza.
L'uomo era sopra di lei, una enorme massa muscolare che la immobilizzava, schiacciandola verso il suolo. Le cosce di lui pesavano sui segni appena lasciati dalla frusta. I pesanti stivali le tiravano i capelli, strappandoli a ciocche, non poteva spostare la testa più oltre. Ma quando sentì quel dolore improvviso penetrarle la natica ebbe un sussulto più forte di tutto ciò che la teneva ferma. Lancio un lungo urlo che si trasformò in gorgoglio sconnesso, per lasciare spazio ad un inconsulto pianto, ma solo dopo un tempo che le sembrò interminabile. Soltanto quando riaffiorò dal tunnel di dolore e riprese coscienza di sé; percepì l'odore della carne bruciata, e capì che l'avevano marchiata, per segnarne indelebilmente la proprietà. Intanto l'uomo le stava fissando al collo un collare di ferro fissato ad una catena. La tirò su agitando la catena e la spinse a calci fuori dalla stanza. Dopo un lungo corridoio, le fecero salire una lunga, interminabile scala a chiocciola. Non si era ancora ripresa dai colpi subiti, e ogni scalino che saliva sentiva un forte bruciore alle natiche. Era priva di forze e si sentiva mancare, ma l'uomo dietro di lei ancora portava le frusta, e le dimostrò che era intenzionato ad usarla.

Il mercato degli schiavi
La svegliarono all'alba gettando una secchiata d'acqua fredda attraverso le sbarre. Aveva una percezione confusa dei ricordi. Si trovava in una stanza insieme ad altre donne, rinchiuse ciascuna in una piccola gabbia grande quanto un canile.
Aprirono la porta della gabbia e con un ordine secco le fecero capire di uscire.
La misero in fila insieme ad altre fino a farla ispezionare da una donna che le mise in ordine i capelli e le ispezionò i denti e le mani, quindi disposero tutte le donne in un'unica fila, e agganciarono i loro collari a una lunga catena. Una guardia armata afferrò il primo capo della catena e iniziò a strattonarla con forza, indicando alle schiave la via delle scale. Uscita in strada sentì improvvisamente il sole sulla pelle. Quanto tempo era che non vedeva la luce del sole? Le riaffiorarono ricordi antichi, e improvvisamente si sentì di nuovo nuda, esposta, a camminare per la pubblica via, con le mani slegate dietro la schiena, tirata per il collo insieme ad altre donne, come una mandria di vacche. La gente che le vedeva passare si fermava, faceva commenti, cercava di guardare da vicino o di toccare qualche particolare, una guancia, un seno. Un grido brusco della guardia li riportava indietro. Prima pagare.
Quando arrivarono alla piazza le fecero salire su una specie di podio, dove rimasero in mostra aspettando le contrattazioni. Sentiva gli sguardi frugarle il corpo, soppesarne ogni singola parte, stabilire un prezzo. Era un articolo commerciale.
Come per le altre, anche per lei l'imbonitore si dilungò in descrizioni. Per dare maggiore forza al discorso, le toccava la guancia, le esponeva un seno, le infilava due dita in bocca, a mostrare i denti. Per mostrarne la usabilità iniziò a masturbarla tra le gambe davanti alla folla. Si sentiva umiliata, eppure la mano sapiente dell'uomo, che evidentemente conosceva il suo mestiere, riuscì a ottenere l'effetto desiderato, e all'improvviso si accorse che stava gemendo di piacere. Davanti a tutti. Fu colta da un improvviso rossore, e nascose la testa tra i capelli, atterrita dalla vergogna. Implacabile, l'imbonitore le afferrò i capelli dietro la nuca costringendola ad alzare la faccia, mentre spingeva le dita tra le sue cosce.
Fu a quel punto che si avvicinarono i compratori. Il primo la guadò con attenzione e passò oltre. Il secondo le fece aprire la bocca, le passò la mano sul seno e poi giù fino alle cosce, la fece piegare le tastò le natiche, poi la fece rialzare e se ne andò scuotendo la testa. Uno dopo l'altro si fermavano su un'altra donna, contrattavano brevemente, pagavano e la portavano via. Nessuno voleva comprarla. L'avrebbero certamente punita, per questo. La vergogna era diventata umiliazione. Si sentiva merce scartata, avariata, di infima qualità.
Una bella donna riccamente vestita le passò davanti guardandola con disgusto. Un terzo compratore si soffermò solo sulla sua vicina. Non le degnò uno sguardo, ma passando le afferrò un capezzolo e lo strinse forte torcendolo, mentre diceva una frase scherzosa all'imbonitore, che rispose alla battuta con deferenza.
All'improvviso l'allegro vociare del mercato cessò, e si stese sulla piazza una cortina di silenzio. Un manipolo di cavalieri al trotto si stava avvicinando al podio di vendita. Erano tutti armati. Quello che li guidava aveva un copricapo di pelle. Scese da cavallo con un balzo con grido verso le guardie, che deposero prontamente le armi al suolo. Quindi l'uomo si scagliò contro l'imbonitore, mentre gli strappava dalle mani la catena delle schiave. L'imbonitore cercava invano di calmarlo.
L'uomo afferrò per i polsi la donna riccamente vestita, le mise un pezzo di catena intorno al collo e la chiuse con un lucchetto. La donna gridò, sotto lo sguardo terrorizzato dell'imbonitore, ma un potente schiaffo la convinse al silenzio. L'uomo legò al suo cavallo l'altro capo della catena delle schiave. Quindi ritenne di dover dare un'ultima lezione alla cittadinanza, perché balzo tra la folla, afferrò per i capelli una giovinetta, le mise la mano nel colletto e le strappò via la tunica. Sempre tenendola per i capelli, la costrinse a succhiargli il fallo, mentre nello stesso tempo, a scatti, insultava e minacciava la cittadinanza terrorizzata.
Prima di rimontare a cavallo fece un cenno ai suoi uomini, che rimossero ai vestiti alla signora elegante, lasciandola nuda come le altre schiave. Quindi la colonna si mosse al trotto, con le donne che cercavano di tenere il passo dei cavalli, dirigendosi verso le porta della città.
Fuori legge
Camminava zoppicando. Non era abituata ad andare scalza. I sassi che sporgevano dal suolo di argilla secca erano aguzzi, e i piedi le si erano coperti di piaghe. La marcia fu lunga. A metà giornata il capo fermò la colonna, fece staccare dalla catena la donna ricca, che non aveva mai cessato di singhiozzare, e mentre due uomini la tenevano per le braccia divaricate, la frustò con forza usando una vecchia corda. Quindi, ottenuto il silenzio, le rimise la catena al collo e riprese la marcia. Solo a sera poterono fermarsi. Le spalle erano bruciate dal sole, ed erano diventate rosse. Aveva i brividi. Gli uomini prepararono l'accampamento, mangiarono, poi ciascuno prese una donna e se la portò nella tenda. Un grosso uomo coperto di polvere, di grasso di pecora e di sudore la tirò via per i polsi, la sbatté sul suolo della tenda e le si gettò sopra leccandola e sbavando. Dopo averla violentata, la ricondusse fuori, sotto un albero, le legò due corde alle caviglie e lanciò ciascuna corda su un diverso ramo, quindi la issò su.
Le appese anche le braccia ai rami con una corda, fino a farla pendere orizzontalmente a X. Quindi la prese un'altra volta facendola oscillare alle funi, poi le sciolse le mani e la tirò più in alto.
Appesa a testa in giù per le caviglie, rimase per tutta la sera oggetto degli scherzi degli uomini. Sembravano giocare e ridere come bambini. Prima le collocarono un bersaglio tra le gambe e si esercitarono al tiro con l'arco. Poi le spinsero in bocca un piccolo ceppo di legno e glie lo legarono stretto con delle corde che le giravano dietro la nuca. Quindi le misero una candela nell'ano, tra le gambe divaricate e l'accesero. Quando il pastoso misto di cera e grasso rovente iniziò a colarle tra le gambe le venne da gemere e ad agitarsi, ma si accorse subito che così ne cadeva di più, e che l'unico modo per evitare il dolore era inarcare il pube e tenere la candela più ferma e verticale possibile. Agli altri rami dell'albero, altre ragazze subivano lo stesso trattamento, trasformate in tante lampade sofferenti. Più sfortunata, l"ultima di loro, la donna ricca, a cui di candele ne avevano collocate due, una davanti e una dietro: era impossibile tenerle entrambe verticali.
La mattina dopo era ancora appesa all'albero, quando udì un branco di pecore avvicinarsi. Il pastore doveva essere in buoni rapporti con i banditi, perché si salutarono calorosamente, benché era chiaro che i briganti lo trattassero con la bonaria simpatia che i guerrieri accordano agli idioti e ai pazzi. Poi iniziarono uno strano rituale: il capo della banda passò in rassegna le pecore e ne indicò due. Quindi il pastore si avvicinò all'albero e indicò una delle donne.
Quando si vide indicare dal pecoraio le viscere le si rivoltarono. Era un uomo repellente, basso e tarchiato, con il viso marcato da verruche e profonde cicatrici, lo sguardo assente, l'espressione animalesca. L'uomo le si avvicinò, le palpò la faccia ancora stretta tra i legacci che tenevano lo strano bavaglio, le strinse un seno graffiandolo a fondo, e le infilò la mano tra le gambe. Quindi la passò nell'ano e con una risata demente ne estrasse i resti della candela, come avesse tirato fuori un coniglio dal cappello si un prestigiatore. Gli altri uomini risposero con risate oscene.
La tirarono giù e le legarono una corda al collo. Il pastore prese la corda giusto vicino al nodo e agitandola a scatti la portò in mezzo al gregge e le caricò bruscamente un sacco di pelle pieno di masserizie. Aveva ancora le mani legate dietro la schiena, e il peso delle corde ricadeva tutto sulle spalle piagate dal sole. Era terribilmente pesante, e bruciava sulla pelle, ma il pastore la iniziò subito a frustarla con un ramoscello verde, sottile e flessibile, e lei non se lo fece ripetere due volte. Si allontanarono mentre i banditi sgozzavano le due pecore.
Seguì il gregge una giornata intera. Ogni tanto il pecoraio la buttava per terra con un potente calcio e la violentava, sempre da dietro, come aveva imparato con le pecore. Ogni volta la copriva di graffi sui seni e di morsi. Poi la marcia riprendeva, sotto il peso della sacca. Al tramonto il pastore radunò le pecore sotto un albero e accese il fuoco. Mentre lei era legata all'albero, lui ciucciò il latte dalla mammella di una pecora, poi tentò di invano fare lo stesso con lei. Succhiava con forza e con rabbia, ma non ne ottenne niente. Le masticò i capezzoli fino a farla sanguinare. Poi, infuriato, iniziò a picchiarla, a frustarla col ramo, insultarla nella sua lingua elementare. Quando fu stanco, la afferrò per i piedi e la trascinò vicino al fuoco. Quindi le passò una corda intorno al busto, sotto le ascelle, lanciò l'altro capo sul ramo di un albero, e la tirò su, lasciandola appesa sopra il bivacco. Sentiva il calore salirle dal basso verso l'alto. Il fuoco era spento e restava solo la brace, ma bastava a scottarla se rimaneva ferma per più di un minuto. Doveva muovere le gambe per far circolare l'aria attorno a lei, ma ogni movimento le doleva alle ascelle e ai seni, dove la rozza corda tirava. Ogni ora il pecoraio si svegliava e riattizzava un po' il fuoco, poi si rimetteva a dormire. Passò un'altra notte senza dormire. La mattina dopo lui la tirò giù e le rimise la sacca sulle spalle, sempre coprendola di insulti e di frustate. Il gregge si rimise in movimento. Camminò tutta la mattina per una strada in salita. Fu felice quando lui le fece cenno di sdraiarsi per terra.
Conficcò al suolo quatto pali disposti a croce, ve la legò per le braccia e le gambe, poi si allontanò. Lei rimase li, braccia e gambe allargate e tirate con forza. Chiunque poteva passare e prenderla. Ma era sfinita e si addormentò sotto il sole.
Dopo qualche ora il pastore ritornò con una decina di uomini. Anche questi sembravano banditi, ma molto più approssimativi. Una banda raccogliticcia, priva di cavalli e di vere e proprie armi, ma quanto bastava per imporre il proprio pedaggio ai pastori e ai piccoli commercianti privi di scorta. Con finti gesti cerimoniosi gli indicava la donna e gesticolava ridendo. L'ansia la faceva respirare profondamente, muovendole i seni su e giù. Era li, come un agnello sacrificale, nuda, aperta, immobilizzata, e lui li stava invitando a prendere parte al banchetto. Era il suo pedaggio per attraversare incolume il passo. Non se lo fecero dire due volte. Il primo le si buttò addosso con un grugnito, prendendola con violenza, mentre con le grosse mani le strizzava i seni e le torceva i capezzoli. Non capitavano spesso donne per quei paraggi. Mentre il primo la violentava, gli altri commentavano, discutevano le caratteristiche della donna, le sue forme, la sua resistenza. L'avrebbero testata tutti più volte.
Quando si furono soddisfatti, le tolsero le corde e le ordinarono di alzarsi. Non riusciva neppure a muoversi, ma il pastore iniziò a frustarla selvaggiamente col suo ramoscello. La colpiva con rabbia sulla faccia, sui seni, in mezzo alle gambe. Alla fine alzò, barcollando. Gli uomini, benché sazi, avevano ancora voglia di diverstirsi con lei. Le si fecero intorno, le legarono le mani dietro alla schiena e le annodarono una lunga corda attorno alla vita. Di li la tirarono entrambi i capi attraverso le gambe e li fecero risalire su per la schiena, passando ogni capo sopra ciascuna spalla, per legarla di nuovo alla vita, tirando sempre con forza. La larga e ruvida corda le si era conficcata tra le gambe e le passava sopra le spalle ancora bruciate e sopra i seni, affondando nella morbida carne fin quasi a tagliarla. Le legarono un'altra corda ben stretta attorno al busto, appena sotto i seni, in modo da tirare ancor più le due corde verticali che glie li schiacciavano. A malapena poteva respirare. Un'altra corda la legarono al collo, e fra risate, urla e frustate, la fecero camminare strattonandola. Ogni passo che faceva le costava un dolore lancinante. A turno, uno l'afferrava per i capelli, un altro la frustava con un ramoscello o la prendeva a calci, un altro la tirava per la corda al collo. Gemendo e singhiozzando sommessamente li seguì per tutta la strada.

La caccia
Dopo il passo la strada cominciò a scendere, fino ad arrivare ad un altipiano verde, circondato di rocce. Al centro c'era un piccolo lago, l'erba cresceva alta. Il pastore poteva ristabilire le sue pecore, dopo la lunga marcia nelle steppe aride. Era territorio dei banditi, ma stavolta aveva trovato il modo di pagare l'affitto. E anche lui poteva divertirsi un po'.
Mentre le pecore si abbeveravano nel laghetto, gli uomini la fecero inginocchiare e la costrinsero a succhiare il fallo a tutti. Poi si disposero a semicerchio attorno a lei e le fecero cenno di andar via. Lei li guardò stupita, ma quelli iniziarono a urlare minacciosi, facendole cenno di allontanarsi. Iniziò a muoversi, sempre a fatica, con le corde che le bruciavano. Ogni tanto si voltava intimorita, e li vedeva sempre li fermi, a guardarla allontanarsi. Quando si fu allontanata di circa duecento metri sentì un urlo selvaggio: gli uomini si erano messi a correre nella sua direzione brandendo armi e bastoni. Era una battuta di caccia! Colta da improvviso terrore tentò di correre, malgrado le corde le lacerassero letteralmente la pelle, ma in poco tempo gli uomini le di fecero vicini. Si guardò indietro e si rese conto che lasciava una traccia nell'erba troppo visibile. Allora tornò indietro di una decina di metri, lungo le proprie impronte, si buttò di lato tra l'erba alta e iniziò a strisciare in un'altra direzione, cosa non facile con le mani legate dietro alla schiena. Si spingeva con le ginocchia cercando di rimanere il più possibile appiattita al suolo, per non abbattere troppi steli e lasciare meno tracce della sua presenza. La per far ciò strisciava col busto, scaricando tutto il peso proprio sui seni. Il suolo sembrava fresco e piacevole, ma i fili d'erba erano taglienti e le cosparsero il busto con decine di graffi, minuscoli ma profondi e dolorosi. Tentò di usare quelle fragili lame per tagliare le corde che la legavano, ma invano.
Dopo qualche minuto ascoltava immobile, pietrificata dal terrore, le grida degli uomini che si avvicinavano, proseguivano lungo le sue tracce e si allontanavano in avanti. Rimase immobile fino a quando non si fece notte. Gli uomini gridavano di rabbia, probabilmente minacciavano vendetta.
La luna splendeva in cielo. La guardò con rabbia affranta, e si riabbassò rapidamente. Alcuni dei banditi continuavano a darle la caccia, e appena si fosse allontanata dall'erba alta su per i pendii rocciosi, sarebbe stata troppo visibile, facile preda dei rabbiosi cacciatori. Non era riuscita a liberarsi delle corde. Sul suolo erboso non aveva trovato un solo sasso, né altro che potesse aiutarla. Non era in alcun caso in grado di correre. Inoltre era sfinita, e le ore di immobilità le avevano accentuato il dolore sotto le corde. Decise di darsi un po' di pace e di rimanere lì, sperando che se ne andassero. Mangiò a morsi un po' di quell'erba, amara e stopposa. Si accorse con orrore che stava brucando come un animale, prima di cadere addormentata. La svegliarono all'alba le urla selvagge dei banditi che si avvicinavano di nuovo, mentre il cielo cominciava a schiarire. Questa volta puntavano dritti verso di lei. Troppo precisi, pensò. Udì guaire. I cani, pensò terrorizzata, avevano utilizzato i cani. E infatti vide il primo cacciatore apparire tra l'erba. L'indicava con una mano, e con l'altra teneva un cane a una corda. Scattò in piedi e iniziò a correre, non sentiva più il dolore ma solo le grida degli uomini e dei cani. Finché una spinta improvvisa non la buttò per terra. Un dolore lancinante le penetrava la spalla, e udiva nelle orecchie il ringhio strozzato del cane che agitava la testa senza mollare la presa. Poi arrivarono gli uomini, la liberarono dal cane e iniziarono a picchiarla coi bastoni e con strisce di cuoio. Quindi le tolsero le corde lasciandole solo i polsi e il collo legati. Il sangue che improvvisamente rifluiva sotto la pelle le provocò un dolore tremendo, ma era ancora niente: iniziarono a prenderla a turno, poi tutti insieme. Le sembrava di avere una palla di fuoco tra le gambe. Le rozze mani le strizzavano i seni, facendo scoppiare i capillari appena inturgiditisi. Per farla cessare di urlare le spinsero in bocca una palla di erba compressa, che le provocava continui conati di vomito.
Quando ebbero soddisfatto i loro desideri, decisero che anche il cane meritava la sua parte. La fecero inginocchiare, le tirarono a terra la testa e due di loro le montarono coi piedi sui capelli per tenerla ben ferma. Alcune ciocche le si strapparono. Intanto un altro bandito le spalmava del grasso di pecora tra le gambe. Quindi aizzarono il cane, che si gettò d'un balzo sul fiero pasto.
Quando anche il cane ebbe finito le liberarono la bocca e la riportarono all'accampamento presso il lago, strattonandola per i capelli e la riconsegnarono al pastore, che era rimasto con le sue pecore. Lui la prese per la corda che ancora aveva al collo, la tirò dentro l'acqua, e e pestò la corda tirandole giù la testa, costringendola con la faccia a mordere il fondo limaccioso del lago. Per reazione l'acqua le portò a galla le gambe. Lui le afferrò e la prese, tenendola rovesciata, con la testa sott'acqua. All'inizio riuscì a trattenere l'aria, ma in breve il respiro le mancò, tentò di liberarsi dalla presa, tossì, e l'acqua iniziò a entrarle nei polmoni. Continuò a violentarla, mentre lei si agitava disperatamente. La lasciò risalire solo quando fu sazio. Aveva il viso bluastro, ma tossiva sputando acqua e fango. Si sarebbe ripresa. La tirò fuori e la buttò sull'argine del lago, con disinteresse.
Rimase lì per una settimana, durante la quale imparò a sue spese quanto ricca e sottile fosse, in fatto di sesso, la fantasia brutale degli uomini delle praterie. La usarono in decine di modi diversi, e nessuno fu di suo gradimento. Non l'usarono mai per fare il fuoco o altri servizi, perché non si fidavano, e non le tolsero mai le corde dai polsi. Per mangiare poteva rosicchiare a terra le ossa che gettavano, contendendosele col cane, il quale però ormai che l'aveva posseduta, era aggressivo e minaccioso. Quando le pecore si furono rimesse, il pastore decise che era tempo di ripartire. Appena ebbe radunato le pecore i banditi gli si fecero intorno, e iniziò una trattativa. Evidentemente stava cercando di lasciarla presso di loro, perché ne decantava la bellezza, i muscoli e la dentatura, con gesti plateali. Ma loro continuavano a indicare le pecore. Allora lui la fece strisciare ai loro piedi, le fece leccare le dita intrise di limo e di sterco di pecora. I banditi lasciarono fare ridendo, ma poi si fecero seri e indicarono di nuovo le pecore. Non la volevano, preferivano le pecore, o forse non volevano donne. In un ultimo tentativo, il pastore le mise a terra con le gambe divaricate, invitando i banditi a prenderla ancora una volta, cosa che fecero per dovere di ospitalità, ma mentre l'ultimo ancora la penetrava, gli altri già afferravano le quattro pecore reclamate.
Nella stalla
Il gregge si rimise in moto, e lei aveva sempre la pesante sacca sulle spalle. La strada ora era in discesa, ma non era più confortante. Il pecoraio era furioso, e per tutta la strada al punì per non essere stata scelta dai banditi. La frustava col ramoscello, le tirava sassi, la prendeva a calci, fra sputi e insulti. Ogni volta che le scappava un singhiozzo, lui aumentava la dose. Rimpiangeva le sue quattro pecore. Quando fu sera, radunò il gregge e riprese a frustarla e insultarla. La gettò nella povere buttandosi su di lei e coprendola di pugni sul volto, poi si accorse del suo seno e iniziò a ciucciarlo e masticarlo, fino a quando si addormentò come un bambino.
Il mattino dopo la marcia riprese. Quando avvicinarono una piccola fattoria il pecoraio le tirò la corda e la portò dentro il recinto. Gli si face incontro un contadino ancora giovane che sembrava conoscerlo, ed iniziò una nuova trattativa. Il pastore mostrò di nuovo denti, seni, ventre e natiche con esagerato orgoglio, e indicò il gregge di pecore oltre il recinto. Quindi si avvicinò alla stalla e indicò un bufalo, dopo averlo analizzato allo stesso modo. Questa volta la trattativa andò in porto. Un bufalo contro una donna e due pecore. Il pecoraio riprese il cammino col gregge, e il contadino portò le due pecore nel recinto, poi la prese per la corda e la condusse dietro la capanna. C'era la carcassa di un somaro. L'animale non doveva essere morto da molto, ma col caldo della giornata aveva già richiamato nugoli di mosche. Lui le diede una pala, e le fece segno di scavare. Per essere più convincente la colpì un paio di volte con un nerbo di bue. Mentre lei scavava, lui col coltello tirava via dalla scheletrica carcassa quel che rimaneva della carne. Quindi ne trascinò i resti nelle buca e le fece cenno di ricoprirla. Finito il lavoro, riprese la corda e la portò nella stalla. La fece inginocchiare nella paglia, di fronte al muro, e legò la corda a un anello di metallo che vi era infisso. Aveva ancora le mani legate dietro la schiena. Alla sua destra aveva una mucca da latte, alla sinistra una scrofa, legate allo stesso modo: era diventata un animale da stalla. Era evidente che avrebbe dovuto fare il somaro.
L'uomo non sembrava violento, ma quando lei cercò di sedersi sulla paglia la colpì col nerbo di bue. Per impedirle di sedersi piantò due paletti nel suolo e vi agganciò gli anelli che ancora portava alle caviglie. Rimase inginocchiata, a gambe divaricate, i polsi legati dietro la schiena e la faccia premuta sullo strame. Lui si inginocchiò dietro di lei e la prese. Quindi mise dell'acqua sporca nel truogolo di fronte a lei e lasciò la stalla chiudendo la porta dietro di sé. Sfinita, si addormentò sulla paglia. Ricomparve la mattina dopo, la sveglianndola poco prima dell'alba. La sciolse dall'anello e dai paletti, e la portò con sé nei campi dietro la capanna. C'era un piccolo aratro abbandonato nel campo. Le mise il giogo attorno al collo, lo fissò alle spalle con delle approssimative stringhe di cuoio e con dei pezzi di corda, e con il nerbo di bue la incitò a tirare. Dopo i primi passi si sentì già sfinita, ma ogni volata che rallentava il nerbo di bue la colpiva sulle natiche, sulle gambe e sulla schiena. Alla fine riuscì a tenere un ritmo accettabile, lento ma continuo, e riuscì a resistere fino a quando il sole era alto in cielo. Sudava come una fontana, e i tafani si affollavano sulla sua pelle bagnata e bruciata dal sole. Ma non poteva scacciarli, perché ogni movimento le avrebbe fatto perdere il ritmo, le sarebbe costato una crudele e profonda frustata.
Verso mezzogiorno il contadino la sciolse dall'aratro e legò la sua corda vicino a una pozza con dell'acqua, dove si poté abbeverare. Quindi anche lui si mise a mangiare della carne secca, lanciandole di tanto in tanto dei brandelli di pelle. Li tirava in alto e lei doveva afferrarli al volo con la bocca, altrimenti, appena toccavano terra, lui ci metteva sopra il piede, e allontana ridendo con un calcio il viso di lei che tentava di prenderli. Nel pomeriggio la legò ad un carretto e si fece trascinare fino ai campi più lontani. Non era affatto facile, perché il carro non aveva parti in metallo. L'asse era interamente in legno, ed era bagnata. Le ruote, vecchie e consumate, correvano con difficoltà.
Ma col suo nerbo di bue in mano, il contadino aveva un argomento assai convincente, e raggiunsero i campi al trotto. Appena nel campo la sciolse e le face caricare sul carro una piccola montagna di rape che erano state ammonticchiate nei giorni precedenti. Altre montagnole sorgevano poco lontano. Quindi la legò di nuovo al carro, vi montò sopra sedendo sulle rape, e le fece capire con una frustata che era tempo di ritornare. Era il tramonto quando la riportò alla stalla e le legò la corda all'anello. Prima di uscire si inginocchiò dietro di lei e la prese di nuovo.
La mattina successiva, dopo averla sciolta, la condusse all'interno della capanna. Le legò i capelli dietro a coda, sopra il collo, le sciolse la corda dal collo, la fece inginocchiare con la testa sopra un grosso ceppo di legno e le fermò strettamente il collo con una cinghia di cuoio, quindi afferrò un coltello. Per un attimo temette che lui volesse macellarla, come un animale da stalla, ma lui le fece cenno di non spaventarsi. Le passò la punta del coltello nel naso causandole un dolore improvviso, ma le cinghie al collo e l'altra mano di lui sul capo la trattennero. Dopo averle forato la parte interna della cartilagine, le applicò un grosso anello, di circa cinque centimetri di diametro. Quindi la guardò con soddisfazione, le sciolse la corda dal collo e la legò all'anello. La liberò dal ceppo e la condusse all'aratro. Questa volta non ebbe bisogno di usare la frusta per ottenere il lavoro, né per condurre il carretto al trotto: lei rispondeva docilmente ad ogni minima sollecitazione.

 

Gita in montagna

Non ho la fortuna di trovare facilmente donne che capiscono quale è lo spirito della mia ricerca, pertanto voglio raccontarti della mia ultima esperienza con una simpatica signora separata che purtroppo abita ad Aosta. Ci siamo conosciuti nel luglio 2003 , ha risposto al mio solito annuncio su la XXXXXX, annuncio al quale rispondono soltanto donne molto speciali……………

Io ho una casa in montagna , in Piemonte e in agosto ne ho approfittato per andarla a trovare due volte. (sig. sig. peccato che Aosta sia un poco lontana..) Con la scusa delle escursioni in montagna ho dormito fuori e ti assicuro che è stato veramente worth while……

Ci siamo a turno legati, immobilizzati, manipolati a lungo anche dopo il raggiungimento dell’ orgasmo provocando nei nostri corpi sensazioni, sussulti e contrazioni indescrivibili. Lei gode facendosi infilare la mia mano intera nella vagina, mi chiede di farla ruotare col pugno chiuso e di toccarla nei punti interni più sensibili, quando viene grida come un’oca sgozzata, tanto che ho dovuto imporle un bavaglio per sentirla soltanto gemere ………..

Quando la immobilizzo con la gogna ed il distanziatore per caviglie, mi diletto a farle colare la cera calda sulle natiche e lungo la spina dorsale, si torce come un’ anguilla ma non dice di smettere…….

Io ho goduto con gogna e distanziatore mentre lei mi massaggiava lentamente ed incessantemente il membro con la crema, incurante del fatto che le chiedevo pietà dopo l’intensissimo e prolungato orgasmo. Mentre me lo accarezzava, con due dita dell' altra mano teneva dilatato il mio e mi solleticava la prostata! Siamo usciti a cena, lei con un cilicio in cuoio che le manteneva fermo un tappo nel sedere e diverse palline nella vagina, senza mutandine. Io con un tappo più piccolo nel sedere, sempre tenuto fermo da un cilicio ed i testicoli stretti da un laccio di cuoio…………….

Sono esperienze che appagano fino in fondo, che lasciano dentro un desiderio indescrivibile di poterle rifare…….. ma non è facile trovare la persona adatta……..

 
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