MaraMora

... credevi veramente di conoscere tutto sul sesso?

Eterosessuali



Un lavoro che mi piace

Cap. 1
Ventinove anni suonati, laureata in Scienze Sociali, praticamente disoccupata cronica.
Avevo un bel leggere e rispondere, tutti i giorni, agli annunci per la ricerca di personale: dopo aver inviato centinaia di curriculum, il posto migliore che avevo trovato era un’occupazione in una cooperativa per le pulizie; ma non in ufficio, no, sarebbe stato troppo: proprio a fare le pulizie, con tanto di scopa, secchio e strofinaccio.
Non sapevo più a che santo voltarmi.
La mia vita stava sempre più diventando un cesso: un lavoro da schifo e la parte sessuale ancora peggio.
Le ultime due relazioni che avevo avuto, che sembravano serie e destinate a sfociare in una duratura convivenza, se non addirittura nel matrimonio, erano finite a puttane poche settimane dopo che eravamo andati a letto.
Forse, quegli stronzi, volevano solo scopare con me, o forse, come avevano urlato tutti e due, uscendo precipitosamente dalla mia vita sbattendo la porta, io ero veramente una maniaca ninfomane. Ero troppo focosa e vogliosa per loro.
In effetti, ad essere sincera, un po’ focosa lo sono per davvero: quando mi eccito (il che, stando alle mie amiche, capita più sovente del normale), perdo ogni ritegno e faccio e voglio che mi facciano cose che nessuna di loro si è mai sognata di fare o di chiedere che le fosse fatto (almeno questo è quello che loro sostengono).
Insomma, più tempo passava, più mi convincevo di essere in procinto di vincere i campionati mondiali della sfiga.
Possibile che, educata, laureata, più che carina, non riuscissi a trovare uno straccio di lavoro che mi permettesse di vivere con un minimo di dignità e non solo di sopravvivere (parecchio stentatamente)?
Possibile che non riuscissi a trovare uno straccio d’uomo capace di soddisfare, appieno, i miei sogni erotici per un periodo più lungo di due o tre settimane?
Ogni sera, con le caviglie che mi facevano male per lo stare in piedi e le mani arrossate dai guanti da quattro soldi che mi passava la ditta, ritornavo a casa, un misero monolocale che mi costava quasi la metà dello striminzito stipendio e cominciavo la lettura degli annunci riguardanti la ricerca di personale. Mi sorbivo la solita, inutile litania: agente di zona primaria ditta (ovvero: venditrice porta a porta di tutto quello che si può vendere e che nessuno vuole acquistare); personale paramedico con o senza diploma di laurea per cliniche o privati (ovvero: assistenza domiciliare a moribondi o molto prossimi, oppure a vecchietti a cui glielo devi reggere per farli pisciare e che ti spiano ogni volta che vai in bagno); segretaria bella presenza (ovvero: fornitrice di fica per uno stipendio da fame nera) e così via.
I pochi annunci un po’ più credibili, quelli che offrivano una prospettiva di impiego più serio e decente, richiedevano, conditio sine qua non, "solida e comprovabile esperienza".
Ma porca puttana, se non mi assumeva nessuno, come cazzo potevo farmi la "solida e comprovabile esperienza"?
Stavo quasi per arrendermi e gettare l’ultimo giornale locale nella pattumiera quando un annuncio, a fondo pagina, riquadrato in neretto, attrasse la mia curiosità:
"PRIMO ED UNICO ANNUNCIO": Azienda privata, assolutamente seria e professionale, seleziona, per assunzione a tempo indeterminato, tre donne, cultura elevata, con attitudini molto particolari. Indispensabile salute perfetta; estrema serietà; età 25 – 45 anni e totale disponibilità per lavoro tre giorni consecutivi settimanali 24/24; gradita ma non indispensabile bella presenza. Guadagno mensile minimo garantito €. 30.000. Corso di addestramento pagato per le ammesse. Ulteriori informazioni saranno date esclusivamente ad personam previo appuntamento. Comunicare propria disponibilità e recapito alla segreteria telefonica n° …… Questo annuncio è unico e non sarà ripetuto."
Cazzo!
Trentamila euri al mese e per soli tre giorni alla settimana; è vero che erano giorni interi, ventiquattro ore su ventiquattro, ma restavano quattro giorni liberi. Feci un rapido calcolo mentale: 2.500 € al giorno. E questo era solo il minimo garantito.
Sicuramente qualcuno vuole il culo, pensai, ma per quella cifra glielo avrei dato anche tutti i giorni della settimana (oltre tutto è una delle mie poche cose che do sempre molto volentieri).
Afferrai al volo la cornetta del telefono, poi mi bloccai: ma che cazzo stai facendo? A chi cazzo telefoni? Chissà cosa cercano quelli. Per darti una cifra del genere devi, come minimo, essere in possesso di cinque lauree, parlare dieci lingue ed avere un’enorme esperienza di lavoro: altro che dare il culo.
Oggi un culo più o meno vergine lo trovi, a saldo, a meno di trecento euri la botta; e il mio, oltretutto, era anche parecchio usato (ancora ben stretto, faticavo sempre, la sera, per infilarci dentro il piccolo, piacevolissimo vibratore anale; ma comunque, sempre usato).
Scoraggiata, posai la cornetta del telefono, poi, come in un lampo, mi venne in mente che una con cinque lauree e che parlava dieci lingue, non avrebbe mai cercato lavoro spulciando gli annunci economici dei quotidiani locali e poi, in fondo, pezzo di stronza che non sei altro, mi dissi riprendendo in mano la cornetta, cosa ci rimetti?
Chi non risica non rosica, diceva sempre mia nonna.
Una telefonata non mi avrebbe certo ridotto sul lastrico.
Mi sento sempre un po’ scema quando parlo con una segreteria telefonica; ma valeva la pena di superare questa mia idiosincrasia.
Dovetti fare il numero diverse volte prima di trovare la linea libera.
Evidentemente, scherzai con me stessa, non sei la sola ad essere disposta a farsi sfondare il culo per quella cifra.
Quella sera stentai a prendere sonno: come una cretina, quasi mi aspettavo di essere richiamata subito per concordare l’appuntamento.
Passò qualche giorno e, constatato che non si era fatto vivo nessuno, pensai che ormai non avevo più speranze: i tre posti erano già stati assegnati.
Chissà che pezzi di fica si erano presentati.
Si, è vero, io non sono proprio da buttar via, anzi. Alta più della media, un bel visetto simpatico, due begli occhioni e una bocca che le amiche m’invidiano. Forse qualche chilo di troppo, ma tutti concentrati soprattutto sul davanzale e sull’ingresso posteriore; quindi, nel complesso, non potevo lamentarmi: un sacco di uomini mi facevano la bava appresso.
Ormai non pensavo quasi più all’annuncio, quando ricevetti la loro telefonata: si scusavano per il ritardo con cui mi avevano richiamata e mi chiedevano se ancora desideravo ottenere un appuntamento.
Sentii le mie gambe farsi di burro quando la voce al telefono mi annunciò che avrebbero mandato una macchina a prendermi, il giorno dopo, alle tre di pomeriggio.
Chiesi un giorno di permesso e passai tutta la mattinata a mettermi in tiro.
Truccata al meglio e con indosso l’unico abito elegante che possedevo, sembravo una modella di Vogue quando l’autista mi aprì lo sportello della macchina che mi aspettava sotto casa.
Cap. 2
Il viaggio non fu molto lungo; pochi chilometri fuori della periferia della città, un’immensa ed appartata villa con tanto di enorme cancello elettrico e lunghissimo viale contornato da querce secolari.
Un uomo di mezz’età, molto distinto, in abito nero e pettorina bianca, stile pinguino, mi fece accomodare in uno studio che trasudava ricchezza da tutti gli angoli.
Mi sedei su una poltrona di morbida pelle che doveva costare un occhio della testa, (ho fatto anche la venditrice di mobili e so quanto costano arredi di quel tipo).
Mi sentivo frastornata da tutto quello sfoggio di ricchezza: non sapevo cosa pensare, ma soprattutto, stentavo a restare con i piedi per terra e non lasciarmi andare ai sogni.
La delusione sarebbe stata insopportabile.
Molto meglio se mi consideravo scartata in partenza.
L’uomo che entrò dopo poco era piuttosto giovane; aveva, al massimo, tre o quattro anni più di me. Era bello, ma non era questa la cosa che lo caratterizzava, bensì un’aura di distinzione che metteva soggezione e lo faceva sembrare molto più anziano di quanto realmente non fosse.
- Buon giorno, signorina. Io sono Sergio, il Direttore del Personale di questa società. Lei è qui per l’impiego, giusto?
Al mio cenno d’assenso continuò
- Sarò molto franco, - disse sedendosi alla scrivania dopo avermi stretto la mano – come avrà sicuramente immaginato, sono molte le candidate che si sono presentate per coprire i tre posti che abbiamo disponibili. Questo è un lavoro estremamente particolare che richiede un assoluto talento naturale per svolgerlo. Lei è molto carina, anzi, ad essere sincero, mi lasci dire che lei è una gran bella donna, ma non sarà questo quello che eventualmente farà pendere il piatto della bilancia dalla sua parte. Il lavoro che noi offriamo, ripeto, può essere svolto soltanto da donne che hanno una spiccata predisposizione per farlo, altrimenti è meglio non provarci nemmeno. Questo è quello che ci guiderà nella scelta: l’attitudine e la passione necessaria a svolgere il lavoro richiesto. Tra le decine, o farei meglio a dire, centinaia di donne che hanno chiesto un appuntamento, noi stiamo operando una prima drastica selezione che ci consentirà di ammettere al corso d’addestramento soltanto quella decina di candidate che risulteranno essere, in assoluto, le dieci più adatte a svolgere le mansioni che richiediamo. Tra queste dieci, quelle che riusciranno a completare il corso, anche se più di tre, ma sarà difficile, saranno tutte assunte con regolare contratto e diventeranno, ad ogni effetto, socie comproprietarie dell’azienda. I guadagni che ricaveranno dalla loro attività, quindi, non sono uno stipendio vero e proprio, bensì i dividendi mensili spettanti ai soci proprietari, quelli che con la loro attività mandano avanti l’azienda stessa. –
- E questi "dividendi" – chiesi sottolineando la parola - sono uguali alla cifra che avete indicato per tre soli giorni di lavoro settimanali? –
- Certamente! 30.000 € mensili rappresentano il minimo garantito. Ci sono proprietarie che ricavano quasi il doppio. –
- E quanta gente bisogna uccidere, al mese, per raggiungere quelle cifre? – chiesi scherzando, ma non troppo.
- Nessuno, stia tranquilla. Nel modo in cui svolgiamo la nostra attività, essa è perfettamente legittima e legale. –
- Meglio così. Non le nascondo che ero un po’ preoccupata. Ma insomma, di cosa si tratta? – le sue risposte, chiare ma evasive nello stesso tempo, mi stavano rendendo sempre più curiosa.
- Abbia un attimo di pazienza. Abbiamo verificato che prima di entrare nei particolari sul lavoro, è meglio procedere ad una prima scrematura naturale verificando, prima con una lunga serie di domande e poi con una piccola prova pratica, la predisposizione reale, e non solo a chiacchiere, delle candidate a ricoprire il ruolo che ci necessita. -
Da un cassetto della scrivania prese un blocco di fogli dattiloscritti e si preparò a propormi quell’infinità di domande.
Mi consigliò, prima di cominciare, di rispondere a tutte le domande, anche quelle che mi sarebbero sembrate più assurde, indiscrete o imbarazzanti, con la massima franchezza e sincerità: qualsiasi bugia, reticenza o amplificazione della verità sarebbe stata scoperta prestissimo precludendomi qualsiasi possibilità di essere prescelta per il corso di addestramento.
Non aveva mentito sul numero di candidate che si erano presentate fino allora; me ne resi conto quando riuscì a leggere a rovescio l’intestazione del primo foglio: quello che stava riempiendo era il questionario numero 287 (cazzo quante eravamo per tre soli posti; peggio che ai concorsi per le poste).
Cominciò con domande quasi banali su di me e sulla mia vita: se ero sposata; se avevo bambini; se dovevo rendere conto a qualcuno di quello che facevo; se ero disposta a trasferirmi. Pian piano le domande si fecero sempre più personali; più intime fino ad arrivare a chiedermi delle mie tendenze sessuali, di cosa mi piaceva fare a letto e molto di più.
Alcune domande erano state proprio imbarazzanti, ma continuai a rispondere sinceramente, meglio che potevo. Non volevo lasciarmi scappare quell’occasione; oltre tutto, leggendo tra le righe delle domande, cominciavo a pensare che quel lavoro avrebbe potuto calzarmi a pennello.
- Bene, - disse quando, dopo circa un paio d’ore, completò l’ultima pagina di domande che mi avevano fatta diventare rossa per l’imbarazzo – credo che a questo punto si sia meritata una breve pausa. Le dico subito che se è stata sempre assolutamente sincera, lei ha ottime possibilità di essere almeno ammessa al corso di addestramento. -
Non avevo ancora ben capito di cosa si trattasse, ma sicuramente il sesso c’entrava; e, stando alla natura delle domande, non il sesso normale, ma qualcosa di molto più spinto, altrimenti che senso avrebbe avuto il chiedermi se riuscivo a raggiungere l’orgasmo anche facendo soltanto sesso anale, o se ero mai stata sculacciata, o di descrivere le mie reazioni la prima volta che mi avevano strizzato un seno.
Stranamente non ero per nulla preoccupata, anzi, per dirla in tutta sincerità, tutte quelle domande intime ed imbarazzanti sulle mie tendenze sessuali, tutta l’insistenza per conoscere i miei sogni erotici più segreti, le mie fantasie più spinte, mi avevano eccitata al punto che sentivo la mia passerina grondare come una fontana.
- Non le sembra che la mia sincerità meriti finalmente un po’ di chiarezza da parte sua? – gli chiesi mentre sorbivamo il tè che aveva fatto servire dal pinguino che mi aveva aperto la porta.
- Sicuramente sì. Visto che non le è successo quello che invece è accaduto a parecchie altre candidate che si sono impaurite e sono fuggite scandalizzate ad alcune particolari domande del questionario, credo che possiamo procedere con le spiegazioni, anche se penso che una certa idea, lei, se la sia già fatta. – Si accomodò meglio sulla poltrona e riprese a parlare. – Questo luogo è un club privato; molto, molto esclusivo e riservato. Ad oggi, sono oltre 300 i membri iscritti; provengono da tutte le parti del mondo e le richieste di nuove iscrizioni sono in continuo aumento nonostante il fatto che, per essere ammessi, occorre la presentazione di almeno tre soci. Tutti gli iscritti hanno in comune due cose: un considerevole conto in banca e la passione di dominare le donne. Capisce di cosa sto parlando? -
Altro che se capivo: la cosa si stava rivelando molto più interessante di quanto non avessi mai sperato.
- Salvo casi eccezionali, le socie proprietarie, come le auguro di diventare, partecipano all’attività del Club dal venerdì mattina alla domenica notte di tutte le settimane. In questo periodo esse risiedono qui, a completa disposizione dei soci paganti che vogliono divertirsi dando vita alle loro fantasie. – mi guardò per verificare come stessi accogliendo le sue spiegazioni – Vedo che lei ha già capito, ma è meglio essere chiari fino in fondo: le fantasie di cui stiamo parlando, sono, per la massima parte, di carattere sadomaso; spessissimo anche molto spinto. È qui che entrano in gioco le attitudini molto particolari richieste per diventare socie proprietarie di questo club. Non si richiedono, come nelle altre aziende, immissioni di capitali; qui è tassativamente richiesta la reale predisposizione a realizzare nel migliore dei modi, con totale disponibilità ed autentico, tangibile piacere, qualsiasi sogno erotico l’iscritto voglia realizzare. Sono stato sufficientemente chiaro? Ci sono domande? -
Mi agitai sulla poltrona infischiandomene del fatto che lui potesse accorgersi della mia eccitazione crescente.
- No, - riuscì a dire con una voce roca che stentai a riconoscere per mia, - per ora tutto chiaro, vada avanti. -
- Per dar vita questi sogni, nel modo più realistico e soddisfacente possibile, in questa villa sono stati ricreati diversi ambienti con gli scenari che compaiono nelle fantasie più ricorrenti: alcune prigioni sotterranee; due sale da tortura medievali allestite in vario modo; molte camere da letto arredate con stili di epoche diverse; un paio di aule scolastiche, tre grandi bagni ed in più, due ambulatori medici per quei soci cui piace giocare al dottore e l’ammalata. -
Il mio respiro divenne leggermente affannato mentre lui parlava delle stanze e la mia mente lo seguiva immaginando quello che vi accadeva.
Il formicolio, che già sentivo tra le cosce, aumentò mentre lui proseguiva con i chiarimenti.
- Tutte le proprietarie di questo club, ad ogni fine settimana, prestano servizio a rotazione in uno scenario diverso; potranno avere un solo socio iscritto da soddisfare per gli interi tre giorni, o più soci. Quello che lei deve capire e dovrà tenere sempre presente, se sarà assunta, è che il rapporto tra lei e l’iscritto, in questi periodi che noi chiamiamo "momenti di gioco", sarà esattamente il rapporto che c’è tra una schiava ed il suo padrone. Il padrone, nei "momenti di gioco", avrà il totale predominio sulla sua mente e sul suo corpo e quindi, potrà farle e farle fare tutto ciò che vorrà. Questo, naturalmente, entro limiti stabiliti. -
Probabilmente sul mio viso comparve un’espressione di perplessità, perché si affrettò a precisare:
- Ogni scenario, per la sicurezza delle proprietarie, è controllato da telecamere: ci sono segni convenzionali con cui loro comunicano alla vigilanza che il gioco sta passando o ha oltrepassato i limiti. Finora nessuna proprietaria se ne è mai servita e questo va a lode del buonsenso dei soci e della resistenza delle nostre titolari. Anche a costo di ripetermi, ribadisco che questa è un’attività che soltanto poche donne molto particolari possono fare, ed anche queste debbono essere addestrate per praticarla al meglio. Domande? -
- Si dovrà fare sesso? – quella fu l’unica domanda stupida che mi venne in mente: ero troppo felice e confusa per la fortuna che mi stava capitando. Quello era il lavoro che, una come me, con le mie tendenze, avrebbe sognato per tutta la vita; lo avrei fatto anche soltanto per vitto e alloggio, figuriamoci per quella barca di sodi che mi avrebbero dato.
- E’ ovvio che il sesso è coinvolto, - rispose con un bonario sorriso sulle labbra, - ma molto meno di quanto si possa immaginare; la maggior parte dei soci preferisce schizzare addosso alle donne piuttosto che venirsene dentro e comunque, in questo caso, è tassativo l’uso del profilattico. Su questa regola non si transige. -
Questa storia dello schizzare addosso mi piacque, e non perché non adoro sentirmi un bel pisellone piantato dentro, ovunque sia, ma perché la trovavo, da sempre, una pratica eccitante.
- Ma … per fare queste cose, - obiettai senza riflettere - non mi sembra che ci sia bisogno di un addestramento particolare. -
- Altro che, se occorre! Se verrà scelta, lei sarà sottoposta ad un addestramento molto pesante prima di diventare socia a tutti gli effetti. Nel corso del tempo, ci siamo resi conto che non è bene ammettere alle attività del club, socie prive di un appropriato addestramento: non funziona. Né per loro, né per gli iscritti. Noi effettuiamo i corsi di addestramento dal lunedì al giovedì; come ben capisce, durante il fine settimana la villa è riservata al piacere dei soci e se dovesse essere necessario, lo proseguiremmo anche all’inizio della settimana successiva. Durante l’addestramento saranno valutati i suoi limiti che, comunque, dovranno essere, già inizialmente, piuttosto elevati e crescere con il tempo e l’esperienza. Proprio a questo è legato l’aumento del guadagno oltre il minimo garantito. Lei dovrà dimostrare di avere molta pazienza, perseveranza, resistenza e discrete doti recitative per fare al meglio questo lavoro. D'altronde, in qualità di proprietaria, avrà tutto l’interesse a far sì che l’azienda prosperi e progredisca nel migliore dei modi facendo in modo che i soci iscritti restino sempre completamente soddisfatti. Lei sarà in servizio ininterrottamente da quando arriva, fino alla domenica notte quando andrà via. Alcune volte le capiterà di non dormire, di non mangiare e di ricevere soltanto quel minimo d’acqua che serve a mantenerla in forma: sarà addestrata a sopportare anche queste privazioni. Dovrà essere addestrata a conoscere e ricevere tutte le pratiche e le punizioni che il suo corpo dovrà subire e che, in alcuni casi, dovrà essere lei stessa ad istigare. -
La sua ultima frase mi lasciò alquanto perplessa:
- Questa non la capisco – gli dissi con molta franchezza – come sarebbe a dire che dovrei istigare io stessa le punizioni che mi daranno? -
- Ci rifletta un attimo: qual è il suo compito? Quello di esaudire le fantasie dei soci paganti. Giusto? -
Annui aspettando il resto della spiegazione che certamente sarebbe arrivata.
- Molte di queste fantasie, anzi, direi buona parte delle fantasie dei nostri soci, prevedono degli scenari in cui è la donna stessa, con il suo comportamento a far scatenare la necessità della punizione: le faccio un esempio. Le ho già detto che tra gli scenari che abbiamo ricostruito ci sono anche un paio di aule scolastiche. Ebbene, immagini che al suo momentaneo padrone piaccia impersonare la figura di un professore e che lei sia una sua allieva: quale sarà il nocciolo dell’incontro tenendo conto del vero motivo per cui lei è lì? Quale dovrà …-
Quasi senza accorgermene risposi interrompendolo senza aspettare che avesse completato la domanda; avevo capito subito dove voleva andare a parare.
- Credo che mi dovrò dimostrare una pessima allieva, molto poco studiosa; impertinente e tenere un pessimo comportamento in classe. -
- Perfetto; dimostrandosi, in qualunque modo, poco propensa allo studio, o parecchio ribelle alla disciplina scolastica, sarà lei stessa a fornire al socio il motivo per la sua punizione. Di fantasie imperniate su questo concetto ce ne sono un’infinità: il padrone e la cameriera incapace; il marito e la moglie infedele; il padre e la figlia ribelle; il medico e l’infermiera pasticciona. Noi l’addestreremo a realizzare queste fantasie per evitare che la sua prestazione risulti falsa o poco credibile. Allora, le è tutto chiaro adesso? Le sono ben chiari i concetti che le ho espresso? Per onestà devo dirle che molte delle candidate, a questo punto si sono ritirate trovando l’impegno troppo gravoso o non corrispondente alle loro reali tendenze: lei cosa vuol fare? Si ritira o vuole che proseguiamo con il colloquio? -
Dall’istante in cui avevo cominciato a comprendere la vera natura del lavoro, mi ero resa conto che, indipendentemente dal guadagno, non volevo altro che essere assunta; mi piaceva troppo quel lavoro per rischiare di perderlo e glielo dissi con molta franchezza.
- C’è ancora una cosa, - riprese sorridendo per la foga con cui gli avevo comunicato la mia decisione di proseguire – Per la tipologia di alcune fantasie ricorrenti dei nostri soci, è opportuno che i suoi capezzoli e le sue grandi labbra siano forate. Problemi? -
Un brivido involontario percorse il mio corpo. Questo era pretendere molto, e non ero sicura che la cosa mi sarebbe piaciuta, ma poi pensai che era un po’ come per i fori alle orecchie: una volta fatti, non ci si pensa più e per i soldi che avrei guadagnato, era una cosa che si poteva anche sopportare.
- Sì, va bene; credo che si possa fare. Accetto. –
- Bene, - concluse lui con un sorriso smagliante sul volto mentre si alzava dalla poltrona – questa prima parte del colloquio è terminata. Ha superato brillantemente il primo scoglio: l’ammissione alla prova attitudinale. Se supera anche quella, credo di poterle dire fin da ora che sarà certamente una delle dieci che frequenteranno il corso d’addestramento. Congratulazioni. – e mi porse la mano per una stretta franca e calorosa.
Mentre mi accompagnava alla porta aggiunse:
- Accidenti, quasi me ne dimenticavo: le socie, ogni giovedì mattina vengono qui per farsi fare la ceretta completa. -
- La ceretta completa? Che vuol dire? –
- Molto spesso i nostri iscritti amano far indossare alle ragazze indumenti o intere tute di lattice, lei comprende bene che s’indossano e si tolgono molto meglio se il corpo è completamente depilato. Ha qualche obiezione? -
Questa richiesta mi sembrò più accettabile dell’altra; d’altronde, per guadagnare i soldi che mi avrebbero dato, mi sarei dovuta far fare molto più di questo; e il solo pensiero mi eccitava da impazzire.
Offrendomi il braccio, Sergio mi fece entrare in un’altra stanza, adiacente alla sua.
C’erano già tre persone che evidentemente stavano aspettandomi. Erano seduti attorno ad un’alta pedana ricoperta da un folto tappeto ed illuminata violentemente dalla luce dei quattro fari disposti agli angoli.
Sergio, accomodandosi sulla quarta poltrona ancora libera, mi presentò sottolineando che avevo superato brillantemente la prima parte dell’intervista, poi, facendomi salire sulla pedana, mi spiegò il senso della prova pratica.
- La gran parte del suo lavoro consisterà nell’eseguire gli ordini che le saranno impartiti dai padroni cui è affidata. Essi la chiameranno nei modi più svariati e la offenderanno come mai nessuno ha fatto in vita sua. Questi tre soci, che si sono gentilmente prestati per la sua prova, verificheranno le sue capacità di ubbidire e le sue reazioni a situazioni che normalmente lei non avrebbe mai dovuto affrontare in un’intervista per un normale lavoro, e forse neanche nella vita quotidiana. Domande? -
Scossi la testa: non avevo domande.
Avevo capito che la prova pratica era la parte più importante dell’intero colloquio; anche più dell’intervista. Prima, a Sergio, avrei potuto rispondere mentendo o modificando la realtà. Adesso non mi sarebbe più stato possibile; loro avrebbero fatto tutto quanto era in loro potere per verificare che le mie vere reazioni, all’atto pratico, corrispondessero alle risposte che avevo dato.
- Avanti, cosa aspetta a spogliarsi? – l’uomo che mi aveva impartito l’ordine era il più anziano dei tre; un signore molto distinto con un’aria da vecchio gentiluomo tutto d’un pezzo.
Per un attimo rimasi imbambolata: non mi aspettavo una partenza così decisa. Per fortuna mi ripresi subito: pur provando un comprensibile imbarazzo, mi spogliai completamente restando, in piena luce, al centro della pedana.
- Si volti. –
- Allarghi le gambe. -
- Si accosci. –
- Si pieghi in avanti. –
- Si allarghi le natiche. –
Questi sono i primi ordini che mi furono dati e li eseguì con sempre maggiore imbarazzo. Non è facile eseguire certi ordini davanti ad estranei che prendono appunti su come li esegui.
Nella penombra vedevo i loro volti soddisfatti mangiarsi con gli occhi il mio corpo e soprattutto quelle parti che invece io ritenevo troppo abbondanti: culo e tette.
- Sergio, - disse uno dei tre, un piccoletto segalino tutto impomatato – questa volta ci hai portato una vera vacca. Da quale stalla l’hai tirata fuori? Quelle mammelle dovrebbero produrre almeno cinque litri di latte al giorno. – quegli apprezzamenti pesanti sulle mie tette mi avevano veramente imbarazzata.
- Sei proprio una gran vacca – mi apostrofò all’improvviso l’altro uomo facendomi arrossire, - avanti, carezzati quelle montagne che chiami tette e strizzati i capezzoli: facci vedere quanto ti si gonfiano quando te li mungi. -
Compresi che stavo entrando nella parte dura dell’intervista: quella in cui non potevo fallire se volevo diventare proprietaria (alla pari) di quel club.
Carezzai a lungo le mie sode mammelle poi presi i capezzoli tra le dita e li strizzai e li girai fino a gemere per il dolore; ma quando li lasciai erano duri e gonfi.
- Sdraiati ed allarga le gambe. Guardiamo quant’è grossa quella galleria che hai in mezzo alle cosce. Avanti; mettici una mano dentro e scopati da sola. – Quel piccoletto rinsecchito mi stava diventando sempre meno simpatico. Gli ordini che mi dava ed i commenti che faceva diventavano via via più imbarazzanti ed offensivi. Poi compresi che quel loro modo di fare era parte essenziale della prova pratica: dovevo dimostrare di saper resistere anche alla pressione psicologica.
Sapevo di avere il viso in fiamme: percepivo il calore emanato dalle mie guance; eppure, mescolato all’imbarazzo, sentivo crescere in me una forte eccitazione.
Mi stavo masturbando, completamente nuda, davanti ad un pubblico sconosciuto.
- E’ peggio di una cagna in calore: la fica le sbrodola come una sorgente - in effetti era proprio così: stavo godendo per l’umiliazione – avanti allora, mettiti a quattro zampe e mostra a tutti con quel culo rotto che ti ritrovi. -
Mi misi carponi, e girai su me stessa per mostrare a tutti il mio buchetto (usato, sì, ma non tanto quanto insinuavano loro), poi, con le ginocchia ben allargate continuai a masturbarmi come un’ossessa.
- Stai godendo, vero, puttanaccia che non sei altro. Allora smetti di tormentarti la fica e infilati quelle luride dita nel culo. -
In qualsiasi altra circostanza sarei morta dalla vergogna; in quel momento, invece, l’idea di sodomizzarmi da sola davanti a tutti mi eccitò da morire. Avevo le dita talmente lubrificate dai miei stessi umori che riuscì ad infilarmene tre sino in fondo senza neanche sentire quel poco di dolore che provavo di solito quando facevo la stessa cosa da sola. Ormai ero ad un passo dall’orgasmo.
- Alt. Fermati. -
Evidentemente si erano accorti che ero giunta alla soglia del piacere: il mio corpo tremava per la frustrazione ma mi bloccai all’istante.
Li vidi salire tutti e quattro sul palchetto e girarmi intorno controllando ogni centimetro del mio corpo. Anche questo vedermi osservata con tanta insistenza, mentre ero ancora inginocchiata carponi sul pavimento, contribuì ad aumentare ancora di più la mia eccitazione. I tre uomini non si limitarono a guardare; dopo un paio di giri, sentì una mano posarsi sulle mie natiche e strusciare nel solco fino a spingermi almeno due dita nell’ano; altre due, afferrarmi le tette e strizzarle come se le stessero veramente mungendo.
Faticai parecchio a controllarmi appena mi resi conto che stavo per emettere un sospiro di soddisfazione; non volevo che pensassero che stavo mettendomi in mostra esagerando le mie risposte ai loro stimoli.
Volevo quel posto con tutte le mie forze.
- Il nostro direttore ha girato per tutte le stalle della zona per trovare una scrofa come questa: ha due chiappe che sembrano due mongolfiere. -
L’uomo che aveva le dita piantate nel mio buchetto posteriore, le sfilò e, con un unico gesto, mi appioppò uno sculaccione che mi fece vedere le stelle.
- Sì, è proprio un vero piacere scaldargliele a dovere. -
E giù una raffica di altri sculaccioni.
Nonostante il bruciore non mi mossi né mi lamentai: nel colloquio avevo affermato che non mi dispiaceva riceverli, ed ora stavano verificando se era vero.
Mentre venivo sculacciata di santa ragione, il segalino mi s’inginocchiò davanti, con la patta dei pantaloni aperti da cui emergeva uno spropositato pisello: prova pratica di bocchino. Lo ingollai finché la punta non mi premette sull’ugola; costernata, mi resi conto che ne avevo imboccato soltanto poco più della metà.
Quello che mi stava sculacciando, a quel punto cambiò metodo; anziché darmeli dall’alto, cominciò a picchiare in orizzontale; all’attaccatura delle cosce.
Per poco non mi strozzai quando fui spinta in avanti dagli sculaccioni facendomi impalare da quel lungo cazzo fino in gola; ma io sono una maiala masochista, per cui riuscì a vincere i conati di vomito e premiai l’antipatico piccoletto con un bocchino che si ricorderà finché campa.
- Sdraiati con le spalle a terra e usa questi per godere come fanno le porche mignotte tue pari. – mi ordinarono appena finì di ingoiare il litro di sperma che il segalino mi aveva schizzato in gola.
Mi gettarono addosso due vibratori accesi, uno più grosso dell’altro e si sedettero nuovamente pronti ad assistere allo spettacolo che avrei dato di me.
Freneticamente, senza neanche controllare quello che facevo, me li infilai dentro riempiendo i miei buchetti: bastarono pochi attimi per farmi raggiungere un orgasmo favoloso.
Impiegai parecchio tempo per riprendermi e soltanto allora mi accorsi che avevo ancora, piantati dentro di me, i due vibratori. Sollevai la testa per guardarli e con sgomento mi accorsi che nella frenesia del momento avevo infilato il più grosso nel buco più piccolo.
Mi sentì una vera porca, anche perché gli sguardi dei tre soci, mentre uscivano, erano ancora chiaramente indirizzati verso il grosso dildo che vibrava piacevolmente spuntando dal mio ano.
- Con questo lei ha terminato il suo colloquio. - Sergio mi porse i miei abiti comunicandomi che potevo rivestirmi. – Adesso torni a casa, si riposi e stia tranquilla: appena la commissione avrà deciso la chiameremo noi per comunicarle i risultati. -
Trovai la stessa macchina con autista che mi aspettava alla porta della villa.
Già durante il viaggio di ritorno cominciò ad assalirmi un senso di scoramento; centomila pensieri, tutti negativi, si rincorrevano nel mio cervello: sicuramente ero andata male; non ce l’avevo fatta; le altre erano state molto più brave ed ubbidienti di me.
Io, in tutta onestà, mi ero sbagliata nell’uso dei due vibratori, ma sicuramente loro avevano pensato che avessi voluto strafare, che mi fossi voluta mettere in mostra e questo, lo sapevo, per una schiava non andava affatto bene.
Quella sera, mi misi a letto convinta che non mi avrebbero mai richiamata.
Avevo un bel ripetermi che non ci avevo mai sperato sul serio: ma chi volevo prendere in giro? Altro che se ci avevo sperato. Avevo addirittura già fatto l’elenco delle cose che avrei potuto comprarmi con il primo dividendo, ed anche con il secondo e con il terzo.
Nei tre giorni seguenti mi masturbai come una forsennata immaginando cosa mi avrebbe fatto il primo padrone che avessi dovuto servire; poi, visto che non avevo ricevuto nessuna notizia, mi rassegnai, persuasa che ero stata scartata o, peggio ancora, che ero stata una scema colossale nel cadere vittima della più vecchia delle truffe sulle assunzioni: con la promessa di un lauto guadagno, loro si erano goduti il mio corpo mostrato ed esposto nei modi più sconci possibile.
Ero tornata alle mie scope ed ai miei strofinacci, più delusa e sconfortata che mai.
Lo squillo del telefono non mi faceva più sobbalzare come i primi giorni dopo il colloquio e risposi tranquillamente avendo ormai abbandonato ogni speranza.
- Pronto? Sono Sergio. – in un lampo sentì lo stomaco che mi si annodava e la fica bagnarsi come se stessi scopando con il Principe Azzurro. – mi piacerebbe che lei partecipasse al nostro corso di addestramento, sempre che la cosa ancora la interessi. -
- Io … sì, … certo che m’interessa. – dovetti lottare con me stessa per impedire alla mia mano di infilarsi nelle mutandine – quando … quando vuole che venga? -
- Debbo fare ancora poche interviste per riuscire ad assegnare gli ultimi due posti rimasti liberi. Quanto tempo le occorre per lasciare il suo lavoro? -
Avrei voluto dirgli che potevo essere libera fin dal giorno seguente, ma mi restava ancora in briciolo d’orgoglio, quindi risposi che sarei potuta essere libera dall’inizio della settimana successiva.
A lui andava benissimo, intanto mi avrebbe inviato l’elenco dei documenti che dovevo preparare per l’eventuale assunzione, compreso il certificato sanitario di sana e robusta costituzione.
La telefonata si concluse con la sua assicurazione che non avrei avuto bisogno di portare alcun effetto personale per il periodo del corso: avrei trovato alla villa tutto quello che mi sarebbe occorso.
Quella notte sprofondai nel sonno, sfinita dalle continue masturbazioni: la testa non faceva altro che mostrarmi scene di prigioni sotterranee, stanze di tortura e ambulatori con ginecologi sadici e professori che mi chiedevano di recitare a memoria tutto il terzo capitolo dei Promessi Sposi.
Cap. 3
Il Lunedì mattina di due settimane dopo mi presentai, puntuale come un cronometro svizzero, al cancello della villa.
Ci radunarono tutte nella stanza di Sergio: eravamo in otto.
Evidentemente le selezioni erano state più severe del previsto.
Impiegammo poco tempo a superare il reciproco imbarazzo e ben presto cominciammo a parlare presentandoci e raccontando una all’altra i motivi per cui cercavamo di accaparrarci quel lavoro. Oltre a me, soltanto altre tre dissero che lo volevano perché amavano quello che si doveva fare per la prosperità dell’azienda.
All’improvviso, aprì la porta una donna, completamente nuda, con soltanto una cartella in mano.
Doveva avere all’incirca una quarantina d’anni, ma, accidenti se era bella; una di quelle che gli uomini chiamano: una fica imperiale. Mora, alta, slanciata, due tette leggermente appesantite ma ancora splendide.
Entrò e fece l’appello.
Constatato che eravamo tutte presenti, disse che ci avrebbe assegnate ognuna ad uno scenario per iniziare da quello il nostro addestramento.
- Livia? – chiamò, ed io alzai la mano – Stanza numero sette. È la porta in fondo al corridoio del piano superiore. Le scale stanno di fronte alla porta appena esce.
Salì le scale con il cuore in tumulto: ero eccitata come una ragazza al primo appuntamento. Trovai la stanza n° 7; entrai e mi soffermai a guardare l’arredamento. La prima cosa che mi colpì furono le catene che pendevano dal soffitto, poi un grosso e robusto tavolo ai cui lati pendevano corde e cinghie.
Alle pareti erano appoggiati diversi armadietti con gli sportelli chiusi, mentre nell’angolo a destra, entrando, c’era un lavandino ed una toeletta.
Stavo ancora guardando la sala, quando entrò un uomo, grosso, ma non grasso. Alto, muscoloso e soprattutto bello. Veramente un bell’uomo.
Si fermò davanti a me sovrastandomi di tutta la testa.
- Per i prossimi giorni io sarò il suo padrone e curerò il suo addestramento. In questa cartella, - disse mostrandomi i documenti che aveva in mano, - ci sono i risultati del suo colloquio e della sua prova pratica. Me ne servirò per addestrarla soprattutto là dove è risultata essere più carente. –
Probabilmente manifestai un certo timore per cui lui si sentì in dovere di tranquillizzarmi. Onestamente devo riconoscere che fece di tutto per mettermi a mio agio; conversammo a lungo parlando del più e del meno; mi raccontò parecchie cose di se.
Mi disse che lui era un membro del Club, come Sergio; mi confidò cosa gli piaceva fare e cosa, invece, non lo eccitava in modo particolare. Poi mi spiegò le varie fasi previste per il mio addestramento.
- Per prima cosa mi occuperò della sua capacità di resistenza. Lei sarà legata ed immobilizzata per lunghi periodi; dovrà rispettare l’assoluto silenzio, e per questo, se occorre, sarà imbavagliata, anche in modo molto fastidioso. Mangerà e berrà soltanto quando gliene darò il permesso o sarà nella sala comune; dovrà imparare a dormire molto poco e ad essere pronta e vigile appena sveglia. Addestrerò il suo corpo a ricevere ogni tipo di punizione e la sua mente ad essere umiliata oltre ogni sopportazione; tutto questo le sarà utilissimo quando inizierà a lavorare. -
Tacque per qualche istante, credo che si aspettasse una mia reazione. Io, invece, non ne ebbi alcuna; ero completamente presa dalle sue parole che erano musica per le mie orecchie.
- Deve essere cosciente – proseguì lui – che sarà un cammino lungo e doloroso e mi aspetto che lei ubbidisca in modo assoluto. Non tollererò alcuna insubordinazione o qualsiasi forma di mancata collaborazione. Lei mi chiamerà Padrone o Signore ogni volta che si rivolgerà a me. Io le spiegherò tutto quello che le farò ed il perché; potrà farmi delle domande ma soltanto quando gliene darò il permesso. Per i prossimi giorni lei deve considerarsi un mio oggetto personale del quale io posso disporre come più mi aggrada, nella maniera più assoluta, pena l’immediata esclusione dal corso e dalla possibilità di lavorare con noi. Adesso si spogli. -
Cominciai a spogliarmi appena lui posò la cartella sul tavolo.
Lo osservavo con la coda degli occhi, mentre deponevo a terra i miei indumenti man mano che li toglievo e mi soffermai a pensare a quanto mi sarebbe piaciuto se mi avesse legata, subito, con le cinghie che pendevano dai bordi del mobile.
Appena ebbi finito mi ordinò di deporre gli indumenti in una borsa che lui mise fuori della porta, poi mi mostrò una strana cinta che aveva una pallina al centro.
- Questo è un bavaglio. Noi qui ne usiamo di diversi tipi; questo, per la precisione è il "bavaglio a palla". -
Mi ordinò di aprire la bocca e mi spinse la palla tra i denti, poi chiuse la fibbia dietro la mia nuca tirando la cinghietta finché non mi stirò le labbra. Era molto scomodo respirare con la bocca piena in quel modo: la prima esperienza da schiava non mi piacque molto.
- Non conosciamo le sue reazioni "vocali" al dolore. Finché non saremo certi che non si metterà ad urlare ad ogni puntura d’ago, lei porterà il bavaglio: meglio che si abitui al più presto. Non vogliamo sentire urla ingiustificate echeggiare per la casa. -
Mi prese per un braccio e mi condusse davanti ad uno degli armadietti; ne tirò fuori bracciali, cavigliere e collare della mia misura e me li applicò.
Mi vennero i brividi man mano che mi serrava i polsi, le caviglie, il collo con quelle strisce di cuoio nero irte di anelli e ganci.
- Da ora in poi, ma soltanto per questi primi quattro giorni, se riterrai di non poter sopportare oltre quello che ti sto facendo, urlerai tre volte di seguito, anche nel bavaglio se lo indossi, ed io ti darò un po’ di tregua. Fammi sentire come urli in modo che io possa distinguere questo segnale dalle altre urla. -
Urlai tre volte di seguito riflettendo che era la prima volta che mi dava del tu: avevo finalmente cominciato il mio addestramento da schiava.
Prima di farmi distendere sul tavolo, mi cinse la vita con una cinta di cuoio anch’essa piena di anelli; la strinse talmente tanto che mi sembrò di essere strizzata in due come un tubetto di dentifricio.
Mentre mi bloccava i polsi e le caviglie agli angoli del tavolo, mi spiegò, come aveva promesso, quello che stava facendo ed il perché. Mi disse che dovevo abituarmi a stare immobilizzata su quel tavolo speciale o su altre strutture atte allo stesso scopo; di schiena, come in quel momento, o anche pancia sotto: ai soci piace molto avere dei corpi inermi a disposizione.
Con dei moschettoni bloccò gli anelli del collare e della cinta ad altri anelli infissi sul tavolo.
Ero assolutamente immobilizzata.
Sentivo una strana eccitazione crescere in me, insieme ad un senso di timore per quello che stava per accadermi: ero sicura che mi avrebbe fatto qualcosa di poco piacevole; non era possibile che mi avesse conciata in quel modo soltanto per mostrarmi l’immobilizzazione al tavolo.
- A molti dei nostri soci, piace giocare con supplizi ai capezzoli, per questo è necessario prepararli ed abituarli ai trattamenti rudi cui saranno sottoposti. In questo periodo io te li manipolerò e strapazzerò a lungo in modo da fargli perdere parte della loro sensibilità cosicché potrai sopportare molto più a lungo quello che ti faranno i tuoi futuri padroni. Un consiglio di carattere generale: qualsiasi cosa ti farò, tu continua ad esercitarti a casa nello stesso modo; soltanto così eleverai la tua soglia del dolore a livelli soddisfacenti. -
Mi si avvicinò ed afferrò un capezzolo; l’unica cosa che potei fare, immobilizzata com’ero, fu emettere un mugugno di dolore quando lo strizzò tra le sue forti dita finché non lo vide ben duro ed eretto. Prese uno spazzolino per le unghie e con quello cominciò a sfregare il mio povero capezzolo. Sul principio la cosa fu eccitante, ma dopo neanche mezzo minuto di quel trattamento, la carne delicata diventò estremamente sensibile ed il piacere si trasformò in dolore puro: un dolore che mi arrivò diretto al cervello.
Piangevo già da un bel pezzo quando lui lasciò la tetta destra e cominciò lo stesso trattamento alla sinistra. Quando finì, a costo di farmi strozzare dal collare che mi bloccava la testa al tavolo, sollevai il capo, quanto potei, per vedere in che stato erano ridotti i miei poveri capezzoli di cui andavo tanto orgogliosa: erano enormi e rossi come il fuoco. Pensai che non sarebbero mai più tornati al loro stato originario.
Quando ripenso a quella mia prima, vera esperienza da schiava, resto ancora allibita nel ricordare le sensazioni che vagavano nella mia mente: ricordo il dolore, forte, persistente, ma anche l’eccitazione folle che quel dolore mi procurava.
Quasi con terrore lo vidi allungare nuovamente le mani verso le mie tette, temei che volesse ricominciare con la spazzola, invece, mi afferrò una tetta a mano piena, la strizzò e la tirò verso l’alto: sembrava che mi volesse alzare dal tavolo tenendomi solo per la tetta. Volevo urlare per il dolore, ma l’unico suono che riuscì ad emettere fu un lungo muggito soffocato dalla grossa palla che avevo tra i denti.
- Questa, per il tuo bene, è un’altra cosa cui dovrai abituarti al più presto. Oltre che un bel culo, hai anche due bellissime e grosse tette che non mancheranno di scatenare gli istinti più sadici dei soci. Te le strizzeranno, tireranno, schiaffeggeranno ad ogni occasione. Usando un cordino come questo – continuò mostrandomi una cordicella che mi sembrò identica a quelle che stavano applicate alle tende di casa mia, - ti conviene, ogni volta che hai tempo, di esercitarti a sentirtele legate e strizzate alla radice, così come ti sto facendo io adesso. -
Tenendo la tetta in tiro con una mano, fece diversi giri sempre più stretti attorno alla mia povera mammella che in breve si gonfiò e divenne paonazza a causa del blocco della circolazione del sangue.
È vero, sono una gran porca masochista, lo devo riconoscere: quel trattamento molto doloroso, anziché spegnere i miei ardori, completò l’opera già cominciata dallo spazzolino: il Padrone stava ancora legandomi l’altra tetta quando mi accorsi che la mia fichetta si era nuovamente bagnata.
Cercai con tutte le mie forze di liberarmi almeno una mano: volevo accarezzarmi tra le cosce, infilarmi qualche dito nella vagina, stuzzicare il mio clitoride: volevo masturbarmi!
Non ci fu nulla da fare. Ero legata troppo bene.
Forse il Padrone si accorse delle mie voglie, o forse, si aspettava che il mio corpo avrebbe reagito in quel modo a quello che mi stava facendo; fatto sta che, in un modo per me incredibile, risolse il mio problema.
Quando la parte delle mie tette libera dalle legature divenne gonfia da scoppiare e rossa come i pomodori maturi, le schiaffeggiò più volte procurandomi un dolore che non avrei mai immaginato avessi potuto provare; eppure, fu proprio quel forte dolore che mi scatenò il più intenso piacere provato in quell’inizio di una lunghissima giornata.
Sentì l’orgasmo esplodere nelle mie viscere senza preavviso: non ero pronta; mi vergognavo di quello che mi stava accadendo, ma non potei fare altro che abbandonarmi al piacere tremando tutta e gemendo come una neonata.
Non mi dette neanche il tempo di riprendermi che sentì il tavolo muoversi, o meglio, non tutto il tavolo, ma soltanto il bordo inferiore, quello cui erano legate le mie caviglie. Lo sentì alzarsi e con esso le mie gambe finché non furono in alto, a squadro col resto del mio corpo.
- Questa è un’altra delle cose che ti farò quotidianamente durante tutto l’addestramento e che dovrai continuare a fati da sola a casa, almeno per un certo periodo, se non vuoi patire oltre misura mentre sarai in mano ai tuoi padroni di turno. -
Non sapevo a cosa si riferisse ma ero certa che lo avrei scoperto ben presto.
- Un’altra parte del corpo bersaglio dei "piaceri" inflitti dai soci, è la vagina ed il clitoride. Anche questo dovrà essere indurito come i capezzoli. -
Mentre parlava sentivo le sue mani allargarmi la vagina, e stuzzicare il mio clitoride già gonfio per il recente orgasmo; lo bloccò tra le dita e cominciò a spazzolarlo con il maledetto spazzolino per le unghie.
Non fu come per i capezzoli; in quella circostanza vidi le stelle dopo pochi secondi. Lo spazzolino andava e veniva strusciando tutta la zona dal pube all’ano: era un dolore infernale.
Urlavo, piangevo come una disperata, ma lui non si fermò. Dovevo abituarmi a sopportare dosi sempre maggiori di dolore, continuava a ripetermi, e non eravamo che all’inizio.
Credo di aver perso, per qualche attimo, coscienza di me stessa, perché ad un certo punto mi resi conto di avvertire un freddo tremendo in mezzo alle cosce.
Spalancai gli occhi e vidi che teneva una borsa del ghiaccio poggiata sulla mia vagina.
- E’ per evitare che ti si gonfi troppo. – fu l’unica spiegazione che mi dette prima di togliere la borsa e muovere nuovamente il bordo del tavolo.
Mi ritrovai piegata in due, con le ginocchia a contatto delle tette. Era una posizione scomodissima che mi faceva respirare con molta difficoltà.
- Il primo giorno di addestramento, per certi versi, è il più duro di tutti. Ora farai la conoscenza con un’altra passione dei nostri soci: riempire con piccoli o grossi oggetti i culi delle proprietarie. Sei libera di fare come ti pare, ma se non vuoi patire sempre le pene dell’inferno quando sarai in mano a loro, ti consiglio di seguire scrupolosamente tutti i miei suggerimenti. Finché sarai qui, spesso provvederò io, ma quando non lo farò, o quando sarai a casa tua, ti consiglio di tenere spesso un buon vibratore inserito nel culo; manterrai l’ano allenato alle dilatazioni e soffrirai parecchio di meno durante il servizio. –
Il mio addestratore stava mantenendo al meglio le promesse; le sue spiegazioni erano esaustive e convincenti.
- Il culo, nella sua interezza - continuò palpandomelo ed accarezzandomelo, - è di per se un punto focale nelle punizioni ed i suo buchetto, in particolare, è oggetto di mille attenzioni da parte dei soci. Con il tuo culo ci faranno di tutto. A seconda delle rispettive tendenze, lo picchieranno; lo frusteranno; lo useranno come un puntaspilli, ma è sul buchetto che si concentreranno le attenzioni di tutti. Te lo allargheranno, ci infileranno qualsiasi cosa, dalle dita alle palle da biliardo insaccate nei preservativi, ma quello che dovrai aspettarti da buona parte dei soci, sarà di essere riempita con molti clisteri; spesso enormi. Useranno cannule talmente grosse che oggi non penseresti mai di poter ricevere nel tuo canale posteriore. Io ti addestrerò a ricevere tutto questo, ma starà a te mantenerti in costante allenamento quando non sarai in servizio. – una forte pacca sulle mie cosce rialzate segnò la conclusione di questo lungo ed eccitante discorso – Per oggi, limitiamoci a vedere che calibri sei già in grado di ricevere. -
Allungò una mano per aprire lo sportello dell’armadietto più vicino al tavolo. Cercai di sbirciare per vedere cosa contenesse, ma lui prevenne la mia curiosità continuando con le spiegazioni.
Quello era il ripostiglio dei divaricatori anali. Mi disse che ce n’erano di tutte le forme e dimensioni: per ora ne avrebbe usato uno del tipo gonfiabile, in modo da potermi allargare l’ano senza ricorrere a continue introduzioni che mi avrebbero sicuramente irritato la parte ancora poco frequentata.
Il dildo che mi mostrò, prima di infilarlo con un’inaspettata gentilezza nel mio buchetto posteriore, lo conoscevo bene. Anch’io ne avevo uno così, a casa, anche se il mio era di dimensioni molto più ridotte. Era a forma di oliva allungata, completamente ricoperto da una specie di camera d’aria gonfiabile tramite una piccola pompa a mano.
Anche se non ero affatto vergine da quella parte, la dimensione dell’attrezzo che si faceva strada nel mio povero culetto mi tolse il fiato. Il bruciore che provai mi fece tornare alla mente quella volta che diedi il culo ad un tizio in cambio della promessa di un buon posto di lavoro: l’unica cosa buona che ottenni fu l’inculata; aveva un cazzo di dimensioni spropositate: mentre mi pompava, obbligandomi a stare piegata sul bordo della scrivania, mi sembrava che il suo attrezzo volesse uscirmi dalla bocca; per quanto riguarda il lavoro, sto ancora aspettando che mi chiami.
Smisi di trastullarmi con i ricordi quando sentì distintamente il dildo crescere nel mio buchetto posteriore: lo stava gonfiando strizzando la peretta che c’era collegata.
Dovette premere la peretta parecchie volte prima che cominciassi a lamentarmi: non volevo sembrare una verginella che si lamenta alla prima occasione; avevo capito bene che non era questo il tipo che cercavano per quel lavoro che io volevo ad ogni costo.
- Bene, - disse quando i miei guaiti cominciarono ad essere dei veri lamenti di dolore – sei più sfondata di quanto credessi: non sembrava a vederlo. Di solito questo dildo riesco a gonfiarlo così tanto solamente dopo tre o quattro giorni di allenamento: sono veramente soddisfatto di te e non mancherò di farlo presente al signor Sergio. Adesso do ancora un paio di gonfiate poi ti lascerò abituare alla nuova dilatazione per almeno un quarto d’ora, io intanto, preparerò l’occorrente per verificare la tua resistenza ai clisteri. -
Mi sentì mancare il fiato quando gonfiò ulteriormente il salsicciotto che mi aveva piantato nel culo; ero giunta veramente al mio limite e credei impossibile che il mio povero buchetto potesse allargarsi più di così senza che mi si spaccassero le natiche come una pesca matura.
Passai quel quarto d’ora soffrendo sempre di meno; aveva proprio ragione: quando lo sgonfiò per togliermelo, mi ero talmente abituata che quasi ne provai dispiacere, ma non ebbi tempo per crogiolarmi nei ricordi delle gradevoli sensazioni che quella grossa dilatazione mi aveva procurato; mi ordinò di alzarmi dal tavolo sul quale ero stata distesa fino ad allora.
Ero stata talmente assorta nel godermi quella pallida succursale di inculata che non mi ero accorta che mi aveva slegata togliendomi anche la cintura.
Faticai a rimettermi in piedi: avevo tutte le giunture anchilosate.
Appena riacquistato l’equilibrio mi guardai intorno per vedere cosa mi aspettasse: niente di buono.
Eravamo arrivati al punto che meno mi piaceva, e, da quello che aveva preparato, capii che avrei avuto ben poco da divertirmi.
- Come già ti ho detto prima, adesso vedremo come te la cavi con i clisteri. Questa è la pratica che, insieme alle sculacciate, dovrai aspettarti da quasi tutti i soci. Te ne faranno usando tutti i tipi di liquido possibili e di tutte le dimensioni fino al massimo consentito. Useranno tutti i tipi di cannule reperibili in commercio da quelle vecchio tipo a beccuccio di bachelite a quelle gonfiabili ritentive. Tu dovrai abituarti ad ogni tipo ed allenarti, anche fuori di qui, a ricevere maggiori quantità di liquido possibile; questo è un altro punto che concorre ad aumentare la quota dei dividendi. -
- In pratica – gli chiesi mentre lo vedevo riempire per aspirazione, da un catino colmo d’acqua una peretta da clistere, rossa e bella grossa, - più grossi sono i clisteri che riesco a farmi fare, più guadagno oltre alla cifra stabilita? -
- Proprio così. Io stabilirò la tua capienza massima oltre la quale i soci non potranno andare senza il tuo consenso: quando sarai in grado di superarla stabilmente, salirai nella graduatoria delle quote. Adesso però, non pensare ai guadagni: voglio che rifletta sul fatto che ti sei guadagnata la tua prima, vera punizione. Hai parlato senza che io te ne concedessi il permesso e senza neanche rivolgerti a me chiamandomi come devi. Ricordi che te lo avevo detto? Pensavo che fossi stata più attenta. -
Annuì con la testa senza parlare faticando non poco per reprimere il brivido di piacere che mi colse all’improvviso: la mia prima vera punizione.
Qualsiasi cosa avesse deciso di farmi sarebbe stata la benvenuta.
Una sola cosa non mi andava giù in quella faccenda della punizione: la figura da cretina che avevo fatto. Sperai ardentemente che con quell’errore non avessi compromesso le mie possibilità di lavorare in quel posto.
Accostò una sedia al tavolo su cui era posato il catino con la grossa peretta, si sedette e mi fece cenno di stendermi sulle sue ginocchia.
D’un colpo tornai indietro di molti anni, almeno quindici.
Mia madre, patita per le cure vecchia maniera, mi faceva almeno un paio di clisteri al mese sostenendo che mi facevano bene.
Io non vedevo alcun miglioramento nella mia già ottima salute e, quando, protestando, glielo facevo notare, lei mi rispondeva che se stavo molto bene era proprio merito dei clisteri che mi somministrava; così io dovevo continuare a stendermi sulle sue ginocchia e farmi sodomizzare con le sue lunghe cannule.
Sicuramente era per questo che quella pratica mi piaceva così poco, ma adesso era diverso: non erano le ginocchia di mia madre, quelle su cui dovevo stendermi: erano le ginocchia del mio padrone e la cosa mi intrigava parecchio, anche più di quanto mi aspettassi.
Mi posizionai come volle lui: con le mani poggiate a terra, il culetto bene in aria e le gambe distese.
Con una mano mi allargò le natiche; trattenei il respiro mentre la grossa cannula mi scorreva nell’ano in tutta la sua lunghezza. L’acqua era abbastanza calda ma non al punto da darmi fastidio, anzi, trovai il tutto parecchio rilassante.
- Per incominciare ti farò due di questi piccoli clisteri, poi, prima di permetterti di svuotarti, ti somministrerò la punizione che ti sei meritata: una lunga e salutare sculacciata. Ti accadrà molto spesso di essere sculacciata o peggio, mentre devi trattenere il tuo clistere; cerca di abituarti a non fartene uscire neanche una goccia. A nessun socio piace avere le gambe scolate con la tua cacca; quindi regolati se non vuoi che ti puniscano nel peggiore dei modi. Chiaro? -
Evidentemente non si aspettava risposta, ed io tenni la bocca ben chiusa mentre sfilava la cannula e la rimpiazzava con quella della seconda peretta che nel frattempo si era riempita; mi limitai ad accennare con la testa che avevo capito.
Sul finire del secondo clistere cominciai a sentirmi piuttosto piena. Oggi, due litri di clistere, per me, sono soltanto l’aperitivo, ma in quel momento erano una bella quantità.
Non mi lasciò neanche il tempo di prepararmi: appena posata la seconda peretta sul tavolo, una sberla tremenda mi massacrò le natiche. Non so neanche io come feci a non farmela sotto; ma ci riuscì.
Ad ogni sculaccione sentivo l’acqua sciabordare dentro di me come il mare in burrasca, e fu una burrasca lunga e tempestosa.
Me ne dette tante che persi il conto degli sculaccioni che mi diede; so soltanto che, quando mi fece rialzare per accompagnarmi alla tazza del cesso, sentivo il mio povero culetto emanare calore come il fondo di una padella sul fuoco.
- Altra cosa cui devi fare l’abitudine, è quella di soddisfare le tue funzioni fisiologiche alla presenza dei padroni. A parecchi piace vedere le schiave mentre fanno i loro bisogni, quindi, vinci la vergogna e mostra tutto il piacere che provi nello svuotarti. -
Non me lo feci ripetere due volte. Mi accucciai sulla tazza ed allentai lo sfintere: una cascata d’acqua, ben poco limpida, piovve dal mio buchetto infiammato.
Lui mi guardò appena quel tanto che bastò a farmi vergognare della mia situazione, poi si voltò e cominciò ad armeggiare con delle sacche di plastica rigonfie di liquido: erano enormi; ognuna doveva contenere più di due litri.
Ne preparò tre.
Sentì che le ginocchia mi si piegavano quando, dopo essermi lavata, mi avvicinai per stendermi nuovamente sul lettino.
Non ero affatto sicura di riuscire a farmi svuotare dentro l’intestino tutto il liquido che aveva preparato per me.
- Ho notato che sei un po’ preoccupata: non avere paura. Non credo che riuscirai a prendere tutte le tre sacche che ho preparato, ma non si sa mai. Per ora voglio soltanto verificare la tua capienza massima. Su, stenditi di fianco e porta, verso il petto, la gamba di sopra. -
Non aggiunse altro.
Lo vidi ungere con la glicerina una strana cannula lunga ed abbastanza fina all’inizio, ma che verso la fine si allargava in misura notevole: una specie di cuneo molto allungato. Mi preparai a riceverlo trattenendo il fiato, e feci bene.
Quasi mi sentì squarciare quando mi spinse dentro la parte più grossa.
Lentamente il liquido cominciò a riempirmi. Cercavo di non pensarci, cercavo di ripensare ai momenti più belli di quella mia prima giornata da schiava, ma non c’era niente da fare. Il pensiero tornava costantemente alla mia pancia che sentivo gonfiarsi sempre di più. Ormai faticavo anche a respirare; nonostante il calore dell’acqua nei miei intestini, sudavo freddo, poi, a peggiorare la situazione, cominciarono ad arrivare i crampi: fitte improvvise e dolorose mi attorcigliavano le budella, sentivo un bisogno imperioso di svuotarmi mentre continuavo ad essere riempita d’acqua come una botte.
- Credo che sei giunta al limite. Brava, niente male per essere la prima volta. Almeno, stando a quanto ci hai detto nel colloquio. Non tutte riescono a prenderne quasi cinque litri al primo colpo. Ora vieni, alzati molto lentamente se non vuoi crollare a terra per un giramento di testa. -
Fu molto cortese; mi sorresse lungo tutto il percorso fino al cesso e mi aiutò a sedermi sulla tazza. Ancora adesso non riesco a descrivere la sensazione meravigliosa che provai quando cominciai a sentire l’acqua che defluiva dal mio culo come una lunga ininterrotta cascata.
Il primo impatto con il mio addestramento terminò con quell’enorme clistere.
Quando mi fui svuotata completamente e lavata, il mio padrone mi accompagnò nella sala da pranzo in cui trovai altre quattro delle mie concorrenti, nude come me, già intente a consumare l’eccellente pranzo.
Non feci in tempo a sedermi, vincendo il disagio che il bruciore al buchetto posteriore ancora mi provocava, che una cameriera mi si avvicinò porgendomi il menù. Era una bella donna, come del resto lo erano tutte quelle che stavano in quella sala; l’unica cosa che la distingueva da noi schiave era che lei e le altre due cameriere, indossavano una divisa: un minuscolo grembiulino bianco, ornato di merletto, legato in vita ed una candida cuffietta appoggiata sui capelli.
Per il resto era nuda come quando era nata, ne più e ne meno come tutte noi.
Con una qualche perplessità notai che aveva due anelli infilati nei fori dei capezzoli e riflettei che tra qualche giorno, se tutto andava bene, anche le mie tette si sarebbero fregiate di ornamenti simili a quelli.
I clisteri che il mio padrone mi aveva praticato, mi avevano svuotata completamente ed ora avevo una fame da lupi. Ordinai tutto quello che, senza oltraggiare la decenza, potei ordinare: dall’antipasto al sorbetto di fine pasto e divorai tutto con un gusto che non provavo da tempo immemorabile.
Devo riconoscere che in quella villa sapevano come trattarsi bene: tutti i piatti erano gustosi e cucinati alla perfezione.
Mi sorbì con calma il sorbetto al limone e quando la cameriera si avvicinò per chiedermi se desideravo qualche altra cosa, scherzai con lei:
- No, basta grazie. Sono piena come un uovo. Era da tempo che non gustavo un pranzo così buono. Mi dispiace soltanto di non poterle lasciare la mancia che si è meritata. - dissi indicando il mio corpo completamente nudo, - come vede, ho dimenticato il borsellino. -
- Non importa, signora, - mi rispose lei con un sorriso – vuol dire che non gliela lascerò neanche io quando toccherà a lei servirmi il pranzo. – Poi, leggendo la perplessità nel mio sguardo, mi spiegò. – Noi tre che oggi vi abbiamo servito, siamo tre proprietarie che i temporanei padroni dell’ultimo fine settimana, hanno voluto umiliare ulteriormente ordinandoci di prestare servizio in sala da pranzo per qualche giorno. Ma questa non è una novità: capita spesso che qualche iscritto impartisca quest’ordine. A loro piace di più essere serviti dalle schiave che dal normale personale di servizio. Capiterà anche a lei, ma non se ne faccia un cruccio; come ben sa, questa è la minore delle umiliazioni che ci piace patire. -
Si allontanò lasciandomi a bocca aperta: solo allora, mentre si voltava, notai che aveva una sottile catenella che le pendeva tra le cosce; evidentemente era collegata agli anelli che le avevano applicati alla vagina.
Appena quella di noi che era arrivata per ultima ebbe terminato il pasto, fummo accompagnate, dalle "cameriere" in un salotto in cui potemmo sederci su comodi divani, libere di fumarci finalmente una sigaretta e di fare, volendo, quattro chiacchiere in attesa che i rispettivi padroni venissero a riprenderci.
Oddio, dire sederci è un po’ un eufemismo: tre di noi, avevano il culo talmente segnato dalle punizioni ricevute, che preferirono rimanere in piedi. Mi sarebbe piaciuto sapere in quale ambiente avevano fatto la loro prima esperienza e fui quasi tentata di chiederlo alla biondina procace che mi stava più vicina e che, avevo notato, non si era seduta neanche per mangiare avendo culo, schiena e cosce percorse da una infinita serie di sottili strisce rosse.
Stavo quasi per rivolgerle la parola quando notai che aveva ancora gli occhi rossi e gonfi, evidentemente per quanto aveva pianto, così, pensai di lasciar perdere: io, sicuramente non avrei gradito sentirmi fare domande sui clisteri e tutto il resto che il padrone mi aveva fatto durante la mattinata. I capezzoli mi facevano ancora un male cane e la fichetta mi faceva vedere le stelle ogni volta che stringevo le cosce.
Stranamente tra noi regnava un certo silenzio; non c’era il cicaleccio che aveva accompagnato il nostro raduno della mattina; soltanto qualche frase appena sussurrata: probabilmente ognuna di noi era più propensa a ritornare con la mente a quello che le era accaduto in quella primissima fase dell’addestramento che a fare salotto.
Cap. 4
Uno per volta tornarono i padroni per riprendersi ognuno la sua schiava; il mio fu tra gli ultimi ad arrivare.
Appena uscita dal salotto, mi avviai verso la scala; inconsciamente mi ero indirizzata verso l’unica sala attrezzata che conoscevo e che ormai consideravo un po’ la mia camera.
- No, - mi fermò il mio istruttore – non andiamo di sopra; oggi pomeriggio farai la conoscenza con un altro ambiente ed inizierai un addestramento completamente diverso; vieni. - disse indirizzandosi verso la fine del corridoio.
Oltrepassammo quattro o cinque porte chiuse finché raggiungemmo la fine del corridoio; aprì la porta di fondo facendomi entrare un una vera e propria aula scolastica, con tanto di banchi, cattedra, lavagna e grandi carte geografiche alle pareti.
Mi tornò in mente, all'istante, il colloquio che avevo avuto con Sergio il giorno della selezione in cui parlò proprio delle aule scolastiche che avevano ricreato all’interno della villa e di come mi sarei dovuta comportare per soddisfare le fantasie degli iscritti. Mi ricordai anche che, ad una sua domanda, avevo risposto mostrando una conoscenza dell’argomento che ero ben lontana dal possedere se non per sentito dire. Io, per natura, sono una che subisce, che deve essere condotta per mano; quante volte mia madre mi aveva rimproverato rinfacciandomi che non sarei mai uscita dal gregge nel quale mi piaceva stare; che non sarei mai diventata una leader.
Adesso, entrando in quell’aula, avrei dovuto dimostrare di essere in grado di prendere iniziative; di saper condurre un gioco che doveva "costringere" il mio padrone ad impartirmi pene sempre più severe finché non fosse stato completamente soddisfatto e non avevo la minima idea di come o di cosa fare.
- Signorina Livia, vuole sedersi al primo banco della fila centrale? Grazie. -
Il mio padrone, seduto in cattedra, sembrava veramente un professore dall’aspetto piuttosto burbero.
Avvicinandomi per occupare il posto che mi aveva indicato, notai che sul piano della cattedra, oltre ad un fascicolo che teneva aperto davanti a se e nel quale mi sembrò di riconoscere i fogli del questionario che Sergio aveva riempito durante la mia intervista per l’assunzione, c’era il libro delle 100 domande per stabilire il Q. I. (che avevo gettato nella spazzatura, incazzata nera, quando mi resi conto di aver saputo rispondere a solo tre delle prime cinquanta domande dichiarate le più facili) e, posati sulla destra, in paio di frustini, una cinghia di cuoio larga almeno cinque dita ed una specie di racchetta da tennis tavolo, rettangolare, lunga e stretta.
Mi sedei poggiando compostamente le braccia sul banco in attesa che il mio professore smettesse di fissarmi. Dopo qualche secondo, prese un foglio bianco dal fascicolo che aveva davanti e scrisse sopra qualcosa.
- Spero che dopo la figura barbina che ha fatto nell’interrogazione della settimana scorsa, oggi lei sia venuta ben preparata. -
Sul principio lo guardai come se fosse un marziano: ma di che cazzo stava parlando? Poi di colpo realizzai che l’addestramento era ricominciato: dovevo immediatamente entrare nelle vesti (si fa per dire, visto che ero nuda come un verme) della studentessa.
Colta quasi alla sprovvista, detti la prima risposta istintiva che mi venne in mente:
- Credo di si, professore. -
- Credo.. – urlò – che vuol dire credo di sì? Hai studiato o non hai studiato? -
Di colpo ero tornata indietro di quindici anni, quando provavo un terrore folle del mio professore di matematica al quale il mio padrone somigliava vagamente.
- S.. sì, ho studiato. – riuscì a balbettare con un certo affanno.
- Bene. Allora vada alla lavagna e mi disegni una piramide tronca. –
Che cazzo è una piramide tronca? Avevo il cervello vuoto che si rifiutava di collaborare. Dovevo per forza averla studiata una cazzata del genere; ero o no una laureata? Ma più ricercavo nel mio cervello e meno risposte trovavo.
Ero disperata: non potevo perdere quel lavoro per una stronzata del genere.
Mi feci comunque coraggio, mi alzai e mi avvicinai alla maledetta lavagna; presi il gesso in mano e cominciai a disegnare una piramide, meglio che potevo (quella me la ricordavo come era fatta), poi improvvisamente la risposta mi lampeggiò nella mente: una piramide tronca, ovvero una piramide senza punta.
Così, dopo aver disegnato la piramide, ne cancellai la punta e tracciai il piano superiore.
Lui guardò il mio capolavoro e scrisse altri appunti sul foglio.
- Adesso, senza scrivere, mi dica: a cosa è uguale un quarto? a un mezzo fratto due o a due per un ottavo? -
Accidenti a lui e alla matematica. Che cazzo ne sapevo io. Tentai di impormi di ragionare: mezzo è il doppio di un quarto ma anche due ottavi sono un quarto.
Tutta tronfia risposi:
- Sono tutti e tre uguali. -
- Bene, anzi, molto male. Ha risposto esattamente a due domande su due. Lei è proprio una studentessa modello. Torni pure a posto. Grazie. -
Lo vidi scrivere piuttosto accigliato sul foglio che aveva davanti, dopo di che lo mise da parte e ricominciò a consultare il fascicolo che mi riguardava.
Rimanemmo ambedue fermi, ognuno al suo posto, per almeno tre o quattro minuti. Io non sapevo più cosa fare dopo aver guardato e riguardato i cartelloni che tappezzavano le pareti.
L’attesa si stava facendo snervante e cominciavo a percepire in me una certa ansia dovuta anche ad una frase che continuava a ronzarmi nella mente: il modo con cui il professore aveva accolto le mie sudate risposte. " Bene, anzi, molto male".
Ad un tratto si alzò e, guardandomi, s’indirizzò verso la porta:
- Torno tra un attimo; lei non si muova dal banco. –
Fui tentata, appena lui si chiuse la porta alle spalle, di andare alla cattedra per leggere i suoi appunti, poi, però, mi dissi che era meglio non rischiare: mi aveva ordinato di non muovermi e non mi sarei mossa.
Volevo troppo quel lavoro per rischiare di perderlo per un attacco di curiosità.
Dopo qualche minuto, la porta si spalancò di colpo lasciando entrare il mio padrone seguito da una donna, anch’essa nuda, che riconobbi subito come una delle cameriere che ci avevano servito il pranzo; non quella con cui avevo parlato, un’altra.
Prima di sedersi nuovamente alla scrivania, il professore mi guardò a lungo, poi studiò minuziosamente tutto ciò che stava depositato sul piano.
Capì subito che stava cercando le prove di una mia eventuale disubbidienza: voleva accertarsi che non mi fossi permessa di andare a leggere le sue carte. Per fortuna gli avevo ubbidito e non mi ero mossa dal banco.
- Noto che lei è molto ubbidiente. – osservò il professore guardando alternativamente me e la nuova venuta. Per un attimo ebbi il dubbio che questa constatazione non gli facesse piacere. - Mi sono chiesto se tutte le studentesse di questo istituto sono preparate come lei. - disse mentre ricomponeva il fascicolo – Questa è l’allieva più brava dell’altro corso; ora vedremo. Allora, signorina, vada alla lavagna e mi disegni due rette parallele. -
Ah, pensai tra me e me, sei proprio un gran figlio di puttana. A me chiedi un cazzo di tronco di piramide e a lei, perché è una proprietaria, le chiedi due rette parallele. Ma che bella domanda difficile.
Vidi la donna avvicinarsi alla lavagna, prendere il gesso e rimanere lì, imbambolata, con la mano alzata senza tracciare alcun segno.
- Allora? È troppo difficile la domanda? Vuole quella di riserva? -
Cazzo, non è possibile che non sappia rispondere, pensai, anche un bambino di terza elementare sa la risposta.
- No, … non è troppo difficile, - rispose balbettando la donna – ho soltanto … un attimo di amnesia; ma la so, … ne sono certa. -
- Allora si avvicini. Vediamo se troviamo una buona cura per la sua scarsa memoria. -
Appena la donna fu vicina alla cattedra, il professore, prendendola per i capelli, la piegò sul bordo schiacciandole violentemente i seni sul ripiano poi le ammollò quattro sculacciate una più forte dell’altra sul culo proteso.
- Allora? Ci è tornata la memoria? -
- Ancora no, - rispose lei piagnucolando.
- Vuol dire che il suo è un caso di grave amnesia e che le occorre un ricostituente molto più robusto. -
- Oh no, la prego, la racchetta no, fa troppo male. -
Il professore, che fino ad allora non aveva preso alcuno strumento, impugnò proprio la strana racchetta e la calò sul culo della donna con tanta veemenza che la fece sobbalzare.
Altri dieci violenti colpi si stamparono su quel culo facendomi fremere dall’invidia: avrei pagato oro per stare al posto di quella donna: tutte le fortune capitavano alle altre.
Soffocando un singulto la donna si rialzò, mi sorrise con ancora le lacrime agli occhi, si avvicinò alla lavagna e disegnò due perfetti segmenti paralleli.
Soltanto allora fui folgorata dalla verità e compresi la cazzata che avevo fatto. Io non dovevo rispondere, almeno non subito. Cazzo, i clienti erano lì per punire le studentesse, e quale migliore motivo gli potevo dare per sculacciarmi se non quello di dimostrarmi una somara? E ne avevamo anche parlato con Sergio durante il primo colloquio. Sei proprio una stronza deficiente, mi dissi.
- Dalla espressione del tuo viso, - disse la donna avvicinandosi – direi che hai compreso l’errore fatto. Vero?
- Sì, accidenti a me - risposi con il viso rosso per l’imbarazzo e per l’incazzatura che mi stavo prendendo con me stessa – non avrei dovuto rispondere, almeno fino a quando non avessi avuto il culo in fiamme. -
- Perfetto, io stessa non avrei saputo dirlo meglio. Su, non ti crucciare, - proseguì lei percependo lo scoramento che mi stava assalendo - Normalmente, a questo punto, ti sarebbe stata riconsegnata la borsa con i tuoi indumenti, avresti ricevuto un assegno in pagamento del tempo trascorso qui da noi e saresti stata riaccompagnata a casa. Il tuo temporaneo padrone, però, ha chiesto che ti fosse data una seconda possibilità, visto l’eccellente risultato del colloquio di selezione e l’ottima impressione che gli hai fatto durante l’addestramento di questa mattina. Per questo è uscito dall’aula: per consultarsi con me e con Sergio; insieme abbiamo preso la decisione di accontentarlo, ma non farci l’abitudine. Non ci sarà una seconda chance. Forza, professore, riprenda l’interrogazione e vediamo quanto questa ragazza si è impegnata nello studio. -
Nel resto del pomeriggio, più o meno volontariamente, feci in modo da meritarmi tante di quelle legnate, che raggiunsi almeno tre orgasmi completi. Uscendo dall’aula per andare a cena, mi tremavano le gambe per lo sfinimento: mordendomi la lingua, ero riuscita a sbagliare persino la tabellina del due.
La donna non era uscita subito dall’aula, si era accomodata, invece, al banco alla mia sinistra, ed era rimasta lì, immobile e silenziosa: sicuramente per verificare se la fiducia dimostratami fosse stata ben riposta.
- Signorina Livia, vuole cortesemente cancellare dalla lavagna tutti quegli scarabocchi? -
Stavo per ricaderci. La mia indole sottomessa mi fece fare subito il gesto d’alzarmi, poi mi fermai pietrificata: ma che cazzo fai? Mi chiesi. Non devi ubbidire, devi essere una peste.
- Mica ci ho scritto solo io, su quella lavagna. – Risposi in malo modo forzando la mia natura. - Anche lei ci ha disegnato; lo faccia fare a lei. -
Un sorriso di soddisfazione si stampò sul volto della donna facendomi capire che mi ero comportata proprio come loro volevano.
Il Professore, con tutta calma, impugnò il più corto dei due frustini che stavano sulla cattedra e mi si avvicinò. Senza dire una parola mi afferrò con una mano tutti e due i polsi e me li sollevò sulla testa, poi, con un colpo secco che mi fece guaire per il dolore, mi colpì esattamente sui capezzoli.
- Signorina Livia, vuole pulire la lavagna per cortesia? -
- Lo faccia fare a quest’altra, visto che è più brava di me. -
- Voglio che anche lei diventi brava come la sua collega. – e giù altre quattro frustate in pieno sulle tette che mi fecero vedere le stelle.
Avevo già le lacrime agli occhi, ma non era ancora giunto il momento di capitolare, anche perché cominciavo a sentire un certo fremito in mezzo alle cosce che conoscevo molto bene e che prometteva ancora meglio.
- Non mi frega un cazzo di essere brava come lei. Non ci tengo proprio a diventare una secchiona. -
Credetti di avere esagerato quando il professore strattonandomi, mi sollevò in piedi e mi sbatté sul banco. Le tette, che già mi facevano un male cane, si schiacciarono sul ripiano facendomi quasi svenire per il dolore.
A me piace molto essere sculacciata e, a dire il vero, in vita mia ero sempre riuscita a riceverne parecchie: da mia madre, da mio padre (che erano ancora migliori), da quasi tutti i miei uomini (che non erano stati pochi), ma tutti me le avevano date sempre e soltanto a mani nude. Mai nessuno aveva usato la cinta e tanto meno una sottile bacchetta come quella che stava usando il professore; ero perciò impreparata al tipo di dolore che provai quando il frustino si abbatté sulle mie povere chiappette.
Fu come se mi avessero fatto mille iniezioni contemporaneamente. Il bruciore era insopportabile e non avevo neanche la consolazione di potermi massaggiare: le mie mani continuavano ad essere intrappolate nella presa del padrone.
Sapevo bene che la donna era rimasta per vedere come mi comportavo e sapevo anche che dovevo impegnarmi per farle dimenticare la cazzata che avevo fatto, per cui, strinsi i denti e non pensai ad altro che a sopportare il diluvio di scudisciate che si abbatterono sul mio culo.
Soltanto quando sentii dentro di me di non poterne più, gridai:
- Va bene, basta, la pulisco, quella cazzo di lavagna. -
I colpi cessarono d’incanto. Venni fatta rialzare e con una sculacciata (che mi fece piegare le ginocchia per il dolore) fui indirizzata verso la lavagna (la sculacciata finale, mi spiegò poi il professore, era per il modo poco urbano con cui avevo acconsentito a pulire la lavagna).
Con sorpresa mi accorsi, camminando, di avere cosce e gambe bagnate. Brutta porca che non sei altro, hai goduto senza accorgertene, mi dissi prendendo in mano il cancellino, poi gli occhi mi andarono al banco dove ero stata seduta: per terra c’era un laghetto. Diventai rossa per la vergogna: mi ero pisciata addosso.
Inutile dire che fui costretta, a suon di cinghiate, a ripulire il tutto.
Appena ebbi ripulito, la donna ci lasciò non prima di avermi detto che, per come mi ero comportata, forse, non avrebbe tenuto conto, nella decisione finale, del mio precedente comportamento sbagliato.
Soltanto quando la donna fu uscita, il professore tornò a comportarsi da quel padrone–istruttore che era stato fino ad allora, dandomi le tutte spiegazioni che mi servivano per comprendere appieno l’iter dell’addestramento..
- Credo che parecchie cose le hai capite da sola in quest’ ultima ora; hai capito che non sempre una brava schiava è quella che ubbidisce immediatamente ad un ordine, ma che spesso dipende dalle circostanze; dallo scenario in cui agisce. Devi tenere sempre presente che qui non siamo nella vita reale, in cui la schiava, di solito, ha tutto il tempo di aspettare l’input del padrone per comportarsi male, o bene, a seconda dei momenti; qui siamo in una situazione completamente diversa. Qui ti potrà capitare di avere solo qualche ora, o addirittura un paio d’ore soltanto per soddisfare il padrone temporaneo, e dovrai farlo al meglio, perché i soci, qui, pagano una fortuna e si aspettano di ricevere il meglio. Spesso, quindi, dovrai essere tu stessa a far sì che le fantasie del padrone si realizzino nel modo più realistico possibile, nel breve tempo concesso. Hai capito di cosa sto parlando? -
- Sì, padrone, credo di si. In pratica, può capitare che dovrò essere io a comportarmi male, di mia iniziativa, senza aspettare che il padrone me ne dia motivo. -
- Brava, è proprio così; ed un altro plauso lo meriti per esserti ricordata di rivolgerti a me nel giusto modo. Non dimenticarlo mai: se non ti viene espressamente ordinato il contrario, devi sempre porti su un piano inferiore a colui che ti sta davanti: lui è veramente il tuo padrone e dispone di tutta te stessa come vuole. -
Continuammo a parlare per almeno un’altra ora analizzando e sviscerando tutte le possibili situazioni in cui mi sarei potuta trovare nello scenario della classe.
Sul principio non riuscivo a capire cosa ci fosse tanto da spiegare: sto in classe, il professore interroga io sbaglio.
Non mi sembrava tanto difficile.
Poi, però, mi fece riflettere che la classe era da intendersi in senso lato: se io avessi dovuto servire un padrone per l’intero fine settimana ed a questi piaceva impersonare un professore, sicuramente la "classe", sarebbe diventata collegio. Non si sarebbe più trattato, quindi, di sole interrogazioni, bensì di vita quotidiana nella scuola. La sala da pranzo sarebbe stata il refettorio e la camera che mi avevano assegnata, avrebbe fatto parte del dormitorio.
Mi informò che a molti professori piace fare delle visite a sorpresa nei dormitori, specialmente di notte.
- Beh, Signore, mi sembra giusto, - commentai senza riflettere, - che un professore che ha a disposizione una schiava per due o tre giorni, finisca per andarla a trovare in camera per farsi una bella scopata. -
Mi guardò con un’espressione perplessa, poi mi invitò a seguirlo nella stanza a fianco.
Temetti di aver fatto un’altra cazzata, ma il suo modo di fare mi tranquillizzò subito.
- Avanti, entra, questa è una delle tante camere da letto. Adesso tu ti accomodi come se fossi nel tuo dormitorio. Voglio verificare come reagiresti alla situazione che stavamo ipotizzando. -
Sul letto c’era una canottiera ed un tanga: li indossai ambedue, anche se la maglietta era molto corta e mi stava parecchio stretta. M’infilai sotto le lenzuola e spensi la luce.
Un po’ di riposo non mi avrebbe fatto certo male.
Non vidi la porta aprirsi, ma notai, tra le palpebre chiuse, il chiarore che filtrava dal corridoio abbondantemente illuminato, poi di nuovo buio.
Rimasi ferma, immobile come se dormissi; una mano s’insinuò sotto le lenzuola carezzandomi le natiche.
- Ma chi è? – urlai come avrebbe fatto qualsiasi brava ragazza svegliata di soprassalto da una mano che le palpava il posteriore. Scattai a sedere sul letto ed accesi l’abat-jour. – Ah, è lei professore? Ma che fa? È impazzito?. -
- No, cara Livia. Sono soltanto venuto a verificare come dorme; e vedo che ho fatto bene. Fuori dal letto! – urlò sventolando in aria un battipanni di vimini che vedevo per la prima volta.
- Ma, professore, sono mezza nuda. – dissi coprendomi davanti con il lenzuolo.
- Proprio questo sono venuto a verificare: se gli ordini sull’abbigliamento sono stati rispettati. Sono due settimane che lei non manda a lavare la camicia da notte, il che può significare due sole cose: o lei non la indossa o è una ragazza molto sporca. In tutti e due i casi, lei è in un grosso guaio. Forza, in piedi affianco al letto. -
Timidamente uscì dalle lenzuola.
- Proprio come pensavo; per lei le disposizioni della direzione non contano proprio nulla, vero? – urlò appioppandomi un colpo di battipanni sul culo talmente forte che mi fece fare un paio di passi in avanti oltre che vedere un bel pezzo di firmamento.
- Ma professore, - piagnucolai – è quasi estate e qui si soffoca dal caldo. -
- Ah sì? Ora te lo faccio sentire io il vero caldo. Piegati sul bordo del letto. Forse un centinaio di colpi basteranno a farti capire che gli ordini vanno rispettati. Guardati, sembri una baldracca con quel filo tra le natiche e non la signora che dovresti essere. -
Aspettò che mi fossi chinata sul bordo del letto e cominciò a colpire facendomi un male cane. Ogni colpo mi arrivava su tutto il culo spalmandolo.
Al decimo colpo si fermò.
- Allora, hai capito che lo scenario della scuola può riservare altre sorprese oltre le interrogazioni? -
Altro che se avevo capito. Mi massaggiai le natiche e mi accorsi che già bruciavano. Se mi avesse dato tutti e cento i colpi promessi, ci avrei potuto cuocere sopra le uova al tegamino..
Quando mi riaccompagnò nella sala per la cena, ormai le tette non mi facevano quasi più male. Il sedere, invece, mi dava ancora un po’ di fastidio quando mi sedevo; ma a questo, riflettei, dovevo sbrigarmi a farci l’abitudine: se c’era una cosa che avevo ormai capito bene, era che in qualsiasi circostanza, il protagonista assoluto delle punizioni che avrei ricevuto sarebbe stato, in un modo o nell’altro, il mio culetto.
Cap. 5°
Al contrario di quello che era avvenuto dopo il pranzo, quando, al termine della cena, fummo accompagnate nel salotto, tutte ci mettemmo a parlare raccontandoci le nostre esperienze del giorno. Le tre padrone comandate al nostro servizio, passavano in continuazione offrendo liquori, bibite e sigarette.
Tre o quattro padroni vennero a prendere le rispettive schiave; evidentemente il loro addestramento non prevedeva soste notturne. Il mio padrone e quelli delle altre che eravamo rimaste nel salotto, invece, non si fecero vedere, così, dopo un po’, le tre "cameriere" ci raggrupparono e ci condussero alle rispettive stanze che ci erano state assegnate per il periodo in cui saremmo rimaste ospiti della villa.
Era una magnifica stanza, arredata con gusto. Anche il bagno era niente male: sul ripiano del mobiletto di servizio, c’era tutto quanto poteva servirmi: dallo spazzolino da denti ai sali da bagno delle migliori marche. Mi feci una lunga doccia ristoratrice dopo di che, rilassata, tornai nella stanza con l’idea di fiondarmi sul letto, stanca da morire ma soddisfatta di quel primo giorno di addestramento.
Prima di sdraiarmi, però, volli controllare cosa avesse voluto intendere la "cameriera" avvisandoci, mentre c’indicava le nostre stanze, che avremmo trovato qualcosa che avrebbe potuto servirci, nel cassetto del comodino.
Tre grossi vibratori e due specoli di plastica trasparente uno più spaventosamente grosso dell’altro, facevano bella mostra di se, sul fondo del cassetto, insieme ad un barattolo di vaselina e ad un paio di cordicelle che riconobbi subito, visto che erano identiche a quelle con cui il Padrone mi aveva strangolato i seni quella mattina. Soltanto allora mi tornarono alla mente i suoi consigli: "cerca di tenere sempre il culo allenato alle dilatazioni, soffrirai parecchio di meno quando te lo faranno i padroni di turno; abituati ad avere le tette strozzate; te lo faranno spesso."
Non so se i vibratori erano stati messi lì apposta, ma nel dubbio, preferì seguire i consigli che mi erano stati dati: ne presi uno, (il più piccolo per quella prima volta, visto che era molto più grosso di quello che usavo normalmente a casa) lo lubrificai ben bene e me lo inserì (soffrendo parecchio) nel mio già martoriato buchetto posteriore. Ci pensai sopra un bel po’, poi mi decisi: annodai ognuna delle cordicelle in modo da farne due cappi; mi afferrai una tetta e ci feci scivolare intorno un cappio girandolo e stringendolo più che potevo un paio di volte; dopo di che feci lo stesso con l’altra.
Forse avevo stretto troppo; dopo neanche un minuto mi sentivo le tette scoppiare, tanto erano gonfie e rosse.
Due dei tre oggetti che erano nel cassetto li avevo usati; mancava il terzo. Ormai avevo fatto trenta, potevo anche fare trentuno. Presi lo specolo (più piccolo), lo lubrificai per bene, allargai le gambe e me lo infilai dentro allargandolo appena quel tanto necessario a non farlo cadere mentre mi avvicinavo al letto.
Camminavo come una scema: con una mano mi reggevo il vibratore nel culo e con l’altra sorreggevo lo specolo per evitare che scivolasse via.
Faticai parecchio per mettermi a letto: ogni volta che provavo a sedermi il vibratore mi faceva vedere le stelle, finché non capì che dovevo appoggiarmi di fianco.
Quando finalmente riuscì a stendermi, alzai la gamba in alto e cominciai a girare la rotella che allargava lo specolo. Uno dei becchi premeva dolorosamente sul vibratore facendomi vedere le stelle, ma anche stimolandomi non poco.
Facile intuire come finì: le dita lasciarono le rotellina e cominciarono a stuzzicare il clitoride ancora indolenzito per la spazzolata della mattina. Godei come una pazza: culo e fica riempiti ed allargati oltre misura, mentre le tette gonfie e paonazze, che strizzavo con l’altra mano, mi lanciavano stilettate di dolore paradisiaco. Smisi soltanto quando mi sentì veramente esausta.
Stentai parecchio a trovare una posizione accettabile nel letto: a seconda di come mi mettevo o le tette mi si schiacciavano, e vedevo le stelle, o il vibratore mi penetrava ancora di più nel culo dandomi l’impressione che mi stesse sfondando il retto.
Lo specolo lo avevo tolto poco dopo che avevo cominciato a masturbarmi: mi impediva di infilarmi bene le dita dentro.
Il giorno seguente, per ordine del padrone, mi fu servito solo un bicchiere d’acqua per colazione, prima di essere condotta al piano interrato.
Faceva freddo e soltanto qualche torcia, attaccata alle pareti, rischiarava appena gli ambienti che altrimenti sarebbero stati nel buio più completo.
Il mio padrone si fermò davanti ad una specie d’enorme cornice rettangolare dai cui angoli pendevano delle strisce di cuoio. Mi applicò i soliti bracciali e cavigliere, e, tramite gli anelli che c’erano attaccati, mi legò agli angoli di quella cornice. Mi immaginai di somigliare molto, in quella posizione, al famosissimo uomo di Leonardo.
- Oggi, ti eserciterai a rimanere immobilizzata a lungo nella posizione in cui ti bloccherà il tuo padrone e, nel frattempo, continueremo quegli esercizi che ti saranno utilissimi per sopportare al meglio alcune delle pratiche cui sarai certamente sottoposta. -
La cornice, in cui io facevo la parte del quadro, era in realtà una doppia cornice: la parte esterna era bloccata a pavimento e soffitto, quella interna, cui ero attaccata io, ruotava per mezzo di due perni infissi al centro dei lati più lunghi.
Mi accorsi di questa faccenda soltanto dopo dieci minuti di terribili sofferenze; il mio padrone, infatti, aveva nuovamente tirato fuori il maledetto spazzolino per le unghie con cui si divertì a sfregarmi a sangue i capezzoli come il giorno precedente.
Vista la posizione in cui stavo, pensai che almeno la spazzolata al clitoride mi sarebbe stata risparmiata: speranza vana.
Appena smisi di lamentarmi per il dolore alle tette, sentì uno scatto, dopo di che cominciai a girare su me stessa fino a ritrovarmi, prima stesa orizzontalmente con il culo proteso verso il basso, poi appesa per le caviglie, con il sangue che mi andava alla testa.
- Dovrai fare l’abitudine a restare appesa per i piedi per almeno un quarto d’ora. Adesso cominceremo con soli cinque minuti, poi aumenteremo, di volta in volta, finché arriverai allo standard normale richiesto da questa casa. È ovvio che se imparerai a resistere di più, sarà meglio per te. -
Non aggiunse altro, impugnò nuovamente lo spazzolino e riprese lo sfregamento, questa volta sulla vagina ancora indolenzita per l’abuso che ne avevo fatto la notte precedente.
Urlai per tutti e cinque i minuti: mi sembrava di impazzire per il dolore, eppure, maledetta la mia indole, appena smise mi sentì eccitata forse più del giorno precedente.
Ero sfinita, distrutta, e non era ancora passata neanche mezza mattinata.
Fui di nuovo fatta ruotare molto lentamente su me stessa (per evitare problemi di flusso al cervello, mi disse) e rimessa in posizione verticale.
Mi lasciò a lungo in quella posizione; ero stanca, sentivo le braccia anchilosate. Tentavo di alleviare il peso dalle legature ai polsi spingendo in alto con la punta dei piedi; ma duravo poco.
L’unica cosa che mi permise di resistere fu il pensiero che dovevo allenarmi; aumentare la mia resistenza; volevo imparare a sopportare di tutto.
Sentì di nuovo lo scatto ed in poco tempo mi ritrovai nuovamente a testa in basso.
Il padrone stava alle mie spalle, quindi non sapevo cosa stesse facendo finché non sentì una sua mano posarsi sul mio culetto ed allargarmi le natiche. La riconobbi mentre ancora mi stava entrando nel buchetto: era la cannula del clistere.
Me ne fece quattro, intercalando i clisteri con solenni battute sul culo e le cosce. La prima fu la rituale sculacciata a mano nuda; per la seconda usò una larga striscia di cuoio con la quale mi colpiva prevalentemente all’attaccatura delle cosce facendomi un male cane; come terzo intervallo, tra un allagamento e l’altro, usò un gatto a nove code con cui colpiva soprattutto di traverso, fra le gambe spalancate. Quando mi fece l’ultimo clistere ero intontita dal dolore e svuotata dagli innumerevoli orgasmi che avevo avuto.
Mi sembrava di essere sul punto di scoppiare; molto più del giorno precedente; eppure, in quella posizione, lo stimolo ad evacuare era molto meno pronunciato.
L’acqua mi pesava sullo stomaco come un macigno; stentavo anche a respirare.
- Lamentati quanto vuoi, - mi disse lui mentre mi svuotava dentro l’ultima peretta – ma ricordati che, probabilmente, è in questa posizione che riceverai i tuoi clisteri più grossi. A testa in basso la capienza del ventre aumenta; questo gli iscritti lo sanno bene e si eccitano ancora di più, per cui è tuo interesse abituarti. -
Appena sfilata la cannula del quarto clistere, l’ultimo, mi infilò qualcosa di molto grosso nel buchetto facendomi strillare per il nuovo dolore, dopo di che mi ruotò nuovamente in posizione verticale.
Abbassai la testa e mi vidi la pancia gonfia come se fossi gravida.
- Non tutti i padroni ti useranno la cortesia di sigillarti il culo con un grosso vibratore che ti impedirà di rilasciare il clistere che hai dentro. Parecchi ti rimetteranno in verticale senza otturartelo e ti ordineranno, se non vorrai ricevere ulteriori punizioni molto dure, di trattenere tutto il liquido finché non ti slegano e ti permettono di andare al cesso; quindi, cerca di non lamentarti troppo quando sentirai che ti sodomizzano con un dildo dopo il clistere: consideralo un aiuto che ti stanno dando. -
Non so quanto me lo fece tenere: per me furono ore. I crampi si susseguivano in modo atroce. Ad un certo punto mi sembrò di non resistere più e cominciai, tra un crampo e l’altro, a spingere con i muscoli della pancia cercando di cacare, letteralmente, quel maledetto coso che avevo piantato nel culo e mi impediva di svuotarmi.
- E’ inutile che ti sforzi: non ce la farai mai ad espellerlo. È fatto a forma di oliva e la base è talmente grossa che è già una mezza faticata farlo uscire tirandolo. Tu, spingendo come stai facendo non ce la farai mai; quindi smettila. – e concluse il discorso con un violento sculaccione che avvertì appena, confuso nel dolore generale.
Sia come sia, finalmente mi sganciò dalla cornice, mi tolse con uno strattone "l’oliva" dal culo, dopo di che, mi permise di accosciarmi sul secchio che fungeva da tazza del cesso.
Era molto umiliante farla in un secchio, davanti a lui, ma a me, in quel momento, sembrò la cosa più bella del mondo; non vedevo l’ora di sentire l’acqua scorrere violentemente mentre mi si svuotavano gli intestini.
Cap. 6°
Non mangiavo dalla sera precedente ed in più mi ero sorbita l’ormai solito, quotidiano, grosso clistere; quando arrivai in sala da pranzo avevo una fame da lupi e m’ingozzai, letteralmente, di tutto quello che la cameriera – proprietaria mi mise davanti.
In salotto, invece di chiacchierare con le altre ragazze, mi appartai stravaccandomi su una poltrona. L’idea era quella di farmi un pisolino prima che mi venisse a prendere il padrone per la lezione pomeridiana. Avevo dormito poco e male e gli occhi mi si stavano chiudendo per il sonno. Di solito dormo pancia sotto, quindi il dildo che mi ero piantata nel culo non sarebbe stato un grosso problema; le tette, invece, sì. Ogni volta che trovavo una posizione accettabile e riuscivo a prendere sonno, involontariamente mi giravo nella posizione preferita ed allora una stilettata di dolore violentissimo mi risvegliava di colpo. Quando proprio non ne potei più, sciolsi le cordicelle e: per un attimo credei che sarebbe stato meglio averle tenute a vita: il sangue, libero nuovamente di circolare, mi faceva bruciare le tette come se fosse fatto di lava incandescente. Me le massaggiai piuttosto rudemente finché non riuscì a ripristinare la normale circolazione dopo di che, finalmente culo in aria, mi addormentai felice e soddisfatta.
Una mano poggiata sulla spalla mi risvegliò delicatamente: era il padrone.
- Mi scusi, padrone, mi ero appisolata. – mi giustificai schizzando in piedi.
- Non hai niente di cui devi giustificarti: quello che trascorrete qui è il vostro tempo libero e potete farne quello che volete. Questo ambiente è una specie di terra di nessuno, in cui, salvo ordini particolari dati in precedenza, come per le proprietarie che fungono da cameriere, non ci sono né schiave né padroni. È proprio qui che, molto spesso, i soci che hanno desideri molto particolari, non previsti normalmente dalla casa, scelgono una proprietaria tra quelle ancora libere e prendono gli accordi su come realizzare quella fantasia. In realtà, tutte le altre aspiranti, dovrebbero fare come te: approfittare di questo tempo per riposarsi, anziché stare lì a chiacchierare a vuoto ed a fare salotto. Vuoi un caffè prima di riprendere l’addestramento? -
Mi sembrò impossibile che il padrone mi offrisse un caffè; sul principio temetti che mi stesse tirando qualche tranello, poi, però, vedendolo andare tranquillamente verso il carrello bar, mi accodai: ne avevo proprio bisogno.
Mentre salivamo le scale per raggiungere il secondo piano, mi chiesi quale scenario mi attendeva quel pomeriggio. Nella chiacchierata che ci eravamo fatta sorbendo il caffè, il padrone aveva parlato di tutto fuorché di quello che avremmo fatto dopo. Mi rodevo dalla curiosità varcando la porta che il padrone aveva aperto.
Prima ancora di vederne l’arredo, avevo capito, dall’odore, di che stanza si trattasse. L’odore forte e pungente di disinfettanti e medicinali, inconfondibile negli ambulatori dei dottori e negli ospedali. Quel pomeriggio il mio padrone sarebbe stato anche il mio ginecologo e chissà cos’altro.
Quello studio medico avrebbe fatto invidia a parecchi dottori di successo per com’era arredato e quanto era attrezzato. Ampia scrivania a destra dell’ingresso dietro la quale torreggiava un candido paravento. Sulla sinistra, invece, spiccavano un ampio lettino visita con le consuete cinghie di contenimento agli angoli, un’imponente poltrona ginecologica super attrezzata e la bilancia pesapersone con tanto di altimetro.
Sulla parete di fondo erano disposti tre armadi, con le ante a vetro, ricolmi di strumentario d’ogni tipo. Alcuni oggetti li riconobbi al volo: specoli; divaricatori; borse e sacche da clistere con relative enormi cannule (mi sarei meravigliata di non vederle: quello dei clisteri sembrava lo sport nazionale in quel club); alcuni forcipi che mi terrorizzarono al solo vederli (anche se erano più piccoli di quelli che mi aveva mostrato una volta il mio ginecologo) ed una moltitudine di altri attrezzi che non conoscevo ma di cui, ne ero certa, avrei ben presto fatto la spiacevole conoscenza.
- Prego signorina Livia, si accomodi. – disse il padrone indicando la poltroncina davanti alla scrivania. – questo è uno dei due scenari medici che abbiamo ricreato nel club. È il più attrezzato; l’altro studio medico, più dimesso, offre molte meno possibilità di questo ed e destinato alla gran parte dei soci paganti che vogliono divertirsi con il classico gioco del dottore e l’ammalata: punture con acqua distillata; clisteri; visite ginecologiche con l’uso di specoli medio – piccoli ed altre sciocchezzuole del genere. In questo studio, invece, sono ammessi soltanto quei soci molto esperti, che hanno dato dimostrazione di sapere bene cosa stanno facendo; quei soci paganti che, utilizzando la strumentazione molto particolare che hanno a disposizione, non rischiano di procurare danni alle proprietarie in nessun modo e soprattutto sanno perfettamente quando fermarsi. Tutto chiaro fin qui? -
Visto che era una domanda diretta, mi ritenei autorizzata a rispondere.
- Sì, padrone, mi sembra di sì. -
- Bene. Ti ho spiegato tutto questo affinché tu non abbia mai paura delle conseguenze di quello che ti potranno fare in questa sala. Non ci saranno conseguenze deleterie per te. Soffrirai, a volte anche parecchio, questo è vero, ma non dovrai mai sopportare conseguenze di nessun tipo se non un certo naturale indolenzimento. O.K.? -
Questa volta ritenei la domanda superflua e non risposi; mi limitai soltanto ad acconsentire con il capo.
- Ora, chiarito quest’aspetto, c’è un’altra cosa che devi sempre tenere presente: in questo scenario, la tua recitazione ed il tuo modo di proporti sono molto più importanti che non nell’aula scolastica. Qui, il novantanove percento delle volte, sarai una signora che chiede una visita al suo medico; di solito il ginecologo, ma potrebbe anche essere il proctologo, l’urologo, il senologo o uno specialista delle malattie addominali ed intestinali e dovrai interagire di conseguenza con stile e naturalezza. Secondo le situazioni ed il carattere del socio dovrai mostrarti naturalmente pudica e riservata o sfacciata ed intraprendente. Ti voglio confidare che non tutte le proprietarie prestano servizio in questa sala. Alcune di loro sono assolutamente negate per una recitazione anche soltanto accettabile; suonano false lontano un chilometro ed i soci, naturalmente, non sono soddisfatti. Avvertono la falsità della situazione e non riescono a sentirsi veri dottori. Oggi faremo due cose contemporaneamente: ti farò conoscere, direttamente sul tuo corpo, gli effetti di gran parte di questa strumentazione, così non sarai colta impreparata quando la useranno i soci, e, aspetto prevalente, verificherò definitivamente le tue doti d’attrice che, da quanto ho avuto modo di constatare fin’ora, mi sono sembrate molto promettenti. Ci farebbe proprio comodo un’altra proprietaria in grado di operare, a turno, in questa sala. Tutto chiaro? -
Annuì con la testa; non avevo voglia di rispondere. Ero eccitata ed affranta nello stesso tempo.
Se fossi andata bene e non avessi fatto qualche altro casino, potevo dire di avere quasi il posto in tasca: lo aveva detto proprio lui che avevano bisogno di una socia da far visitare spesso, ma d’altro canto, se avessi fallito, le mie probabilità di assunzione si sarebbero ridotte al lumicino.
- Allora, se sei pronta e non hai domande, possiamo cominciare. Vai dietro al paravento e vestiti con gli abiti che ci sono, poi esci dalla stanza e bussa per farti ricevere dal tuo medico. Un’ultima cosa, - aggiunse mentre mi stavo infilando, per la prima volta in due giorni, un paio di caste ed antiquate mutandine di maglia di cotone ed un altrettanto casto reggiseno che copriva abbondantemente il mio pur notevole seno – fai molta attenzione ai particolari: ti aiuteranno molto a svolgere esattamente la tua parte. -
Accidenti a lui, pensai mentre indossavo una larga e lunga gonna di lanetta ed un maglioncino di cachemire, in tinta, molto ampio e con il collo alto, non poteva essere più chiaro? A quali particolari dovevo stare attenta?
Dopo quasi due giorni di completa nudità, mi sentivo in un forno con quegli indumenti addosso. Non potevano scegliere una minigonna ed una bella camicetta scollata invece di quell’abbigliamento da monaca in borghese? Accidenti, pensai, vuoi vedere che forse è proprio questo il particolare, o uno dei particolari cui devo stare attenta? L’unica spiegazione, per quell’abbigliamento da vecchia zitella, era proprio quella che io dovessi interpretare una pudica e casta signora che si va a fare una visita molto imbarazzante.
T’ho fregato, esultai dentro me stessa mentre, con un sorriso raggiante in volto, uscivo dalla stanza.
Bussai timidamente un paio di volte ed aspettai che il dottore m’invitasse ad entrare prima di girare la maniglia.
Era seduto dietro la scrivania con indosso un immacolato camice bianco dal cui taschino facevano capolino gli auricolari dello stetoscopio.
Mi guardai intorno per cercare di capire se erano stati predisposti altri particolari chiarificatori della scena che ci apprestavamo ad interpretare: lo notai quasi subito, almeno uno: sulla scrivania faceva bella mostra di se una targa, che prima non c’era, con la scritta " Prof. Mario Rossi – Urologo".
Bene, mi occorreva una visita urologia. Adesso, pensai in modo molto battagliero, vediamo come reciti tu e come te la cavi nella parte dell’urologo.
Non so perché, ma avevo preso quella lezione come una specie di competizione tra lui e me.
In effetti, una spiegazione a quel mio senso di sfida c’era, e, nella mia mente, era anche giustificata: fin da bambina mi era sempre piaciuto recitare; avevo fatto parte di molte filodrammatiche della parrocchia e, all’università, ero stata spesso l’applaudita protagonista dei lavori messi in scena dalla compagnia teatrale degli studenti.
- Buon giorno, professore, - lo salutai con un minimo di timidezza, - come và? È un pezzo che non ci vediamo. –
- Buon giorno signora, si accomodi. – mi rispose facendo cenno di accomodarmi sulla poltroncina di fronte alla scrivania - Va abbastanza bene; e lei? Non mi dica che si è fatto di nuovo vivo il problemino dell’anno scorso. -
Maledetto, vuoi fregarmi eh? Il continuare a parlare tra me e me, come una scema, mi dava la carica. Di che cazzo di problemino parli? Comunque, vista la tua specializzazione si tratterà sempre di un problema idraulico.
- No, assolutamente. – risposi non fidandomi di continuare a parlare di un malanno di cui non sapevo niente - Adesso faccio p… mi scusi, - mi corressi mostrando parecchio imbarazzo – adesso vado in bagno regolarmente; no, - aggiunsi prima che mi chiedesse qualcosa di più specifico che avrebbe potuto mettermi alle corde – il problema attuale è che da qualche giorno, quando faccio … quando vado in bagno, sento un forte bruciore. -
- Ah, - disse sorridendo sotto i baffi – e dove lo sente questo bruciore? -
Mi aspettavo una simile domanda così risposi con il maggior imbarazzo possibile; proprio come una casta puritana.
- Lo sento … proprio lì. – dissi indicando con gli occhi il mio inguine.
- Capisco. E lo sente all’interno, nella vescica o all’esterno sulla … chiaro? – concluse gesticolando con le mani quasi a mimare quella parola che avrebbe fatto inorridire la vergognosa signora.
Ah, piace anche a te tirare a fregare. Dalla tua faccia, direi che sei molto soddisfatto per come sto portando avanti la recita.
- Ad essere sincera, non glielo saprei dire. A volte mi sento bruciare più in alto, proprio nell’…inguine (faticai parecchio per pronunciare quella parola intima), altre volte, ma più spesso, più sull’ esterno, proprio mentre la f …. Ecco sì. -
Mi guardò meditabondo.
- E sono già diversi giorni che ha questo inconveniente, vero? -
- Sì, circa un paio di settimane. -
- Ma benedetta signora, - disse lui raccogliendo l’imbeccata che gli avevo lanciato, - perché non è venuta subito? Forse con una curetta al volo avremmo potuto risolvere il problema, ora invece la cosa si è fatta seria; sicuramente dovremo fare una visita accurata ed approfondita. -
Ecco qui, eravamo arrivati al punto; fino a quel momento ero certa di essermela cavata molto bene: chiunque al suo posto si sarebbe sentito un vero dottore.
- Oh no, la visita no. Non potrei mai. – Strinsi le gambe ed incrociai le mani sull’inguine proprio come se volessi proteggere da qualsiasi pericolo quella mia parte. - Non può prescrivermi soltanto qualche pillola come l’altra volta? – mi mostrai veramente terrorizzata all’idea della visita e lui, per tutta risposta mi sorrise mettendo in mostra tutta la sua splendida dentatura.
- No, signora, proprio non posso. L’altra volta era un caso completamente diverso, i sintomi indicavano inequivocabilmente un principio di semplice ritenzione urinaria: non poteva essere altro. Ora è tutta un’altra cosa; quel bruciore che prova quando fa pipì, a volte all’interno ed a volte all’esterno del suo apparato urinario, mi preoccupa; è quasi certamente il sintomo più evidente di una bella infezione alle vie urinarie, ma è necessario scoprire a cosa è dovuta questa infezione. Per di più, lei l’ha trascurata, visto che sono almeno due settimane che ne accusa i sintomi. Su, vada dietro il paravento e si spogli. -
Continuai a fare la pudica ritrosa.
- Come si spogli? Non può palparmi da sopra la gonna? -
- Sì, potrei, ma solo se si trattasse di un’appendicite infiammata, e neanche tanto. Non potrò darle alcuna cura senza una visita approfondita, e l’avverto, se non si cura per tempo, rischia guai molto seri. Su, non mi faccia inquietare, vada dietro al paravento e si spogli. -
- Devo togliere anche la gonna? – gli chiesi tanto per verificare la sua pazienza.
Credetti di aver superato il limite quando lo vidi chinarsi verso di me sbuffando.
- Deve togliersi tutto tranne il reggipetto, se lo indossa. Anzi, tolga anche quello, così non ne dovremo discutere in seguito e si accomodi sul lettino da visita … per ora. – aggiunse perfidamente.
- Per favore, si volti. – dissi da dietro il paravento non appena mi fui tolta tutto quello che avevo indossato qualche minuto prima.
Mi piaceva interpretare quel personaggio tanto diverso dalla mia indole, inoltre, provavo un gusto tremendo a stuzzicare in quel modo la sua pazienza.
- Va bene, mi volto, ma si sbrighi a stendersi sul lettino; tanto, per visitarla dovrò comunque guardarla. Non pretenderà mica che lo faccia ad occhi chiusi. -
- Oddio, mi vergogno tanto. - dissi mentre mi stendevo sul lettino con gli occhi serrati coprendomi le tette con un braccio e l’inguine con l’altra mano – Neanche mio marito mi ha mai vista in questo stato scandaloso. Sono imbarazzata da morire. -
- Lei non ha niente di cui deve provare imbarazzo, anzi, direi che è proprio una bellissima donna e che deve andare fiera di come madre natura l’ha dotata. -
- Dice davvero, professore, - gli risposi mostrando finalmente un po’ di civetteria – ma se ho queste cose così grosse davanti, così volgari. -
- Io direi che lei ha un seno bellissimo, altro che volgare. Ha due tette meravigliosamente grosse e sode; se lo lasci dire da uno che di donne nude ne vede a diecine al giorno. Ce ne fossero come lei. Ora su, tolga quella mano e si lasci visitare. Comincerò auscultandole cuore e polmoni; poi, con calma, passeremo al resto. -
Fu così che cominciò la mia prima visita. Mi auscultò il cuore ed i polmoni con lo stetoscopio, poi mi palpò l’addome in tutti i modi. Mi allargò le cosce e dette una buona guardata alla mia fichetta già inondata dai miei umori. Mi vece voltare, mi bussò sulla schiena, mi palpò a lungo le natiche e, chiedendomi se avessi mai sofferto di emorroidi, mi piantò un paio di dita nel culo.
Com’era giusto che facessi, visto che impersonavo una puritana incorreggibile, protestai a lungo mentre lui mi scavava nell’ano con le sue due o forse tre dita, finché non s’inventò una giustificazione che giudicai oltremodo fantasiosa.
- Le avevo pur detto, signora, che la visita doveva essere completa. A volte le emorroidi interne non si avvertono subito, ma producono delle infezioni nella circolazione che si ripercuotono e si annidano nelle vie urinarie. Ecco perché sto verificando così a fondo che lei non ne soffra, ma visto che protesta tanto, - aggiunse sicuramente ispirato da una nuova maligna idea – sospenderò per ora il controllo. Lo riprenderemo dopo, se necessario, ed in maniera più comoda. Va bene? – concluse sfilando le dita dal mio culo.
- Sì, va bene, - dissi sforzandomi di mostrarmi sollevata, quando invece lo avrei maledetto per aver smesso di masturbarmi il culo – dopo, ma solo se proprio necessario. D’accordo?-
Mi allargò le cosce infilandoci una mano in mezzo. Era ovvio, vista la situazione e le varie piacevolissime manipolazioni cui mi aveva sottoposta, che trovasse la mia vagina abbondantemente bagnata e lubrificata (come non avrebbe potuto essere?) e questo gli permise di decretare che quasi certamente soffrivo di perdite precoci, il che poteva essere o un primo indizio sul mio problema oppure una conseguenza.
Lo ammirai per la sia capacità di improvvisare mantenendosi aperta qualsiasi porta per il proseguimento della visita.
Finalmente ebbi il permesso di rialzarmi.
- Ha terminato? – chiesi riportando immediatamente il braccio sulle tette e la mano all’inguine. Non volevo dargliela ancora vinta. – Cos’ho? -
- Ancora non lo sappiamo, bella signora. La visita è appena cominciata, altro che finita. La prego, faccia la brava e si accomodi sulla poltrona; appoggi le gambe sulle staffe. -
Feci come mi aveva ordinato. Anche se avevo notato che gli piaceva il mio modo di rendergli le cose non facili, non volli ancora tirare troppo la corda.
La prima cosa che fece fu di allargare a dismisura le staffe, rendendomi molto simile ad una ballerina che fa la spaccata frontale, dopo di che inclinò la poltrona all’indietro, in modo da avere la mia passera (e, sicuramente, anche il mio ano) comodamente a portata di mano e … di chissà cos’altro.
- Oddio, professore, mi vergogno tanto a stare così scosciata davanti a lei; in questo modo sconcio. -
- Lei non deve vergognarsi, signora, - mi rincuorò infilandomi due dita nella vagina – questa è una situazione normale per un urologo. Posso immaginare quanto sia difficile ed imbarazzante per lei; ma deve fare la brava. Adesso debbo fare un’indagine molto particolare, quindi, se non vuole che le faccia male, non si muova. Stia ferma ed immobile, altrimenti potrei anche arrabbiarmi. -
Ah, è la seconda volta che mi chiedi di non farti arrabbiare; allora è questo quello che vuoi; vuoi che faccia i capricci per darti la scusa di uscire dai gangheri. Va bene: dammi un’occasione e vediamo come te la caverai.
Lo osservai mentre, con molta professionalità, indossava un paio di finissimi guanti ostetrici dopo averli prelevati, insieme ad un piccolo vassoio coperto da un panno, dall’armadio che avevamo più vicino. Si chinò tra le mie cosce e lo persi di vista: non avevo più modo di vedere cosa stesse per farmi.
Mi sentì lubrificare la vagina con una sostanza vischiosa, sicuramente vaselina o un prodotto similare, dopo di che avvertì il classico freddo dello specolo. Accidenti se era grosso: mi tolse il fiato mentre entrava. Forse era quello il momento di fare le bizze. Appena avvertì che lo stava allargando, cominciai ad urlare ed a dimenarmi come un’ossessa.
A questo punto successe un fatto che lì per lì, mi lasciò di stucco facendomi precipitare nell’angoscia più nera.
- Bene, basta così. Non mi occorre sapere altro. – Disse lapidario il padrone rialzandosi.
Non riuscivo a capire cosa avessi fatto di male; mi ero impegnata al mio massimo, mi ero fatta fare tutto quello che aveva voluto. Era stato lui a dire per due volte di non farlo arrabbiare, e questo significava che "dovevo" farlo arrabbiare. Possibile che non avessi capito niente?
Quasi con le lacrime agli occhi, lo vidi depositare il grosso specolo sul vassoio; dopo di che, senza degnarmi di uno sguardo, si sedette nuovamente alla scrivania, aprì un cassetto e ne tirò fuori l’ormai inconfondibile fascicolo.
Cominciò subito a scrivere quella che era sicuramente la mia condanna al ritorno alle pulizie.
Il morale mi era arrivato di colpo sotto le scarpe: licenziata prima ancora di essere assunta. Avevo voluto fare la brava, la prima della classe; avevo voluto strafare ed ora eccomi qui, nuovamente a culo per terra.
Rischiando di rompermi l’osso del collo, vista la posizione in cui mi aveva lasciata, riuscì ad alzarmi. Ormai era inutile che rimanessi in quella scomoda e dolorosa posizione; non sarebbe servito a niente continuare a mostrargli la mia fichetta spalancata e disponibile a tutto.
Mi fermai in piedi, accanto alla poltrona, senza avere il coraggio di dire una parola.
Il padrone, o meglio, il mio ex padrone, intanto, aveva richiuso il fascicolo e lo stava nuovamente riponendo nel cassetto della scrivania.
- Beh, perché ti sei alzata? -
La domanda mi riscosse dalle mie elucubrazioni più nere.
Lo guardai imbambolata senza riuscire a sbiascicare neanche una parola.
- Mi hai forse sentito ordinarti di alzarti? -
- No …, ma … - riuscì a mormorare nonostante il groppo che avevo in gola – stavo solo preparandomi … ad andare via. -
- Cosa? Vuoi andare via? – mi chiese lui guardandomi allibito.
- Io … io no, - risposi tentando di frenare le lacrime che mi inondavano gli occhi – ma … da come si è conclusa la visita, …ho capito che per me non c’era più niente da fare. -
- Ma che cazzo stai dicendo? – era la prima volta, in due giorni, che lo sentivo usare un linguaggio volgare – Come ti è venuta in mente una stronzata del genere? -
Non sapevo più cosa pensare; ero frastornata da quanto stava accadendo.
- Ma, … da come si è interrotto … - balbettai – e poi si è messo a scrivere … ho capito che avevo combinato un gran casino…, e per la seconda volta; e allora … -
- Tu non hai sbagliato niente: sei stata perfetta. – urlò pieno di entusiasmo – Non solo hai capito al volo che dovevi darmi l’occasione per arrabbiarmi, ma lo hai anche fatto con una magnifica scelta di tempo. Sei un’attrice nata. Altro che sbagliato tutto. -
Dovetti appoggiarmi al bracciolo della poltrona per non cadere: le ginocchia mi tremavano come se fossi stata nuda in una cella frigorifera.
- Nessun’altra proprietaria è mai riuscita a farmi sentire un medico come hai fatto tu. Ti giuro che mi è dispiaciuto parecchio chiudere questa parte dell’addestramento; ma sono stato costretto. Ho capito che era perfettamente inutile andare avanti; non avresti avuto altro da imparare. In un’altra occasione mi sarei goduto alla grande quella magnifica schermaglia; ma non siamo qui per il mio diletto. Siamo qui perché abbiamo un lavoro ben preciso da fare e continuare sarebbe stata una pura perdita di tempo. Nel momento in cui ho capito che eri perfetta per questo ruolo, ho voluto prendere tutti gli appunti prima che mi dimenticassi anche una sola virgola. -
- Ma allora … non mi manda via. -
- Ma certo che non ti mando via, anzi. Scriverò un rapporto che farà schiattare d’invidia più di qualche socia proprietaria. Forza, rimettiti sulla poltrona e proseguiamo, ma da ora in poi senza fare più la recita del dottore e l’ammalata. -
- Ma … allora, proseguiamo a fare cosa? – riuscì appena a chiedergli, tanto ero scombussolata da tutto quello che era accaduto.
- Si vede che sei ancora frastornata dalla paura che ti sei presa. Hai dimenticato che oggi pomeriggio dovevamo fare due cose? Verificare la tua abilità d’attrice, e l’abbiamo fatto alla grande, e, seconda, prepararti agli effetti di gran parte di questa strumentazione in modo da non farti cogliere di sorpresa quando la useranno gli iscritti. Te lo ricordi adesso? -
- Sì … padrone – aggiunsi ricordandomi anche del mio stato di schiava – adesso me lo ricordo, e … grazie per quello che scriverà. -
- Non c’è di che. Sarà soltanto la pura verità. Ora, però, basta con gli equivoci ed i convenevoli. Ho ancora un sacco di cose da farti e da mostrarti. – mentre parlava, mi fece di nuovo sedere sulla poltrona a gambe dolorosamente spalancate. - Dunque, visto che non abbiamo più le pastoie della recita, adesso potremo procedere molto più rapidamente procedendo in questo modo: io ti mostrerò gli attrezzi maggiormente usati dai nostri "dottori" e te ne farò sperimentare gli effetti. Alcuni sono soltanto fastidiosi, altri, li troverai molto dolorosi, ma tu ricorda, che in nessun caso dovrai temere per la tua integrità fisica; d’accordo?
Annuì di nuovo.
Ero talmente felice per lo scampato pericolo, che sarei stata contenta anche di essere frustata per mezz’ora di seguito mentre mi faceva trattenere un clistere da sei litri; figuriamoci il solo sperimentare l’effetto di qualche specolo.
- Allora, cominciamo con qualcosa che certamente conosci: lo specolo. Lo hai usato anche stanotte. - Sul principio rimasi allibita, poi mi ricordai che tutte le camere erano munite di sistema visivo di vigilanza; evidentemente anche le camere da letto di noi aspiranti. - Qui ne usiamo soltanto di molto grandi, come questo, – aggiunse infilandomi di nuovo lo specolo già usato – e di solito, allargato al massimo. -
Mi concessi soltanto di digrignare i denti sentendomi spalancare la fica come la bocca di un forno.
- Così aperta, l’interno della tua vagina è completamente disponibile a qualsiasi intrusione; delle dita (e lo fece), o di qualche altro oggetto tipo, ad esempio, questa sonda, – proseguì con un tono pacatamente discorsivo, mostrandomi un lungo e sottile bastoncino d’acciaio – con questa, posso limitarmi a stuzzicarti il collo dell’utero – e sentii, dentro di me, un rimestamento sconvolgente, - oppure posso farti molto male infilandola nel canale uterino. – Si accosciò tra le mie gambe facendomi sentire il suo respiro entrare nella mia vagina allargata a dismisura.
Una stilettata di dolore mai provato mi investì al basso ventre facendomi sussultare.
- Stai ferma – mi ordinò. - Se ti muovi rischi di farti veramente male. Forse, per oggi, sarà meglio che ti leghi. -
Respiravo a fatica, cercando di assuefarmi al dolore mentre mi legava le cosce e le caviglie alle staffe.
- So che stai soffrendo parecchio, ma almeno ora sai cosa aspettarti. -
Delicatamente tolse la sonda e sfilò lo specolo dopo averlo richiuso. Provai un notevole senso di gratitudine per la gentilezza con cui aveva compiuto l’operazione.
- Un altro canale che qualche volta verrà usato è quello ureterale; quello della pipì, tanto per intenderci. Vi si introduce normalmente quest’altro tipo di sondino cavo, di gomma molto morbida. – me lo mostrò mentre parlava – Ora non muoverti: sentirai un lieve bruciore, - (accidenti a lui, altro che lieve: bruciava da morire.) - Appena raggiunta la vescica urinaria, produce un effetto molto simpatico, stai attenta. -
Una lieve ultima spinta ed il sondino arrivò dove voleva lui. Un istante dopo, con mio sommo imbarazzo, mi accorsi che, senza che io lo volessi, mi stavo pisciando sotto.
Alzai gli occhi e vidi che mi stava sorridendo.
- Stai tranquilla: era tutto previsto. Ora che ti sei svuotata, posso riempirti nuovamente la vescica a mio piacere. È un po’ come farti un clistere dalla parte anteriore, anziché da quella posteriore. Di solito si utilizza una soluzione sterile lievemente salina, come questa, o una soluzione più o meno urticante: dipende dagli effetti che si vogliono ottenere. -
E come ti sbagli, pensai; qui, l’arte del clistere ha raggiunto vette eccelse. Hanno trovato il modo di farceli anche nella fica.
Infilò il beccuccio di una grossa siringa nel foro del sondino e spinse lentamente lo stantuffo. In breve mi sentì piena al punto che la vescica sembrava stesse per scoppiarmi da un momento all’altro. Mai mi era capitato di provare tanto doloroso desiderio di fare la pipì come quella volta; e senza neanche potermela fare addosso: il sondino me lo impediva..
Dopo quasi un secolo di dolori lancinanti al basso ventre, tolse la siringa dalla cannula e mi permise, finalmente, di svuotarmi.
È stano come, noi porche masochiste, in certe occasioni consideriamo la fine di una tortura (perché questo, in effetti, erano quelle pratiche). L’accogliamo come un premio e siamo felici di quello che ci è capitato e grate al torturatore per aver fatto terminare il dolore. In quel momento, gli avrei baciato la punta dei piedi per l’umiliante premio che mi aveva concesso: poter pisciare davanti a lui e godere, letteralmente, della sensazione di benessere che provavo man mano che la vescica mi si svuotava.
Mi mostrò e, ovviamente, mi fece sperimentare l’effetto di parecchi altri attrezzi, più o meno fastidiosi, più o meno dolorosi. L’effetto dell’ultimo, che mi mostrò, fu addirittura devastante. Mi applicò uno specolo ancora più grande di quello usato in precedenza, poi m’introdusse una specie di pinza che in punta terminava con due piccoli semicerchi con i quali circondò, strinse e tirò il collo dell’utero.
Ancora oggi tremo al ricordo del dolore lancinante che provai in quell’occasione. Mi hanno fatto di tutto, in quel club, negli anni a seguire, ma il dolore che provai quella volta fu veramente il massimo. Credo che tutti, nella villa, abbiano sentito le mie urla; anche quelli che stavano rinchiusi nelle segrete del sotterraneo. Durò pochi istanti, ma furono istanti che vorrei ancora riuscire a dimenticare.
Mi lasciò riposare a lungo dopo quell’ultimo strazio. Evidentemente anche il padrone si era accorto che ero veramente allo stremo.
Stranamente, durante tutte quelle dimostrazioni, al contrario di quello che mi era sempre successo in precedenza, non mi eccitai moltissimo. Ripensandoci, in seguito, capì che era stata la rapidità con cui cambiava attrezzo ed il fatto che stessimo ambedue operando in modo impersonale, quasi come se stessimo facendo una dimostrazione scientifica, che non mi consentì di godere appieno di tutte quelle manipolazioni.
- Mi dispiace veramente di essere stato costretto a farti patire tutto quello che hai patito, ma, per il tuo bene, è necessario che tu sappia esattamente a cosa vai incontro accettando questo lavoro. Inoltre, quando tra poco avremo terminato anche l’altro argomento, ti potrai rendere conto, con cognizione di causa, che non ti sarà mai fatto niente di peggio di quello che hai sopportato oggi e che, quindi, potrai affrontare qualsiasi cliente conscia di essere più forte e resistente della sua sete di godere del dolore altrui. Ecco il vero, ultimo scopo di tutto l’addestramento. -
Impiegai del tempo per capire a fondo quello che mi aveva detto, ma poi dovetti convenire che aveva ragione. Se è vero, come era vero, che io volevo quel lavoro a tutti i costi, dovevo innanzi tutto sapere cosa mi aspettava; quindi verificare seriamente se volevo svolgerlo ed in ultimo se ero all’altezza di svolgerlo. Inoltre, non dovevo dimenticare né il guadagno che ne avrei ricavato e né la possibilità di poter, finalmente, soddisfare la mia vera natura masochista e perversa.
Avevo goduto quasi ad ogni supplizio cui mi aveva sottoposta; la mia femminilità era stata violata nei modi più dolorosi ed umilianti possibile, eppure io mi stavo nuovamente eccitando al solo pensiero di quello che gli altri mi avrebbero potuto fare appena avessi preso servizio: sono proprio una gran porca.
In questo mio navigare con il pensiero in quei minuti di pausa, mi tornarono alla mente le sue parole: "quando avremo terminato anche l’altro argomento" … . Timidamente, e con il dovuto rispetto, gli chiesi cosa intendesse.
- Abbiamo cominciato questa parte dell’addestramento ipotizzando lo scenario della visita di un urologo; ma qui non troverai soltanto urologi o ginecologi, che più o meno visitano la stessa parte del corpo; qui troverai anche soci cui piace interpretare la parte di specialista nelle malattie rettali o anche di internisti specializzati nelle malattie intestinali. È ovvio quindi, che anche un’altra parte del tuo corpo sarà sottoposta a frequenti visite; ed è proprio quello l’altro argomento che ora dovremo trattare. Credo che il tuo grandioso culetto, tra poco, sarà messo a dura prova. Forza, cominciamo. Scendi da quella poltrona. -
Dall’istante in cui avevo capito che sarebbe stato il mio culetto l’oggetto della prossima esercitazione, avevo anche previsto cosa mi avrebbe fatto prima d’ogni altra delizia: lo sport nazionale del club stava per tornare prepotentemente alla ribalta.
Si sedette sullo sgabello che stava nascosto sotto il lettino, mi fece stendere sulle sue ginocchia e m’infilò due grosse supposte che, con sua (e mia) evidente soddisfazione, spinse ben a fondo con il dito che mi aveva inserito nell’ano.
Mi tenne così, sulle sue ginocchia, carezzandomi le natiche, per almeno un paio di minuti. Mi spiegò che erano supposte di glicerina e che erano ottime per amplificare l’effetto del piccolo, (bontà sua), clistere che mi avrebbe somministrato appena avessero cominciato a fare effetto.
Poco dopo, infatti, cominciai a sentire i primi stimoli ad evacuare.
Mi sorbì l’intero contenuto della solita peretta da un litro (una sola, visto che il clistere doveva essere piccolo), ma lo dovetti tenere finché non temetti di svenire per il dolore dei fortissimi crampi e per lo sforzo immane di non fargliela addosso.
- Appena ti sarai liberata, il tuo intestino sarà vuoto e pulito come non mai. Prima di ogni "visita" da questa parte, anche se sei andata di corpo pochi minuti prima, sarà bene che tu richieda, se non lo faranno i medici spontaneamente, di essere sottoposta a questo trattamento preventivo: evita moltissimi problemi … anche piuttosto imbarazzanti.
Quando tornai dal bagno, svuotata come un fischietto, notai, piazzato al centro del lettino visita, un grosso cuscino a rotolo, tipo quelli che usano i giapponesi per dormire, ma molto più grosso. Come avevo immaginato, mi ci fece stendere sopra a bocca sotto.
Mi legò i polsi e le caviglie agli angoli del letto; in quella posizione avevo il culo proteso in alto e, quel che è peggio, aveva talmente tirato le legature che non potevo più fare il minimo movimento.
Girando leggermente la testa, lo vidi aprire il secondo armadio, quello in cui avevo notato i piccoli forcipi e mi si gelò il sangue. Mancavano ancora diverse ore alla sosta per la cena; il mio povero buchetto posteriore aveva tutto il tempo di vedersela veramente brutta.
Chiusi gli occhi e girai la testa dall’altra parte: preferivo non vedere quello che stava depositando sul solito vassoio.
- E’ in questo studio che normalmente ti somministreranno i clisteri più grossi; - mi chiesi se c’era uno scenario in cui non mi avrebbero praticato i clisteri più grossi; fino ad allora (ma forse si era trattato di una dimenticanza) mi ero salvata soltanto nell’aula scolastica. – e saranno utilizzate varie soluzioni, alcoliche che ti ridurranno ubriaca fradicia in pochi minuti, o rilassanti alla camomilla o ancora acqua con un cucchiaio di bicarbonato, che ti renderanno impossibile lo stare ferma mentre lo trattieni. Ci sono un’infinità di modi di preparare un clistere con effetti più o meno devastanti: col sapone liquido neutro si ottiene una buona pulizia intestinale ma leggermente irritante; ancora più irritante è quello con lo shampoo, ma il top degli irritanti e lassativi è quello con la glicerina liquida. Non dà crampi forti, come invece li dà il sapone, ma è praticamente impossibile da trattenere. Un clistere che procura un tremendo bruciore all’ano è quello all’aceto. Se si vogliono provocare crampi fortissimi si utilizzeranno soluzioni con spremute d’arancia o, peggio ancora, di limone. Insomma, come vedi – proseguì continuando ad accarezzarmi le natiche mentre fremevo nell’attesa di sentirmi infilare nel culo la famosa cannula per un clistere di puro dolore, - in questo campo la fantasia regna sovrana. Ma non è per questo che ti ho preparata in questo modo. Di clisteri ne hai ricevuti già parecchi e non è il caso di farne altri; almeno per oggi. Il tuo bel culetto ora farà la conoscenza con alcune vere attrezzature mediche, come, per esempio, questo proctoscopio. – Mi piazzò davanti agli occhi una specie di lungo tubo nero. Una delle due estremità, leggermente ad angolo rispetto al resto del tubo, terminava con una piccola lente mentre all’altra era applicato un oculare con a fianco alcune piccole manopole. - È uno strumento utilizzato dai medici internisti per verificare prevalentemente lo stato dell’intestino dall’interno. -
Capì subito che quel lungo budello nero mi sarebbe stato infilato tutto nel culo, ma non avrei mai potuto immaginare l’effetto devastante che mi avrebbe provocato.
Senza dire più altro, mi unse tutta la zona intorno all’ano con una sostanza viscosa, poi incominciò ad infilare il tubo spingendo finché non urtò contro il fondo dell’ampolla rettale facendomi vedere le stelle.
- Il bello di questo strumento, - disse ricominciando le spiegazioni, - è che ci dà la possibilità di vedere distintamente il tuo interno in modo da poter seguire e percorrere tutte le anse intestinali In pratica, vediamo dove stiamo andando. Tu non te ne accorgi, ma ora l’interno dei tuoi intestini è illuminato a giorno da un potente fascio di luce fredda, ed io, tramite le fibre ottiche, vedo, nell’oculare, tranquillamente tutto. Ecco perché è stato necessario ripulirti a fondo l’intestino. Con queste piccole manopole si smuove ed indirizza la sonda in modo che ti possa scorrere all’interno per tutta la sua lunghezza. -
Fui colta di sorpresa dal movimento che sentì nei miei intestini. La punta dell’attrezzo cominciò a contorcersi dentro di me, come un serpente, finché non trovò, evidentemente, l’apertura di collegamento tra ampolla rettale ed intestino grasso; dopo di che lo sentì strisciare risalendo verso il mio stomaco. Sentivo esattamente dove stava e mi sembrava impossibile che un tubo, infilato nell’ano potesse viaggiare tanto a lungo dentro di me. Mi sentivo stranamente piena dalla parte sinistra, sopra la milza, poi, un nuovo sconvolgimento: la punta, dopo qualche nuova contorsione, cominciò a navigare di traverso nella mia pancia, proprio sotto lo stomaco. A parte il notevole bruciore al buco posteriore, non posso dire che quella intrusione fosse dolorosa, ma sconvolgente ed inusuale, sì.
- Ora tutto il tubo è nei tuoi intestini; la lente è giunta oltre la metà dell’intestino traverso. Negli ospedali ci sono sonde molto più lunghe di questa ed in punta sono attrezzate con minuscole pinze taglienti per prelevare piccoli campioni biologici o anche per portare il medicamento direttamente in sito. Evidentemente noi non abbiamo messo a disposizione dei soci queste possibilità, sarebbe stato troppo pericoloso, ma abbiamo fornito la nostra sonda di uno scherzetto che i nostri "medici" sembrano gradire molto; voi un po’ meno. -
Dopo qualche istante sentì che l’intestino mi si stava gonfiando come un palloncino provocandomi dei dolori lancinanti.
- Sì, - disse il padrone dopo il mio urlo disperato. – anche l’immissione della poca aria consentita provoca dolori neanche lontanamente paragonabili a quelli del più grosso clistere. Per vostra fortuna, recentemente abbiamo deciso di inserire una valvola a tempo che, dopo massimo un minuto, vi consente automaticamente di espellere l’aria immessa. I primi tempi, l’evacuazione dell’aria dipendeva esclusivamente dai padroni, ma poi ci siamo resi conto che questi spesso esageravano con i tempi di ritenzione; non è possibile sopportare questi dolori per più di tanto; per cui abbiamo provveduto. -
Me la vece tenere per "soli" quarantacinque secondi, ma io, già da molto prima, ero stata tentata di lanciare i famosi tre urli consecutivi.
Per buoni cinque minuti rimasi sdraiata sul lettino, culo in aria, sudando come una fontana e tremando a scatti ogni volta che venivo assalita da un crampo. Fu un’esperienza terribile che per fortuna ho dovuto ripetere ben poche volte.
- Sei una ragazza intelligente, ed hai capito che, a parte qualche iniezione di acqua distillata o di vitamine, il tuo buchetto posteriore sarà l’assoluto protagonista di queste visite. Questa è stata una giornata lunga ed estenuante, immagino che ti sentirai distrutta, quindi cerchiamo di abbreviare i tempi. Ho notato che stanotte ti sei allenata a tenere l’ano dilatato, brava, questo ci consente di soprassedere alle esperienze con le varie attrezzature più o meno estemporanee che ti potranno essere infilate nel culo; sono praticamente tutte uguali, si diversificano soltanto per forma e grandezza, ma la sostanza è la stessa; te ne farò sperimentare una soltanto, dagli effetti nettamente diversi e che quindi devi assolutamente conoscere. –
Involontariamente serrai le natiche paventando la grandezza del palo che, entro pochi istanti, mi sarei ritrovata piantato nel culo.
–Prima di questo, però, devo punirti per quello che hai appena fatto: non devi mai, in nessuna circostanza e per nessun motivo serrare le natiche. Tutto il tuo corpo deve sempre essere ad immediata disposizione del padrone; quindi, mai portare le mani a coprire i seni o il pube; mai serrare le cosce o peggio ancora, accavallare le gambe, neanche quando stai seduta; mai stringere le natiche. Chiaro? Questi atteggiamenti possono essere interpretati come un implicito rifiuto ad essere completamente disponibile, quindi vanno assolutamente evitati. C’è una sola eccezione a questa regola: il momento in cui ti ordinano di trattenere un clistere. Solo e soltanto allora ti è concesso di stringere il culo … no, mi correggo, c’è un’altra circostanza in cui queste regole possono o addirittura debbono essere eluse: quando reciti una parte, come poco fa, quando impersonavi una casta signora. Ricordi? Hai fatto tutto quello che è vietato: ti sei coperta seno e pube; hai stretto le cosce; hai reclamato quando ti ho infilato un dito nel culo. In quel momento, però, non solo eri giustificata, ma dovevi fare esattamente quello che hai fatto. –
Volevo obiettare che la mia era stata soltanto una reazione istintiva e non un rifiuto ad essere disponibile, oltre tutto, nessuno mi aveva mai parlato di quelle regole. Poi però, pensai che era meglio tacere. Una punizione, graditissima, me l’ero già beccata: meglio non stuzzicare la sorte.
Mentre completava la sua ramanzina, lo sentì armeggiare dietro di me; dai rumori riuscì a capire soltanto che stava preparando qualcosa sul vassoio.
- Sei una donna notevole, e non solo nel fisico: sei anche dotata di un’intelligenza veramente sopraffina. Sai quante al tuo posto avrebbero protestato dicendo che si era trattato di un semplice movimento istintivo e che comunque quelle regole non le conoscevano? Molte più di quanto credi – proseguì lui facendomi sorgere il dubbio che sapesse leggermi nella mente. – Per questo riduco la tua punizione a soltanto due iniezioni di vitamine, tanto per fartene fare la conoscenza, dopo di che completeremo questa parte dell’addestramento giocando con il tuo delizioso buchetto. -
Non mi sarei mai aspettata che le iniezioni di vitamine facessero così male.
Adoro farmi fare le iniezioni; fin da quando ero ancora un’innocente bimbetta, l’unico modo che avessero i miei genitori per curarmi, era quello di farmi le "punture"; niente sciroppi e niente pillole; vomitavo tutto subito. Dopo qualche anno, divenuta giovane signorina, capii il perché di questo mio comportamento: mi vergognavo da morire a mostrare il mio culetto nudo a papà, (l’unico deputato a compiere quella mansione a tutti i membri della famiglia), ma proprio quella vergogna mi eccitava e mi procurava un piacere immenso. Mi si bagnava la fichetta ogni volta che papà mi carezzava il culetto con le sue manone prima di farmi sentire il freddo dell’ovatta impregnata di disinfettante, per non parlare del piacere dei massaggi post iniezione.
Il padrone, come promesso, mi fece due sole iniezioni: una a destra e l’altra a sinistra. Per qualche minuto ebbi tutti i muscoli delle cosce indolenziti. La puntura dell’ago, quasi non la sentì, anzi, come al solito la trovai piacevole; fu quando spinse il pistone per iniettare il liquido che sentì il vero dolore: sembrava che mi stesse iniettando una soluzione di cattiveria pura; il dolore, anche se niente in paragone alle vette che già mi aveva fatto raggiungere, avanzava lentamente lungo il muscolo paralizzandomi la gamba..
La faccenda, comunque, mi eccitò, come di solito, parecchio. Le sue mani sul mio culetto ed i massaggi dopo le punture, mi compensarono abbondantemente del po’ di dolore patito.
- Adesso sentirai parecchio dolore (c’era da dubitarne?), non come durante l’anoscopia, molto di meno, ma ancora abbastanza da farti gridare a squarciagola. Cerca con tutte le tue forze di imparare a rimanere con l’ano rilassato e a non opporre la minima resistenza; sarà tutto a tuo vantaggio. -
Le premesse non erano entusiasmanti; ero distrutta e sentivo le forze ormai ridotte al lumicino. Mi feci comunque coraggio e mi godei, si fa per dire, la profonda lubrificazione che mi fece, all’interno dell’ano, uscendo ed entrando con le dita cariche di vaselina.
Un attimo di tregua; un tintinnio sul vassoio, una sua mano che mi allargò le natiche ed io che trattenni il fiato.
Un freddo e duro oggetto di metallo s’infilò nel mio buchetto spingendo e facendosi largo per entrare. Sul principio non mi sembrò poi tanto grosso; ma ben presto mi ritrovai a boccheggiare con la bocca spalancata.
Quel coso diventava sempre più grosso; poi, un attimo prima che cominciassi a gridare, si fermò.
- Bene, la prima parte è completata; riprendi un attimo fiato poi completiamo anche questa esperienza. Hai, nel tuo bel culo, un piccolo forcipe che io lentamente allargherò fino a che giudicherò che siamo giunti al tuo limite. La dilatazione raggiunta sarà segnata sul tuo fascicolo e indicherà il tuo limite iniziale per le dilatazioni se sarai assunta, come spero. Non dovrei dirtelo, ma sarebbe una vera perdita per questo club se tu non diventassi una socia. -
Le sue parole m’incoraggiarono moltissimo e mi spinsero a dare il meglio di me, anzi, del mio buchetto posteriore.
Lentamente incominciò a stringere i manici dell’attrezzo e la bocca del forcipe che avevo piantata in me, scatto dopo scatto, cominciò ad allargarsi. Era una forma di dilatazione completamente diversa dalle altre che conoscevo, fatte tramite una qualsiasi specie di cono, che ti dilata man mano che entra dentro. Questo attrezzo mi apriva "dal di dentro", come se mi fossero state infilate due mani nel culo e che tirassero, una da una parte ed una dall’altra, per allargarmi fino a spaccarmi in due.
Tremavo per la tensione e non avevo più neanche la forza di gridare, tanto ero concentrata ad impedirmi di stringere le natiche; avevo capito che, se lo avessi fatto, mi sarei spaccata l’ano da sola senza riuscire a far riavvicinare di un millimetro le due ganasce.
Sia come sia, riuscì a superare anche quella tortura. Dopo essersi appuntato di quanti scatti era riuscito ad aprire le ganasce prima di fermarsi, sbloccò il fermo e finalmente sentì l’attrezzo richiudersi lentamente.
Non c’era una minima parte del mio corpo che non mi lanciasse fitte di dolore quando scesi dal lettino.
Gambe, braccia, spalle, pancia, culo: tutti mi lanciavano segnali pulsanti di sordo dolore.
Lui mi guardò facendomi un caldo sorriso, poi aprì l’armadio dei medicinali e ne tirò fuori un barattolo.
- Chinati appoggiata al lettino. -
Se avessi avuto ancora qualche lacrima da versare, lo avrei fatto in quel momento: oh no; non è ancora finita; basta, mi arrendo. Non ne posso più.
Per mia fortuna non ebbi la forza di pronunciare ad alta voce quelle frasi; le pensai soltanto. Ubbidiente ed ormai rassegnata al peggio, mi chinai affranta sul lettino, con il mio povero culetto ancora all’aria; in attesa di ricevere chissà quale altro tormento.
- Questa è una crema lenitiva che ti allevierà di molto il dolore. Sei stata bravissima e meriti questo piccolo premio. Ora te la metto io: nell’ano e tutt’intorno; poi fallo da sola prima di andare a dormire e domattina appena ti sei lavata. Troverai il barattolo in camera tua. Vedrai che non ci saranno strascichi per quello che hai patito oggi. -
Fu una cosa meravigliosa sentire le sue dita infilarsi con ogni cautela nel mio ano e massaggiarmi con quella crema dei miracoli.
Mi massaggiò a lungo, dentro e fuori facendomi insorgere un languore che, dopo tutto quello che avevo passato e l’indolenzimento che ancora provavo, non mi sarei certo aspettata. Invece, la mia passera cominciò a sbrodolare a più non posso, reclamando quelle attenzioni che erano giorni che non riceveva.
Il mio padrone dovette accorgersi di quello che mi stava capitando; forse dai brividi di piacere che mi provocava ogni volta che mi sforava l’ano ed anche un po’ più in giù, o dal diverso tono dei miei mugolii non più di dolore; fatto sta che mi strabiliò dicendomi:
- Fallo se vuoi; masturbati pure. Hai il mio permesso. –
Le sue parole risuonavano ancora nell’aria e la mia mano già era scattata ansiosa di soddisfare la mia micetta affamata.
Bastarono pochi sfioramenti al mio grilletto infiammato per godere come un’invasata: le ginocchia mi si piegarono e, senza accorgermene, mi ritrovai sdraiata per terra grondante di umori, di sudore e sazia di piacere.
- Soddisfatta? -
- Si, padrone, - risposi ansimando – anche se, mi permetta di dirlo, a conclusione di questa giornata, sicuramente un bel pisellone, al posto della mia mano, ci sarebbe stato meglio. -
Temei di aver passato il segno con quella risposta, invece scoppiò in una fragorosa risata di cuore.
- Sei proprio insaziabile. Comunque, – aggiunse con un sorriso sibillino – se fossi in te, non perderei tutte le speranze; chissà cosa ti riserva il futuro? – dopo quella frase che prometteva tutto e niente, mi disse di stendermi sul lettino e riposarmi un poco per riprendere le forze.
- Abbiamo concluso questa parte molto prima del previsto, per cui penso che faremo bene ad approfittare del tempo che ci resta, prima di cena, per incominciare fare la conoscenza con un altro scenario, anche questo molto ricorrente nelle fantasie dei nostri soci. Al pari di quello medico, anche in quello che proveremo tra poco, la parte recitativa è essenziale; fondamentale. Per alcuni aspetti, la capacità di improvvisare è forse anche più importante. Riposati mentre vado a predisporre il necessario, così potremo verificare come te la cavi in questo nuovo contesto. -
Ero talmente stanca che avrei voluto addormentarmi appena lui si chiuse la porta alle spalle, ma non ci riuscii. La mente mi riandava in continuazione alle meravigliose sensazioni provate mentre mi spalmava la crema lenitiva sul culetto. Mi rivedevo piegata bocconi sul bordo della lettiga mentre le sue mani mi allargavano le natiche mettendo allo scoperto il mio martoriato forellino. Sentivo le sue dita insinuarsi lentamente dentro di me e massaggiarmi a lungo stimolando involontariamente i miei punti più sensibili. Riuscivo a sentire ancora il tocco delle sue dita mentre mi sfioravano le natiche scatenandomi brividi di piacere.
C’è bisogno di dirlo? In breve mi ritrovai con le cosce allargate e le dita della mano sinistra che solleticavano e strizzavano il clitoride allungato come il pistolino di un neonato, mentre con le dita della mano destra mi scopavo, letteralmente, un po’ nella vagina ed un po’ nel culo.
Avevo appena cominciato a rilassarmi dal grandioso orgasmo che ero riuscita a provocarmi, quando si aprì silenziosamente la porta: era una delle padrone-cameriere.
- Il tuo padrone vuole che tu vada nello scenario quattro, l’appartamentino del primo piano a destra delle scale, e che lo aspetti lì. Subito! – e senza aggiungere una parola si voltò ed uscì, lasciando la porta aperta.
Accidenti a lei, poteva almeno dirmi qualche altra cosa; almeno di che scenario si trattava. Invece niente.
E adesso? Mi chiesi assalita da un improvviso senso d’insicurezza; cosa devo fare? O meglio che si aspettano che faccia?
Scendendo il piano di scale che mi separava dalla stanza quattro, mi scervellavo cercando di capire cosa avrei dovuto fare. Sicuramente si trattava di impersonare un altro personaggio, ma quale? Di quale altro scenario? Cercai di ricordare le notizie che mi erano state date sugli scenari ricostruiti nella villa: segrete sotterranee, scuola, torture varie, ambulatori medici: tutti fatti e superati (più o meno bene); che altro c’era?
Le camere da letto: molte camere da letto arredate nei modi più disparati.
Forse mi aspettava il personaggio di una lussuriosa casalinga o di una baldracca rotta in culo. Non mi venne in mente niente altro, anche perché non ne ebbi il tempo: ero giunta davanti alla porta su cui spiccava il numero quattro dipinto con pretenziosi svolazzi barocchi.
Bussai un paio di volte e, non ottenendo risposta, mi decisi ad entrare.
Mi guardai intorno: era un bel soggiorno, ammobiliato con cura.
Applicato alla parete di fondo, tra le due finestre, c’era uno schermo tv al plasma, gigantesco; di fronte, a meno di tre metri, un divano di pelle, molto ampio e comodo che mi fece subito venire la voglia di sdraiarmici sopra; ma non era il caso, almeno per ora. Sulla destra e sulla sinistra si aprivano due porte che dovevano condurre in altre stanze. Trattandosi di un appartamentino, evidentemente era composto da più ambienti. Al centro della stanza un grosso tavolo tondo, a quattro gambe, contornato da sedie dallo schienale alto e dall’apparenza molto solida.
Continuavo a guardarmi intorno in cerca di quegli indizi rivelatori sul tipo di personaggio che avrei dovuto impersonare e che sicuramente dovevano esserci, come c’erano nell’ambulatorio medico. Non riuscì a trovare niente di rilevante.
Forse la spiegazione era nascosta in una delle camere laterali.
Provai la porta di destra: tombola!
La camera di una ragazza riprodotta alla perfezione. Letto ad una piazza, molto ampio, con spalliere, accostato alla parete; uno scaffale ricolmo di bambole e giocattoli tipicamente femminili; una scrivania con tanto di computer ed una vecchia, bellissima sedia a dondolo. Quasi attaccata al fondo del letto, una porta, semiaperta, permetteva di intravedere i sanitari del bagno.
Non mi curai, sul momento, di andare a controllare anche l’altra stanza: sicuramente avrei dovuto impersonare una giovane ragazza, tanto è vero che nell’armadio a fianco della porta, che sul principio non avevo notato, trovai un paio di scarpe chiuse, col tacco basso, della mia misura, un paio di calzini lunghi al polpaccio ed un abitino con bretelle, molto ampio e scandalosamente corto e scollato. Quando lo indossai, guardandomi allo specchio, notai che arrivava appena a coprirmi il culo; provai ad abbassarlo, con il risultato di far uscire i capezzoli dalla scollatura.
Un indumento molto provocante, anzi, riflettei che era uno strano capo d’abbigliamento per una ragazza di … Giusto! … Quanti anni ha questa ragazza?
Misi in moto il cervello riflettendo sulle notizie che poteva darmi la stanza: giocattoli sullo scaffale, quindi l’età del liceo era esclusa: più piccola. Ginnasio? Scuole medie? Forse più scuole medie. Il vestitino, con quei fiocchetti, era più da bambina che da ragazza.
I libri: cretina che non sei altro, mi rimproverai, guarda i libri sulla scrivania. Mi precipitai paventando l’arrivo del padrone prima che avessi trovato tutti gli indizi. Analisi Logica; Elementi di Algebra per le scuole medie volume secondo.
Tana!, esultai. Seconda media. Tredici, quattordici anni.
Accidenti, qui si entrava nella pedofilia.
Mi guardai ancora intorno sperando di trovare qualche altro indizio; il computer: internet.
Vediamo dove naviga la verginella. Appena mossi il mouse, lo schermo s’illuminò già collegato ad internet. Febbrilmente premetti il pulsante "Cronologia". Accidenti, altro che bambina; questa era una porca fatta e fottuta: Ninfa sex; Fisting girl; Anal girl Fisting; Spanking school girl; Deep girl blowjob; Anal girl, Big enema girl, eccetera. Tutti siti altamente pornografici e specializzati prevalentemente sulle giovanissime. Questa ragazzina è una maniaca sessuale peggio di te, mi dissi sorridendo con me stessa.
Ricapitolai ancora rapidamente quello che avevo scoperto: tredici anni; maniaca sessuale; ricca; di sicuro viziata. E il padrone? Che parte avrebbe impersonato? Il padre? Probabilmente no; sapeva troppo di incesto, anche se … ma forse un tutore o uno zio avrebbero avuto più senso, vista l’attività che si teneva in quella villa; un tutore avrebbe avuto più libertà di azione. O.K.; fino a prova contraria lo avrei preso come il tutore di una ninfomane che gli rendeva la vita impossibile sbandierandogli sotto il naso un culetto niente male ed un paio di tette da sogno. Decisi anche che mi sarei comportata molto educatamente: stuzzicante ma studiosa, educata e rispettosa; la parte della studentessa ignorante e ribelle l’avevo già sostenuta nell’aula scolastica.
Tanto ero concentrata nei miei ragionamenti che un improvviso rumore alle spalle mi fece trasalire: mi voltai e vidi che il padrone stava aprendo la porta d’ingresso.
Indossava un severo abito scuro, bombetta all’inglese ed in mano aveva un sottile bastone da passeggio di canna di bambù che mi fece stringere le natiche al solo vederlo: altro indizio.
Chissà perché, mi venne da pensare che forse anche in questo scenario non avrei dovuto sorbirmi qualche clistere; sicuramente, in ogni caso, avrei dovuto fare in modo che il mio culetto fosse accarezzato da quella sottile canna di bambù. A ben pensarci, però, convenni che forse sui clisteri mi sbagliavo: una bambina come me, sdraiata sulle ginocchia, a culo nudo, pronta a ricevere un bel clistere, sarebbe stato il top dell’erotismo per qualsiasi tutore.
- Sono tornato. – annunciò poggiando bastone e cappello sulla consolle a lato della porta.
- Ciao, sono felice di vederti già a casa. – gli dissi correndogli incontro e gettandogli le braccia al collo premendo le mie belle tette sul suo petto: dovevo impersonare o no, un’affettuosa, provocante tredicenne?
- Si, oggi ho finito prima del previsto. – mi rispose stringendomi a sé in modo troppo equivoco per essere la stretta di un normale papà. Con una mano mi aveva stretto al suo torace schiacciandomi, letteralmente, i seni contro di lui; l’altra sua mano, invece, me l’aveva posata sulle natiche che per metà erano rimaste scoperte quando avevo alzato le braccia per cingergli il collo. La palpatina fu più lunga del dovuto, anzi, mi accorsi che le sue dita erano scivolate sulla parte nuda delle chiappe e spingevano in modo inequivocabile nel solco tra le natiche. Non tardai a notare il bozzo crescente che spingeva il mio bacino.
Bene: il primo approccio era giusto, andiamo avanti, mi dissi, ma senza strafare. Non potevo permettermi di commettere nessun altro errore dopo quello della scuola.
Quella villa mi piaceva sempre di più; o meglio: quello che "accadeva" in quella villa, mi piaceva sempre di più.
Mi divincolai allontanandomi gentilmente da lui guardandolo come se lo stessi invitando a saltarmi addosso.
- Allora? Oggi cosa hai fatto? - Mi chiese il padrone sedendosi sul divano, poi, senza darmi il tempo di rispondere, proseguì. – Sai, da quando sei venuta a stare con me, dopo la scomparsa dei miei migliori amici, i tuoi genitori, mi rammarico sempre di essere costretto a lasciarti da sola per tante ore; ma, tu lo capisci, non posso fare altrimenti; ora, oltre che della mia impresa, devo occuparmi anche dei negozi di tuo padre, visto che quella bestia di tuo zio non ne ha voluto sapere, né di te, ne degli affari di suo fratello. -
Cazzo, avevo azzeccato l’ultimo indizio prima ancora che lui me lo desse: era un tutore, grande amico dei miei genitori forse morti da non tanto tempo. A quel punto pensai che potevo anche sbilanciarmi un po’ di più.
- Non preoccuparti, zio (gli amici intimi dei genitori non sono chiamati tutti "zio"?), con te, lo sai, sto benissimo. E poi, non ho il tempo di annoiarmi quando non ci sei. Ho tante cose da fare oltre ai compiti estivi … ho tutti quei giochi; imparo ad usare quel bel computer che mi hai regalato; e poi, - conclusi sedendomi sulle sue ginocchia con il bordo del vestito che mi copriva appena la peluria della passera, - tu non stai fuori molto; anche per questo io sono proprio contenta di stare qui con te. –
Gli stampai un grosso bacio sulla guancia cingendogli nuovamente il collo con le braccia; piantandogli ancora le mie tette sul petto, gli poggiai il capo sulla spalla e rimasi lì, in braccio a lui, aspettando gli eventi.
Per un po’ di tempo rimanemmo così, quasi allacciati in un casto abbraccio; approfittai di quei momenti per fare il punto della situazione: lui tutore; io bambina porcellona; siti internet hard, sul mio computer; tanto spinti da far arrossire di vergogna una baldracca.
Cosa si aspettava che facessi, adesso? Gli avevo messo praticamente in mano il mio culetto e lui si era limitato soltanto ad una poco casta palpatina; ora gli avevo messo tutto il mio ben di dio sotto gli occhi e lui, a parte un aumento del ritmo della respirazione, non dava cenno di volersi muovere.
Non aveva nessuna intenzione di semplificarmi le cose.
Cosa mi stava dicendo con il suo comportamento? Cosa voleva che facessi? Che prendessi io l’iniziativa? Forse sì, ma come, oltre quello che già avevo fatto? Stavo praticamente nuda in braccio a lui!
Un lampo: nuda: senza mutandine. Non è normale.
Dal medico mi avevano fatto trovare mutande e reggiseno; qui, no. Perché?
Forse il punto chiave erano proprio le mutandine. Una ragazza normale, non gira per casa del tutore senza mutandine, forse senza reggiseno: può capitare; ma le senza le mutandine, mai … a meno che… .
Un’idea improvvisa e mi lanciai a capofitto.
- Lo sai, zio, che sto proprio bene qui in braccio a te? Mi sembra di stare ancora in braccio al papà o alla mamma. Ti voglio proprio tanto bene, sai? – e mi accoccolai ancora meglio tra le sue braccia facendo in modo che il vestitino salisse ancora di più, lasciando scoperto il mio monte di venere. Una sua mano si posò sulle mie cosce e rimase lì, immobile, con il pollice a pochi centimetri dal mio inguine. -
- Mi fa molto piacere che tu stia così bene con me, ma io non posso essere la tua mamma, e questo è un altro grosso problema. -
Evidentemente aveva deciso di non agevolarmi in nessun modo, anzi, sembrava non volesse cedere a nessuna delle mie provocazioni.
- Non è vero – ribattei sperando di non fare una cappellata grossa come una casa – per me tu sei il mio nuovo papà e sopratutto la mia nuova mamma. Con te parlo di tutto proprio come facevo con lei, anzi, ti volevo parlare proprio di una cosa che mi è successa questa mattina: ecco guarda – dissi svincolandomi dal suo abbraccio ed allargando le cosce – lo vedi? Ho tutta la patatina arrossata e stamattina mi bruciava talmente tanto che non ho potuto mettere le mutandine. – Ero talmente entrata nella parte della bambina impertinente, che mi accorsi di aver istintivamente assunto il tono che hanno i bambini quando vogliono farsi consolare.
- Ma tesoro mio, - disse con un lampo di divertita soddisfazione negli occhi dopo aver a lungo guardato la mia fichetta già umida per l’eccitazione – tu non puoi presentarti così davanti a me, mostrandomi in questo modo la tua intimità, sei una signorina, ormai, e queste cose non dovresti farle. -
- Perché? – insistei, quasi certa di aver, orami, imboccato la strada giusta. – tu sei tutto quello che mi resta, e so che con te posso comportarmi come facevo con la mamma. -
- E va bene, - disse facendomi alzare dalle sue ginocchia. – cercherò di dimenticarmi di quanto sei cresciuta e ti tratterò come quando mi capitava di cambiarti i pannolini quando eri piccola. Andiamo in camera tua e vediamo più comodamente questo problema. -
Raggiante, mi avviai verso la mia cameretta: qualche risultato cominciavo ad ottenerlo. Un tarlo, però mi ronzava nella mente: tutta la situazione aveva preso una piega parecchio sdolcinata, da libro cuore, ed io non avevo la più pallida idea di come avrei potuto fare per fargli usare la canna di bambù che, certamente, non impugnava per caso quando era entrato nell’appartamentino.
Entrando in camera mi ricordai che sullo schermo del computer era ancora aperta la pagina dei siti porno.
Andando verso il lettino, il monitor non era visibile, ma forse, se avessi potuto fargli vedere come la sua piccola pupilla utilizzava il computer ….
Rimandai l’argomento a più tardi. In quel momento volevo soltanto verificare la sua reazione al piccolo problema cui avevo accennato.
Mi sdraiai sul letto e sollevai in alto le gambe ben allargate, mettendo in piena luce la mia passera ormai fradicia.
- Ecco, vedi zio, è proprio qui, - dissi accarezzandomi il clitoride – che mi bruciava questa mattina. Senti, scotta ancora. Stamattina era bollente. -
Sorridendo lo zio si chinò tra le mie cosce e guardò a lungo, poi si rialzò e mi fissò negli occhi.
- A me sembra tutto normale, a parte il fatto che anche lì ti sei fatta molto bella. Sei veramente una splendida ragazza. -
- Grazie zio, - risposi lanciandogli uno sguardo assassino - ma non hai sentito quanto scotta. Almeno, stamattina scottava veramente. – aggiunsi con il tono più birichino che potei.
- Ma tu vuoi proprio mandarmi ai pazzi? – disse allungando una mano tra le mie cosce e poggiandomela sulla fichetta fradicia.
Questa volta non guardò quello che stava facendo; continuò a fissarmi negli occhi mentre le sue dita finalmente cominciavano a massaggiarmi come si deve. Era dolce e delicato nel suo strofinarmi leggermente il clitoride; lo prese tra le dita e lo strinse delicatamente finché vide il mio sguardo farsi languido, poi ricominciò il suo massaggio, un poco più vigoroso. In un attimo fui alla sua completa mercé: spalancai le gambe il più possibile spingendo il bacino contro quelle dita che mi stavano facendo impazzire.
Urlai, urlai a squarciagola tutto il mio piacere quando l’orgasmo mi travolse.
Riabbassai le gambe stringendo quella mano che non volevo mi lasciasse, invece lo zio la tolse e si rialzo.
- Io non ho trovato niente di strano da quelle parti. – mi disse carezzandomi sui capelli con un gesto molto affettuoso. - Secondo la mia esperienza, c’è una sola spiegazione al tuo bruciore di stamattina: è che tu, durante la notte, abbia fatto più volte quello che ti ho fatto io adesso. -
- Oh, sì, - risposi di getto gettandomi a capofitto in quello spiraglio – mi piace farlo molto spesso, ma non è mai stato bello come adesso. – vedendo che non c’erano reazioni da parte sua, decisi di rincarare la dose delle mie malefatte - Di solito lo faccio dopo aver navigato in internet. Lo sai che ci sono cose parecchio fiche? -
Il suo atteggiamento cambiò di colpo tornando ad essere l’austero, ma bonario, signore dell’inizio della scena.
- Che significa che lo fai spesso? Lo sai che queste cose non si fanno, specialmente alla tua età? E poi, cosa sono queste cose "fiche" che trovi su internet? -
- Ma zio, - esclamai assumendo un tono da bambina offesa e con il broncio – perché non lo posso fare? È tanto bello! -
Represse a fatica un sorriso mentre riprendeva il suo tono paterno, o meglio: materno.
- Te lo spiegherò dopo, ora dimmi di internet. Fammi capire cos’è che ti piace tanto. –
Schizzai raggiante dal letto come una molla; lo presi per mano e lo spinsi verso la scrivania.
Mi sedei sulla poltroncina mentre lui si piegava sulle mie spalle per leggere le intestazioni dei siti che mi piacevano.
Velocemente ciccai su un sito a caso; lo aprì e gli mostrai le foto che conteneva: una procace biondina chinata sul bracciolo di una poltrona mostrava il suo culetto segnato dai colpi della cinta manovrata da un anziano signore.
- Guarda, - gli dissi anticipando qualsiasi suo commento, – non è fichissima? E guarda quest’altro, è fantastico. –
Aprì rapidamente un altro sito; altra foto scioccante: una bella mora con le mani intrecciate sulla testa e le grosse tette strizzate tra due asticciole di legno, un po’ sfocata, s’intravedeva una frusta che le colpiva i seni.
- E tu trovi eccitante questa roba? – chiese lo zio prevenendo ogni mio commento – addirittura ti tocchi sognando di fare queste cose? -
- Ma certo zio, - risposi con entusiasmo – sono cose fantastiche; veramente "fiche". Perché ti meravigli? A te non piacciono? -
- Certo che mi piacciono, bambina mia, ma io sono un adulto. – rispose poggiandomi un braccio sulla spalla in modo che la sua mano fosse pericolosamente vicina alla mia tetta. – E ci sono altre cose che ti piacciono? -
- Oh, sicuro; tantissime; e, ti posso confessare una cosa? Quando chiudo gli occhi e mi tocco sognando di fare quelle belle cose, immagino sempre che ci sei tu al posto di quegli uomini.
Raggiante, senza dargli il tempo di rovinarmi la scena con qualche malefica obiezione, aprì velocemente altri siti a caso, certa che, quella intrapresa, fosse ormai una comoda autostrada tutta in discesa.
Aprì a caso altri due o tre siti mentre le foto di giovani ragazze si susseguivano sullo schermo: una, che sorrideva, aveva piantate sulle natiche un’innumerevole quantità di candeline accese; un’altra piangeva mentre una mano le entrava nel culo. L’ultima che riuscì a mostrargli prima di essere interrotta, fu quella di una grandiosa ragazza, distesa sul letto, che mostrava segni di sofferenza mentre era collegata ad una grossa sacca da clisteri che le svuotava il contenuto nell’intestino.
- Basta così, bambina mia. Ho capito. Io e te dobbiamo fare un bel discorso chiarificatore. Non va affatto bene che tu guardi quella roba. -
- Perché zio? Cosa c’è di male in quelle foto e nelle cose che mostrano? -
- Non ci sarebbe niente di male se tu fossi un’adulta. Nella propria vita ognuno è libero di fare e vedere quello che vuole, ma tu sei ancora una bambina e rischi di confondere i sogni con la realtà. -
- Però sono cose molto eccitanti. – Obiettai non dovendo affatto fingere per mostrare l’entusiasmo necessario.
- Ah, sì? Ne sei proprio sicura? – mi chiese – Non credo che rimarresti della stessa opinione se ti trovassi tu al posto di quelle ragazze. – lo disse guardandomi negli occhi con un sorriso che mi fece capire di essere giunta trionfalmente al traguardo
Ecco qui, alla fine ero riuscita a spuntarla nonostante la ritrosia dello zio: non mi restava che riaffermare le mie convinzioni; il resto spettava a lui..
- Non è vero! Sono invece certa che mi piacerebbe da impazzire. - Protestai veementemente.
- Vedo che su certi argomenti è inutile tentare di ragionare. Credo, signorinella, che sia ormai ora di farti capire la differenza tra i sogni e la realtà. Seguimi in camera mia, lì potremo verificare, con tutte le comodità del caso, chi di noi due ha ragione. -
Lo presi sottobraccio con entusiasmo mentre attraversavamo la sala d’ingresso per entrare nella sua camera. Forse, se avessi ragionato di più ed avessi previsto quello che effettivamente sarebbe accaduto, e non le blande esemplificazioni che mi aspettavo, forse, ripeto, non avrei mostrato tanto entusiasmo; ma orami, era fatta.
- Allora, - disse lo zio mentre si sedeva sul suo grosso letto facendomi di nuovo accomodare sulle sue ginocchia, - come avrai capito, adesso ti farò sperimentare la differenza tra i sogni che ti piace fare e la realtà. Mi hai fatto vedere parecchie cose che dici di trovare molto eccitanti; – proseguì scimmiottando il mio entusiasmo – bene, te le farò sperimentare tutte; e molto seriamente, stai tranquilla. Ora dimmi, ce n’è una in particolare da cui vuoi cominciare? -
Questa proprio non me l’aspettavo: mi avrebbe fatto tutto quello che gli avevo mostrato in foto, e sicuramente non ci sarebbe andato con mano leggera. Già adesso si stava prendendo delle libertà da cui fin’ora si era astenuto: con una mano, infilata sotto il vestito, mi accarezzava il pancino scivolando sempre di più verso il pube e le tette.
Cercai di ricordare velocemente quali foto erano uscite da quel mio sconsiderato navigare alla cieca; mai più mi sarei aspettata di dover subire tutto quello che, presa dall’entusiasmo e dalla fretta, gli avevo fatto vedere: La ragazza frustata sul divano ( va bene, non mi sarebbe dispiaciuto); quella con le tette strizzate (sperai che non avesse notato il frustino che le colpiva); l’altra sodomizzata da una mano (accidenti, perché è comparsa quella foto? Sarà terribile.); quella del grosso clistere (qui, stranamente non mi rammaricai più di tanto: cominciavano a piacermi sul serio.); accidenti, non ne ricordavo altre, ma ne avevamo viste di più: almeno un’altra: ah, si, quella delle candeline piantate sul culo (stavo dimenticando proprio la migliore: una meravigliosa serie di iniezioni).
Sarei voluta partire da quella delle candeline, ma poi pensai che era meglio che me la riservassi per ultima: l’ultimo atto d’istruzione di una bambina innocente fatto con una pratica che mi piaceva veramente tanto (ed anche con questa considerazione toppai in modo maledetto).
- Allora, ti sei decisa o devo fare a modo mio? -
- No, zietto, ho deciso (mi sarei tolta subito dalle scatole quello che mi spaventava di più). – lo guardai con un sorriso così invitante che avrebbe fatto eccitare anche un cardinale e gli confessai: - Mi piacerebbe tanto sentire la tua mano entrarmi nel culetto; sarebbe meraviglioso sentire le tue dita solleticarmi dentro. -
- Se è questo che vuoi, te lo farò, ma non credi – proseguì sorridendo - che prima sia meglio dare una pulitina in quel posto? Non vorrai mica che tirando fuori la mano me la ritrovi tutta impiastricciata di roba marrone. -
Aveva ragione, non ci avevo pensato.
- Oh sì, zio, scusami; è vero. Allora che ne dici di farmi prima una peretta? O magari un clisterino … piccolo? – non rispose ed io lo presi come un tacito invito a rialzare i prezzi – però, forse, una peretta sola non basterà, vero zio? Forse è meglio se me ne fai di più, due? … tre? … - continuava a tacere; accidenti, ma quante voleva farmene? - Quattro? … di più? … - mi sbilanciai – o forse sarebbe meglio un grosso clistere? È zio, che ne dici? -
- Sì, credo che tu abbia proprio ragione – si decise finalmente a rispondermi – un paio di clisteri oppure cinque o sei belle perette dovrebbero essere sufficienti ad evitare che mi si sporchi la mano. Lascio a te la scelta. -
Accidenti a te, pensai, non ti accontenti di poco. Due clisteri, se sono di quelli soliti, belli grossi, sono un mare d’acqua; forse sono meglio le perette.
- Allora, se per te è lo stesso, preferisco le perette: così mi infilerai più volte la cannuccia nel culetto; mi piaceva tanto quando me li faceva la mamma. -
Quando aprì gli sportelli dell’armadio per prendere quello che ci occorreva, quasi mi prese un colpo: sui ripiani, messo in perfetto ordine, c’era di tutto: vibratori piccolissimi ed enormi; corde di tutti i tipi; fruste, frustini, bacchette, battipanni spazzole col manico lungo; perette e clisteri di tutte le forme e dimensioni, cannule comprese. Insomma, c’era tutto quello che avrebbe potuto servire per una lunga, estenuante seduta punitiva.
Mi diedi della scema per la sorpresa che avevo provato nel vedere tutto quel ben di dio (si fa per dire); per un attimo, avevo dimenticato dove mi trovavo avendo l’impressione di essere in una vera casa con il mio vero tutore.
Prese due perette che sembravano due fiaschi, tanto erano grosse, e le mise a riempire nel lavandino che aveva colmato di acqua calda ed in cui aveva immerso un mazzetto di bustine da the, che però, dall’odore che presto emanarono, compresi non essere the ma camomilla.
Avvicinò una sedia al lavandino e ci si sedette sopra facendomi segno di piegarmi sulle sue ginocchia.
Mi avvicinai, gli stampai un grandioso bacio su una guancia, molto, forse troppo vicino alle labbra e mi poggiai sulle sue gambe sollevando l’orlo svolazzante del vestitino: ero pronta.
Dopo avermi carezzato a lungo le natiche (evidentemente lo spettacolo era di sua soddisfazione), me le allargò con le dita di una mano, poi mi fece sentire, centrato esattamente sul mio buchetto, la punta della cannula.
Non riuscì a frenare il brivido d’eccitazione che provai in quel momento.
Potrà sembrare strano che una donna di ventinove anni, navigata ed esperta come me, avesse dimenticato chi era: in quel momento io mi sentivo, ed "ero" veramente una bambina tredicenne, molto procace, molto porcella e sopratutto molto intenzionata a sconvolgere i sensi del suo tutore.
- Allora, piccola mia, sei sempre convinta che ricevere un clistere sia eccitante? -
Sculettai, per tutta risposta, spingendo in alto il culetto in modo che la cannula cominciasse ad entrare.
Emisi un sospiro di soddisfazione quando si decise a farmela scorrere, lentamente, tutta dentro, fino in fondo, finché il bordo della peretta mi premette contro l’ano.
La prima, la seconda, la terza peretta le sopportai bene, anzi, me le sorbì con vero gusto, forse merito degli effetti calmanti della camomilla; forse per la languida lentezza con cui me le somministrava. Soltanto a metà della quarta cominciai a sentirmi veramente piena, e fu allora che cominciarono i tanto temuti crampi.
Quando sfilò, per la quarta volta, la lunga cannula, sperai ardentemente che fosse stata l’ultima, ma mi sbagliavo. Pochi secondi dopo, sentì per la quinta volta la cannula scivolare nel mio buchetto.
- Zio, non credi che basti? – dissi facendo fatica a respirare per quanto ero piena. - Ormai credo che, per darmi una bella pulita, tutta l’acqua che mi hai messo sia sufficiente. –
Non faticai troppo per dare alla mia voce un tono piagnucolante. Ormai cominciavo a soffrire per davvero.
- Ma io non ti sto soltanto pulendo per non sporcarmi. - disse lo zio premendo lentamente sulla peretta – Non ricordi di avermi detto che i clisteri ti eccitavano tantissimo? Non ricordi il volto della ragazza che mi hai mostrato sul computer cui veniva praticato il clistere? Non ricordi quanto era sofferente? È ora ragazzina, che impari la differenza tra immaginazione e la realtà della vita. -
E con questo decretò la mia condanna.
Mi sentivo piena come una donna incinta al nono mese; cominciai a urlare ed a scalciare, ricevendo in premio anche qualche sonoro sculaccione, ma non ci fu niente da fare: dovetti sorbirmi tutta la quinta, lunghissima peretta.
Finalmente mi fece rialzare concedendomi il permesso di usare il suo bagno.
Mentre correvo stringendomi il culo con le mani per evitare di lasciare una brutta scia per terra, mi chiese:
- Sei sempre dell’idea che i clisteri siano meravigliosi? -
Cosa potevo rispondergli in quel momento?
- Sì, zio. Li adoro, specialmente adesso che .. ahhhh, … mi sto …. svuotando. -
Non mi chiese altro.
Bontà sua, mi lasciò in pace mentre ero diventata una mezza specie di cascata del Niagara. L’acqua non finiva mai di uscire dal mio culetto. Mi sentivo sfinita, eppure mi resi conto di non essere stata proprio bugiarda quando gli avevo risposto che adoravo ancora i clisteri.
Gli stimoli che mi regalava l’acqua uscendo erano fantastici: uguali o forse anche migliori di quelli che mi regalava il vibratore anale che usavo a casa.
Mi lavai per bene e tornai trepidante nella stanza dello zio.
Sul letto, aveva preparato un asciugamano, due paia di manette ed un flacone di vaselina liquida.
Non riuscì a capire cosa c’entrassero le manette col fatto che doveva infilarmi una mano intera nel culo: soltanto allora realizzai che aveva delle mani grosse come badili. Avrei sicuramente sudato sangue per farmela entrare fino al polso.
- A quanto dici, con i clisteri non sono riuscito a farti cambiare idea, adesso vediamo se la cambierai con la pratica che ti sei scelta da sola: su, mettiti in ginocchio sul letto e poggia la testa sul cuscino.
Salì, mi inginocchiai, e mi chinai in avanti lasciando il culetto in aria.
La posizione era la migliore che potesse trovare: così piegata, sentivo che le natiche si erano allargate lasciando l’ano completamente scoperto e indifeso.
Mi prese il polso destro e lo legò, con una manetta, alla caviglia destra; lo stesso fece con l’altro braccio: conciata in quel modo, non mi sarei potuta rialzare neanche se lo avessi voluto: avevo capito a cosa servivano quegli strumenti.
Mi afferrò per un ginocchio e lo tirò facendomi allargare le cosce fino a farmi sentire una gallina spaccata, pronta per essere farcita.
Conciata in quel modo non sarei potuta più cadere né a destra né a sinistra: ero proprio sistemata per le feste.
Sentì ancora una cannula del clistere entrarmi nel retto.
- Tranquilla; non ti sto facendo un altro clistere; ti sto solo lubrificando con una piccola vescica di vaselina liquida. Non vorrai mica che ti penetri a secco. -
- Oh no; certo che no, zio. Grazie per averci pensato, sei proprio un tesoro. -
- Dimmelo ancora tra qualche minuto, se ne sarai capace. – mi rispose abbrancandomi per la vita con un braccio e stringendomi al suo fianco.
Un attimo dopo sentì un paio di dita che entravano nel mio culetto: la prova che ritenevo la più difficile era cominciata.
Non andava di fretta: mi scopava lentamente nel culo con le dita massaggiandomi delicatamente mentre m’incoraggiava con un filo di voce sussurrandomi che ero molto brava; che mi voleva proprio bene; che avevo un culetto delizioso; che era contento che avessi deciso di andare a vivere con lui.
Intanto, senza che quasi me ne accorgessi, con le sue paroline dolci e con i suoi modi delicati, aveva fatto in modo che rilassassi i muscoli dello sfintere al punto che avevo ormai tutte e cinque le dita, strette a cucchiaio, piantate nel culo.
- Brava, bambina mia, bene così, adesso fai un bel colpo di tosse, molto forte, per lo zio, su, forza. -
Un colpo di tosse, una forte pressione; un attimo di tremendo bruciore e mi sentì l’ampolla rettale piena come non mi era mai capitato. Un malloppo enorme mi gonfiava la pancia provocandomi un urgentissimo bisogno di andare al bagno; di cacare.
Mi mancava il respiro, tanto mi sentivo piena, ma non fu quella la cosa più sconvolgente. Fu il capire, più che sentire, che stava allargando le dita della mano solleticandomi l’interno dell’intestino.
Era incredibile eppure non provavo dolore, anzi, mi sentivo sempre di più preda di un languore mai sperimentato: era una sensazione fantastica.
- Sì, … così … - riuscì a sussurrare – muovi la mano, sì … -
Cominciò a ruotare la mano dentro di me prima lentamente, poi sempre più in fretta sfregandomi l’ano sensibilissimo con il polso: credo di aver gridato a squarciagola godendo del più grandioso e violento orgasmo anale della mia vita.
Non ricordo niente di quello che accadde nei minuti successivi a quella fantastica esperienza: forse ero svenuta: ero veramente sfinita. Ricordo soltanto che mi ritrovai sul letto, sdraiata bocca sotto, ormai libera, mentre lo zio mi faceva degli impacchi freddi sull’ano.
- Come va? -
- Bene, zio. È stato meraviglioso. Sei proprio bravo. -
- E con questo, mi stai dicendo che neanche stavolta sono riuscito a convincerti che non è bene sognare e tento meno fare queste cose. -
- Proprio così. Ho avuto ancora ragione io. Adesso che cosa facciamo? Scegli tu o scelgo ancora io? –
Mi guardò, poi scotendo il capo guardò l’orologio.
- Si sta facendo tardi, e tu sei stanca, ti si legge in faccia, però io non voglio mancare di parola. Ti ho promesso che ti avrei fatto sperimentare dal vivo tutti i tuoi sogni, e così farò; ma faremo tutto insieme, magari con qualche piccola modifica, in modo da finire presto e permetterti di andare a cena prima possibile. -
Lo guardai esitante: non riuscivo a capire come volesse fare per realizzare quello che si era messo in testa.
Lo seppi anche troppo presto.
Dal famigerato armadio tirò fuori una scatola che mi aprì davanti agli occhi. Era piena di candeline montate ognuna su un ago epidermico.
- Con queste addosso, diventerai la più bella torta di compleanno che mi sia mai capitato di gustare. -
- Oh, - gli dissi con falsa modestia – non esagerare: la più bella … - (bene, le candeline piantate sul culo: proprio quello che volevo).
- Non esagero; vedrai. Sarai una torta risplendente di luce propria, con tanto di guarnizioni; ecco qua, - esultò mostrandomi l’ultima piccola sorpresa: due robusti elastici di cui intuì al volo l’utilizzo. Non mi avrebbe strizzato le tette con la ghigliottina, come nella foto; me le avrebbe strozzate con quegli elastici e, sicuramente, li avrebbe stretti molto di più di quanto avevo fatto io la prima notte.
- Ogni torta che si rispetti, deve avere le sue belle ciliegine, e tu fornirai anche le più belle e rosse ciliegie che si siano mai viste. Contenta? -
Hai voglia! Avevo ben poco da essere contenta. Finalmente avevo capito cosa volesse farmi: tramutarmi in una deliziosa, (per lui) torta di compleanno con le tette strizzate, rosse e gonfie come gigantesche ciliegie, con il culo farcito di spille reggi candele accese e, quasi sicuramente, dovevo beccarmi anche qualche frustata sulle tette. Mi avrebbero già fatto un male boia da come le avrebbe strizzate, figuriamoci quando le avrebbe anche frustate.
- Allora, - disse prendendo in mano le mie tette - cominciamo a trasformare queste belle tette in ciliegine per la torta. -
Non aprii bocca. Non mi venne in mente nessun commento da fare, anche perché ero combattuta tra due sentimenti contrastanti: mi piaceva sentire le sue mani sulle mie tette mentre le afferrava (abbastanza delicatamente) e il senso di doloroso gonfiore che cominciavo a provare man mano che avvolgeva strettamente gli elastici.
Si allontanò di un passo per ammirare quello che definì il nostro piccolo capolavoro: le mie belle (e grosse) tette, si erano trasformate in due enormi pomodori maturi. Le sentivo pulsare dolorosamente proprio come ti pulsa e ti duole un dito quando ci dai sopra una martellata.
- Perfetto, mia cara, sei un vero splendore. Già ti immagino che spettacolo sarai con tutte le candeline accese. -
Cercai di non fargli capire che non vedevo l’ora che cominciasse a piantarmi tutti quegli aghi sul culetto; ad ogni buon conto mi chinai in avanti per facilitargli l’operazione, anche se, in quella posizione, le tette mi facevano ancora più male, aumentando l’afflusso di sangue.
- Ah, sei impaziente di vedere l’opera completata? – mi chiese – d’accordo. D'altronde, anch’io non vedo l’ora di farti ammettere che ti sbagli. -
La scatola delle candeline era già aperta ed a portata di mano; ne prese una ed una deliziosa puntura, sulla parte alta della natica destra, diede il via alla mia trasformazione in completa torta di compleanno.
Faceva le cose con metodo, una candelina a destra ed una a sinistra, dall’esterno verso l’interno. Una fila sotto l’altra scendendo verso le cosce. Ad un certo punto mi preoccupai: temetti che me ne piantasse qualcuna nell’ano, tanto c’era andato vicino; ma il mio timore scomparve appena mi accorsi che saltava il forellino.
- Dovresti vederti, mia cara. – disse piantando le ultime candeline sull’attaccatura delle cosce, - sei meravigliosa. Quando le avrò accese tutte, – decretò prendendo l’accendino dalla tasca del gilè – sarai uno spettacolo grandioso. -
Credo che avesse quasi finito di accenderle tutte, quando le prime cominciarono a far sentire il loro effetto: la cera, fusa, scolava depositandosi sulla pelle e scottando il mio povero culetto.
Non era un calore esagerato: se fossero state quattro o cinque soltanto, la cosa non mi avrebbe procurato alcun fastidio, anzi; ma erano tante, talmente tante che ben presto cominciai a sentirmi le natiche in fiamme, come se mi fossi seduta sul ripiano di una stufa accesa. Il peggio, però doveva ancora arrivare.
Mi fece rialzare e, vinta dalla mia immensa curiosità, ignorai il calore che mi stava arrostendo il culo e volsi lo sguardo verso lo specchio dell’armadio: avevo, letteralmente, il culo in fiamme. Il mio bel culetto era tutto un globo di luci tremolanti.
- Sei proprio una bellezza, vero? – chiese lo zio mentre apriva di nuovo lo sportello dell’armadio.
Un sottile frustino di bambù, lungo poco più di mezzo metro comparve nelle sue mani.
Porca puttana! Si era accorto, e come, della frusta appena visibile in fotografia.
- Mi auguro, per il tuo bene, signorina, che tu abbia detto la verità asserendo che adori tutto quello che mi hai fatto vedere, perché altrimenti adesso te ne dovresti pentire amaramente dandomi pienamente ragione. Incrocia le mani sulla testa e muoviti meno che puoi. Per ogni candelina che farai spegnere movendoti, riceverai altre cinque frustate sui seni oltre alle dieci che ti spettano di diritto. – mi guardò in modo parecchio beffardo ed aggiunse: - visto che ti piacciono tanto queste cose, immagino che farai in modo da lasciarne accese ben poche. –
Capì al volo il messaggio: le dieci frustate sui miei poveri seni non erano sufficienti; dovevo fare in modo da farmene dare di più, parecchie di più.
Il primo colpo fu di assaggio, me ne resi conto dal poco dolore che provai e mi augurai che avrebbe continuato con quella mano leggera, ma non fu così. Di poco, ma ogni colpo era dato con più forza del precedente: al sesto balzai indietro urlando a squarciagola. La stilettata di dolore mi era arrivata direttamente al cervello e lì si era fermata pulsante, rombante: mi aveva stordita.
A fatica compresi quello che il mio padrone mi stava chiedendo mentre una settima scudisciata si abbatteva sulle mie tette martoriandole tutte e due contemporaneamente.
- … ancora convinta che siano cose meravigliose? -
Non ebbi la forza di pronunciare una parola: mi limitai ad annuire con la testa. Ero talmente stanca, frastornata, intontita dal dolore che il personaggio che stavo impersonando si era impadronito di me; io ero una bambina precoce, porca e caparbia che mai avrebbe ammesso di avere torto.
Il dolore degli ultimi tre colpi si mescolò al punto da diventare un unico atroce supplizio: saltavo, ballavo sulla punta dei piedi, tiravo tutti i miei muscoli fino a sfinirmi, serravo gli occhi per non vedere l’arrivo della frusta, ma non mossi mai le mani da sopra la testa.
Qualcosa mi toccò le labbra serrate; qualcosa di caldo e morbido.
Spalancai gli occhi ed il suo sguardo s’incrociò con il mio.
Mi stava baciando: erano le sue labbra quella cosa morbida che aveva toccato la mia bocca.
Subito si tirò indietro, quasi rammaricato del fatto che lo avessi visto compiere quel gesto.
- Sei una ragazza meravigliosa. Adesso sono proprio contento di sapere che ti piacciono certe cose. Che ne dici, - proseguì sfiorandomi i seni delicatamente come avrebbe potuto fare una farfalla – forse, qualche volta che ti va, potremmo sperimentare qualche altra cosa di eccitante che trovi su internet. -
Soltanto allora tolsi le mani dalla testa e gli cinsi il collo cercando un nuovo, molto meno casto bacio.
- Certo zietto. Se mi prometti che me le farai sperimentare tutte, troverò un sacco di altre cose fichissime; ma intanto, perché non controlli quante candeline ho fatto spegnere? -
Invece di contare le candeline, con incredibile delicatezza tolse gli elastici dai miei seni. Li massaggiò per riattivare la circolazione e cominciò a togliere le candeline dal mio sedere.
- Livia, devo ammettere che sei una donna fantastica. Non riesco a capire come sia possibile che altri uomini ti abbiano lasciata andare: se fossi la mia donna ti terrei stretta a vita. -
E’ molto difficile che mi manchino le parole per rispondere a qualcuno: quella volta mi accadde. Non sapevo come prendere la sua frase: se come un complimento, se come una semplice constatazione, se come qualcosa di molto più importante.
Decisi di non indagare e lasciare la cosa così, in sospeso.
- Allora? – domandai nel tono più spensierato possibile – quante candeline erano? -
- Lascia stare le candeline. Abbiamo finito. Hai superato la prova col massimo dei voti. Lo sai? Prima, mentre facevi di tutto per farmi impazzire, ho avuto pena per quel padrone che ti vorrà come pupilla: te lo mangerai in un boccone. Adesso, è ora di smettere; sei troppo stanca, è tardi. Ora ti accompagno a cena, così ti riposerai. -
Mi accompagnò in sala da pranzo ordinando che mi servissero quanto di meglio offriva la casa. Svuotata com’ero, a forza di clisteri e supposte, quella sera avrei potuto ingurgitare un bue intero.
Chi più, chi meno, tutte noi candidate, mostravamo i primi segni di stanchezza.
Dopo di me, arrivarono a cena soltanto altre due ragazze; ambedue con un grosso bavaglio inserito nella bocca. Quando glielo tolsero, per consentir loro di mangiare, mi accorsi che era a forma di fallo, ed anche parecchio lungo.
Doveva essere terribile avere quel coso piantato in bocca: arrivava sicuramente in gola; oltre le tonsille. Appena ebbero finito di mangiare, le cameriere–padrone glieli applicarono nuovamente nonostante i conati di vomito che le assalirono mentre glieli spingevano sempre più in fondo.
Queste due, pensai tra me e me, o hanno rotto l’ordine del silenzio, oppure devono imparare a fare i bocchini come si deve.
Contrariamente al mio carattere normalmente misericordioso, vedendo quella scena non provai un minimo di comprensione. Erano volontarie, come me; e se io ero riuscita a sopportare tutto quello che avevo sopportato in quei due giorni, potevano farlo anche loro; nessuno le obbligava a restare; anzi, se avessero rinunciato, avrei avuto altre due concorrenti di meno.
Facendo un rapido controllo, mi ero accorta che quella sera, a cena, non era venuta la procace biondina mia vicina di posto del giorno prima: quella con la schiena ed il culo tutto segnato e con le lacrime agli occhi.
Sicuramente aveva abbandonato. Meglio: una di meno.
Anche quella seconda sera, finita la cena, fummo invitate ad accomodarci in "salotto". Era un po’ che stavo sdraiata in poltrona gustandomi un delizioso cognac francese ed una sigaretta offertami dalla cameriera che avevo conosciuto "a scuola", quando n’arrivò un’altra con una borsa in mano.
- Tieni, - mi disse porgendomi la borsa - vai in bagno e vestiti. Appena fatto, presentati da me; ti devo accompagnare allo scenario 26. -
Accidenti, pensai, nottata in bianco: questo non è un addestramento; è un tour de force.
Con la borsa in mano, mi avviai alla toilette delle signore. L’abbigliamento che dovetti indossare non mi stupì più di tanto: guepière rossa, strettissima in vita e con un reggiseno a balconcino su cui potei soltanto appoggiare le mie notevoli tette; collare completo di guinzaglio; bracciali di cuoio per polsi e caviglie. Scarpe a punta, con vertiginosi tacchi a spillo e, come ultimi accessori, un lungo e sottile frustino di bambù ed una larga striscia di cuoio con tanto di impugnatura dalla forma fallica.
Borsa in una mano, frustino e striscia di cuoio nell’altra, guinzaglio che mi pendeva dal collare, mi presentai, caracollando sulle altissime scarpe, alla cameriera – padrona.
Prese la borsa, la gettò in un angolo e, strattonandomi con il guinzaglio che aveva afferrato, mi fece cenno di seguirla.
Arrivai al terzo piano con il fiato corto: posso anche riconoscere che mi sentivo veramente stanca. Quella maledetta mi aveva trascinato su per le scale come se avessimo dovuto vincere i campionati nazionali di corsa in salita.
Aprì la porta e mi fece entrare in un ambiente che mi lasciò a bocca aperta per lo stupore: quella era una reggia; era la camera da letto di un re.
Appena fui dentro mi sembrò di essere nella regia di Caserta o in quella di Versailles.
Ori e marmi a profusione. Un letto enorme, altissimo, col baldacchino rivestito di prezioso broccato, si ergeva al centro della sala. Sedie, poltrone e divanetti tutti rigorosamente stile Luigi XV erano sparsi ovunque a profusione.
La cameriera, con uno strattone al guinzaglio che per poco non mi fece strozzare, mi ordinò di accucciarmi a terra, a quattro zampe, poi mi presentò il frustino e la striscia di cuoio.
- Scegli. -
Ricominciamo, pensai, adesso ci si mette anche questa a darmele di santa ragione.
Il frustino lo avevo già sperimentato e sapevo che faceva un male cane: scelsi la striscia di cuoio, almeno avrei sperimentato un altro attrezzo.
Prima me lo mise in bocca, di traverso, proprio come i cani che riportano un bastone, poi, guardandomi, ci ripensò; me lo tolse e me lo spinse in bocca dalla parte del manico, come se avessi dovuto fare un bocchino a quel pezzo di legno a forma di cazzo.
Tirandomi per il guinzaglio, proprio come una cagna, mi posizionò a circa tre metri dalla porta.
- Ferma qui e non ti muovere: quando entrerà il tuo padrone gli offrirai lo strumento che hai scelto per farti passare una deliziosa nottata. Se te lo chiede, prenderai l’altro che è sul comodino dalla sua parte; ma sempre camminando a quattro zampe, proprio come quella cagna che sei, e glielo porterai. Buona notte. -
Dopo qualche minuto, le ginocchia ed i polsi cominciarono a farmi un male "cane".
Avevo la bocca piena di saliva; non riuscivo a deglutire bene a causa del manico che avevo in bocca, ma non mi mossi.
Improvvisamente il padrone mi comparve davanti; forse, la stanchezza mi aveva fatto chiudere gli occhi per qualche istante.
Camminando a quattro zampe, mi avvicinai e gli porsi, come mi era stato ordinato, la larga frusta di cuoio che lui, con mio sommo sollievo, prese immediatamente.
Mi girò intorno un paio di volte, poi, senza alcun preavviso, mi colpì le natiche con due colpi molto violenti.
- Alzati. -
Feci una fatica orribile per rimettermi in piedi: le giunture anchilosate non ne volevano sapere di rispondere agli impulsi del cervello.
- Metti le mani sulla testa e chiudi gli occhi. -
Un colpo violento, sul davanti delle cosce mi fece fremere per il dolore (e per l’eccitazione).
Sapevo che mi avrebbe colpito ancora, ma il non sapere dove era una meravigliosa tortura.
Un altro colpo sul retro delle cosce: il respiro mi divenne di colpo affannoso. Quando colpì prima una tetta, poi l’altra, digrignai i denti per il dolore, ma sentì anche la mia fichetta cominciare a bagnarsi come nei momenti migliori.
- Apri gli occhi e rispondi. Vuoi che ti colpisca ancora? -
Senza pensarci, istintivamente, gli diedi una risposta che forse non si aspettava.
- Se a te fa piacere, sì, mio padrone. –
Mi guardò per qualche istante con una evidente espressione sorpresa e perplessa.
- Certo che mi fa piacere; e dove preferisci essere colpita? -
- Dove a te piace di più colpirmi. A me basta darti tutto il piacere che posso. -
Questa volta mi guardò in modo completamente diverso: il sorriso che aveva stampato sulle labbra era sincero ed evidente.
- Sei una gran "paracula": hai imparato bene la lezione, vero? -
- No, padrone, scusami se mi permetto di contraddirti, ma non è così. Ti ho risposto sinceramente: io sono abituata a dire quello che penso e non quello che gli altri vogliono sentirsi dire. –
Quel suo darmi della "paracula" mi aveva offesa. Ormai sapeva tutto di me; conosceva le mie reazioni ed avrebbe dovuto capire la mia sincerità.
- Avanti, non fare l’offesa; il mio era un rilievo scherzoso. So che sei sincera. -
Cazzo, è la seconda volta. Questo mi legge veramente nel pensiero.
- Su, non fare la reticente, e dimmi dove "tu", preferisci arrese colpita. -
Questa poi, proprio non me l’aspettavo.
In un lampo analizzai tutte le sensazioni che quella striscia di cuoio mi aveva regalato: mi avevano fatto un male cane, ma le due sberle sulle tette mi avevano veramente eccitata e glielo dissi, tirando semplicemente indietro i gomiti in modo che il mio davanzale fosse ancora di più a sua disposizione.
Mi si piazzò davanti, allungò il braccio per prendere la misura e cominciò a colpire, con ritmo: un colpo a destra, un altro a sinistra, poi ancora a destra ed un altro a sinistra.
Chinai la testa leggermente in avanti per vedere, oltre che "sentire" l’effetto di quei colpi. Ogni volta che la striscia di cuoio arrivava a segno, la tetta colpita si spiattellava letteralmente sul mio torace: il dolore era istantaneo ed acuto, eppure tremendamente eccitante.
Andò avanti così abbastanza a lungo. Non dava colpi violenti, ma precisi e mirati che riuscivano a coprire tutta la tetta: dal torace al capezzolo.
Ben presto me le sentì di fuoco. Le tette mi bruciavano esattamente come mi bruciava il culo durante una solenne sculacciata.
Era questo, pensai, quello che stavo ricevendo: una sculacciata sulle tette.
Smise all’improvviso e, senza dire una parola, mi infilò una mano tra le cosce tirandola fuori tutta bagnata dai miei umori.
- Ora sì che sei pronta. Togli la guepiére e sdraiati sul letto – mi ordinò mentre staccava il guinzaglio dal collare.
Mentre eseguivo l’ordine fui tentata di chiedergli per che cosa ero pronta, ma lasciai perdere; era meglio non sapere.
Se avessi dovuto rispondere io, avrei detto che ero pronta ad una scopata coi fiocchi, magari con inculata finale; purtroppo non spettava a me dare quella risposta.
Il dolore alle tette continuava a mantenermi eccitata tanto da farmi sbrodolare la fichetta; me ne accorsi arrampicandomi sull’alto lettone: un rivolo dei miei umori mi scolò lungo la coscia. Credo che mi stimolasse molto anche il non riuscire a capire cosa stava per capitarmi.
Le esperienze passate mi dicevano che non sarebbe stato niente di buono, almeno sotto un certo punto di vista.
Mi ero appena sdraiata sul letto che un suo avvertimento mi raggiunse come una fucilata.
- Non ci pensare nemmeno. Nessuno ti ha dato il permesso di masturbarti. -
Questa era la prova che era capace di leggermi nel pensiero: ne ero certa: era proprio quello che avevo in mente di fare; poi, notai che la mia mano destra, senza che me ne accorgessi, era scivolata a pochi millimetri dai riccioli del mio pube, ed il dubbio, se ne fosse capace o meno, s’insinuò nuovamente in me.
Ma lui, dove stava? Dove cazzo è andato a finire?
Dalla mia posizione, supina sul letto, non riuscivo più a vederlo; e neanche a sentirlo.
- Ti basta questo per esaudire il desiderio che hai espresso qualche ora fa? -
Sgranai, letteralmente, gli occhi.
Era comparso, nudo, davanti a me, con un cazzo tra le gambe, non ancora in tiro, ma già grosso da fare spavento.
Il cazzo più grosso che avessi mai visto.
Sul principio non capì a cosa stesse riferendosi. Non riuscivo a staccare gli occhi e la mente da tutto quel ben di dio, poi ricordai la facezia che avevo detto quando mi aveva dato il permesso di masturbarmi: "… forse un bel pisellone sarebbe stato meglio", e "quel" pisellone, andava al di là di ogni mio sogno più sfrenato.
Non trovai risposta migliore che quella di chiudere gli occhi ed allargare le cosce in un caldissimo invito.
- Eh no, bella mia; certi premi bisogna guadagnarseli. Non dimenticare che questo è il tuo periodo d’addestramento. Vediamo a che punto sei nell’arte amatoria, poi se ne riparlerà. Su, datti da fare. – concluse sdraiandosi accanto a me.
Soltanto il sentire quel magnifico pisellone, anche se non ancora pronto, strusciarmi su una coscia, mi toglieva ogni idea tranne quella di sbrigarmi a farlo mettere sull’attenti ed infilarmelo nella fica bollente.
Ma non era questo quello che voleva da me, almeno non subito, sperai. Ora dovevo dimostrargli che a letto ci sapevo fare tanto quanto una puttana d’alto bordo, se non di più, come mi ero (giustamente) vantata durante l’intervista con Sergio.
Lasciai da parte le mie voglie e mi dedicai completamente a lui.
Mi misi carponi sul letto guardandolo come si guarda un oggetto prezioso.
Un gran bel fisico, muscoloso al punto giusto, senza quelle brutte esagerazioni da palestrato. Il petto non era molto villoso, anzi, direi quasi glabro, appena un accenno di peli sullo sterno.
Gli presi un capezzolo tra le labbra e cominciai a succhiarlo solleticandolo contemporaneamente con la lingua; con le mani, invece, avviai un lieve sfioramento dei fianchi, partendo da sotto le ascelle per arrivare quasi all’inguine e poi a ritroso.
Ogni tanto cambiavo capezzolo ed approfittavo di quel movimento per tenere d’occhio il suo magnifico bastone.
La mia cura stava cominciando ad avere effetto: ad ogni guardata fugace lo trovavo sempre più rigido. Quando giudicai che mancasse poco alla totale erezione, lasciai i capezzoli e iniziai a leccarlo su tutto il petto, la pancia, i fianchi. Quando arrivai a mordicchiarlo suoi peli del pube, sentì il suo arnese vibrarmi nell’orecchio nel quale si era andato ad incastrare.
A quel punto fu lui che perse la sua apparente freddezza.
Delicatamente, allungò le mani mettendole a coppa sulle mie mammelle e le lasciò lì, a stringermi molto delicatamente quasi non volesse procurarmi altro dolore.
Finalmente mi decisi: anch’io morivo dalla voglia; presi in mano il suo bastone, abbassai la pelle per liberare il prepuzio e me lo misi in bocca leccandolo come il cono gelato più buono del mondo (cosa che in effetti era).
Su e giù, su e giù, lo leccai in tutti i modi e per ogni millimetro quadrato, non dimenticando, ogni tanto, di succhiargli le palle belle gonfie.
Finalmente anche lui cominciò ad avere il fiato corto. La sua cappella si faceva sempre più turgida e grossa. Ebbi un brivido al pensiero che, prima o poi, quella notte, sarei riuscita a farmi fare un bel clistere di sperma da quella magnifica cannula. Intanto dovevo accontentare il mio palato sopraffino, volevo gustare il suo sapore.
Lentamente cominciai a scendere su di lui con la bocca spalancata.
Era grosso, accidenti se era grosso.
Mi facevano male le mascelle per evitare di sfiorarlo con i denti. Ben presto me lo sentì sull’ugola, ma non mi fermai: so quanto agli uomini piace infilartelo in gola ed anche più giù quando lo hanno abbastanza lungo. E quello era lungo più che a sufficienza. Il più lungo che avessi mai ingoiato.
Quando le mie labbra toccarono i suoi peli, quel mostro mi aveva oltrepassato le tonsille entrando per buona parte della trachea. Certo, avevo dei conati di vomito terribili, ma mi imposi, con tutte le mie forze, di ignorarli.
Rialzai la testa molto, molto lentamente per fargli assaporare tutte le sensazioni che gli trasmetteva il suo membro mentre si sfilava dalla mia gola. Appena lo ebbi di nuovo soltanto in bocca, ricominciai a succhiarlo come una pompa aspirante, poi lo ingoiai nuovamente, due, tre, quattro volte, finché non l’ebbi vinta.
Con un grido roco mi strinse finalmente le tette come se volesse spappolarmele e mi inondò la gola con una serie incredibile di fiotti che mi sembrò non dovessero finire mai.
- Sei stata magnifica. – mi disse accarezzandomi le spalle ed i capelli come se fossi stata veramente la sua donna. – chissà se riuscirai a superare te stessa? -
Avevo temuto, per un attimo, che tutto sarebbe finito lì, invece, le sue parole, con mio gran sollievo, erano un chiaro invito a proseguire.
Lo feci voltare, lo baciai delicatamente sulla schiena, gli baciai le natiche sode, le cosce, poi mi misi a cavallo del suo bel culetto. Appoggiai le mani sulle sue spalle e cominciai a sfiorargli la schiena con i capezzoli; lentamente, con movimenti rotatori. Pian piano scivolai a cavallo delle sue cosce per fargli sentire le tette sulle reni e sul culo.
Mi aiutò sollevandosi leggermente, quando gli infilai una mano sotto il bacino: il suo arnese stava nuovamente dando evidenti segni di risveglio.
Mi chinai sul suo bel culetto e lo mordicchiai proprio sotto le natiche, all’attaccatura delle cosce. Quando lo facevano a me, non riuscivo a resistere, mi mandavano in visibilio.
Evidentemente anche lui provò qualcosa di molto simile; gli allargai le natiche come lui aveva fatto a me decine di volte, ed iniziai a leccargli il forellino (ma questo, lui a me, purtroppo, non lo aveva mai fatto) spingendo, a volte, la lingua come se lo volessi penetrare.
Gli veniva la pelle d’oca ogni volta che tornavo a giocare con la lingua sul suo ano; la mano con cui gli avevo imprigionato il membro mi diceva che ormai era pronto al secondo round.
Lo girai ancora pancia all’aria. La mia mano aveva detto il vero: sembrava ancora più lungo e più grosso di prima. Mi ci inginocchiai sopra guardandolo negli occhi e finalmente, con un sospiro liberatorio me lo feci scivolare dentro.
Era una cosa magnifica ruotare il bacino attorno a quel palo, mi riempiva in modo meraviglioso solleticandomi tutti i punti dell’alfabeto, non solo il punto G. Quando lo sentì vibrare dentro di me, prossimo all’orgasmo, mi fermai e mi rialzai sfilandomelo da dentro.
Il padrone aprì gli occhi guardandomi stupito. Gli sorrisi e mi chinai su di lui togliendomi un’altra grossa soddisfazione: incollai le mie labbra alle sue e lo baciai con un bacio lungo e appassionato. Lui rispose stringendomi a se, infilandomi la lingua in bocca, fino in gola. Le tette, schiacciate sul suo petto, mi lanciavano stilettate di inebriante dolore.
Anch’io ero prossima al godimento eccelso di quella nottata; ma volevo farlo a modo mio dimostrandogli che tutto il mio corpo gli apparteneva.
Gli impedì di rientrarmi dentro, rialzandomi, quando sentii che sollevava il bacino per cercare di piantarmi ancora il suo bastone nella fichetta. Mi dispiaceva lasciare quella dolce bocca, quei baci appassionati, ma non ero sicura che ce l’avrebbe fatta una terza volta. In ginocchio sul suo bacino, aspettai che le pulsazioni del suo membro rallentassero; che il suo respiro riprendesse il ritmo normale; poi, infilandomi una mano in mezzo alle cosce, impugnai quel duro randello e me lo puntai sul secondo canale.
Lentamente mi calai giù, facendomelo entrare dentro, millimetro dopo millimetro. Man mano che il mio culo scendeva, riuscivo, tremando, ad assaporare ogni frazione di quella grossa cappella che mi penetrava rinnovandomi la dolorosa sensazione di essere squartata. Quando sentì che ormai tutta la punta era entrata, di botto, sussultando per il doloroso piacere, mi lasciai andare, impalandomi, fino in fondo, sul bastone dei miei sogni.
Soltanto allora, riavvicinai la mia bocca alla sua e ricominciammo a baciarci come due liceali in calore.
Lo cavalcai furiosamente, spingendo con il mio bacino verso quella verga che m’invadeva gli intestini mentre la mia fichetta strusciava sui peli del suo pube, regalandomi altre sensazioni meravigliose.
Ero eccitata e stravolta da quel piacere ben diverso da quello solitario che mi aveva fatto provare nei due giorni precedenti; quello era un piacere mio intimo, ricavato e scatenato dalla mia natura che mi faceva godere delle situazioni più umilianti, imbarazzanti o, meglio ancora, dolorose in cui venivo a trovarmi; questo, invece, era il piacere dell’amore, del sentirmi voluta, desiderata; dell’ebbrezza dell’essere cosciente che stavo donando volontariamente a quell’uomo, il meglio di me stessa, non tanto fisicamente, quello poteva prenderselo quando voleva, quanto mentalmente.
Dopo due giorni di dolori e godimenti imposti, adesso ero io a comandare il gioco; ero io a regalarmi quelle sensazioni, anche dolorose; ma ero sempre io che gli stavo imponendo tutto il piacere che stava provando.
Inizialmente i nostri ritmi non erano molto coordinati; anche perché io continuavo a cambiare canale per dilatare il mio piacere. Me lo spostavo dal culo alla fica e viceversa senza seguire un ritmo; obbedendo soltanto al mio desiderio del momento di sentirmi riempita da due cazzi che mi pompavano contemporaneamente davanti e di dietro.
Con quei movimenti frenetici di sfila e infila, più di qualche mancai il centro del bersaglio facendo strusciare quel magnifico pisellone nel solco delle natiche.
Sicuramente non apprezzò la mia scarsa mira e ad un certo punto prese il comando di quella scatenata sarabanda sessuale.
Mi afferrò saldamente per i fianchi bloccando i miei movimenti disordinati.
Aspettò che avessi centrato la sua cappella sul mio ormai dilatato buchetto posteriore, poi, scansò la mia mano e spinse con il bacino, penetrandomi fino a schiacciare le mie natiche sulle sue forti cosce; si fermò così per qualche istante poi allentò leggermente la presa, permettendomi di sollevarmi mentre lui faceva lo stesso abbassando il bacino.
Quando mi fui quasi totalmente sfilata da lui, mi strinse nuovamente spingendomi vero il basso; verso il suo palo che stava nuovamente salendo per scivolare dentro di me.
In breve coordinammo i nostri movimenti; purtroppo, così facendo, con lui costantemente piantato nel mio culetto, riducemmo al minimo la nostra resistenza; in compenso però, tutto fu molto gratificante, con reciproco, enorme piacere.
Finalmente ero riuscita a riceverlo come volevo io; come mi piaceva di più: un po’ avanti ed un po’ dietro. Non feci, però, in tempo a riportarmelo davanti prima che godesse e fu così che ricevetti quello che potrei definire il clistere più bello del mondo: un lungo, enorme clistere di sperma; e lo ricevetti proprio mentre il mio retto m’inondava delle dolcissime pulsazioni dell’orgasmo anale.
Doveva avermene scaricato dentro parecchio, visto che quando ebbi ripulito per bene il suo pisellone lavandolo con la mia linguetta, fui costretta a chiedergli il permesso di andare in bagno: la necessità si stava facendo sempre più impellente.
Il maledetto aveva ricominciato a leggermi nella mente.
- Un clistere, di qualsiasi soluzione sia fatto, alla fine dà sempre lo stesso risultato, vero? Bisogna correre in bagno. Vai, di corsa. Non è il caso di sporcare il pavimento. -
Feci più presto che potei; ero ansiosa di tornare a letto con lui e riprendere, da dove avevo dovuto interrompere, per necessità fisiologiche, quella splendida notte cominciata tanto bene.
Lo ritrovai seduto su una poltroncina mentre si fumava beatamente una sigaretta.
Rimasi quasi pietrificata sulla porta del bagno, notando, appoggiati sulle sue ginocchia, i due attrezzi che la cameriera-padrona mi aveva dato da portare: la canna di bambù e la cinghia di cuoio.
- Scegli – fu l’unica cosa che mi disse prima che riuscissi a fare un passo nella stanza.
Da sola, in bagno, mentre mi svuotavo del clistere che mi aveva fatto con il suo seme, mi ero crogiolata nella speranza che almeno per quella notte, dopo quello che c’era stato tra noi, dopo i baci appassionati che c’eravamo scambiati, non saremmo ritornati all’addestramento, alle frustate, al dolore gratuito.
Evidentemente era stata una vana speranza; ci rimasi male.
Il messaggio era fin troppo chiaro: io sono il padrone, tu sei la schiava; io ti addestro, tu soffri; tu non sei altro che una cagna in calore da addestrare a suon di frusta a dare il massimo del piacere possibile.
Senza dire una sola parola; senza fare un solo gesto; mostrandomi semplicemente gli strumenti della mia sottomissione che io stessa avevo portato, mi aveva rimesso al mio posto; all’unico posto che mi spettava.
Con una rabbia interiore che mi guardai bene dal mostrare, scelsi la canna di bambù.
Faceva molto più male della cinghia e proprio per questo la scelsi. Per punire me stessa per quella pazza, assurda fantasticheria in cui mi ero crogiolata, e, forse, per punire anche lui. Il cuore, la testa. tutta me stessa, mi sussurravano che non avrebbe affatto gradito quella scelta.
Quello, almeno, era ciò che speravo.
Fissandolo negli occhi, soffocando il rancore che avevo dentro, mi accucciai nuovamente carponi a terra e, gattonando a quattro zampe, mi avvicinai ai suoi piedi.
In fin dei conti, perché ero lì? Per un posto di lavoro che mi piaceva da morire e che ero intenzionata ad avere a tutti i costi.
Una volta assunta, e diventata comproprietaria di quell’attività, mi sarei tolta la soddisfazione di fargli rimpiangere, alla prima occasione, ciò che quella notte aveva rifiutato.
Non ero altro che una cagna in calore da addestrare a suon di frusta? Bene.
Quella e soltanto quella sarei stata d’ora in poi: una cagna, ma per lui, non più in calore.
Ero stata una vera idiota a sperare che per lui fossi diventata qualcosa di diverso.
Con la bocca, presi la cinghia e la gettai più lontana che potei, poi afferrai la canna e gliela porsi sollevando la testa.
Forse fu soltanto frutto della mia immaginazione, ma in quel momento ebbi la sensazione che il mio gesto fosse accolto con un movimento di stizza e che il sorriso con cui mi guardò, fosse velato di amarezza.
Prese la canna, si alzò e scotendo leggermente la testa sospirò.
- Se è questo quello che vuoi, così sia. -
Prese il guinzaglio che mi aveva tolto e lo applicò nuovamente al collare che ancora indossavo. Strattonandomi come si fa con un cane recalcitrante, mi trascinò verso il bordo inferiore del letto.
- Alzati, cagna! Allarga tutte e quattro le zampe. -
L’ira con cui urlò l’ordine mi spaventò.
Passando quattro cordicelle negli anelli dei bracciali e delle cavigliere mi bloccò alle colonne del baldacchino del letto. Mi aveva praticamente messa in croce.
Ero rivolta verso il letto, segno evidente che mi avrebbe frustata sul culo e sulla schiena, pensai, ma poi mi resi conto che avrebbe potuto colpirmi anche davanti: il letto mi proteggeva fino all’inguine: pancia e seni erano alla sua mercé.
Era alle mie spalle quando sentì la canna fischiare nell’aria.
Una botta violenta sulle natiche, seguita immediatamente dopo da un’atroce fitta di dolore.
Un altro colpo così e mi taglia in due, riuscì a pensare quando finalmente l’ondata di dolore si attenuò.
Non mi tagliò in due, né con il colpo seguente né con gli innumerevoli altri che seguirono: mi distrusse soltanto.
Non un centimetro della parte posteriore del mio corpo fu risparmiata: spalle, schiena, natiche, cosce, polpacci; colpì dappertutto ed in modo feroce. Sembrava che le mie urla, anziché placarlo, lo aizzassero a farmi sempre più male, a colpirmi sempre più duramente.
Ero allo stremo, decisa a dirgli di smettere, decisa ad andarmene, decisa a rinunciare a tutto quando mi accorsi che da qualche secondo, o da qualche minuto non lo so, non ricevevo più colpi. Avevo involontariamente tenuto il conto fino a trentacinque, poi mi ero persa, ma sicuramente me ne aveva dati almeno altrettanti.
È finita, pensai, ce l’ho fatta. Sono riuscita a resistere anche a questo.
Ormai non pensavo più alla delusione e alla rabbia che mi avevano indotto a quella scelta; pensavo soltanto che non avrei ricevuto più altre frustate; ma non fu così.
Comparve alla mia destra, a fianco del letto. La mano sinistra appoggiata alla colonna, la destra faceva fischiare nell’aria la canna: chiusi gli occhi.
Un dolore tremendo sul ventre seguito immediatamente dopo da quello al seno.
- Perché, - gridai con il poco fiato che mi restava – perché mi stai facendo tutto questo? Cosa ti ho fatto? Mi stai ammazzando. -
Si fermò, mi guardò, poi di colpo si riscosse; come se si fosse risvegliato in quel momento senza sapere dove si trovasse.
Gettò la frusta dall’altra parte della stanza. Si portò alle mie spalle e mi sciolse: fortunatamente fu pronto a sorreggermi prima che cadessi a terra come uno straccio.
Mi depose sul letto, pancia sotto, con estrema delicatezza.
- Perché? – gli chiesi ancora.
- Ti chiedo perdono, ho sbagliato, non avrei dovuto lasciarmi andare in questo modo; ma, dopo tutto quello che c’era stato tra noi …, come avevamo fatto all’amore …, come mi avevi offerto tutta te stessa, facendomi godere in ogni tua parte e godendo tu, ogni volta, insieme a me, pensavo …, avevo sperato che tra noi …. Invece…, il tuo rifiuto, il tuo ritornare subito ad essere la donna da addestrare per un lavoro milionario, mi ha fatto perdere il lume della ragione. E ti ho punita, come era mio diritto, anche se ora, solo Dio sa quanto mi dispiace di averlo fatto. -
- Ma di che cazzo stai parlando? – riuscì a chiedergli con il filo di voce che mi restava.
Uno dei due era sicuramente impazzito, e quello non ero certo io.
- Quando mai ti ho rifiutato? Cosa ti ho rifiutato? – non riuscivo a capirlo; non riuscivo a rendermi conto di che cazzo fosse successo.
Sembrava quasi che fossimo stati vittime di un terribile equivoco.
- Te lo sei già dimenticata? Che cosa hai fatto appena tornata dal bagno? Non hai subito ristabilito le distanze rimettendoti a quattro zampe come ti ho trovata quando sono entrato? Mica sono scemo, sai? Ho capito subito il messaggio: la parentesi è finita. Quello che è stato è stato. Io voglio questo lavoro e tu stai qui apposta per addestrarmi a farlo al meglio. Ed io l’ho fatto. Sono tornato al mio posto di addestratore ed ho verificato la tua soglia al dolore: complimenti; è altissima. Stai tranquilla che sarà riportata fedelmente sul tuo fascicolo. Questo, insieme alle altre note positive che già hai, ti farà già scattare qualche punto in più nei dividendi fin dal primo stipendio. – Il modo con cui mi sputava addosso le sue parole mi faceva più male delle frustate ricevute; anche perché pensavo di cominciare a capire, ma non riuscivo a credere a quello che parte della mia mente mi stava dicendo. - Te lo posso garantire per scritto. Contenta? Ti farò un contratto che partirà con almeno due punti in più sui dividenti. Era questo quello che volevi, no? Guadagnare il più possibile e nient’altro. -
Il mio sguardo allibito dovette fargli sorgere qualche dubbio sulle sue convinzioni.
Si allontanò da me bruscamente sedendosi sulla poltroncina più distante.
- Il tuo addestramento è finito. Se vuoi puoi rimanere a dormire, per questa notte, qui alla villa, nella stanza che ti è stata assegnata; altrimenti scendi al piano terra, dì alla socia che ti ha servito a tavola che il tuo addestramento è finito. Fatti ridare gli abiti e chiamare un tassì: con quello che guadagnerai puoi permettertelo. Torna domani o dopodomani: Sergio ti farà firmare il contratto. Vai! -
- No. -
- Che significa no? Non vuoi più firmare il contratto? -
- Certo che voglio firmare il contratto; ma non voglio andare via prima di aver chiarito questa storia. – ero frastornata; l’amarezza evidente delle sue parole, scelte apposta per colpirmi, per farmi male, mi avevano rafforzato il dubbio che eravamo stati ambedue dei cretini, vittime di un atroce equivoco.
- Cosa c’è ancora da chiarire? Mi sembra che ormai sia stato detto tutto. -
- No, - risposi sentendo la rabbia montarmi nuovamente dentro. Possibile che non capisse? – "Tu" ha detto tutto; non io. -
- E cos’altro vuoi aggiungere tu? – l’amarezza con cui disse quelle parole era lampante. – Guarda che due punti di dividendo sono di per sé, già una cifra notevole. Non puoi pretendere di più. -
- Non li voglio. E se non mi lasci chiarire questa faccenda, non firmerò neanche quel cazzo di contratto. – appena pronunciate quelle parole, mi sarei morsa la lingua. Ma che ero diventata matta? Veramente non volevo più quel posto di lavoro? Ci pensai su, mentre vedevo sul suo volto passare una sfilza di espressioni: dall’incredula alla speranzosa; dalla gioiosa all’amareggiata. Sì, in quelle condizioni non mi sentivo di accettare quel posto; non almeno finché lui fosse stato uno dei soci. In quei pochi istanti capì finalmente quello che il mio cuore sapeva da tempo.
Mi ero follemente innamorata di lui.
- Lo sai, vero, che il tuo è un vero e proprio ricatto? Ma io non ci casco. Nessuno ti obbliga a fare niente; vuoi restare? Ti ho già dato il mio permesso: resta! Vuoi andare via? Vattene, non ti trattengo. Non vuoi accettare di diventare socia? Affari tuoi. Ti ho già chiesto scusa per come mi sono comportato, ma se pensi che te ne ho date troppe, allora fai bene ad andartene: se lavorerai qui, riceverai sicuramente battute molto peggiori di quella per cui ti sei scaldata tanto. Comunque, finiamola qui; avanti, sentiamo. Cos’altro c’è da chiarire? -
Mi voltai per non fargli vedere le lacrime che stavano bagnandomi gli occhi.
- Una sola domanda: perché al mio ritorno dal bagno mi hai chiesto di scegliere tra la cinghia e la frusta? -
- Possibile che non ci sei ancora arrivata? Evidentemente no. Sei troppo ottenebrata dal desiderio di fare soldi per badare a queste sfumature. Comunque, se vuoi che ti risponda sinceramente, lo farò: l’ho fatto per metterti alla prova. Volevo verificare se era un mio assurdo desiderio o era la verità quello che mi era sembrato di percepire mentre facevamo all’amore; volevo capire se il tuo ardore nel soddisfare me e te insieme, fosse dettato dalla semplice volontà di dimostrarmi quanto eri brava a letto o da qualcosa di diverso e più profondo. Tutto qui. Sono stato uno scemo, vero? Ma tu mi hai riportato subito con i piedi per terra togliendomi ogni sciocco dubbio: ti sei rimessa a quattro zampe e hai gettato via la cinghia che era stato lo strumento con cui avevamo dato l’avvio a quella parentesi che non aveva nulla a che fare con l’addestramento. Prima che te ne andassi in bagno, avevo creduto di capire che le cose, tra noi, erano … cambiate. Non ti sentivo più "una" schiava da addestrare, ma la "mia" schiava, la "mia donna". Ma tu non hai scelto la cinghia, con cui mi avresti comunicato il tuo desiderio di non cambiare, di andare avanti sulla stessa strada; magari ricominciando da capo per tornare allo stesso punto e proseguire da dove ci eravamo interrotti. No. Hai cambiato. Hai gettato l’oggetto che ci aveva in qualche modo uniti e ci hai rimessi ognuno al suo posto. -
Mi voltai come una furia:
- Brutto coglione presuntuoso che non sei altro. Non ti è passato per l’anticamera del cervello che, dandomi quella scelta, io avrei potuto interpretarla in modo ben diverso da come la intendevi tu? Tu e solo tu ci hai rimesso ognuno al suo posto; non io. Sei stato tu, presentandomi le fruste in quel modo, a dirmi che non dovevo farmi illusioni; che la ricreazione era finita e dovevo tornate al mio posto di schiava da addestrare a suon di cinghiate o di frustate. Questa è la sola scelta che mi hai lasciato. – a quel punto non ce la feci più; mi gettai fra le sue braccia e lo tempestai di pugni sul petto urlandogli contro tutti i peggiori epiteti che mi venivano alla mente.
Sul principio mi lasciò fare, forse non riusciva a riprendersi dalla mia rivelazione, poi mi bloccò le mani, mi strinse a se e mi baciò, a lungo, lasciandomi senza fiato. Quando ci sciogliemmo da quel lungo e appassionato bacio, come se nulla fosse successo, mi prese per i fianchi, mi sollevò come un fuscello, mi stese sulle sue ginocchia di nuovo culetto all’aria e cominciò a sculacciarmi di santa ragione.
- Se vuoi che smetta, dimmi che mi ami e che vuoi essere la mia donna per sempre. -
Glielo dissi, ma non prima che la temperatura del mio culetto raggiunse gli ottanta gradi ed una gradazione di colore molto simile ad un porpora molto scuro.
Come finì?
Nel modo per me più sorprendente ed inaspettato.
Firmai il contratto con i due punti in più di dividendi come mi aveva promesso; lo firmai non alla presenza di Sergio, ma addirittura di quella del Direttore dell’azienda.
Maledetto; mi aveva imbrogliato nuovamente: era lui il Direttore Generale.
Dopo neanche tre mesi ci sposammo, ma questo non mi impedì, anche perché io non volli, di continuare ad interessarmi degli affari della società pestando servizio tutti i fine settimana. Potevo esimermi? Certamente no, visto che ero una socia comproprietaria dell’azienda.
Lui non voleva, ma la spuntai io: alla fin fine, lui, pur essendo il Direttore Generale, era pur sempre un mio dipendente.

 

 

Messico e Nuvole

Avevano noleggiato un fuoristrada per meglio addentrarsi nelle strade più impervie, tra colline e foreste lussureggianti ove due millenni prima fioriva la civiltà Maya; Giancarlo e Mirna non sono sposati ma è come lo fossero, vivono da quasi cinque anni assieme e sono appassionati di viaggi, preferiscono organizzarseli da soli, li studiano nei minimi dettagli, c’è sempre qualche piccolo rischio connesso ma se la sono sempre cavata.
Giancarlo ha quasi trent’anni mentre Mirna ne ha da poco compiuto ventisei, biondina dal fisico poco appariscente, è il classico tipo che diventa una insospettabile peperina quando la si fa eccitare; aveva dovuto mettere in campo le migliori arti seduttive per convincere Gian a portare con loro in Messico sua cugina Lorenza, una ragazza dai capelli castani e gli occhi scuri, entro i quali si possono leggere le intense meraviglie che il suo corpo ancora acerbo è in grado di offrire.
Lorenza è affascinata dalle civiltà sorte nell’America centrale, ha letto molto di riti esoterici e sacrificali che colà si svolgevano, non appena le è giunta voce della preparazione di questo viaggio è riuscita a strappare la promessa ai genitori che se Mirna avesse accettato l’avrebbero lasciata andare con loro, era il regalo per la promozione appena ottenuta, da quel momento ha subissato la cugina con telefonate ed incontri, diventandone quasi la sua ombra.
Te l’ho detto Lorenza, non è per me, ma Gian non ne vuole proprio sapere di portarti con noi, è una responsabilità troppo grande che non si vuole assumere, ho cercato di insistere ma è proprio irremovibile, questa volta non condivido la sua scelta così drastica ma la accetto serenamente e credo che anche tu dovresti fartene una ragione.
A casa di Mirna, sedute in cucina davanti ad un paio di tazzine di caffè, ella pensa che questa non possa che essere l’ultima discussione sull’argomento ma la cugina la gela con delle parole inaspettate: credo che non hai insistito a sufficienza, ma soprattutto che non devi aver scelto i momenti giusti per cercare di convincerlo, dovevi farlo a letto magari nel bel mezzo di un pompino!
Mirna è presa alla sprovvista, è lei che arrossisce anziché la cugina, un travaso di emozione le fa tremare la voce: ……..ma, ma che cosa ti salta in mente……..che ne sai tu di queste cose…….
Lorenza è un fiume in piena, ha ormai rotto gli argini e le sue parole esondano: ma dai, per chi mi hai preso, non sono mica più una bambina, fra poco compio diciotto anni, so bene come si convincono quelli dell’altro sesso, non è certo la prima volta che faccio dei pompini pur di raggiungere certi risultati.
Mirna ha il volto infiammato, bisbiglia qualcosa con la saliva tra le labbra senza che la cugina possa percepire il significato, Lorenza approfitta dell’evidente imbarazzo: se è perché ritenete che possa esservi d’impiccio quando vi verrà voglia di stare in intimità, questo pensiero non vi deve nemmeno sfiorare, posso tranquillamente dormire da un’altra parte, se invece potrò stare con voi non mi tirerò di certo indietro, credo che al tuo Gian non spiacerebbe vedermi all’opera……
Ma……ma, sei impazzita……..non ti facevo così spregiudicata……..
Ma in che mondo vivi Mirna, non vorrai farmi credere che non ti sei mai masturbata, da sola o con qualche tua amica, che non hai mai giocato ai dottori, che non hai mai succhiato l’uccello di qualcuno che non sia Gian o leccato la fichetta di una tua coetanea?
Ora il volto di Mirna ha lo stesso colore del sole in uno di quei tramonti africani dell’arida savana che attende la stagione delle piogge, ha un groppo in gola, quei discorsi l’hanno sconvolta, sta per scoppiare in un pianto isterico, liberatorio, per non dire catartico; si alza di scatto in piedi, con una mano incollata alla bocca per frenare il tumulto che la scuote, corre via, si infila in camera da letto e qui vi si butta con il volto affondato nel cuscino, cercando di trovare quella calma interiore che potrà permetterle di affrontare la situazione.
Lorenza giunge silenziosa, al pari di un felino che segue la preda nascondendosi tra l’erba alta prima di sferrare l’attacco finale, è molto abile, in quel momento il suo unico obbiettivo è raggiungere lo scopo prefisso, si siede sul letto e le carezza i capelli: scusami Mirna non volevo offenderti, perdonami aggiunge con voce melliflua che pare provenga dalle labbra di una persona casta e pura.
La mano si immerge nei capelli, li avvolge tra le dita, carezza il collo liscio che si tende come una corda di violino trasmettendo un’incessante teoria di brividi, che al pari di note melodiose si disperdono nell’aria rarefatta della camera da letto: scusami, scusami, mai avrei creduto di turbarti così tanto……….
Sembra una filastrocca che pare non debba aver mai fine, come quella che una mamma ripete insistentemente alla propria bambina fintanto che non percepisce che ha raggiunto il mondo dei sogni, Lorenza inizia un racconto che prosegue ininterrottamente, sempre con lo stesso tono, mentre la mano scivola leggera sulla schiena dentro l’apertura del vestito sgualcito, la pelle viene solo sfiorata durante l’implacabile discesa: la rada peluria è come se volesse tendersi verso il palmo per meglio assaporare l’esasperante piacere che quel tocco sa donare.
……..ti ricordi di Manlio quel mio compagno di classe che hai visto qualche volta assieme a me, mi ha sempre fatto il filo ed è sempre stato geloso soprattutto quando vedeva che facevo la smorfiosa con qualcuno di più grande, sapevo che aveva l’abitudine di seguirmi quando mi avviavo con qualche ragazzo lungo il canale……….
……ad uno ho fatto un pompino ben sapendo che lui ci stava spiando da dietro un cespuglio distante qualche metro, l’avevo visto bene con l’uccello in mano che si stava facendo una sega, un attimo prima di abbassarmi a prendere in bocca il pisello del mio amico…….alcuni giorni dopo me lo sono fatta confessare da lui stesso……..
……Manlio moriva dalla voglia di farmi ripetere l’esperienza con lui ma non aveva il coraggio di affrontare il toro per le corna, era sempre in difficoltà, finchè un giorno ho accettato di andare a studiare a casa sua, là ho preso io l’iniziativa, a modo mio……..
……ho fatto scivolare la mano sui pantaloni, l’ho strizzato da sopra la stoffa sentendolo gonfiarsi prepotentemente, è diventato rosso come un peperone ed ha cominciato a soffiare come una locomotiva quando gliel’ho preso in mano infilandomi dentro la patta…………..
……ti piacerebbe che te lo prendessi in bocca vero, sei uno sporcaccione lo so, ti piace tanto farti le seghe mentre mi spii, ma se vuoi sentire le mie labbra che te lo insalivano devi contraccambiare……
…….sì, sì, dimmi cosa debbo fare mormorò Manlio ormai vicino all’orgasmo……….
……voglio che coinvolgiamo nei nostri giochi anche tua sorella Anna……….
…..non riuscì a rispondermi perché una frazione di secondo dopo gli spruzzi di sperma imbrattavano la mia mano ed i suoi pantaloni……..
Mirna ascolta in silenzio, sembra quasi abbia smesso di respirare tanto è appiattita sul letto, pare abbia paura di interrompere quella cantilena che si accompagna con la carezza della mano; ora il palmo si è soffermato per un tempo interminabile sul fondo schiena a giocherellare con l’elastico delle mutandine, sollevandolo diverse volte per far scorrere fugacemente all’interno le dita, prima di ritrarsi come se fosse stata scottata.
E’ un giuoco snervante che ha incredibilmente alzato il tasso di libidine ben palpabile nella stanza da letto, è come se Lorenza stesse sturando un’ampolla ricolma di infusi magici, che si insinuano nel corpo attraverso le narici, e che sanno infondere una carica sessuale misteriosa che riesce a traghettarti verso l’aere.
La mano di Lorenza ha abbandonato il fondo schiena posandosi sulla calda pelle delle cosce, da qui intende dirigersi là dove la linfa nasce spontanea, da questa parte del percorso trova ben pochi ostacoli, il palmo ed il dorso vengono stretti in un abbraccio serrato, quasi volessero ostruire la strada che conduce verso il giardino delle delizie, intuendo che il suo raggiungimento non avrebbe più lasciato spazi a ripensamenti.
Ancora una volta Lorenza esaspera la cugina con una serie di falsi attacchi verso il cuore centrale dell’umida difesa che si sta sciogliendo, percorre con le dita l’orlo del minuscolo indumento: ha fin troppo chiara la sensazione che il pube si sia sollevato, ed anche le cosce si sono allentate e lentamente dischiuse lanciando il segnale che è possibile avanzare senza impedimenti di sorte.
Lorenza si limita a vellicare il pelo da sopra il triangolino macchiato da incontenibili riflussi vaginali, evitando di affondare là dove la sua carezza è attesa con trepidazione, riprendendo il suo racconto.
…….Anna ha vent’anni ed ha quindi un paio d’anni di più di me e di suo fratello, mi ha impressionato sin dal primo momento che l’ho vista, ha uno sguardo devoto e pio, intriso di puritanesimo, la vedevo in chiesa in prima fila con lo sguardo contrito, la sentivo pregare sottovoce; lei così bella, alta e magra, sempre fasciata da vestiti che la coprono fino alle caviglie, lei che rifiuta il mare d’estate per non scoprirsi, che ha la pelle candida come la luna, lei è stata l’unica donna che è riuscita a farmi masturbare in solitudine, al pensiero di poter un giorno scoprire ogni remoto angolo del suo corpo…….
…….ho seguito Manlio al bagno, mi diverte il suo imbarazzo mentre lo aiuto a pulirsi, ha finto di non aver capito il mio accenno a sua sorella ma gli insistenti sfregamenti delle mie dita sul suo piolo che si era solo parzialmente ritratto, ne gonfiano nuovamente la punta violacea facendolo annaspare…..
…….rinnovo la richiesta e lui riesce solo a biascicare che Anna è una ragazza molto pudica, ha poche relazioni anche verbali con il fratello ed ancor meno con estranei………
…..so io come scioglierla, la tenteremo, ci faremo spiare……..
….. un pomeriggio che la sapevamo in casa nella camera accanto a studiare, fu facile per me fingere di divincolarmi da un tentativo di Manlio di volermi possedere, avevo alzato il tono della voce quel tanto che basta perché fossi sentita dall’altra parte del muro, avevamo lasciato la porta socchiusa ed io ero semisdraiata sul letto con la gonna sollevata………
…….Manlio cercava di insinuarsi con le dita oltre il bordo degli slip mentre io facevo la parte di quella che vuole resistere…….come la vidi far capolino sulla porta migliorai la mia sceneggiata….dai smettila, cos’hai oggi, sei così focoso, non ti sarai mica messo in testa cose strane…..
……..di tanto in tanto guardavo il volto allampanato di Anna che osservava la scena con gli occhi fuori dalle orbite, avuta chiara la sensazione che non si sarebbe intromessa proseguii allungando una mano sulla patta……..sporcaccione, senti che grosso……dai calmati un attimo se no finisce che tua sorella ci sente……..la vidi strabuzzare quando, dopo averglielo tirato fuori, lo presi in bocca e cominciai a succhiarglielo…….
Lorenza adesso avverte chiaramente le contrazioni della vagina di Mirna, smette di stuzzicarla e scosta il lembo del triangolino, le dita si intingono di rugiada e la penetrano allungandosi all’interno di quel nascondiglio muschioso: la cugina freme, è rapita da quelle stimolanti carezze che la fanno viaggiare in un mondo estatico, senza confini, di cui non conosceva l’esistenza, si abbandona, stringe i pugni sulle lenzuola, è la fine di un piacere narcotizzante quello che resta dopo l’orgasmo.
Continua a sfregarla con dolcezza quasi a voler spegnere lentamente il riverbero che ancora ristagna all’interno: adesso capisci meglio quello che intendevo dirti poco fa in cucina…….
Mirna è come se avesse un momento di appannamento, poi mantenendo il viso schiacciato sul cuscino, fa cenno di sì con la testa.
Quando Lorenza la costringe a girarsi ha lo stesso sguardo di una bambina impaurita, trema come si trovasse in un ambiente gelido, si lascia sfilare il vestito, poi è la volta del reggiseno che consente di mettere in luce due splendide corolle rosate, larghe e tese: le dita si soffermano a stringere quei pioli appuntiti che diventano duri ed irti come promontori.
Vuoi che ti racconti cosa ho fatto con Anna le sussurra Lorenza mentre aggancia l’elastico degli slip per denudarla completamente: è felice di raccogliere il suo assenso da un battito delle palpebre ma ancor più di vederla arcuarsi per agevolare lo sfilare del minuscolo indumento.
Lorenza le spalanca le cosce prima di accalappiare la clitoride facendo sì che la protuberanza si affacci turgida fuori delle grandi labbra, riprende a toccarla e la vede socchiudere gli occhi, ricomincia a raccontare.
…….Manlio non ci ha messo molto a sborrarmi in bocca……mi piace trattenere sulla lingua e sul palato quel prezioso liquido vischioso dal sapore agrodolce……..quando mi sono ritratta Anna era ancora lì ferma estaticamente….sembrava che si fosse estraniata, che la sua mente vagasse nello spazio a cavalcioni di una nuvola…….non si spostò di un millimetro nemmeno quando mi diressi verso di lei…
…..era come intontita, avvolta in un lungo camicione blu cobalto che ne risaltava il pallido colorito della pelle………la raggiunsi e mi sollevai sulle punte per baciarla in bocca……feci tracimare sulle sue labbra e poi sulla lingua il liquido seminale del fratello………ella lo trattenne degustandolo senza particolare enfasi……..non dava alcun segnale di potersi scuotere da quello stato di torpore che pareva l’avesse estraniata dalla realtà………
…..la presi per mano conducendola in camera sua mentre Manlio, con l’uccello ballonzolante di fuori, ci guardava stranito non avendo nemmeno lui intuito quale potesse essere la reazione della sorella……
……..restò immobile in silenzio lasciandosi sfilare il camicione che avevo sbottonato sul didietro, solo la sottoveste si sovrapponeva al tocco delle mie mani sulla sua epidermide………le spalline scivolarono lungo le braccia liberando quel corpo immacolato………non portava reggiseno……….l’ho voltata verso di me per ammirare le due appuntite aureole ambrate che adornavano i piccoli seni……….l’ho spinta dolcemente verso il letto facendola sedere di traverso con la schiena appoggiata alla parete…….
…….solo allora vedendola accasciata quasi esanime ho iniziato a soffiarle addosso qualche parola mentre la carezzavo con entrambe le mani, che si spostarono dal viso ai seni, per catturarne le coppe nei palmi e strusciarne i capezzoli, i quali si ersero intimoriti………poi staccai una mano che discese sinuosa a solcare la morbida pelle……sentii il ventre che si contraeva quasi volesse accelerare i tempi per farmi raggiungere il traguardo……..
……quando arrivai allo scrigno attraverso i mutandoni da educanda che le fasciavano il ventre la trovai allagata, le dita rischiarono di impantanarsi in quel lago melmoso, le cosce si erano aperte adagio, adagio, come un cancello carraio mosso da un motore rotante di antica foggia…….sei una porcona anche tu come il tuo fratellino…….vorresti che te la leccassi questa tua bella passera piena di sugo……..
…….con una voce gutturale che sembrava provenire dall’oltretomba ella cominciò a mormorare la stessa identica frase per una decina di volte, sempre più flebilmente fintanto che le si è spenta tra le labbra: oh no, no, è peccato………
…….i miei occhi rimasero abbagliati dalla visione di quella incredibile foresta nera incastonata dentro la scia luminosa del suo corpo, candido come una via lattea,…..le dita faticano a districarsi tra quel cespuglio oscuro come il fondale dell’oceano, riescono però a dischiudere quella impertinente fessura cremisi, le cui pareti sono morbide al pari dei petali di una rosa……..
……il contatto della mia lingua la fa esplodere in un profluvio di parole inaspettate: sì, sì…… sono una troia…….una sporcacciona…..una cagna in calore…….mi piace, mi piace da morire……..; ……sono sorpresa dalle contrazioni dell’utero mentre la frugo con lingua spingendola sempre più a fondo…..l’orgasmo che ne segue le dilata i lineamenti del viso sfigurandola………
Lorenza accompagna questo racconto continuando a sfregare la passera di Mirna, stringendo tra le dita lo spesso clitoride, raspandolo con passaggi prima delicati e sfuggenti, poi sempre più ficcanti; Mirna dopo un assordante orgasmo subisce il fascino della cugina, si piega sul letto come una contorsionista per infilare la mano sotto il suo vestito, fruga fra le sue mutandine fino a raggiungere la fessura rasata e liscia come una palla da biliardo.
Resta qualche istante sorpresa da quella scoperta, poi è Lorenza che riprende il filo conduttore, sale sul letto, la scavalca con le ginocchia ponendosi sopra la testa, è un segnale forte e chiaro, Mirna finisce di scostare le mutandine con i denti e poi allunga la lingua: è il suo primo rapporto saffico ma non le servono apprendistati, strappa alla cugina un orgasmo che sembra non aver più fine.
E’ un’alba magica e misteriosa quella che li sta accompagnando con il fuoristrada verso Monte Alban, antico sito cerimoniale nel quale più di un millennio prima confluivano migliaia di persone per assistere alle apparizioni del grande sacerdote, che attraverso una ragnatela di cunicoli sotterranei compariva al pari di una divinità.
A differenza del tempo andato ora quei luoghi sono desertici, quasi spettrali, pur se immersi nel verde collinare, il sole non si è ancora levato dal sonno della notte anche se le prime luci rischiarano l’ambiente che riesce ad incutere un tutt’uno di suggestione e soggezione.
Mirna è rannicchiata sul sedile anteriore a fianco di Gian che guida a passo d’uomo, come se avesse timore di disturbare la sacralità di quei luoghi; Lorenza invece è seduta nel mezzo del sedile posteriore, indossa un paio di pantaloncini corti, incrocia lo sguardo di Giancarlo riflesso sullo specchietto retrovisore, lo ricambia con un’espressione maliziosa, fa scivolare la mano destra sulle proprie cosce, si carezza risalendo verso l’inguine, supera il tessuto leggero e le dita scompaiono: chiude gli occhi e si masturba lentamente.
Gian osserva con lo sguardo incollato allo specchietto il movimento leggero della mano, affascinato dalla estemporanea prestazione di quella impertinente ragazzina, non è la prima volta che riesce a fargli rizzare l’uccello, in quel momento però avrebbe voglia di tirarselo fuori e spararsi una sega per emulare quella straziante forma di autoerotismo.
Mirna aveva seguito il consiglio della cugina, era riuscita a strappare il consenso di portarla con loro, una sera a letto, nel buio della stanza erano iniziati i preliminari, era scesa con lingua dalla bocca al petto, giù oltre la cassa toracica alla ricerca dell’asta pulsante, che si era già sollevata librandosi nell’aria.
La lingua ammorbidì il glande già inumidito da alcune perline di eccitazione, tracciò dei geroglifici salivali per raggiungere lo scroto e stuzzicò la pelle molle con leggere punture dei denti; l’amante era intorpidito dal piacere per quelle delicate carezze linguistiche quando Mirna cominciò a borbottare: Lorenza è tornata alla carica, mi ha detto che sarebbe disposta a tutto pur di venire con noi, credo che dovremo accontentarla, non so se esserne gelosa, ho sentito dire da alcuni coetanei che sa essere alquanto birichina.
Man mano che infiorava i discorsi senza nulla riferire di quanto successo tra loro, Mirna sentiva il cazzo esprimere con violente pulsioni i messaggi del cervello, che rintracciava nei bulbi reconditi il lato peccaminoso che alberga in ognuno di noi; poco dopo, mentre si faceva fottere a gambe spalancate, esorcizzò i pensieri di Gian mormorando: porco, porco, avverto che stai già navigando in un torbido viaggio, che ha le forme acerbe della mia cuginetta.
Da quel giorno i preparativi proseguirono per tre persone, Lorenza ripagò la cugina con altri incontri nei quali la giovane era la maestra e la più grande l’allieva, fu proprio la ragazza appena entrata nella maggiore età a decidere quali fossero i comportamenti da tenere con Gian, rinviando al viaggio la possibilità di metterlo al corrente della loro relazione saffica.
Mirna era sempre più soggiogata dalle sfacciate intraprendenze della cugina, ne subiva la travolgente carica sessuale che tracimava dai comportamenti e dai racconti, le piaceva farsi narrare di Anna, della sua predisposizione a farsi sottomettere, intuiva che un filo sottile le legava pur se non si erano mai viste, di certo Lorenza era riuscita a carpire dentro i suoi occhi di un azzurro intenso come una fonte d’acqua pura, gli elementi strutturali del suo carattere così fragile e remissivo.
Giancarlo guarda trattenendo il respiro la consumazione del piacere nel volto di Lorenza, è soggiogato da quella manifestazione erotica mentre la mente viaggia nell’ambito di un solo ricordo, come il binario di una littorina, instancabilmente diritto verso la meta: è il lungo viaggio notturno, in aereo, per raggiungere la terra messicana.
Seduto nel mezzo in una fila laterale di tre posti, con Lorenza a destra e Mirna a sinistra, si erano avvolti con le coperte nel tentativo di usufruire di qualche ora di sonno; Lorenza aveva sollevato il bracciolo di separazione del sedile appoggiando la testa sulla spalla di Gian, raggomitolandosi di fianco per ottenere una posizione più comoda, per quanto ciò sia possibile nell’angusto spazio della classe economica.
Gian ascolta nel dormiveglia il respiro regolare di Mirna che sicuramente è da poco entrata nel mondo dei sogni, quando avverte la mano di Lorenza che pare scivolare sopra la patta, sembrano movimenti casuali, quasi impercettibili, quelli che seguono ma che hanno la capacità di rimestargli l’uccello.
Quella struggente azione dura lunghissimi minuti e lo fa esasperare al punto che il cazzo diventa gonfio e duro dentro i boxer; pare che Lorenza nel sonno voglia sistemarsi meglio, la testa scende lungo il petto di Gian fino a fermarsi sopra la patta, ora lui avverte chiaramente le labbra della ragazza che agganciano l’uccello, mordendolo e succhiandolo sopra il tessuto dei pantaloni estivi.
Avrebbe voglia di prendere l’iniziativa ma gli manca il coraggio di farlo, si adegua alla peccaminosa fantasia di quella libidinosa ninfetta, che mette in campo tutte le arti magiche del sesso orale pur senza estrarre dai pantaloni il piolo ardente, la bocca segue l’asta turgida tra le pieghe dei pantaloni, la lingua la rincorre avanti ed indietro mentre le labbra la baciano morbidamente.
E’ un fiume in piena quello che dilaga all’improvviso, i pantaloni si inzuppano tracimando gli spruzzi instancabili di sperma, Lorenza agita la lingua sopra quella leccornia che resta coperta dall’involucro, poi si ritrae spostandosi dall’altro lato come per cambiare posizione nel sonno.
Lorenza lo distoglie da questo ricordo che gli sovviene in continuazione, quasi con petulanza, mormorando: fermati per favore, mi scappa la pipì!
Ella scende si addentra per un paio di metri sul manto erboso ma non fa nulla per nascondersi, attraverso i raggi appena abbozzati di un’alba nascente Gian la guarda mentre si abbassa i pantaloncini fino alle caviglie, in uno con le minuscole mutandine, le arterie del collo si ingrossano al pari dell’uccello già paurosamente in tiro, nel vedere per la prima volta la fichetta lucida ed implume.
Lorenza ha movenze da attrice consumata, si sfiora la fessura, si accuccia con le gambe dischiuse lasciando ampia vista del suo inestimabile tesoro, prima di lasciar defluire la pioggia dorata imbocca il dito usato per toccarsi la passerina, lo succhia con significato inequivocabile; Mirna si era sollevata nel sentire il fuoristrada arrestarsi, accostandosi al suo uomo, anche lei resta rapita dai gesti della cugina e dal cazzo sfoderato che Gian ha sfoderato dai pantaloni, che pare persino plumbeo per la forzata costrizione dentro i pantaloni.
Mirna non ha il tempo di gustare il resto della scena, può invece assaporare la calda sborra che in pochi attimi le riempie la bocca, dopo le prime infornate di quel tizzone ardente, che era ormai giunto vicinissimo al fine corsa.
La giovane ben intuisce l’epilogo tra i due fidanzati, dal colore del loro volto e dall’affrettata sistemazione per coprire il randello che ancora spinge la leggera stoffa dei pantaloni; sono arrivati all’ingresso del centro cerimoniale, Gian si appresta ad acquistare i biglietti mentre le due cugine si avviano tenendosi per mano, sono le prime ad entrare nell’ampio prato erboso che somiglia ad un campo di calcio.
Raggiungono le gradinate là dove il gran sacerdote officiava davanti alle moltitudini che si arrampicavano fin sopra il pianoro, i primi raggi del sole nascente trasmette loro un senso di tepore, che anticipa il caldo soffocante delle ore diurne, si sentono magicamente unite quando si siedono sui gradoni più bassi, Gian si sta avvicinando da lontano e loro possono unire le bocche in un bacio che trasmette il sapore dello sperma appena ingerito da Mirna.
Quella fusione di lingue, che Giancarlo può percepire solo nell’attimo finale del distacco, diventa il suggello di una complicità silenziosa, che ha il potere di unirli indissolubilmente per tutto il viaggio, è un legame che non necessita di spiegazioni, resta muto ma palpabile in ogni gesto, provocatorio e sensuale, libero ed ieratico, profondamente inserito nella sacralità dei luoghi visitati.
La gioiosa pace che trasuda da quel sito lussureggiante, illumina i corpi dei tre viaggiatori al pari del sole che si avvia svelto verso il suo apogeo, non solo di visita culturale si tratta ma anche di sussurrati bisbigli che infondono nell’animo di ognuno la ricerca di purificazione, attraverso implicite voglie di trasgredire che si colgono nella lucentezza dei loro occhi.
Nel lungo percorso che li deve condurre verso la posada ove pernotteranno Gian non vuole il cambio alla guida da parte di Mirna, che può distendersi sul sedile posteriore in cerca di un po’ di riposo; il tramonto avvicina il momento dell’oscurità, nel frattempo Lorenza, che confabula con Gian, può cogliere nelle timorose frammentate occhiate verso le sue cosce nude, la bramosia che gli altera il tono della voce.
Mirna sta dormendo bisbiglia la cugina spostandosi verso il conducente, in modo che possa cogliere la sfumatura del suo sguardo, dovresti rallentare un po’ altrimenti si sveglia; le mani di Gian già nervose sul volante segnalano una maggior frenesia quando ne sposta una per scalare le marce riducendo la velocità, che diventa fremito convulso quando Lorenza gliela carezza sopra la cloche.
Un silenzio sepolcrale permea l’interno dell’abitacolo quando se la sposta sul proprio stomaco, è lei che si solleva la maglietta mostrando il pancino, poi aggancia l’elastico dei pantaloncini e delle mutandine per liberare il passaggio verso la sua fonte di piacere.
Lorenza lascia che le dita compiano il loro dovere rovistandola, si allunga sul sedile, chiude gli occhi e si lascia trasportare verso spazi infiniti; Gian continua a solleticarla fintanto che coglie le ultime spasmodiche contrazioni, lei non le da il tempo di ritirare la mano bloccandolo a mezz’aria, si infila le dita unte di umori nella bocca e gli succhia le falangi.
Ormai il buio nasconde quasi interamente i lineamenti dei loro volti quando Lorenza allunga la mano toccandogli l’uccello che sa di trovare duro dentro i pantaloni, non è solo la strada accidentata che fa sobbalzare Gian sul sedile ma la bocca della ragazza che raggiunto il glande appena estratto dai boxer; fortunatamente non c’è traffico quando è costretto a socchiudere gli occhi per lo straripante piacere che quella morbida bocca trasmette ad ogni affondo, vorrebbe lasciarla incollata al suo cazzo all’infinito, ma la gioia esplode trabocchevole e gli svuota i coglioni.
La giovane trattiene nel palato gran parte della sborra, con voce gorgogliata lo invita ad accostare, sale dietro e sveglia Mirna, la abbraccia e la bacia trasferendo nella sua bocca il seme appena estratto dal pene del fidanzato, Gian può solo ascoltare intontito le bisbigliate amorevolezze, il fruscio degli indumenti scoperti ed i sospiri languidi che gli fanno compagnia fino a destinazione.
Mangiano a lume di candela quella sera, nell’intimità della posada de la mission che li ospita all’interno di mura secolari, innalzate dopo la conquista dell’impero Azteco, Lorenza coglie negli occhi della cugina una inquieta voglia di trasgressione accentuata anche dall’agua caliente che hanno servito a fine pasto.
Mirna si sente osservata, l’ansia le scuote il petto ed i seni ballano freneticamente entro la camicetta leggera, facendo risaltare le corolle appiattite sul tessuto, si alza di scatto dicendo: sono stanca, ho voglia di andare a letto, è stata una giornata faticosa……
Hanno riservato uno stanzone composto da un letto matrimoniale ed uno singolo di angolo, avevano già deciso che quella prima sera le cugine avrebbero dormito assieme: tutti si dissero molto stanchi dandosi la buona notte.
Nel buio timidamente filtrato dai raggi della luna che si incuneano tra gli antichi oscuri dei balconi, Lorenza non perde tempo in preamboli, la mano scivola leggera tra le cosce della cugina, si addentra nel suo nido facendola afflosciare nei meandri del piacere.
E’ un vortice quello che si avvita nel corpo di Mirna, il suo respiro diviene agitato, fa fatica a controllarsi, ansima mordendosi le labbra senza riuscire a soffocare i gemiti del crescente piacere che le germoglia dentro, teme che i suoi sospiri giungano fin troppo eloquenti al fidanzato ma l’insaziabile frenesia che precede l’orgasmo non le consente di porre in essere alcuna azione diversiva, si lascia sopraffare dalla gioia incommensurabile che la proietta verso l’oblio.
Giancarlo ha ascoltato fino all’ultimo bisbiglio con il cuore in gola, con lo stesso stato d’animo di quando ragazzino origliava di nascosto le effusioni dei genitori, adesso come allora cercando di focalizzare con le pupille dilatate i movimenti che accompagnano i gesti d’amore; il respiro ansioso di Mirna sta scemando quando Lorenza accende la tenue luce del comodino rischiarando appena l’ampio stanzone.
Mirna è sollecita nel coprire con le lenzuola il suo corpo lascivamente scomposto sul letto, guarda con occhi interrogativi la cugina facendo cenno con lo sguardo verso il fidanzato; Lorenza le risponde con un dito sulle labbra per farla stare in silenzio, si sposta verso il letto d’angolo ove giace Gian, lo chiama con voce sussurrata ma lui finge di dormire.
Sì, sì, sta dormendo mormora all’indirizzo di Mirna, che se ne sta ferma sul letto da dove ha scarsa visuale; Lorenza allunga la mano agguantando il pene che svetta sotto le lenzuola, lo avviluppa nel palmo strappando un lungo sospiro a Gian, è certa che è ancora sveglio e che sarà spettatore attento delle successive esibizioni.
Dall’altro lato dello stanzone Lorenza estrae dal proprio zainetto un vibratore prima di dirigersi verso il letto ove la cugina la osserva allarmata, mormorando: oh no, è troppo pericoloso, rischiamo di farlo svegliare davvero!
Risparmia il fiato porcona, non penserai mica che mi accontenti di così poco, togliti tutto, su scopriti, lo sai che mi piace chiavarti mentre mi lecchi, se fai la brava ti racconto qualcos’altro di Anna e suo fratello!
Mirna ha lo sguardo allucinato, le parole della cugina riescono sempre ad iniettarle nuove scosse di libidine, prima di accovacciarsi di traverso il letto sorretta dai gomiti e dalle ginocchia, con il culo per aria e le gambe impudicamente spalancate, implora la cugina di spegnere almeno la luce del comodino, ma lei non le da retta, vuole che Gian possa gustare anche visivamente la loro trasgressione.
Lorenza si mette di fianco alla cugina, guarda verso Gian notando il leggero movimento del lenzuolo ove la mano sta cercando di lenire le arroganti pulsioni dell’asta svettante, infilza la vulva con il vibratore prima di accenderlo, alimenta l’autonomo stuzzichio che l’arnese produce con sostenute penetrazioni che impone con la propria mano; Mirna torna a singhiozzare dal piacere, si dimena, le chiede di smettere ma il tono della voce bisbigliata evidenzia il contrario: l’estrazione di quell’oggetto di piacere riempie la stanza con lo stesso rumore di un rutto, Gian intanto, con gli occhi semichiusi, guarda rapito il vibratore che viene spinto morbidamente nel culo della fidanzata.
Appoggiata con la schiena sulla testiera Lorenza si fa prima succhiare le tettine gonfie dalla cugina, poi le spinge la testa giù, dentro le gambe dischiuse, sta per iniziare a raccontare e guarda con soddisfazione verso il letto di Gian, la cui mano adesso ha scostato le lenzuola per meglio proseguire nella frenetica masturbazione che lo accompagna verso l’attimo liberatorio.
………Anna era diventata una splendida amante, docile e remissiva, sebbene non fossero pochi gli attimi di titubanza che le leggevo negli occhi ogni qual volta pretendevo da lei qualcosa di nuovo…..le avevo insegnato a fare la mia assistente durante le visite a cui sottoponevo Manlio, disteso nudo sul letto come un paziente vero, che aveva un un’unica stupenda malattia: il cazzo sempre teso, sembrava proprio affetto da priapismo……..
……vede, le dicevo toccando il pisello duro, è qui che non riesce a guarire…..lo senta anche lei…..Anna aveva sempre un rigetto emozionale quando lo avvolgeva nel palmo, che si trasformò in convulsione nel momento in cui volli che provasse a curarlo con la bocca……..mi piaceva vedere le sue labbra insicure carezzare fino a nascondere interamente il piolo svettante………mi piaceva scoprirla da dietro e trovarla con le cosce imbrattate di umori……..avevo iniziato a sfondarla con una banana ma mi piaceva di più con il vibratore dopo che l’avevo fatto comprare da suo fratello….
……quando decisi di sottoporre lei a visita facendomi assistere dal fratello, intuii la sua muta rassegnazione dagli sguardi che ben preconizzavano la mia pretesa a che si arrivasse ad un rapporto incestuoso bandendo ogni remora………Manlio ci aveva preso sempre più gusto………mentre io mi riempivo la bocca del dolce sapore della sorella, addentando e succhiando ogni anfratto del suo illibato corpo, a lui piaceva fotterla in bocca trattenendole la testa tra le mani………..
……..ho deciso di toglierti l’ingombrante fardello della verginità che ancora trattieni in te, le dissi un pomeriggio mentre in salotto mi serviva il caffe…….sarà Manlio a deflorarti qui adesso mentre mi spazzoli la passera con la lingua, su spogliati che prima ti masturbo così ti ecciti sporcacciona…..Anna era molto preoccupata e riuscì a dirmelo…….ho paura Lorenza, lui non riesce mai a trattenersi……magari mi lascia in cinta……..
…..ero troppo condizionata dalla frenetica voglia di essere io l’artefice di quella scelta decisiva, non fiutai minimamente i pericoli connessi, fortunatamente tutto filò liscio prima che prendessimo opportune precauzioni, anzi quel giorno visto che continuava a frignare, la feci distendere sulle mie ginocchia e la sculacciai come si fa con un bambina cattiva……..
…..quando la mano scivolò in mezzo alle cosce la trovai grondante……..le tenni la testa schiacciata sul mio pube, la sua lingua saettava entro le mie intimità come stai facendo tu in questo momento, ero stravolta dal piacere nel vedere Manlio che si apprestava a deflorarla…….come Anna prevedeva bastarono poche stoccate per farlo eiaculare e ritrarre in leggero ritardo……..
……negli ultimi incontri preferisco vederla sodomizzata, mi piace sentire la sua bocca che sbatte sulla mia fichetta ogni qual volta Manlio affonda nel suo bel culo, è una situazione esasperata e struggente allo stesso tempo, la proverò anche con te e Gian prima della fine del viaggio……
Lorenza sente ormai i prodromi dell’orgasmo, le sue parole hanno fatto incrementare la soffocante azione di Mirna, con la coda dell’occhio ha già visto Gian spruzzare per aria, in rapida successione, imperiosi schizzi di sperma che sono planati sulle lenzuola e sul suo petto, si abbandona lascivamente e lascia che il tempestoso profluvio inondi la lingua e la gola della cugina.
Nel Chiapas attraverso foreste abitate dagli ultimi Lacandoni, pochi superstiti di un popolo autoctono che ancor oggi vive nel rispetto della natura, e che limita la caccia alle strette esigenze di sopravvivenza, ci addentriamo nei verdi boschi ove di tanto in tanto se ne incontra qualcuno, che con rudimentali archi di arcaica provenienza, a volte tramandati di padre in figlio, si avventurano in cerca di cibo mutuando le tecniche venatorie dei loro antenati.
A Palenque le antiche pietre riproducono, a distanza di secoli, la straordinaria civiltà Maya, la storia di un popolo retto da una teocrazia, ove i regnanti e la casta sacerdotale avevano raggiunto inimmaginabili conoscenze astronomiche, che venivano conservate gelosamente da quei pochi eletti a cui il popolo riconosceva doti divine.
I bassorilievi dimostrano gli inequivocabili effetti dell’incesto, a cui i governanti erano costretti per necessità, al fine di evitare che l’inestimabile tesoro di conoscenze fosse divulgato al popolo, che se da un lato permetteva di individuare i tempi migliori della semina e del raccolto, strumento essenziale per la prosperità dei sudditi, dall’altro costrinse la ristretta cerchia dei depositari della scienza, a procreare esclusivamente tra consanguigni, minando così le capacità intellettive di molti giovani aristocratici.
Hanno ancora gli occhi colmi della misticità dei luoghi visitati quando si dirigono verso agua azul, tormentato corso d’acqua dai colori trasparenti che attraversa i boschi, in un continuo di sbalzi e cascate che ti avvicinano al piacere dell’immenso.
Gian non riesce a togliersi dalla mente la scena della notte precedente, in cui le si sono rivelate alcune tendenze sessuali della donna con cui vive da diversi anni, imprevedibili ed inaspettate, rese ancor più trasgressive per l’ambito di consanguineità in cui sono sorte, e per la tracotante, a tratti quasi dispotica autorevolezza, con la quale Lorenza è riuscita ad imporle, coinvolgendo anche lui in una sorta di attrazione fatale.
La guarda specchiarsi in un’ansa riflettendo quel corpo per certi versi acerbo e provocatoriamente minuto, entro il quale si cela una determinazione che ha forgiato precocemente il suo carattere dominante, la vede togliersi le scarpe da ginnastica ed invitare Mirna a fare altrettanto, prima di prenderla per mano e condurla all’interno dell’acqua limpida di quel luogo incantato.
Raggiungono uno spuntone di roccia, ove Mirna viene fatta appoggiare di schiena, sotto gli occhi attoniti del fidanzato che le guarda dalla riva, Lorenza le sfila le mutandine e le appoggia a pelo d’acqua perché s’involino lentamente dietro la corrente che lì giunge con limitata spinta di risacca; Gian può vedere sotto la gonna, riflesse dall’acqua, le cosce ed il pube ambrato di Mirna, ed anche la mano della cugina che la carezza fino a raggiungere la clitoride.
Sono effusioni sature di erotismo, Mirna si allunga sullo sperone e socchiude gli occhi travolta dall’abbagliante riflesso del sole e dall’incontenibile piacere, che si accompagna a strazianti morsi dei morbidi capezzoli che Lorenza ha scoperto da sotto la camicetta: la gioia si dipinge tra le pieghe del volto contratto, ove si stanno appropinquando gli spasmodici brividi dell’orgasmo.
Lorenza ritorna fiera verso la riva, pare che i suoi piedi non affondino nell’acqua, i suoi occhi sprizzano una luce accecante, si rivolge a Gian: spogliati ed entra anche tu, vieni a rinfrescarti su dai!
L’erezione insiste fulgida davanti a Gian che nulla può per celarla, si lascia portare imbambolato verso lo sperone ove Mirna è rimasta poggiata lascivamente, con i palmi delle mani piene d’acqua Lorenza intinge il glande teso, che malgrado quel freddo impatto non tende a quietarsi, proseguendo infinite volte questa dolce tortura, bagnando e carezzando il pene e lo scroto.
Lo fa distendere a pelo d’acqua e con un cenno fa avvicinare Mirna che si inginocchia sul basso fondale di pietra, Gian guarda per qualche attimo la bocca della fidanzata che inghiotte il cazzo ristorandolo in un tutt’uno di acqua azzurra e saliva, la visione si dilegua come un lampo, è la fichetta glabra di Lorenza quella che fa capolino abbassandosi sul suo viso, infila la lingua dentro con la stessa foga con cui un naufrago si aggrappa ad una zattera.
La quiete di quel posto incantato non viene intaccata dagli struggenti movimenti delle lingue, che si addentrano in breve verso l’ultimo anelito che conduce nel giardino delle delizie.
Il giorno dopo tocca a Chichen Itza, ove la sfavillante piramide a gradoni si innalza nel mezzo di questo sito cerimoniale, sopra il Palazzo delle mille colonne si erge imperituro lo stupendo Chac Mool, ove si svolgevano i riti sacrificale in cui, ai prigionieri sventrati, veniva strappato il cuore per accaparrarsi la benevolenza degli dei.
Lungo il prato erboso del juego della pelota le pietre scolpite aiutano a leggere la consumazione tragica di questo giuoco antico, in cui la squadra vincente donava la testa del proprio capitano per ingraziarsi gli dei: da qui si giunge al cenote, l’immenso pozzo con l’acqua verde rame, in fondo al quale giacciono invece le ossa delle vergini sacrificate.
Un’afa torrida accompagna la visita in questi luoghi avvolti da un fascino antico ed inquietante, malgrado che il cielo ceruleo si sia da poco annuvolato, adombrando appena il sole a picco che in queste latitudini ti annega di sudore gli indumenti; si sentono parte integrante di un mondo che un brano di Jannacci definisce la faccia triste dell’America, i pensieri li rendono taciturni, come se fossero in meditazione, quasi non si accorgono di essere osservati a distanza da Zocal, un trentenne indigeno, alto e fiero, che è vestito con gilet e pantaloni dai colori sgargianti.
Zocal si avvicina loro, ha la pelle olivastra ed i lineamenti marcati del popolo Maya, sebbene lo distingua il portamento e la statura, come pure il colore degli occhi di un blu cobalto, che sono incastonati su di un viso lungo e smunto, ed anche la capigliatura biondo opaco che scende fino alle spalle.
Parla uno spagnolo fluente, diverso da quello dei Maya che ancor oggi soffrono della presenza dei figli dei conquistadores, è un mezzosangue di stirpe elitaria, lo si capisce da come si rivolge e dalla profondità dello sguardo che ti penetra dentro le ossa, Gian e le due cugine ascoltano la voce quasi surreale che sgorga dalle sue labbra: in questi luoghi sacri non avreste mai potuto metter piede al tempo dei miei avi, se non legati con le mani dietro la schiena, per essere immolati al pari di tutti i prigionieri che qua venivano dirottati.
Ora i tempi sono cambiati ma noi sappiamo mantenere vivido il ricordo delle nostre tradizioni, i riti non sono più sacrificali ma le nostre giovani vergini debbono ancora offrire la loro iniziazione sotto un manto di stelle, per ingraziare la dea della prosperità, che dall’alto della sua magnificenza osserva attentamente prima di concedere i suoi doni.
Questa è la notte prescelta e voi siete ammessi nel ristretto ambito di questa solenne cerimonia, non dovete ringraziarmi per l’onore dell’invito ma nemmeno potete sottrarvi, gli strali divini potrebbero inseguirvi per il resto dei vostri giorni, vi aspetto quindi nella radura al calar della sera!
Zocal non lascia loro il tempo di rispondere, anche se lo spessore delle sue affermazioni li aveva lasciati intontiti ed afoni; osservano il suo incedere spedito verso un cavallo sauro legato ad un tronco, lui lo cavalca a pelo e si dilegua al galoppo verso la boscaglia, inseguito dagli occhi spauriti dei tre viaggiatori.
Fermano il fuoristrada là dove era stato loro indicato il luogo dell’incontro notturno, nessuno dei tre ha il coraggio di parlare, aspettano in silenzio il rumore degli zoccoli che si avvicina, l’ansia scuote i loro petti quando vengono fatti scendere: Lorenza viene issata da Zocal davanti a sé, i due fidanzati salgono invece su un cavallo al seguito che l’indigeno tiene legato al suo, si avviano al passo, in una marcia silente verso la collina che si intravede oltre la radura, sotto il chiarore delle stelle.
Al contrario del giorno la notte porta con sé una leggera brezza che rinfresca l’ambiente, inducendo gli escursionisti a coprirsi con un maglioncino leggero, per l’indigeno di nobili origini invece quello è un momento di refrigerio, la giacca variopinta è aperta sul davanti e Lorenza può sentire il contatto del suo petto villoso, che le infonde una certa calma interiore.
Con la mano sinistra Zocal tiene le redini e con la destra avvolge lo stomaco di Lorenza stringendola a sé per non farla cadere, il lento cadenzare del cavallo, specialmente quando affrontano la salita, la fa rinculare sul pene attizzato, il cui turgore si è di gran lunga accentuato durante il percorso.
E’ un insieme di emozioni che si unisce al ruvido sfregamento della fichetta sul dorso dell’animale, Zocal ne coglie l’ansimar attraverso il respiro spezzettato di Lorenza, molla le redini e solleva la ragazza, è molto abile nel districarsi, dietro i due fidanzati non si accorgono di nulla, l’asta tesa punta l’umida fessura che lui ha liberato dal morbido abbraccio delle mutandine strattonandole di lato, poi è la giovane che decide il suo destino.
Si impala su quel pezzo di carne rovente seguendo il ritmo del passo cadenzato del cavallo, lo assorbe dentro di sé assaporando le sue pulsioni spontanee che le scalfiscono le tenere labbra della fichetta, chiude gli occhi e si abbandona al forte abbraccio che la tiene avvinghiata all’indigeno, le cui mani sotto la maglietta hanno avviluppato i capezzoli appuntiti, elevando al parossismo il piacere con una stretta mordace e sensuale.
Lascia che la sborra si propaghi come un fiume in piena restando incollata al cazzo che scarica i suoi ultimi getti spontanei, il liquido denso rifluisce verso l’esterno increspando la peluria dello scroto e le cosce vellutate della ragazza, alcuni bagliori accompagnano l’ultimo procedere verso la meta: è un piccolo centro cerimoniale diroccato, rischiarato dalle sfavillanti fiamme di quattro grandi pire poste agli angoli di un prato rettangolare, al centro del quale è stato costruito un letto di fogliame sorretto da una struttura lignea.
Pare che oltre a loro non vi sia anima viva, ma l’arrivo del capo è il segnale per un gruppo di musici, le cui sagome erano nascoste nella penombra ad alcuni metri di distanza dietro i fuochi; le loro note stridule e cantilenanti salgono al cielo come fossero spinte dal vento, portano nell’aere qualcosa di magico e di sinistro al tempo stesso, difficile da spiegare e da comprendere per chi non sia nativo di questi luoghi.
Dilatando le pupille si possono vedere, ancor più lontani dei musici, su tre lati del tappeto rettangolare, un centinaio di spettatori mayas, piccoli uomini tarchiati e vestiti nei loro costumi tradizionali; ad alcuna donna è concesso assistere alla cerimonia, se non alle vergini che sono parte integrante di questo rito ancestrale, che ha mantenuto gran parte delle ataviche simbologie.
Zocal si siede sopra il gradone più elevato di una piramide fatiscente, i tre frastornati ospiti siedono appena sotto i suoi piedi, consci di partecipare ad un evento vietato a persone del vecchio continente, restano in silenzio uno accanto all’altro, stretti in un simbolico abbraccio che li rincuora; dietro ad un fuoco appare all’improvviso un vecchio sacerdote con la pelle rugosa, che riflette nei lineamenti le ingiurie della sua età avanzata, indossa un vistoso copricapo e due guanti a forma di serpente che lo avvolgono fino agli avambracci.
I musici interrompono le loro note lasciando spazio alle ieratiche parole del grande sacerdote, che in una lingua incomprensibile innalza le sue orazioni verso il cielo, concludendo il sermone rivolto verso Zocal, a cui sono demandati i poteri divini sulla terra.
Una nenia accompagna l’ingresso di sei giovani vergini, che sfilano una dietro l’altra, a capo chino, vestite con una tunica bianca di tessuto leggero, le conduce un guerriero che sfoggia le proprie armi ed è ornato di piume, ha il viso pitturato di nero, egli impersonifica il male ed è coperto dal solo perizoma, davanti al quale si erge uno sproporzionato simbolo fallico, in legno colorato, grosso e nodoso, lungo oltre venti centimetri.
Vengono fatte sfilare sul prato erboso dal grande sacerdote, che le segue ripetendo ad alta voce sempre la stessa di invocazione di benevolenza rivolta alla dea della prosperità, si può leggere nel volto delle giovani vergini l’angosciosa preoccupazione che muove i loro piccoli seni entro la tunica, quando di dispongono a ventaglio sotto la postazione di Zocal.
E’ il vecchio sacerdote che sfila ad ognuna le tuniche, facendole scivolare ai piedi delle vergini, pronunciando altre frasi propiziatorie ma anche sistemando la loro postura eretta con le braccia sopra la testa e le gambe divaricate; egli approfitta di questo cerimoniale per allungare la mano guantata là dove la rada peluria fa capolino, questi gesti hanno il potere di aizzare anche il suo arnese avvizzito, la cui protuberanza è ben visibile sotto la veste sacerdotale.
Quando Zocal si solleva scendendo lungo i gradoni il sito piomba nel silenzio più assoluto, Lorenza può nitidamente ascoltare il respiro affannoso delle vergini, ha la passerina inzuppata di nuovi umori che si confondono con quelli che il capo maya le ha lasciato dentro, raccoglie la mano di Mirna e se la infila in mezzo le cosce, prima di osservare trepidante il prosieguo, di sottecchi nota che Gian ha una mano in tasca ed i movimenti non lasciano dubbi sul fatto che si sta carezzando l’uccello duro.
Zocal ha sfoderato il proprio uccello prepotentemente teso, non ha un percorso lineare ma segue il suo istinto di capo, sceglie una prima vergine alla quale strizza le piccole corolle appuntite, poi sbatte sul suo pube il batocchio duro, lei sa che deve chinarsi tenendo le mani sulla testa, con la bocca socchiusa deve suggere solo la punta violacea, ammorbidendola con i sughi salivali e con la lingua.
Se si dimostra all’altezza il capo maya la solleva trattenendola per le natiche, la infilza con l’asta turgida strappandole l’imene, quante più sono le stoccate con cui viene deflorata maggiori sono gli auspici di fertilità; Zocal le svergina senza eiaculare, solo due non ottengono il dono definitivo, sono quelle che ora tremano vistosamente ben sapendo che soltanto una di loro verrà ulteriormente scelta, l’altra invece sarà abbandonata al proprio destino.
Zocal le inginocchia a terra, trasferisce il cazzo da una bocca all’altra, avverte il crescente affanno di entrambe attraverso il roteare della lingua insicura sul glande, ripete questo rituale infinite volte prima di assumere la sua decisione; prende per mano la prescelta e la accompagna nel giaciglio al centro del prato, qui lei è felice di offrire il suo dono virginale al dio terreno, che non solo la deflora ma la riempie di sperma.
L’altra vergine resta terrorizzata in disparte, non sa bene cosa l’aspetti ma lo intuisce, il sacerdote le lega le mani dietro la schiena con delle strisce di liana, le piega la testa infilando nella sua dolce bocca il pene che ha estratto da un’appropriata fessura sul davanti della veste, è un pompino in piena regola, nei confronti di questa giovane, che assomiglia alla identificazione del male, nulla è proibito.
Il cazzo sbatte audacemente nella giovane gola togliendole il respiro, il sacerdote le tiene la testa bloccata con le mani guantate dalla serpienta, con gli occhi sbarrati i tre ospiti osservano il lento avvicinarsi da tergo del guerriero, la cui pronunciata bardatura fa sussultare al contatto la vergine, sono attimi di disperazione a cui non può sottrarsi, bloccata com’è dalle robuste mani maschili.
Il simulacro fallico irrompe là dove ristagna l’oggetto del sacrificio, la sborra del sacerdote strozza in gola l’urlo della vergine sfondata dal mostruoso cazzo ligneo che lacera i tessuti facendo sgorgare il sangue: è questo il tributo che si offre oggi alla dea della fertilità, in alternativa all’antico sacrificio umano.
La cerimonia si conclude assieme all’affievolire delle fiamme, in religioso silenzio la comunità maya si disperde scendendo lungo la collina verso i villaggi, nel prato erboso vengono trattenute le prime quattro giovani deflorate dal capo Maya, che invita Gian a scendere ed a sceglierne una per possederla sotto la volta celeste illuminata da un tripudio di stelle.
Gian incautamente segue la ragione della libidine, come un tenero amante solleva tra le braccia una delle giovani e la depone sul giaciglio, si denuda per meglio raccogliere sulla pelle il contatto di quel corpo puro, sono molte le effusioni d’amore che anticipano con le bocche avvinghiate nei punti più sensibili l’amplesso finale.
Mirna e Lorenza hanno gli occhi obnubilati dalle travolgenti trame amorose che si susseguono nel letto di fogliame, pur senza esserne autorizzate si catapultano sulle tre vergini rimaste infreddolite sul prato, le trascinano sopra i gradoni da dove erano appena discese, e le obbligano a soggiacere alle sfrenate voglie lesbiche, ingigantitesi nel corso del cerimoniale.
Sono attimi di interminabile lucida follia che vede le bocche delle vergini districarsi nelle fessure inzuppate delle donne europee, che fanno uso delle mani per insinuarsi negli anfratti più reconditi, poi è un’esplosione di piacere quella che le accompagna verso l’orgasmo.
Gian viene immobilizzato e legato saldamente ai quattro lati del giaciglio, la voce di Zocal giunge imperiosa: ora che ti sei sfogato, al pari delle tue impure compagne, dovrai sottostare anche alla restante parte di un nostro antico rituale, che ti vedrà prigioniero del popolo maya.
Ad un cenno del capo, il guerriero infila l’uccello ammosciato di Gian con un paio di anelli che fa scorrere verso il basso fin quasi in corrispondenza dello scroto: da questo momento mano a mano che l’eccitazione lo farà gonfiare, verrà stretto in una morsa tanto asfissiante quanto dolorosa.
Mentre le quattro giovani torturano con le mani e la lingua ogni centimetro quadrato del corpo di Gian, il cui cazzo si rizza imperioso trafiggendolo con estenuanti fitte di dolore, Mirna è la prima ad essere agguantata dal vecchio sacerdote e dal guerriero, dai preliminari non le è difficile intuire che la sua sorte sarà uguale a quella dell’ultima vergine: mentre finiscono di spogliarla urla chiedendo un aiuto che non può essere ascoltato.
Ti prego risparmiala mormora Lorenza a Zocal che risponde: sono gli dei che determinano il destino di ognuno di noi, dopo di lei potrebbe toccare a te.
Lorenza non demorde: no dai, faremo qualunque cosa, potrai tenerci con te tutta la notte, saremo tue umili schiave, fermalo, non può penetrarla con quel randello in legno!
Mirna pur di non farsi trafiggere da quel pericoloso manufatto, ha accettato di buon grado di leccarne la punta che il guerriero le sta spingendo in bocca mentre il vecchio sacerdote le pompa il culo sotto lo sguardo allucinato del fidanzato.
Il capo maya lascia che la bocca di Lorenza si esprima liberamente lungo l’asta svettante, è un piacere diverso quello che sanno infondere le donne straniere, ordina al guerriero di togliersi la bardatura e Mirna è lieta di raccogliere in bocca il getto di sperma che l’uccello gonfio, appena liberato, le spruzza dentro, nello stesso momento in cui anche il vecchio sacerdote le riempie l’intestino.
Abbarbicate a Zocal, una davanti e l’altra dietro, le due cugine volano al galoppo verso la dimora del capo maya, debbono mantenere la promessa di Lorenza, delizieranno per tutta la notte quel mezzosangue dallo sguardo tenebroso: è un’altra alba magica quella che sta nascendo in quella terra così ricca di contraddizioni, se ne tornano in albergo, sono molte le cose che debbono raccontare al loro compagno di viaggio, ma tanti sono ancora i giorni da trascorrere assieme.

 

Quattro passi a Venezia

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Avevo scelto di abitare a Venezia, fra le calli e i ponticelli, le case addossate le une alle altre, in una di quelle zone in cui qualcuno che non la conoscesse si sarebbe senz'altro perso. E infatti mi persi anch'io le prime volte, ma non fu neppure così tragico: mi piaceva passeggiare su e giù per i ponti, scoprire un angolo nuovo e sconosciuto di Venezia, dove il turista solo eccezionalmente si avventura.
Proprio per quello avevo deciso di andarmi a stabilire in un angolo sconosciuto della città: avevo faticato non poco a trovarmi un appartamentino in affitto senza dissanguarmi. Così, appena scovati quei 30 o 40 metri quadri (una camera, un bagno e un cucinino che era un tutt'uno con l'atrio-entrata-corridoio-soggiorno-studio-sala da pranzo e più o meno delle medesime dimensioni del cucinino stesso) su un livello e mezzo, perché camera e bagno erano rialzati di qualche scalino, avevo lasciato le comodità del collegio per una tranquilla vita di eremitaggio e studio ormai alla fine del primo anno.
Architettura è sì dura, ma trovavo comunque il tempo per divertirmi, uscire con gli amici, invitarli a casa mia e, immancabilmente, passeggiare perla città.
Ero l'unico che conoscessi viveva da solo, almeno fra gli studenti universitari: mi costava un pelino di più, neanche tanto perché il mio padrone di casa era uno di quegli amici dei cognati della cugina di tua sorella che è pure amico dello zio del nipote di tuo nonno per cui si sente in dovere di farti un ottimo prezzo.
Sbarcavo dignitosamente il lunario con qualche ripetizione e i week-end in pizzeria: non finivo nemmeno così tardi da non poter andarmi a fare una birra con la compagnia del paese.
Quei vecchi amici con cui sei cresciuto ma che a vent'anni, quando ti accorgi che il mondo è un pelino più grande di quello che credevamo, iniziano a sembrarti così provinciali e un po' stretti, cambiati insomma. E non ti accorgi in fondo che a cambiare sei stato tu; o forse sì, ma non vuoi ammetterlo.
Quegli amici che ti sfottono perché vivi da solo, cosa più unica che rara per un universitario, e ti chiedono quante ne combini, che orge fai e quante ragazzi ti porti a letto così. Non molte, a dire la verità, ma nemmeno poche. C'era Giorgia alla fine del primo anno, la prima donna a entrare in quella casa: un bel tipino, rossa un po' tinta. Mi piaceva il suo entusiasmo, anche nel fare l'amore.
Poi la timida Marianna, una ragazza semplice e alla sua prima esperienza, che con tanto amore e un po' di incoscienza ho portata al gran passo in un notte d'inverno col temporale fuori. Così dolce e schiva, ma a letto diventò in breve calda e appassionata, anche se si vergognava un po' con la luce accesa e le faceva un po' senso prendermelo in bocca.
Giulia me la ricordo bene, abbiamo fatto coppia fissa per un anno: mi faceva impazzire di lei la sua intelligenza straordinaria e il suo seno generoso. Viveva con un paio di compagne di corso, ma spessa veniva da me: lunghe chiacchierate su mille argomenti disparati, dalla filosofia alla partita di pallone, e altrettanto lunghe scopate.
Ci piaceva proprio andare a letto assieme, avevamo feeling, riuscivamo a sapere e a capire cosa l'altro desiderava. A lei piaceva cavalcarmi, stare sopra di me e la cosa mi faceva impazzire. Spesso facevamo anche sesso anale e la cosa mi piaceva da impazzire ancor più.
Le piaceva far l'amore lentamente e a lungo, in maniera dolce e calma. Io l'avrei voluta ogni tanto un po' più aggressiva: lei lo sapeva e mi accontentava di tanto in tanto. Così come sapeva di quanto mi piaceva quando lei mi prendeva il cazzo fra le sue tette: godeva immensamente nel venirle addosso così.
Nonostante le nostre affinità sul piano sessuale, fuori dal letto eravamo molto diversi: lei solare ed estroversa, io molto più chiuso e introverso, sempre amante delle mie passeggiate solitarie. Alla fine ci siamo lasciati e abbiamo deciso di comune accordo di non vederci più per non trascinarci in una storia che ci avrebbe fatto soffrire: abbiamo comunque sofferto molto.
C'è stato così un periodo sabbatico di astinenza di qualche mese, poi mi è passato e sono tornato a rapporti normali con le donne. La prima è stata Sabrina, diciannovenne simpatica e sbarazzina. Andava ancora a scuola, faceva la quinta liceo a Venezia e spesso passava a casa mia dopo le lezioni. Ai suoi diceva che andava da un'amica, invece veniva da me a scopare. Al contrario delle altre ci facevo solo del sesso, eravamo entrambi consapevoli della cosa e ci andava bene: entrambi reduci da storie importanti, avevamo bisogno di una di passaggio. E ci divertivamo: giravamo per la città, andavamo al cinema, nei musei, a bere vino nei caffè… Non ho mai conosciuto nessun'altra ragazza che sapesse apprezzare quanto lei l'”ombretta” di vino, rigorosamente rosso. Non che bevesse tanto, non più di un bicchiere o al massimo due al giorno, ma proprio le piacevano.
Comunque i nostri giri finivano sempre e immancabilmente nel letto di casa mia, a fare del buon sesso. Nonostante la giovane età ci sapeva fare, aveva poi una malizia innata che la faceva sembrare ancor più navigata ed esperta. Le piaceva svestirsi in maniera sensuale o girare per la casa nuda o quasi come se fosse la cosa più naturale del mondo, giocando e scherzando con la mia eccitazione.
Talvolta si spogliava appena entrava ma sembrava non volerne sapere di fare sesso: mi stuzzicava in tutte le maniera senza cedere mai. Era una specie di gioco: allora la prendeva praticamente con la forza, la buttavo sul letto o sul divano e la scopavo mentre si lamentava, o meglio fingeva di farlo. Giocavamo questa specie di gioco di ruolo in cui talvolta lei era una nobildonna, talvolta una serva sottomessa.
Più di tutto le piaceva stuzzicarmi in mille maniere e poi farmi esplodere… Emblematico cosa è successo un giorno: è arrivata da scuola (era maggio e stavamo insieme da poco) con una maglietta attillata sui suoi giovani e prorompenti seni senza reggiseno, una minigonna ultramini, le sue gambe da urlo nude davanti a me… Ha mangiato con calma, lanciandomi mille messaggi di lussuria, bevuto anche il caffè ha preso a strusciarsi addosso ma non mi ha permesso come al solito di buttarla sul letto e iniziare a spogliarla.
Invece si è inginocchiata ai miei piedi e ha preso a toccarmi il pacco, a baciarmelo attraverso i calzoni e andando per le lunghe me l'ha tirato fuori, prendendomelo in mano, stuzzicandomi in maniera sfuggevole. Qualche lieve carezza, un paio di bacetti, un guizzo veloce della lingua, il movimento estatico della sue mani sull'asta e sui testicoli e così via. La sua bocca continuava a esser lì, ma lei sembrava non voler decidersi di prendermelo finalmente fra labbra.
Addirittura prese a darmi qualche lenta e sublime leccata, ma senza continuare a farlo e solo ogni tanto, facendomi fremere di desiderio e di attesa.
Quando la sua mano prese a masturbarmi e lei a sorridermi con quella sua espressione da ragazzina birichina non riuscii più a resistere: nel breve volgere di alcuni secondi mi ritrovai a venirle addosso, il mio seme denso che sprizzava dal mio cazzo alla sua faccia, imbrattandole il viso, le guance, la gola e anche la maglietta.
Si fermò all'improvviso, proprio non si aspettava che sarei venuto così presto, non me l'aspettavo nemmeno io ma era stata sublime nell'eccitarmi, non avrei mai pensato che sarebbe stata capace di tanto.
Subito, preso com'ero da quell'orgasmo esplosivo, non mi resi conto della sua reazione: solo quando la vidi voltata verso la porta e compresi finalmente il significato delle parole che mi aveva rivolto, per niente carine.
Ancora con il membro fuori dai pantaloni mi avvicinai a lei e riuscii a farla ragionare un po', del resto non avrebbe potuto uscire in strada in quelle condizioni, con in faccia ancora i segni del mio orgasmo. Ci riappacificammo sotto la doccia, giocando e toccandoci sotto l'acqua come due foche in vena scherzi. Tornò a sorridermi e a toccarmi con la sua malizia e facemmo l'amore in maniera indimenticabile.
Più passava il tempo e più le nostre acrobazie sessuali diventavano sempre più acrobatiche, mettevamo in pratica quelle che fino a quel momento erano rimaste le nostre fantasie più recondite.

E io tornavo sempre, dopo ogni avventura e ogni storia, alle mie passeggiate per Venezia. Ero letteralmente innamorato di questa città, ma non tanto di piazza San Marco e del Palazzo Ducale, del Ponte di Rialto o dei mille altri monumenti famosi. Sì, anche quelli mi lasciavano a bocca aperta, ma a me soprattutto affascinavano quelle stradine, quei ponticelli tutti uguali e tutti diversi fra loro, quegli scorci di città che il turista non ha mai saputo apprezzare. Infilarsi in un calle, girare l'angolo e vedere l'acqua fra due alte case, le finestre che davano le une sulle altre, mille scalini sul mio percorso…
Ero al terzo anno di architettura, era un periodo abbastanza tranquillo per gli esami, ne avevo da dare uno soltanto a settembre per terminarli. Non sono mai stato un secchione però l'architettura mi aveva sempre affascinato e riuscivo a stare al passo nei miei studi. Così, quell'estate, ero rimasto a Venezia, tranne qualche giretto qua e là, qualche visita a casa e una breve vacanza. Alla fine mi piaceva anche quando al posto dell'acqua alta c'erano i turisti a colmare piazza San Marco.
Era pomeriggio, saranno state le tre, quell'orario in cui nessuno esce e la città sembra addormentata sotto il solleone di agosto, un agosto caldo come se ne ricordano pochi. Giravo quasi a vuoto per le calli, ormai potevo dirmi un grande conoscitore della città e sarei riuscito a tornare a casa da qualsiasi punto in cui mi avessero messo, quando incrociai Angelica. Frequentava anche lei architettura, ormai era all'ultimo anno e stava preparando la tesi, capitava spesso di incrociarsi per i corridoi della facoltà e scambiare due parole. Anche lei era rimasta in città in quell'agosto tremendo, per cui ultimamente era capitato di vedersi più di frequente.
"Ciao Angelica!".
"Ciao, come va?" mi chiese con il suo stupendo sorriso proprio in cima a un ponticello, di quelli che mi piacciono tanto, soprattutto quando sono attraversati da belle ragazze come Angelica: capelli castani, lunghi fin oltre le spalle e mossi ma non ricci, un fisico perfetto modellato da tanti anni di ginnastica artistica, un visto stupendo con degli intensi occhi marroni appena velati da un paio di occhiali leggeri.
"Bene, stavo facendo una passeggiata perché non ce la facevo più di stare in casa".
"Anch'io sono stanca: sono stata a studiare fino adesso, da stamattina presto… Ora dovrei andare a casa e rimettermi sui libri…".
"Come sei messa con la tesi?".
"Be', non male, però ci tenevo a fare una bella figura".
"Peccato, però pensavo di invitarti ad andare a fare il bagno al Lido" dissi con fare noncurante, sapendo che avrebbe accettato in questa maniera.
Lei mi guardò tentata dalla cosa, poi con uno sforzo di volontà cercò di scacciare la tentazione:
"No,dai, devo finire dei prospetti anche… Magari sarà per un altro giorno... Che ne diresti invece di andare a fare due passi stasera?".
Era una proposta più che naturale, senz'altro senza secondi fini: eravamo entrambi soli in una città grande come Venezia, satura di turisti, ma senza persone che conoscessimo appena un po'. Accettai volentieri, non tanto per la compagnia di una bella ragazza, a dire la verità anche per quella, ma soprattutto per la compagnia di una persona che conosceva dopo giorni di solitudine quasi assoluta.
"Che ne diresti se andassimo comunque a fare il bagno?".
"La sera?" mi chiese lei stupita.
"Ma no, al tramonto…".
"Che romantico che sei" mi disse lei con un sorriso: sembrava ancor più bella.
"Facciamo così: alle sette vieni a mangiare a casa mia e poi andiamo a farci una nuotata".
"Ma lo sai che per fare il bagno bisogna aspettare almeno due ore dai pasti" mi disse lei scherzando.
"Allora facciamo direttamente al molo per il traghetto".
"Ci sto. Però poi andiamo a mangiare a casa mia invece che a casa tua: credo che la dispensa di una ragazza sia molto meglio fornita di quella di casa tua…".
"A dire la verità sì" dovetti ammettere.
"Allora ci vediamo alle sette al molo?".
"Perfetto".
Ci salutammo con un paio di baci sulle guance, mentre lei tornava a studiare e io a vagabondare.
Mi infilai poi in uno di quelle osterie tipicamente veneziane in cui chi non parla il dialetto non sa proprio che pesci pigliare. Io, pur non essendo veneziano, qualcosa di dialetto masticavo anche al paese e il veneto in genere non è che cambi tanto, da Verona fino a Trieste ci si capisce nonostante le differenze di pronuncia e di sintassi.
Invece della classica ombra di vino preferii una più dissentante birra fresca mentre guardava la cameriera, una splendida ragazzi sui venticinque anni, molto prosperosa e dalle splendide gambe lunghe, muoversi fra i tavoli nel suo vestitino ridotto. Non c'era a dire la verità molta gente, anche perché il locale era davvero piccolo e dopo un po' la vidi sedersi a fumare una sigaretta vicino al mio tavolo.
Stavo sfogliando distrattamente il giornale e appena lo richiusi lei mi rivolse la parola:
"Fai l'università tu?".
"Sì, faccio architettura, sono al terzo anno" risposi distrattamente.
"Mi sembra di averti già visto da qualche parte…".
"Facile, mi piace passeggiare per Venezia, per cui non è raro avermi già visto in molti posti".
"No, non mi sembra di averti visto per strada. Forse qui al bar o in qualche altra parte…".
"Può darsi, sono venuto ancora qui".
"Ma non fa troppo caldo per studiare?" mi chiese.
"E, in effetti sì… Poi oggi non ne ho per niente voglia, così sono venuto a fare due passi, ma mi è venuta una gran sete".
"Sapessi che caldo ho io!" mi disse sventolandosi sensualmente la camicetta leggera che indossava, una camicetta bianca sotto la quale si intuiva il reggiseno. Iniziai a provare un certo interesse per lei…
"Sei qui in un appartamento?".
"Sì, ho un appartamentino in affitto, sono da solo… Preferisco così!".
Lei si alzò dal suo tavolo e venne sedersi di fianco a me.
"Io invece lo divido con tre ragazze, fanno tutte e tre l'università, sono l'unica che lavora. Avevo iniziato anch'io anni fa, ma non faceva per me, mi sono ritirata dopo un anno. Però mi piaceva la vita qui, lontana da casa e dai genitori così ci sono rimasta".
"Lavori qui a tempo pieno?".
"Sì, tutti i giorni".
"E non ti piacerebbe cambiare, fare una vita normale in una città normale?".
"No, mi piace Venezia, mi piace questa vita, anche se non guadagno molto e non posso permettermi grandi spese. Finché ci riesco, voglio continuare così. So che non sono più una ragazzina, ho venticinque anni, però non voglio “mettere la testa apposto”".
Sorrisi a quell'idea di vita, un po' mi affascinava, non so se avrebbe fatto per me.
"Vivo un po' alla giornata, vengo al lavoro e poi vado a divertirmi, con le mie amiche, con le mie compagne d'appartamento, con dei ragazzi…"
"Capisco cosa vuoi dire, anche a me non attira la vita programmata, otto ore in ufficio, poi a casa, al limite uscire con gli amici. Qui la vita è un po' speciale, Venezia è sempre un po' una favola…".
"Sei simpatico! Io ora finisco il turno, perché non andiamo a fare un giro assieme?".
"Va bene, tanto io non ho nulla da fare a parte studiare. E oggi di studiare non se ne parla nemmeno".
"Aspettami allora, vado a cambiarmi" si alzò e andò a richiudersi dietro di sé la porta nell'angolo con la scritta “privato”.
Mi alzai e pagai, chiedendomi se non era il caso magari di sparire e di non farsi vedere più. Non sapevo come mai, ma mi sembrava di stare a fare qualcosa di peccaminoso e di proibito, era una sensazione strana che non sapevo spiegarmi e che forse non mi era nemmeno mai capitato di vivere. L'indecisione fu decisiva e infatti dopo pochi secondi la ragazza uscì dallo sgabuzzino con un corto top che le scopriva il ventre e le aderiva perfettamente al seno prosperoso, lasciandole scoperte le spalle sulle quale ricadevano i capelli neri e lunghi. Aveva un bel viso, carino su cui si leggevano i leggeri segni dei suoi venticinque anni: certo non era più una ragazzina, ma nemmeno così vecchia da non suscitare il mio interesse: alla fine aveva solo tre anni più di me! Anche le sue gambe, che spuntavano da una minigonna svolazzante, era in una certa maniera molto interessanti: lunghe e per nulla scheletriche (non mi sono mai piaciute le donne troppo magre), ben tornite e un po' tondette. Non che fosse grassa e nemmeno in carne, aveva solo quei due o tre chili in più nei punti giusti: quel genere di donne che preferivo, non perfette ma quanto mai interessanti!
Uscimmo dal locale fianco a fianco e lei subito si accorse di una cosa:
"Non mi sono nemmeno presentata: mi chiamo Lara" mi disse allungandomi la mano. Mi presentai anch'io, in quel modo molto formale che poco si addiceva al nostro incontro, tutto fuor che formale.
"Di dove sei?".
"Io sono di Feltre, in provincia di Belluno. Sono una montanara trapiantata a Venezia".
Chiacchierammo un po', del più e del meno, di varie cose che possono interessare due giovani di poco più di vent'anni mentre salivamo e scendevamo lunghe le calli veneziane.
"Ti andrebbe di venire a casa mia? Non preoccuparti, le mie compagne d'appartamento sono tutte a casa" mi disse come se questo potesse essere un problema per noi.
"Va bene, è distante da qui?".
"No, saranno sì e no un quarto d'ora a piedi".
Così ci avviamo verso casa sua, sempre affrontando argomenti alquanto futili, qualche episodio curioso che ci era capitato, ma nulla di che.
Arrivammo al portone e salimmo le ripide scale che conducevano ad un appartamenti poco più grande del mio.
"Permesso" chiesi per educazione entrando.
"Entra, non ti preoccupare, non c'è nessuno!" mi disse Lara sorridendo al mio lieve imbarazzo che sempre mi prende nell'entrare in una casa che non conosco.
"Carino" dissi lanciando uno sguardo attorno: in effetti era arredato niente male, senza grandi cose ma in maniera carina.
"Scusami il disordine invece. Non è che sia molto amante di queste cose, di solito fanno pulizia le mie compagne quando tornano. Io preferisco darmi ad altri lavori domestici, dal bucato alla cucina. Accomodati pure".
Ci sedemmo entrambi sul divano, anzi, sprofondammo letteralmente.
"Prendi qualcosa?".
"Un succo di frutta o un tè freddo se ce l'hai".
Lara tornò con una lattina di tè alla pesca per me e una coca-cola per lei e tornammo a parlare. La discussione però si fece stavolta più animata, toccando vari argomenti d'attualità, dalla politica all'etica e alla morale. Mi sorprendeva quella ragazza venuta da un paese di montagna, vissuta a Venezia in quel modo così stravagante, quanto fosse attenta e ricettiva nei confronti di tanti problemi che generalmente non scalfivano minimamente l'interesse di tanti ragazzi. Per di più potei scoprire, nel corso della nostra conversazione, che aveva un'ampia cultura, non bigotta o chiusa, dettata dai programmi scolastici com'è per molti, ma di aperte vedute.
Inutile dire che mi piacquero molto queste sue caratteristiche, mi attirava molto in una donna, oltre al suo aspetto fisico, l'intelligenza e una mentalità aperta.
Con il passare del tempo cominciai a notare dei chiari segnali del suo corpo: il suo sguardo languido e intenso mi fissava a lungo, il movimento sinuoso del suo busto, che sembrava volesse stuzzicarmi esibendo le sue forme abbondanti, la sua mano che si carezzava piano e distrattamente, le cosce, il fianco, il seno.
I nostri discorsi fino a quel momento aveva toccato i più svariati argomenti, soprattutto sotto il profilo culturale, e io iniziavo ad apprezzarla proprio per questa sua capacità. Presto però iniziammo a cambiare argomenti, arrivando a qualcosa di più scottante passando per vari gradi di rapporti interpersonali. Arrivammo insomma a parlare di sesso, ed ovviamente era stata lei a guidarmi ad affrontare quell'argomento.
"Io ho perso la verginità a quindici anni" mi disse quasi vergognandosene, parlando con voce un po' insicura e abbassando lo sguardo come fosse una confessione.
"Cercavo l'amore in quello splendido ragazzo che mi aveva conquistata e pensavo che con il sesso scoccasse in lui quella scintilla che prima non mi sembrava di notare ma che invece mi aveva completamente preso. Invece non successe… Capii che c'era l'amore, ma che parimenti poteva anche esserci solamente il sesso. Mi ci volle un po' e solo con la maturità capii e iniziai a comprendere la differenza fra le due cose. Con gli anni ho imparato ad amare, ma anche ho imparato che, talvolta, non può esserci che sesso. E ho imparato anche a godermi questi momenti… Possono essere il ritrovarsi con un vecchio amico o anche l'inizio di una nuova relazione…" disse leccandosi leggermente le labbra, a sottolineare quelle ultime parole.
"Credo che l'argomento sia più facile da affrontare per noi maschietti. Da anni la nostra cultura ci ha spinto ad accettare il maschio latino, avventuriero, che può portarsi a letto una donna per una notte senza alcun problema di rimorsi o quant'altro. Certo che per una donna non è esattamente la stessa cosa, ci sono molti pregiudizi e molti tabù da vincere…".
Lara mi guardò languidamente, facendomi comprendere chiaramente quali fossero le sue intenzioni. Tuttavia non prendemmo alcuna iniziativa ma continuammo invece a parlare, pur di argomenti scottanti: fu proprio lei a guidare la conversazione in questo campo.
"Hai mai incontrato una ragazzo che fosse attirata da te solo fisicamente, senza implicazioni sentimentali?" mi chiese dimostrandomi ancora una volta la sua mentalità aperta.
"Sì, a dire la verità anche più di una volta…".
"Insomma, hai anche avuto relazioni di solo sesso".
"Mi è capitato, in particolari periodi della mia vita mi anche successo di non voler impegnarmi in una nuova storia, di desiderare qualcosa di un po' meno vincolante. Devo però ammettere che non è mai stato altrettanto soddisfacente che una storia seria".
"Sotto tutti i punti di vista?" mi chiese Lara maliziosamente.
"No, a dire la verità no. Se intendi il sesso è comunque molto soddisfacente, anche se ha un sapore diverso, non è paragonabile l'avventura di una notte con il rapporto con la propria fidanzata. Trovo difficile fare un paragone, dire qual è più soddisfacente, quando si gode di più…".
"Io senz'altro ho fatto le scopate più disinibite della mia vita proprio in occasioni del genere, quando non c'erano (o non c'erano ancora) legami che andassero oltre la passione fisica. Sarà che mi sono ritrovata sempre ragazzi che magari avevano una certa educazione per cui andare oltre il solito era considerato un tabù insormontabile o quali, li scandalizzavano le mie richieste particolari, quasi certe cose non si potessero fare con la propria ragazza ma fossero riservate alle puttane".
"Non è il mio caso" dissi ridendo. "Sono abbastanza aperta a nuove sperimentazioni a letto, a meno che non vadano troppo sullo scabroso o sul sadomaso, anche se magari ho provato a legare la mia compagna al letto".
"O a essere legato tu stesso?" chiese curiosa.
"Sì, a dire la verità è capitato anche quello" ammisi candidamente.
"E com'è stato? Voglio dire, a me è successo, ho provato, ma credo che le sensazioni che prova un uomo in una sensazione del genere non siano le stesse di una donna".
Riflettei un attimo, rievocando quella immagine di un po' di tempo prima, che ricordavo, ma non così nitidamente.
"È stata una cosa strana, sentirmi completamente in potere di una donna, senza poter far molto di più che muovermi di pochi centimetri. Un po' come essere cavalcati in uno smorzacandela… Senz'altro molto piacevole, lei lo sapeva fare molto bene".
Lara a quel punto mi si era praticamente appoggiata contro il petto mentre stavamo seduti fianco a fianco sul suo divano, sentivo il suo bel seno abbondante premermi contro morbidamente, il calore del suo corpo, addirittura il profumo delicato della sua pelle e cominciavo a eccitarmi. Sì, era molto piacevole ritrovarmi in una situazione del genere con quella ragazza, seppure la conoscessi da pochissimo, mi stava invadendo la voglia di fare qualcos'altro con lei che parlare solamente… E anche lei era dello stesso avviso, almeno dalle parole esplicite che mi disse subito dopo.
"Anche a me piace molto lo smorzacandela… e so farlo abbastanza bene…" e mi mordicchio delicatamente la pelle del collo cominciando a salire progressivamente verso la mia bocca. Stavo per baciarla e per cominciare quello che sarebbe stato un divertente pomeriggio quando sentii il mio telefono squillare vivacemente. Il forte trillo ci disturbò e mi affrettai a rispondere, mentre lei si rialzava per lasciarmi un attimo di spazio per parlare.
Maledissi fra me e me il mio interlocutore, senza nemmeno il tempo di guardare il display per vedere chi fosse.
"Pronto?" risposi un po' scocciato.
"Pronto, ciao, sono Angelica".
"Ah, ciao" dissi cambiando immediatamente espressione e Lara, accorgendosi della cosa, drizzò le orecchie cercando di capire di che tipo di telefonata si trattasse.
"Ti disturbo?" disse lei premurosa cogliendo nella mia voce la nota di disappunto.
"No, no, dimmi pure…" dissi io un po' imbarazzato da quella situazione. Mi sembrava di stare a fare un doppio gioco e la cosa non mi pareva per niente corretta.
"Per stasera ho un problema, credo farò un po' tardi… Ti dispiace se posticipiamo di un po'?".
Guardai Lara che aveva probabilmente sentito quelle parole. Non sapevo come scaricare Angelica, forse non intendevo affatto farlo, mi stava a cuore e non mi sembrava giusto trattarla male.
"Va benissimo per me. Facciamo a che ora?".
"Alle sette e mezza dovrei liberarmi ed essere al molo".
"Va benissimo per le sette e mezza".
Ci salutammo e appena riattaccai Lara mi chiese burbera: "Chi era?".
"Un amico con cui devo uscire stasera".
"Un amico, ah sì. Angelica, un bel nome per un ragazzo" disse alzandosi arrabbiata e facendomi intendere che dovevo andarmene, magari dimenticandomi il suo nome e il suo indirizzo.
"Ma no, è solo un'amica, non è come pensi tu!".
"Io non penso a niente! Sei tu che hai pensato di prenderti un pomeriggio di divertimento a mie spese. E ora fuori di qui, e in fretta! Non sono una che salta prontamente nel letto del primo che passa!".

Quella sera fui puntualissimo: alle sette e mezza davanti al molo del traghetto. Angelica arrivò da lì un minuto: era splendida con quella sua maglietta corta che le scopriva l'ombelico e il suo ventre piatto ed atletico, aderendole perfettamente ai seni. Mi chiesi come mai si ostinasse a indossare i pantaloni, quando una minigonna o anche un paio di comodi pantaloncini sarebbero stati molto più pratici e, cosa non meno importante, avrebbero reso giustizia alle sue belle gambe.
"Ciao!" mi salutò semplicemente baciandomi sulla guancia.
"Ma sei bellissima!" e lo era, poi aveva quel tocco di particolare datole dal fatto che non indossava gli occhiali quella sera: probabilmente aveva messo le lenti.
"Grazie" mi rispose semplicemente abbassando lo sguardo.
"Com'è andata oggi pomeriggio?".
"Uff, uno stress! Non farmi parlare della tesi che non ne ho proprio voglia! Non vedo l'ora di farmi una bella nuotata e di rilassarmi un po'…".
"E io che pensavo di portarti in qualche locale carino".
"Beh, vediamo. Intanto andiamo a nuotare. Sai da quanto non lo faccio? Quest'estate non sono mai andata…".
"Ecco il traghetto!" e infatti l'imbarcazione si stava avvicinando.
In un attimo salimmo e ci pigiammo ai soliti turisti, nemmeno tanti alla fine: non fu difficile trovar posto a sedere, cosa impensabile ad altri orari!
"E tu cosa hai fatto oggi?" mi chiese lei un po' distrattamente.
"Nulla di particolare…" cercai di sviare il discorso.
"Hai continuato a passeggiare o sei andato a casa?" mi incalzò.
"Mi sono fermato in un bar a bere una birra e sono stato abbordato da una cameriera" le dissi un po' imbarazzato. Per me non era affatto normale una situazione del genere.
"Davvero?" mi chiese lei più interessata, drizzando le orecchie.
"Sì, un tipo davvero curioso, ha 25 anni e fa la cameriera a tempo pieno. E nel tempo libero fa un po' di tutto, legge libri, esce con le amiche a far festa magari fino a tardi, se ne va a passeggio per Venezia, proprio come facciamo noi… Vive insomma un po' alla giornata, da eterna studentessa".
"E cose c'è di strano?" mi chiese Angelica non capendo il mio atteggiamento, stupito della cosa.
"Ecco, uno pensa che una volta finiti gli studi ci si mette a cercare un lavoro serio, che finisca di fare la vita precedente e inizi a pensare al futuro: la casa, la famiglia… Lei va fuori da questo schema".
"Tu ti immagini così il futuro? No, non fa per me!" disse Angelica. Mi sorpresi di questa sua fra , me la immaginavo molto “convenzionale” su queste cose.
"No, a dire la verità nemmeno io!" ammisi sinceramente, contento di aver trovato uno spirito “ribelle” come me.
"Cosa pensi di fare terminata l'università?".
"Credo mi fermerò qui a Venezia, penso che un giovane architetto possa trovar lavoro con un po' di buona volontà. Così potrò continuare a godermi la più bella città del mondo. Per il resto non so ancora…".
"Io ho già ricevuto un'offerta a Treviso, uno studio di amici dei miei dove potrò fare un po' di pratica. Però non so, anch'io vorrei rimanere qui a Venezia, continuare un po' questa vita. Non credo che il mio futuro sarà a Treviso, è così provinciale, bigotta, chiusa…".
La capii perfettamente, era ciò che pensavo del mio paese.
"Forse mi trasferirò in qualche altra città: Padova o addirittura Milano".
"No, Milano non mi piace: troppo traffico, inquinamento e frenesia. Voglio vivere qui a Venezia, dove tutti sono in vacanza perché stanno facendo del turismo. La amo per questo Venezia: è la città delle vacanze da favola…".
"Che strano che sei anche tu!" mi disse Angelica ridendo.
"Alla fine com'è andata con la tipa?" mi chiese curiosa.
"Mi ha invitato a casa sua, abbiamo parlato a lungo: sembrava una povera cameriera ignorante invece aveva una bella cultura ed era un'ottima conversatrice".
"Parlato solo?" mi chiese con un sorrisetto malizioso.
"Sì, poi ha iniziato a farsi sotto più decisa, con chiare intenzioni, ma una mia amica ha telefonato proprio in quel momento…".
Angelica si fece ancor più attenta alle mie parole.
"Lei ha capito che aveva un appuntamento quella sera con una ragazza, s'è arrabbiata e mi ha scaricato di brutto cacciandomi di casa".
"Mi dispiace tanto" mi disse seriamente, cupa in volta. "Non volevo rovinarti tutto".
"Ah, ma non importa! Basta che sei disposta a fare quello che aveva in mente la tipa!".
Angelica rise alla mia battuta, rasserenandosi un po' nel rendersi conto che non me l'era presa.
"In fondo non era il mio tipo, troppo diretta e un po' “maiala”, chissà con quanti altri lo avrà fatto…" buttai lì.
"Sempre così voi uomini!" sbottò lei piccata. "Se una ci sta è una troia…".
"No, non era questo che volevo dire, anzi…".
"Però l'hai detto!".
"Va bene, ammetto che l'ho detto ma era solo per farti capire che non hai rovinato niente di particolare".
Angelica capì le mie intenzioni e mi perdonò mentre ci avvicinavamo al litorale del Lido.
Di lì a poco il traghetto ci scaricò e noi andammo a cercare un pezzo di spiaggia libera. Ci incamminammo pian piano verso il mare, calmo e rilucente al sole basso sull'orizzonte.
"Andiamo?" le chiesi quando eravamo ormai sul bagnasciuga, le scarpe in mano perché non si riempissero di sabbia.
"A dire la verità io dovrei cambiarmi prima" mi disse un po' imbarazzata.
"Non ti sei messa il costume sotto?" le chiesi stupito della cosa: a me era sembrato così naturale farlo.
"Ehm, no… Non ci avevo pensato, l'ho messo nello zainetto" infatti aveva con sé uno zainetto in cui aveva infilato tutto il necessario.
"immagino che qui intorno non ci sia nulla dove posso cambiarmi" disse guardando in giro, ma non c'era null'altro che sabbia e mare.
"Non preoccuparti, puoi farlo qui, io non ti guardo".
"Non c'è problema, sai che le ragazze sanno cambiarsi anche con una maglia addosso" mi disse sorridendo.
Iniziammo a spogliarci: mentre mi toglievo la maglietta lei si sfilò i pantaloncini. Non potei fare a meno di guardarle le gambe ma soprattutto di sbirciarla fra le cosce. Indossava delle mutandine nere in pizzo, molto eccitanti e anche leggermente trasparenti ma non al punto di rivelarmi distintamente la sua peluria. Sentivo tuttavia il mio pene irrigidirsi mentre si annodava l'asciugamano ai fianchi e se le abbassava. Distolsi lo sguardo per cortesia e per non fare pensieri strani che mi avrebbero portato a saltarle addosso, sapendola nuda sotto i miei occhi. Con la coda dell'occhio, mentre mi toglievo a mia volta i pantaloni, la vidi infilarsi il pezzo sotto del bikini.
"Vedi? Siamo ingegnose, no?" disse ammiccando per rompere un po' l'imbarazzo.
Io sorrisi e la guardai armeggiare con le braccia sotto la maglietta mentre si slacciava il reggiseno e se lo sfilava. Andai a tastare l'acqua per pensare ad altro: "Senti, è bella calda!".
"Arrivo, solo un attimo".
Quando mi girai nuovamente sfoggiava un bel due pezzi blu e stava cercando di allacciarsi il reggiseno.
"Mi faresti il piacere di allacciarmelo tu, non ci riesco".
Andai dietro di lei e provai anch'io più volte, senza alcun risultato.
"Dev'essere difettoso" concluse lei. "Guarda, una volta che ho l'occasione di fare il bagno!" si lamentò.
Provammo ancora, prima io e poi lei, ma non ci fu nulla fa fare, il gancio era davvero rotto e a nulla valsero le maledizioni che gli lanciò Angelica.
"Cosa facciamo?" le chiesi infine.
"Fallo tu il bagno, io ti aspetto qui…".
"Ma no, tanto vale allora… Senti, almeno infilati la maglietta e stiamo nell'acqua bassa".
Lei guardò i suoi vestiti e sembrò illuminarsi: "Che idea! Potrei usare il reggiseno come costume da bagno".
Poi aggiunse: "Sempre che non ti imbarazzi".
"Figurati" dissi io. "Anzi, senza rifare la trafila della maglietta, visto che non c'è nessuno in giro, io mi giro e tu cambiati".
"Okay".
Un attimo dopo Angelica era nuda dietro di me e solo la cortesia appunto e la parola data mi trattennero dal girarmi.
"Eccomi" disse infine: la guardai con gli slip blu e il reggiseno di pizzo nero. Era così sexy che un fremito mi percorse l'inguine.
Mi sorrideva raggiante, finalmente pronta al tanto sospirato bagno.
"Facciamo chi arriva prima?" mi chiese con l'entusiasmo di una ragazzina mentre si lanciava in una corsa sfrenata prima sulla sabbia e poi sull'acqua fin quando le arrivò al ginocchio, per poi tuffarsi.
Io non vedevo altro che il suo culetto perfetto e tondo, la sua schiena atletica, le sue gambe lunghe e scattanti. La rincorsi animato da questa visione più che dall'usuale orgoglio maschile.
Infine la raggiunsi a nuoto afferrandole una caviglia e instaurando una breve lotta sguazzando. Ci fermammo a prender fiato ridendo, guardandoci l'un l'altra.
Lo sguardo mi scappò un attimo a occidente, sul sole che s'apprestava  tramontare tingendo tutto di rosso.
"Guarda che bello!" le indicai e lei rimase a bocca aperta di fronte a quello spettacolo della natura. Ci fermammo un po' a goderci quel panorama stupendo, il sole che andava a nascondersi verso la terra, noi sul mare separati dalla laguna solo da poche centinaia di metri di terra.
"E poi c'è gente che sogna un atollo ai tropici… Cosa vuoi di più dalla vita? Uno splendido tramonto sulla laguna veneta, con Venezia là a guardarci, una ragazza prima che bella, intelligente e simpatica insieme con me…".
Angelica abbassò un attimo lo sguardo leggermente imbarazzata al mio complimento, disse solamente un "Grazie" sottovoce, poi tornò a fissare quel panorama fantastico.
"Grazie anche di avermi portata qui: è davvero qualcosa di unico, non pensavo ci fossero posti così belli qui attorno… Parlano sempre male della laguna, come di un posto stagnante e malsano".
"Invece è uno dei luoghi naturali più belli del mondo. Proprio come Venezia è senza dubbio la città più bella del mondo. Angelica, non ti rendi nemmeno conto della fortuna che abbiamo: ce ne accorgeremo tra qualche anno, quando la vita ci porterà ad essere rinchiusi in uno studio zeppo di carte e scrivanie, in qualche squallida città del mondo. "Speriamo di non ridurci come dici tu…" disse lei con una punta di malinconia, aveva intuito cosa volevo dire.
"Alla fine la vita sconfiggerà anche gli irrefrenabili sognatori come noi: potremmo resistere qualche anno con la nostra energia e la nostra vitalità al suo corso naturale, poi ci arrenderemo e ci adageremo come tutti gli altri, come tutti quelli che avevano sognato una vita diversa, fuori dal comune, prima di noi".
Lei non sembrava molto d'accordo, forse non sognava tanto come me, ma perlomeno aveva una cieca fiducia che questi sogni non fossero effimeri e di breve durata come io invece ero convinto.
"Vedremo, lo vedremo fra qualche anno questo. Intanto però è inutile sciupare un momento del genere con le parole: perché non ci facciamo un'altra nuotatina?".
Detto e fatto ci ritrovammo ancora a nuotare lentamente, l'uno al fianco dell'altra, scambiandoci fra le bracciate qualche breve sguardo e ammirando il tramonto che si stava approssimando. Sì, forse era quello il paradiso, per un breve momento mi sembrò di toccarlo anche sulla terra. Guardai Angelica che nuotava al mio fianco e anche lei mi lanciò uno sguardo: i suoi occhi mi toccarono nel profondo, il suo sorriso mi scombussolò…
Non ci avevo mai pensato prima, ma mi trovavo veramente bene con quella ragazza, così simpatica e alla mano, mi piaceva il suo modo di ragionare, il suo carattere apparentemente fragile ma che nascondeva invece una personalità di un certo spessore. L'avevo sempre vista come una buona amica, non una confidente, ma una persona con cui vedersi di tanto in tanto e con cui mi capivo se non al volo, quasi. Ora all'improvviso mi si faceva dinnanzi qualcosa in più: mi sentivo come un ragazzino che rimane stregato dal passaggio della bella di turno e si innamora perdutamente. Eppure non ero più un ragazzino.
Ci fermammo a guardare ancora una volta le meraviglie davanti a noi, ormai eravamo al largo e non toccavamo più con i piedi sul fondale ma eravamo entrambi nuotatori abbastanza abili da poter stare fermi anche a lungo nello stesso punto. Guardai Angelica: aveva un fascino particolare in quel momento, i lunghi capelli castani, tendenti al biondo, usualmente ondulati, erano ora bagnati e per questo le ricadevano lisci e più scuri sulla schiena. I suoi bei seni tondi spuntavano provocanti dal reggiseno, non potei fare a meno di sbirciarla là e di provare un certo desiderio. Eppure era un desiderio così diverso da quello che aveva provato nei confronti di Lara quel pomeriggio: poche ore prima era stato tutto diverso, ero preso da un eccitazione e da una spinta puramente sessuale, non c'era nient'altro dietro. Invece per Angelica provavo stima e simpatia, e da quella sera anche qualcosa in più… La desideravo in modo diverso da come avrei potuto desiderare qualsiasi altra donna in quel momento, mi sentivo anche molto più coinvolto emotivamente, il cuore mi batteva a mille e mi rendevo conto di provare una certa strana emozione che per un po' avevo dimenticato. Era come se si risvegliasse qualcosa in me che forse avevo cercato di cancellare, forse avevo creduto fosse scomparso, invece l'avevo solamente celata in qualche recondito angolo del mio subconscio in attesa di un momento come quello.
"Guarda, si vede anche Murano" mi disse indicandomi un punto all'orizzonte, nella laguna. Conoscevo quei posti quel tanto che bastava per riconoscere l'isola famosa in tutto il mondo per i suoi vetri e i suoi cristalli: prima non l'avevo nemmeno notata…
"Mi piacerebbe andare a fare un giro là, credo di non esserci nemmeno mai stata a quel che ricordo. Mi ci porteresti stasera?" fu la sua proposta che mi sorprese.
"Va bene, se ti va… Però non credo ci siano grandi divertimenti…" a me l'idea piaceva, ogni tanto mi avventuravo fin là per passeggiare fra vie sempre uguali ma dal sapore leggermente diverso da quelle di Venezia. Non capivo però cosa potesse trovarci una ragazza come Angelica, o forse sì, trovava quello che esattamente trovavo anch'io e che a parole non si potrebbe dire.
"Non importa, ti ho detto che ho voglia di passare una serata tranquilla, senza tante follie. Basta che vada bene anche a te però…" si preoccupò lei forse intendendo le mie parole poco entusiaste.
"Figurati, sai quanto mi piace andarmene in giro per Venezia e nemmeno Murano ne è immune" dissi con un sorriso.
"Però prima andiamo a mangiare un boccone" aggiunsi.
"Non ci avevo pensato! In effetti ho una gran bella fame!" mi disse lei sorridendo.
"Ti va una pizza?" le chiesi.
"Pensi che potremmo permetterci qualcosa di più?" controbatté ironizzando sul fatto che dei poveri universitari dalle tasche sempre al verde non potevano che accontentarsi di un pizza, e stando anche attenti al locale perché si sa i prezzi che girano da quelle parti.
"Però ti andrebbe di stare qui ancora un po'? È così bello!" mi chiese quasi supplichevole con i suoi occhioni magnifici. Non feci altro che riprendere a nuotare, stavolta senza prendere ulteriormente il largo per non correre il pericolo di perderci nel Mare Adriatico. Sarebbe stato molto spiacevole rovinare così una serata che stava avviandosi nel migliore dei modi…
Nuotammo ancora con calma in quell'atmosfera così romantica, quasi ovattata: sembrava davvero di stare in un altro mondo, così lontani dai problemi quotidiani, dalle mille diavolerie e dalle industrie, anche se poco lontano da lì Marghera e Mestre rigurgitavano incessantemente nel cielo i loro rifiuti. Mi convinsi che era stare solo con lei in mezzo al mare, su una spiaggia fuori dal brulicare caotico, anche di sera, del Lido. Era davvero un piccolo ritaglio di paradiso terrestre sfuggito dall'Eden e andato a piazzarsi appena fuori Venezia.
Quando decidemmo di uscire dall'acqua notammo subito una leggerissima brezza marina, una di quelle che magari altre sere ti fa provare un po' di fresco nonostante sia estate. La temperatura invece era tale che l'effetto fu solo quello di un leggero refrigerio, non intensissimo ma comunque molto piacevole, dal momento che da parecchi giorni il caldo era piuttosto torrido.
"Che scemo!" esclamai mentre Angelica si voltava verso di me con aria interrogativa. "Non ho nemmeno pensato di portarmi un asciugamano!".
Lei mi sorrise con l'espressione di chi la sa lunga: "Non preoccuparti, oltre all'asciugamano che hai visto prima, io mi sono portata anche un telo da bagno".
"Per fortuna voi donne pensate sempre a tutto!" la ringraziai con un sorriso.
Ci avvicinammo a dove avevamo lasciato i vestiti con una certa apprensione: chissà perché ma ogni volta che facevo il bagno in quelle condizioni avevo sempre paura che qualcuno passasse e mi rubasse i vestiti. Paura del tutto irrazionale, anche perché se fosse successo che qualcuno si fosse solo fatto vedere sulla spiaggia, l'avremmo senz'altro notato.
E infatti le nostre cose era tutte là addossate le une alle altre: Angelica tirò fuori il suo telo da bagno e mi prestò per asciugarmi il suo asciugamani più piccolo, comunque di una certa dimensione. Lei innanzitutto si asciugò alla bene e meglio i suoi lunghi capelli: non ci sarebbe stato comunque verso per riuscirci completamente, solo una volta arrivata a casa, col phon, avrebbe fatto qualcosa in più. Poi via via si asciugò un po' su tutto il corpo e ancora non potei fare a meno di guardarla, tanto era bella e intrigante in quel momento. Lei notò che la guardavo e il suo sguardo incrociò il mio: temetti per un attimo a qualche appunto di rimprovero, invece furono solo larghi sorrisi d'intesa per nuotata insieme appena fatta.
Fui io il primo a indossare un capo, e fu la maglietta mentre lei continuava ad asciugarsi, poi si annodò il telo intorno ai fianchi, come aveva fatto prima con l'asciugamano, per sfilarsi gli slip del due pezzi e indossare nuovamente le sue mutandine nere che tanto mi intrigavano. Mentre io mi infilavo i pantaloni sul costume da bagno ancora bagnato (d'altra parte quello era un piccolo inconveniente di fronte al fatto della comodità di non dover cambiarsi), lei indossava la sua maglietta corta ed aderente. Mentre mi riabbottonavo i pantaloni e sistemavo la zip, lei armeggiò sotto la maglietta per sfilarsi il reggiseno: d'altra parte era tutto bagnato e senz'altro sarebbe stata più comoda così. Non si rese nemmeno conto dello sconvolgimento che provocò in me quell'operazione, soprattutto quando una volta sfilato da sotto notai che la maglietta le si incollava al seno nudo e si notavano perfettamente i capezzoli.
Alla fine, dopo esserci rivestiti, ci dirigemmo verso il centro dalla ricerca di una pizzeria in cui mangiare qualcosa. Fu però più difficile del previsto trovare qualche locale alla portata delle nostre tasche, ma non ci preoccupammo più di tanto. Un po' ci sembrava di andare all'avventura, nel nostro piccolo: ancora il sale sulla pelle, i vestiti un po' stropicciati, Angelica con tutti i capelli bagnati… Sembravamo una giovane coppia di scapestrati che vagavano senza meta, piuttosto che due futuri architetti.
"Chissà se mi vedesse ora mia mamma!" dissi ridendo alla sola idea.
"Per non dire dei miei, così formali e all'antica" mi disse Angelica ridendo: aveva colto al volo i miei pensieri, forse anche perché, essendo quella una piccola trasgressione per entrambi, ci rendevamo conto di essere un po' trasandati.
Ma non ce ne importava: guardai Angelica e vidi un bel sorriso e due occhi vivi di una ragazza contenta di quello che stava facendo.
Che ce ne fregava alla fine di quello che poteva pensare la gente? Tanto valeva prenderci dentro e fare ciò che desideravamo…
"Perché non andiamo direttamente a Murano? Mangeremo poi qualcosa a casa mia…" proposi allora.
Lei mi guardò un attimo sorpresa, poi scrollò le spalle:
"E perché no?".
Ci avviammo così al molo d'imbarco e fortuna volle che ci trovammo subito un traghetto. Ormai era buio, anche se erano le nove: i nostri stomaci, che pur reclamavano debolmente, avrebbero atteso!
Ci sedemmo fuori, sul ponte, all'aria aperta: anche la sera faceva calco e la leggera brezza marina serviva a poco. Guardammo uno accanto all'altra le luci di Venezia, sembrava una città incantata sulla laguna, e forse lo è. Sentivo per l'emozione le farfalle nello stomaco, improvvisamente dimentico della fame, ammirando quello spettacolo unico al mondo, che riuscivo a godermi così bene.
E quando Angelica si appoggiò lentamente, con molta naturalezza al mio braccio, le farfalle svolazzarono tutte insieme ancor più forte, facendomi battere il cuore all'impazzata dopo un salto nel vuoto in cui credei che si fosse fermato.
"Che bello che è…" mormorò quasi fra sé e sé.
Sì, non c'era niente di meglio al mondo, o meglio, c'era lei al mio fianco.
"Venezia è una poesia, una poesia che viene raccontata tutti i giorni, in ogni momento". Avevo lo sguardo fisso là, alla mia città, perché Venezia era ed è la mia città anche se non ci sono nata e se non ci vivo più.
Abbassai leggermente lo sguardo per fissarla negli occhi, che a loro volta guardavano i miei:
"È una poesia sempre diversa, che parla ora di amore e ora di morte, ora di gioia e ora di sofferenza, ti racconta la storia d'Italia e del mondo, le vite di migliaia di persone normali… Basta avere occhi per vederla e orecchie per sentirla: basta avere gli occhi e le orecchie del cuore".
Poi fu come in un incanto, in una di quelle storie d'amore che raccontano al cinema: fu così spontaneo e naturale che ancora non capacito di come accadde.
Ricordo che la guardava e il mio cuore sobbalzava, la mia mente s'annebbiava nella sua bellezza. Non passò che un attimo  o qualche minuto che sentivo il sapore dolce delle sue labbra sulle mie.
Non fu un bacio appassionato ma molto romantico e dolce, mi sembrava quasi di essere tornato alla mia prima ragazza, quando ancora ero un adolescente.
L'abbracciai e tornammo a fissare le luci di Venezia, mentre il traghetto ci portava a Murano: stemmo a lungo in silenzio, la sua testa appoggiata alla mia spalla e al mio petto. Sentivo i suoi capelli bagnati sulla mia pelle, il profumo di lei misto a quello salmastro del mare…
Ci baciammo ancora una volta prima di attraccare: la culla del nostro amore fu l'isola di Murano, famosa per i suoi preziosi vetri, ma che né io né Angelica non assoceremo più a nient'altro che al nostro amore.
Passeggiamo per quelle viette che conosceva vagamente, mano nella mano, come due giovani fidanzati quali eravamo.
Inutile dire che Angelica era stupendo, i suoi capelli setosi così stranamente lisci e per niente vaporosi come al solito le davano un'aria strana, la maglietta sottile che le aderiva ai seni, rivelando la sagoma dei capezzoli, corta sul ventre da scoprire l'ombelico, i pantaloni a vita bassa che mostravano i fianchi e le erano incollati alle belle gambe.
Ci scambiammo qua e là qualche bacio un po' più appassionato, continuando comunque sempre a passeggiare fra le case e i canali. Ci stavamo inoltrando in quell'intricato labirinto senza nemmeno chiederci se avremmo saputo uscirne, dimentichi del mondo reale e immersi l'uno nell'altra.
Un altro bacio appassionato in una vietta, la sua bocca che esplora la mia, le sue mani che vagano freneticamente sulla mia schiena e anch'io sono preda di quella specie di “smania” irresistibile.
Sentii le mie mani vagare su di lei, dal viso alla gola, alle spalle e alla schiena, arrivando ai suoi seni sodi, alti da sfidare la gravità, erano senza reggiseno ma avevano comunque uguale consistenza. Li cinsi con le dita, mi riempirono perfettamente le mani, forse un po' di più, erano qualcosa di straordinario… Sentii l'emozione e l'eccitazione sconvolgermi fin giù nel basso ventre.
Le baciai il collo, la mascella, le orecchie e lei mugolò piano di piacere, a occhi chiusi, mentre ancora le toccavo i seni. Sospirò, poi farfugliò qualcosa: "Baciami anche lì, alzami la maglietta, voglio sentire la tua bocca…".
Sono parole quasi sommesse, ma ne comprendo il significato e nonostante il guizzo al cuore per l'eccitazione non potei che seguirle alla lettera: con un rapido, frenetico gesto, le alzai la maglietta fino alle spalle. Fu come una visione il suo ventre nudo e sopra quei seni perfetti, tondi, alti dai capezzoli chiari ed eretti.
Mi buttai su di loro prendendoli in bocca, fra le labbra e succhiandoli, passandoci sopra la lingua in un mulinello pazzo.
"Sì, è bellissimo… ti voglio, qui, ora, subito…" mi disse sempre ad occhi chiusi.
Non feci in tempo a rialzarmi o  pensare qualcos'altro che una voce ci fece sobbalzare: "Mas-ci! Cosa ti fa soto casa mia?".
Era l'urlo isterico di una vecchietta da una finestra lì in alto, chissà dove.
La paura in un attimo lasciò strada alla sorpresa, Angelica si ricompose e scappammo via rapidamente giusto in tempo per evitare lo scroscio d'acqua che piovve da quella finestra insieme ad altre maledizioni in veneziano stretto. Ce ne andammo ridendo, per mano, a buon passo: l'attimo di improvvisa e incontrollata passione era passato, rimaneva il desiderio l'una dell'altra. Lo scampato pericolo ci fece comunque desistere dal riprovare in un altro vicolo contro un altro muro.
A debita distanza dal luogo dell'accaduto ci guardammo scambiandoci una sguardo d'intesa: era arrivata l'ora di andare a casa, a Venezia, e di continuare su di un comodo letto quello in cui eravamo stati bruscamente interrotti.
Ci avviammo verso il molo ma non fummo così fortunati come al Lido e sinceramente avremmo fatto volentieri cambio. Fu una tormentata, lunghissima mezz'ora e più di attesa, su una panchina nell'angolo più buio. Altre persone arrivarono via via ad aspettare il traghetto, per lo più turisti che rientravano a Venezia, e così i nostri baci e le nostre effusioni non potevano essere tanto spinti come l'istinto ci avrebbe portato.
Come furtivamente le mie mani carezzavano e stringevano i seni di Angelica, altrettanto furtivamente lei mi toccava fra le gambe curiosa, scoprendo pian piano la forma della mia erezione.
"Non vedo l'ora di baciarti ancora i seni" le sussurrai mentre le mie dita giocherellavano con il suo capezzolo attraverso la maglietta.
Lei per tutta risposta mi passò il palmo della mano aperta sul membro, ormai durissimo sotto i calzoni. "E io non vedo l'ora di baciarti qua, e di prendertelo fra le mie labbra, succhiandoti piano, con calma…".
Nonostante tutta la sua audacia e il suo temperamento caldo mi stupiva enormemente: di solito era una ragazza calma e riflessiva, quasi timida…
Fortunatamente, prima che potessimo commettere un'altra pazzia, arrivò il traghetto e salimmo a bordo, abbandonando per un attimo baci e carezze reciproci.
Andammo a sederci a prua, all'aperto: non c'era che poca gente e tutta a poppa, cosicché potemmo fare economia sui sedili usandone uno sole e baciarci senza imbarazzi.
Angelica era seduta sulle mie gambe e si stringeva a me, appoggiandomi provocantemente il seno al petto, sentivo le sue forme sode premermi contro prepotenti. Le sue labbra, dopo lunghi e furiosi baci, si staccarono dalla mia bocca: ebbi un motto di stizza al momento, ma sentendole scendere sul mio collo mi ricredetti.
Con maliziosa abilità la sua bocca mi stuzzicava con baci, lievi tocchi della lingua, titillandomi equivocamente il loco dell'orecchio… E nel frattempo le sue mani indugiavano sulle mie cosce e sul mio ventre, quando ben altre parti anelavano le sue carezze.
Volendo ricambiarle pan per focaccia, stuzzicandola e facendola fremere per qualcosa in più, presi anch'io a carezzarla lievemente sul ventre lasciato scoperto dalla sua maglietta. Mi riproposi di rimanere lì il più a lungo possibile, senza andare né a toccarle i seni sodi, né a sfiorarla fra le gambe. Tuttavia le chiesi proprio il contrario:
"Vuoi che torni a baciarti come prima?".
Attesi un suo cenno affermativo e qualche secondo in più prima di chiederle ancora sottovoce:
"Oppure preferisci che scenda a massaggiarti un po' più in basso?".
Ancora lei annuì sussurrandomi un roco “sì” nell'orecchio prima di leccarmelo sensualmente. Eppure io resistetti e mi limitai a continuare ad accarezzarle il ventre piatto.
Fu lei a lanciare un contrattacco che mi sorprese e mi colse alla sprovvista, facendo guizzare le sue dita sulla mia erezione tutto ad un tratto e chiedendomi a sua volta nell'orecchio:
"Ti piace il mio ventre? Lo accarezzi così bene…".
Attese qualche istante prima di assestare un nuovo colpo.
"Vorresti appoggiarmi lì il tuo bel cazzo? E poi strusciarti sopra piano…".
Mugolai socchiudendo gli occhi: aveva fatto centro!
Avevo voluto provare a farla fremere e desiderare, ma in pochi secondi lei aveva capovolto la situazione. E mi stava lentamente slacciando i pantaloni.
Ora avrei voluto essere già con le mie dita sul suo sesso, passarle sul suo pelo e fra le sue labbra, sfiorarle il clitoride e affondarle poi piano nella sua vagina.
E invece era lei a passare le sue sulla mia asta, scendere a giocare con il mio folto pelo e a cingermi i testicoli con l'altra mano; e di certo non mi dispiaceva tutto ciò.
Chissà se ora avrebbe mantenuto la promessa di prima, se me l'avrebbe preso in bocca… Ero diviso fra il desiderio e la naturale e ovvia paura di essere scoperti in quella situazione, dal momento che era già successo non più di un'ora prima.
Presto la carezza sublime delle su dita mi fece scordare questo e ogni altro pensiero: la sua mano danzava irresistibile e leggera, sfiorando e senza quasi stringere. Poi mi guidò lenta verso il contatto atteso per alcuni istanti quasi con esasperazione: ebbi infine un sussulto quando il mo cazzo andò ad appoggiarsi alla calda e liscia pelle del suo ventre.
Con un residuo barlume di lucidità la mia mano andò a insinuarsi fra le su cosce, aprendole i pantaloni: la sfiorai attraverso le mutandine, le abbassai e le mie dita accarezzarono il suo morbido intreccio di peli.
Angelica si stava movendo, piano e aritmicamente, lo avvertivo sul mio pene, sollecitato così eccitantemente dal suo ventre e dalle sue dita; e anche al tocco della mia mano verso la sua intimità, che sembrava sfuggirmi.
Raggiunsi infine il suo sesso, la sua umida fessura che sfiorai quasi rispettosamente mentre un fuoco mi cresceva dentro. La punta delle dita andò a sfiorarle le labbra, una e più volte, a sollecitarle la bacca tumida del clitoride… Avvertii appena un suo sospiro di piacere e, animato da questo, arrivai a spingere un dito oltre le labbra, affondando nella sua vagina bagnata fin dove potevo. Lo ritrassi e ancora affondai mentre lei continuava a muoversi lentamente ma comunque in modo altrettanto eccitante.
Non me ne ero quasi nemmeno reso conto, ma stava per venire, sapevo che non avrei potuto controllarmi, da quando avevo affondato col dito in lei…
"Sto per venire…" le dissi, come se fosse necessario. Era più un riguardo verso di lei, un avvertimento che ormai era inevitabile e che le avrebbe permesso di ritrarsi limitando i danni.
"Sì, vieni" mi mormorò rocamente e con decisione, strusciandosi su di me con maggior foga.
E venni, ancora con un dito in lei, flottando copiosamente il mio seme sul suo ventre e sul suo ombelico, preso da un orgasmo intensissimo.
Aprii gli occhi dopo parecchi secondi e vidi ancora il mio cazzo nudo su di lei, lo sperma ricorprirle con ampie gocce la pelle nuda.
"Scusami, che disastro…" dissi un po' sconvolto.
"No, non importa. È stato bello" mi disse baciandomi. "Sono venuta anch'io"

Non avevo il coraggio di chiederglielo, per la mia innata timidezza e per il timore che non fosse stata davvero soddisfatta. Infatti non glielo chiesi, se le era piaciuto veramente.
Sì, sono sempre stato un timido nonostante tante volte faccio un po' lo sbruffone o il simpaticone, dimostrandomi invece tutt'altro. Credo che sia una forma di difesa, in certe situazioni però viene fuori tutta questa mia timidezza, raramente con le donne, però con Angelica era tutto così diverso…
Mi baciò leggermente, a fior di labbra, e mi sussurrò: "Grazie, davvero…".
Mi sentii da un lato inorgoglire e dall'altra intenerire immensamente di fronte a quelle parole così dolci: era una ragazza speciale, di quelle che se ne trovano forse una nella vita, ma non era certamente quello il momento di pensarci. Volevo solo starci insieme e godermi ogni singolo istante in sua compagnia, una compagnia impareggiabile.
Sorridendomi, quasi un po' impacciata anche lei, si tolse lo zainetto che portava ancora in spalla e vi frugò rapidamente dentro alla ricerca di qualcosa che presto capii essere un fazzolettino o qualcosa del genere. Infatti ne tirò fuori uno da un pacchetto, il classico pacchetto mezzo cominciato che torna utile ad ogni occasione, e le sua lunghe dita con la vellutata morbidezza del fazzoletto di carta ripresero a carezzarmi il pene ancora appoggiata al suo ventre ma ormai afflosciatosi. Me lo ripulì per bene e amorevolmente me lo ripose all'interno degli slip, richiudendo poi la cerniera dei pantaloni: ero sorpreso e intenerito da quella cortesia, mai nessuna ragazza mi aveva fatto una cosa del genere e la trovavo una cosa estremamente intima e affettuosa. Poi fu la sua volta, ancora seduta sulle mie cosce: prese un altro fazzolettino e raccolse il mio sperma che ancora era sul suo ventre, guardandomi di tanto in tanto e sorridendomi fra il malizioso e l'ingenuo. A mia volta allora le sistemai i pantaloni e le massaggiai ancora il ventre su cui sentivo ora anche una leggera sensazione di appiccicoso, mentre le nostre bocche di nuovo si protendevano l'una verso l'altra. Fra lievi carezze ed abbracci arrivammo alla banchina: seguimmo allora la gente che scendeva e si riversava per le calli, qualcuno diretto verso piazza San Marco per averne un ricordo anche notturno, qualcun altro in albergo, magari spinto anche dalla stessa nostra passione.
Sorrisi pensando a quante altre coppie quella notte, sotto il nostro stesso cielo, nella nostra stessa città, magari proprio all'interno degli edifici che stavamo vedendo, stessero consumando il loro amore, proprio come io e Angelica.
"Che facciamo, andiamo a mangiare da qualche parte?" proposi disposto anche a qualche piccola follia economica pur di regalarci una serata indimenticabile ad entrambi.
Lei mi guardo seria un attimo, poi scrollò le spalle:
"No, non ne vale la pena. Secondo me è meglio che vieni a casa mia che ti preparo io un boccone: ti va?".
"Per me va bene, basta che qualcosa mangiamo!" dissi scherzando, e nemmeno tanto poi: la fame iniziava a farsi sentire, era diventato anche abbastanza tardi…
"Aglio, olio e peperoncino?" mi chiese lei entusiasta come una ragazzina. Probabilmente era contenta del fatto che sarebbe stata lei a preparare la cena per entrambi e del resto la ricetta a me era sempre piaciuta, particolarmente fuori pasto nelle serate un po' particolari come quella.
Non ci volle poi molto ad arrivare a casa sua, pur inoltrandosi un po' nell'intrico di canali, come del resto accadeva per raggiungere ogni altro punto della città.
Angelica trasse le chiavi dal fedele zainetto ed aprì il portone: il suo appartamento era al secondo piano. Un appartamento carino, come in tante case a Venezia seguiva una geometria un po' strana: la portava dava sul salottino, separato dalla cucina da un arco in pietra. Proprio sul salottino, arredato con una libreria, un mobile per la televisione e un bel divano, dalla parte opposta all'entrata, c'era la zona notte (due camere doppie, con un bagno e nulla più), rialzata di tre gradini, proprio come da me.
Andammo subito in cucina e ci mettemmo ai fornelli: il frigo era piuttosto vuoto ma il nostro sugo non necessitava di tante cose. Mentre Angelica preparava la piccola tavola in cui loro quattro erano senz'altro un po' strette, io buttavo giù la pasta. Ci fu il tempo per scambiarsi un breve bacio, poi tornammo a controllare la cottura, a tagliare il pane e a cercare qualcosa che facesse da antipasto…
"Un giorno o l'altro ti inviterò anche a casa mia e ti farò qualcosa di speciale" proposi io per il futuro.
"Sei anche un cuoco provetto?".
"Nella vita da “scapoli”" dissi io scherzando "bisogna saper far tutto: dal cucinare allo stirare!".
"Non torni a casa nei week-end?" mi chiese lei un po' stupita.
"Preferisco rimanere qui, ma ogni tanto torno a casa per rivedere i miei".
"Ma veramente ti arrangi per tutto?" mi chiese ancor più stupita. Io le sorrisi un po' sorpreso da questo atteggiamento: vivevo da solo, per cui davo per scontato di essere autonomo su tutti i fronti, comprese le varie faccende domestiche.
"Certo! Come potrei fare altrimenti?".
"Sei proprio pieno di risorse!" esclamò lei.
Ringraziai garbatamente per il complimento ed assaggiai la pasta: "Ancora un minuto ed è pronta!".
"Faccio a tempo ad andare a cambiarmi?"
"Sì, se ti sbrighi".
Così sparì in camera e io mi misi a scolare la pasta, dividendola nei piatti e condendola con il famoso aglio, olio e peperoncino. Non potei fare a meno di assaggiarla: il più classico dei sughi mi mancava da un po', comunque sempre eccezionale nella sua semplicità.
Arrivò proprio nel momento in cui stavo mettendo i piatti in tavola: alzai gli occhi e un po' rimasi di sasso vedendola. Era davvero stupenda vestita così!
Le sue belle gambe erano lasciate scoperte da un paio di shorts grigi, mentre una maglia bianca le era letteralmente incollata alla pelle, così aderente da far spiccare chiaramente il reggiseno che aveva indossato.
"Che c'è?" mi chiese fingendo noncuranza.
"Sei molto sexy così…" le dissi mentre ancora la ammiravo.
"Grazie" mi sorrise con un po' di civetteria e si sedette a tavola mentre la guardavo estasiato.
"Buona!" esclamò dopo aver assaggiato.
"Sarà che abbiamo fame ed è tardi…".
"No, dai, davvero! Magari una volta invece ti invito a fare il cuoco anche per le mie amiche".
"Volentieri se sono così disponibili come te stasera" scherzai io.
Lei mi appoggiò una mano sulla coscia, al che io sussultai sulla sedia:
"Per quello non credo, ci penserò io… Anzi, appena finiamo qui ti darò una dimostrazione che ti farà dimenticare completamente delle mie amiche".
Mi sorprendeva sempre più quella ragazza, ora quasi timida e schiva, un momento dopo sfrontata e audace… Però mi piaceva tutto ciò, soprattutto quando mi faceva promesse di quel genere…
Comunque continuammo a mangiare come se nulla fosse, chiacchierando e dando fondo non solo alla pentola, ma anche al resto del contenuto (scarso a dire la verità) del frigorifero.
"Domani non avrai niente da mangiare: è Ferragosto".
"Pazienza, mi farò invitare da qualcuno" rispose vagamente.
"Vuoi venire da me? Ti farò provare la mia cucina come ti dicevo poco fa" mi offrii cortesemente.
Lei mi afferrò il polso e mi guardò con uno sguardo intenso da tigre che quasi mi raggelò: "Va bene, però pensiamo intanto a venire da me oggi…".
Ridemmo alla battuta e ci alzammo a sparecchiare, io forse un po' emozionato dal fatto che di lì a poco avremmo scopato per la prima volta assieme e che lei ne parlasse tanto apertamente, come una cosa normalissima.
"Lascia lì" mi disse per evitare che solo pensassi di lavare i piatti mentre li riponevo nel lavello e si diresse nel soggiorno. La seguii e ci sedemmo sull'ampio divano, accendendo la televisione per fare un po' di zapping, mentre stavamo fianco a fianco e prendevamo confidenza. Qualche furtiva carezza, un bacetto per infiammare gradualmente la passione fino ad un abbraccio particolarmente stretto al quale lei abbandonò il telecomando con disinteresse.
Mentre ci baciavamo scesi con la mano lungo i suoi fianchi fino al suo sederino perfetto e le carezzai le natiche attraverso gli shorts: erano due tondi perfetti e sodi, tutti da toccare.
Angelica allora per infuocare ancor più la situazione cominciò a strusciarsi su di me proprio come un gatta, una sensualissima gatta in vena di effusioni.
Con vari strusciamenti arrivò a salirmi a cavalcioni sulle cosce, stando così col busto eretto proprio davanti a me continuando a baciarmi dopo essersi buttata all'indietro, sulla schiena, i suoi lunghi capelli. Io nel frattempo le stringevo ancora il culetto con entrambe le mani: era così invitante che non riuscivo a staccarmene.
I suoi fianchi si muovevano sapientemente, sentivo il suo sesso, pur ancora coperto, stuzzicarmi il membro in maniera sublime, era un seduttrice nata, non avrei potuto reggere a lungo quella carezza irresistibile.
Si fermò guardandomi negli occhi e strappando alla mia bocca le sue labbra carnose e sensuali: con movimenti lenti si sollevò la maglia sfilandosela dalle spalle e mostrandomi il suo bel seno alto coperto solo da un sexy reggiseno nero. E attraverso il pizzo potevo scorgere i suoi capezzoli fare capolino maliziosamente…
Abbassai la testa su di lei per baciarle la parte alta del seno lasciata scoperta dall'indumento mentre le mie mani risalivano lungo i fianchi fino ad arrivare alle sue giovani rotondità. Glieli cinsi delicatamente sentendone la consistenza sotto le dita e godendo di quel meraviglioso contatto.
Continuai così per qualche istante, fin tanto che non rialzai la testa tornando a cercare la sua bocca: volevo ancora sentire il guizzare nella mia la sua lingua, il sapore delicato delle sue labbra, il fuoco dei suoi baci…
Così, mentre ci stringevamo, presi a giocherellare col suo reggiseno sulla schiena, arrivando presto al gancio, che non mi ci volle molto a sganciare. Subito dopo lo lasciai e lei si scostò un attimo da me: mi fissò ancora sensualmente negli occhi e, con estrema lentezza, si abbassò le spalline sulle braccia e poi se lo tolse, mostrandomi il suo delizioso seno finalmente nudo, con i capezzoli piccoli e chiari decisamente eretti.
Sorrise ancora con aria di sufficienza, come se già lo sapesse che la mia mossa successiva sarebbe stata quella, quando mi buttai con la bocca su quelle straordinarie punte: d'altra parte come potevo resistere a quei capezzoli che tanto mi attiravano? Li baciai e li leccai a lungo, stuzzicandoli al punto da strapparle un breve sospiro di piacere: indubbiamente anche lei cominciava ad essere piuttosto eccitata… Sentivo infatti ancora il suo bacino muoversi appena contro la mia erezione, cercandola insistentemente: stavolta però non era più il movimento sensuale e provocatorio di qualche minuto prima, ma qualcosa di molto più sincero, sembrava fosse il suo stesso corpo a esternare il desiderio.
Mentre giocava con la mia bocca sui suoi seni le sue mani si diedero da fare rapidamente e, facendomi rialzare dal suo corpo statuario, mi spogliò facendomi rimanere a torso nudo. Stavolta fu lei, e la cosa mi sorprese e mi eccitò non poco, a tuffarsi sui miei capezzoli, a passarci sopra prima le dita e poi la lingua, mentre i suoi occhi stupendi mi fissavano in maniera provocatoria, voleva eccitarmi fino allo spasmo quella ragazza! Finché lo faceva non potei fare a meno di toccare ancora i suoi seni, ora protesi verso il basso: mi riempivano perfettamente le mani, non mi sarei mai stancato di toccarli!
"Non posso più aspettare" mi disse a fior di labbra e poi si lanciò in un altro bacio appassionato che ci fece lentamente rotolare giù dal divano quasi senza che ce ne accorgessimo. O comunque senza che la cosa che interessasse più di tanto, anzi, per niente. Eravamo ora a terra sul tappeto e lei si affrettò a togliersi contemporaneamente shorts e mutandine, facendone un fagotto che lasciò lì da una parte: quando me ne resi conto, sempre baciandosi con ardore, scesi con una mano lungo il suo corpo fin giù fra le sue cosce. Sfiorai il suo lieve cespuglio vellutato, passandomi i riccioli fra le dita e avanzando millimetro dopo millimetro verso il suo scrigno: prima di entrare sfiorai le labbra tutt'attorno, intuendo già che fremeva d'eccitazione. Quando finalmente le mie dita penetrarono la fessura trovarono una calda ed umida stretta e non faticarono a scivolare in profondità, tanto era bagnata.
Angelica sussultò lievemente e  si contrasse, attendendo la mia carezza sul clitoride: l'accontentai e godetti anch'io del suo piacere. L'abbandonai quindi sul tappeto e decisi di regalarle qualcosa di più di una semplice carezza, desideravo provasse quel piacere che aveva regalato a me quella sera, portarla all'orgasmo in maniera sublime… Mi posizionai in mezzo alle sue gambe e mi piegai verso le sue cosce, lambendola sull'inguine con la lingua, baciandola qua e là, nella piega in cui finivano le cosce, intorno al cespuglietto serico. Angelica gradì la cosa ma spalancò le gambe indicandomi chiaramente cosa desiderava: la lascia fremere ancora qualche minuto prima di concederle ciò che voleva, e nel frattempo le mie labbra e la mia lingua non smisero di stuzzicarla.
Alla fine la punta della lingua passò sulle labbra e sulla fessura, prima solo lambendola due o tre volte, poi più in profondità, cercando il clitoride che stuzzicai a lungo, mentre lei gemeva e mugolava dal piacere, inarcando la schiena e offrendosi completamente e pienamente a me. Quasi per paura che mi staccassi abbandonandola proprio in quel momento topico mi passò le gambe sulle spalle, trattenendomi a forza lì, anche se volendo avrei potuto facilmente liberarmi. Solo che non lo volevo, l'unica cosa che volevo in quel momento era di sentire il suo orgasmo fluire nella mia bocca e udire i suoi mugolii di piacere. E tutto ciò non tardò ad arrivare, ormai era un po' che anche lei tratteneva il suo desiderio: io avevo potuto sfogarmi tornando con il traghetto, mentre lei ancora no, almeno non completamente… Fu meraviglioso sentirla ansimare dal piacere, mugolare parole sconnesse e senza senso mentre contemporaneamente mi stringeva a sé incrociando le gambe sulla mia schiena e facendomi sentire la pressione dei suoi polpacci e dei suoi talloni.
Appena venne mi staccai da lei e dalla sua vagina, che sapeva di pulito e di femmina eccitata, una fragranza che non ha uguali al mondo. Volevo immediatamente ricominciare a eccitarla e a darle piacere, perché fosse una serata indimenticabile non solo per me, ma anche per lei. Mi sbottonai i pantaloni e li abbassai insieme alle mutande fino ai polpacci, poi avanzai un po', sempre stando inginocchiato, finché il mio cazzo eretto non fu all'altezza della sua vagina. Le sollevai i fianchi passandole le mani sotto le natiche e puntai il mio pene verso la sua vagina ancora pulsante per l'orgasmo: lentamente penetrai in lei e presi a muovermi sinuosamente, senza alcuna fretta, sempre tenendola sollevata. Presto lei assecondò il mio ritmo e cinse le gambe attorno a me, tanto che potei lasciarla e le mie mani andarono a carezzarla sul ventre e poi su verso i seni. Solo allora aprì gli occhi, e pur ancora respirando con un po' d'affanno, mi sorrise apertamente lasciando intendere che le era piaciuto quanto le avevo fatto provare poco prima e che era contenta che stessimo facendo l'amore.
Lasciò che fossi io a condurre il tutto per qualche minuto, mentre riprendeva fiato e forze e si godeva il piacere della penetrazione, poi si sollevò sui gomiti e appoggiò i piedi al tappeto: non mi aspettavo questa iniziativa e in un attimo mi trovai quasi in completa sua balia. Si muoveva su di me con esperienza, quasi avessimo fatto sempre l'amore insieme, regalandomi sensazioni imprevedibili: la sua vagina mi accoglieva fino dove potevo arrivare per poi rilasciarmi quasi completamente e lei guidava il tutto magistralmente. Poi mi chiese di tirarla a me: afferrai le sue mani e in un attimo fu fra le mie braccia, senza però che smettesse di muoversi su di me. La baciai mentre sentivo il suo seno contro il mio petto, i capezzoli eretti premere contro la mia pelle. Mi trovavo all'improvviso a stretto contatto con lei, completamente pelle contro pelle, il mio sesso nel suo, le nostre bocche fuse in un bacio appassionato in cui le lingue si cercavano furiosamente. Le nostre mani sfioravano quasi simultaneamente la schiena dell'altro: fu lei la prima a scendere sul mio sedere e stringerlo con decisione verso di sì, come se anelasse una penetrazione ancora più profonda. Fu un brivido di delizia che mi percorse tutta la colonna vertebrale, dal collo fin giù dove le mi teneva con le mani… Come se non bastasse, sentii le sue dita andarmi a sfiorare l'ano e poi a stringermi i testicoli delicatamente, ancora sul mio buchetto, cercando di entrarvi piano. Smise subito, ma la cosa mi eccitò terribilmente e un po' anche mi sconvolse, non mi era mai successo niente del genere e dovetti ammettere che mi piaceva.
La guardai, nel frattempo si era staccata dalla mia bocca per essere più libera nei movimenti: mi sorrise innocentemente, come se nulla fosse successo, come se fosse stato uno scherzetto di nessun conto.
"Ti è piaciuto?" mi chiese solamente mentre continuava a muoversi su di me.
"Sì… non so… è strano…" farfugliai confusamente io, senza ben capire cosa intendesse.
"Anche a me piace…" mi disse a sua volta, senza far tanto caso al mio sconvolgimento.
"Mi piacerebbe fossi tu a farmelo".
Il mio pene ebbe un guizzo nella sua vagina, che mi sembrò lo stringesse ancor più al suo interno: sentii una scarica elettrica di piacere partire dal mio glande e diffondersi in tutto il mio inguine. Era una ragazza incredibile, eccitante e sfrontata, veramente unica!
Ora mi guardava decisa e io incerto andai a soddisfare la sua richiesta, passando le mani sulle sue natiche e poi in mezzo nel solco che le divideva, cercando il suo buchetto. Lo sfiorai appena, poi un dito lo forzò lentamente e mi ritrovai con la punta dentro il suo culetto. E lei ancora sorrideva…
"Ti piace?" chiesi cercando di scrollarmi di dosso lo stupore e quel po' di imbarazzo che mi aveva dato la sua richiesta così esplicita.
"Sì, è eccitante".
"Posso provare a entrare un po' di più?".
Lei annuì solamente e io entrai più in profondità, millimetro dopo millimetro mi trovai con il dito quasi del tutto dentro di lei, o almeno fin dove potevo entrare.
Il suo bacino cambiò ritmo, diventò molto più sinuoso e anche provocante: non solo si muoveva in modo di farmi entrare e uscire sensualmente dalla sua vagina ma faceva sì che il mio dito la stuzzicasse dentro di lei. Le mie stoccate si fecero sempre più lunghe e profonde: mi sembrava durassero ognuna un'eternità, entravo fino in fondo a lei e mi ritraevo fin quasi a scivolare completamente fuori. E così avvenne dopo un po', forse era stata lei a volerlo, forse un caso. Comunque Angelica si sedette sulla mie cosce, appoggiandosi con il ventre contro il mio cazzo umido dei suoi succhi.
"No, no continua comunque a muoverti col dito!" mi pregò e io la accontentai riprendendo a masturbarle il culetto. Provavo un certo piacere nel fare quell'inconsueto movimento, almeno nell'ano di una ragazza…
"Ti piace tanto?".
"Sì, a volte mi ci vuole proprio un diversivo…".
"Ah, questo sono, un diversivo" dissi scherzando.
"Stupido" controbatté solamente lei andando ad afferrarmi il pene con una mano.
"Sai che sei qualcosa in più! E ora te lo mostrerò" disse facendomi l'occhiolino e movendo lentamente la mano sulla mia asta, quasi temesse si riafflosciasse se non l'avesse stimolata.
"Vorresti di nuovo venire qui, sul mio pancino?" mi chiese ma non mi lasciò il tempo di proferir parola.
"No, sicuramente no, meriti qualcosa di più" e si rialzò quasi di scattò, facendomi sfilare il dito dal suo ano ma tenendo sempre la mano stretta attorno al mio pene.
"Ma non ti sei nemmeno tolto i pantaloni e le scarpe! Spogliati e poi ricominciamo!" mi disse abbassandosi poi a baciarmi la punta.
Mentre terminavo di spogliarmi non mi accorsi come andava a mettersi e, quando fui pronto, me la ritrovai a carponi sul tappeto, che sculettava provocante. Andai a posizionarmi contro di lei e sentii la sua mano afferrarmelo e guidarmi nuovamente dentro la sua vagina.
Stava ancora danzando su di me, con le movenze eleganti di una ballerina, inginocchiata sui talloni (come del resto ero anch'io) e appoggiata sui gomiti. Non mi guardava, però credo ben sapesse quale espressione inebetita avessi sul volto.
Le mie mani rapidamente le cercarono i seni alti, non grossissimi ma certamente eccitantissimi per la loro perfetta forma e proporzionalità al suo corpo atletico: i suoi fianchi danzavano velocemente, avanti e indietro, stimolandomi alla follia senza sosta, non potevo resistere a lungo e lei lo sapeva, forse voleva proprio quello, desiderava di sentirmi sprizzare in lei il seme. Il ritmo era ormai sostenuto, avrei voluto rallentasse per riprender fiato un po' e continuare a lungo a fare l'amore, ma pareva non fosse quella la sua intenzione. Per di più la mia testa era preda dell'incredibile piacere che riusciva a regalarmi e fu solo con un piccolo, residuo barlume di lucidità che le dissi: "Angelica, non posso resistere a lungo così…".
"Vieni, voglio sentirti godere in me!" mi incoraggiò e io allora mi abbandonai completamente al godimento, lasciando da parte ogni briciola di razionalità residua.
"Sì, continua così, sei fantastica!" esclamai stringendole ancor più le tette e incrementando anch'io il ritmo dell'amplesso. Sentivo i suoi muscoli avvolgermi l'asta e stringersi su di essa, la sua vagina agguantarmi perfettamente: mi sembrava di essere lì lì per prendere il volo, sentivo una sensazione fortissima di potenza dentro di me.
E poi in pochissimi secondi ecco il piacere esplodere, sentivo il mio pene schizzare lo sperma dentro di lei e tutto il resto annichilirsi, l'orgasmo che mi divorava sempre più a ogni ondata, stava staccandomi completamente dalla realtà, non ero più nemmeno sicuro che ci fosse lei.
Aprii gli occhi mugolando per il piacere senza accorgermene e invece lei era ancora lì, vedevo la sua schiena perfetta, i suoi capelli chiari e fui contento di poter condividere con quella creatura veramente unica un piacere così intenso. La carezzai ovunque potessero arrivare le mie mani, lentamente e dolcemente, volevo che comprendesse quanto mi aveva fatto godere, quanto in quel momento desideravo stare insieme a lei a coccolarsi, a scambiarsi delle dolci effusioni. Stando sempre inginocchiata davanti a me, Angelica girò la testa e mi sorrise leggiadra: era di una bellezza unica, e allo stesso tempo era così comprensiva e amorevole. Sicuramente quella non era la posizione più comoda del mondo per lei, ma aveva capito l'intensità del mio orgasmo e che avevo bisogno di ancora qualche minuto per riprendermi.
Feci questo pensiero e decisi di non gravarle ulteriormente: mi ritrassi da lei, che si girò, guardandomi quasi divertita fra le gambe. Abbassai anch'io lo sguardo là e vidi il mio pene non del tutto afflosciato, ma ancora con una certa rigidità: evidentemente non ne aveva avuto abbastanza ancora, nonostante fossero stati due orgasmi particolarmente intensi che normalmente mi avrebbero più che soddisfatto. Ma quella era una serata speciale, lei era una ragazza speciale.
"Che ne dici se andiamo ad approfittare della comodità del mio letto?" mi chiese quasi divertita dal fatto che avessimo preferito al materasso il pavimento.
"Va bene" non mi restò che rispondere seguendola e ammirandone ancora una volta il corpo nudo.
Sprofondammo nel suo letto dopo aver scostato le lenzuola, cercandoci subito con un misto fra desiderio e tenerezza, ci baciammo a lungo, senza frenesia o impazienza, quasi pigramente. Restammo a lungo a coccolarci a vicenda, a sfiorarci piano la pelle senza malizia ma con molta naturalezza. Era davvero bello ritrovarsi con una donna come lei fra le braccia, capace di stuzzicare i più reconditi desideri ma allo stesso tempo una tenerezza sconfinata: mi piaceva proprio questa sua, per così dire, versatilità.
Non mi stupì quasi quando la sua mano scese lungo il mio corpo fino a insinuarsi fra le mie gambe, a carezzarmi e a giocherellare con i peli del mio pube. Non ci volle molto perché l'erezione tornasse rigogliosa come una mezz'ora prima, innalzandosi poderosa in tutta la sua lunghezza: e allora lei cinse la mano intorno all'asta, movendola appena in una lentissima masturbazione. Avrei voluto continuasse fino a venirle in mano, non desideravo altro in quel momento, ma lei smise quasi per provocarmi, staccò le labbra dalle mie e guardandomi fisso negli occhi, sorridendo, mi chiese a bruciapelo:
"Mi piacerebbe proprio mi baciassi là sotto…".
Come potevo risponderle di no, oppure far finta di niente? Una richiesta così esplicita mi invogliava ancor più a farlo, e già di per sé era una cosa che mi piaceva parecchio. Lei si stese sulla schiena, appoggiandola al cuscino e scostò leggermente le gambe: io mi ci tuffai letteralmente, leccandola a fondo fra le sue pieghe e dedicandomi assiduamente al suo clitoride turgido. Angelica mugolava di piacere, immagino che quel tipo di sollecitazione le piacesse parecchio, se non addirittura che fosse la sua preferita.
Stavolta non le permisi però di venire, pur continuando a stuzzicarla a lungo, per molti minuti, variando continuamente, passando da lunghe leccate a più veloci movimenti, fino a infilarle dentro due dita. Volevo fosse un orgasmo diverso dal precedente, che provasse sensazioni analoghe alle mie mentre facevamo l'amore: sì desideravo proprio venisse mentre i nostri corpi erano fusi in un abbraccio unico. Mi stesi su di lei, il mio sesso congestionato a cercare il suo: sentii la sua morbidezza avvolgermi in un abbraccio estatico e presi a muovermi in lei.
Angelica, evidentemente poco lontano dall'orgasmo, allargò subito le gambe gemendo piacevolmente e socchiudendo gli occhi al piacere che le procurava il mio organo dentro la sua vellutata vagina: cercavo di muovermi lentamente, in modo che potesse gustarsi ogni secondo di quell'amplesso delizioso.
In pochissimi istanti riuscimmo a raggiungere la stessa lunghezza d'onda, una sincronia che poche altre volte ero riuscito sperimentare alla prima volta che facevo l'amore con una ragazza: intuivo cosa desiderava, come preferiva che mi muovessi e lo stesso era per lei. Così quando sentii le sue cosce stringersi intorno ai miei fianchi compresi che era ormai alle soglie dell'esplosione di piacere che intendevo regalarle: affondai fino in fondo, stuzzicandole contemporaneamente i capezzoli fra le dita e baciandola sulla bocca.
Quando l'orgasmo finalmente la travolse fu costretta a staccarsi da me per la necessità di riprender fiato e quasi urlare il suo godimento, con rantoli più che mai eccitanti per le mie orecchie. Nonostante lei si abbandonò per un attimo, sfinita, sul letto, io continuai a muovermi dentro di lei, delicatamente per non infastidirla, ma comunque senza mai fermarmi. Ero deciso a riportarla alla situazione in cui dovesse quasi gridare per il piacere anche a costo di farlo lentamente, anche a scapito del mio piacere.
"Per favore basta, ho goduto troppo" sussurrò stancamente, ancora con gli occhi chiusi.
"Non è mai troppo" risposi io di rimando continuando a penetrarla lentamente.
Lei riaprì gli occhi e vi lessi un lampo di malizia e mi sorrise contenta della mia risposta e del fatto che continuassi a fare l'amore con lei. Non capivo se l'aveva detto per mettermi alla prova o se davvero la rianimasse il fatto che le avessi risposto così.
Comunque lei cambiò posizione, piegò le gambe e le tirò a sé: a me sembrò di poter penetrarla ancor più a fondo e mi inginocchiai sul materasso. Senz'altro era stuzzicante prenderla così, mi dava l'idea di avere il completo dominio su di lei, anche se il suo sorrisetto complice sulle labbra confermava che si trattava solo di un'impressione. Non continuammo poi però a lungo così, probabilmente per Angelica non era il massimo della comodità, anche se le sue gambe atletiche erano probabilmente allenate a situazioni in cui tutti i muscoli erano contratti. Mi ritrassi da lei, rimanendo inginocchiato andai ad appoggiarmi col mio sedere sui talloni. Angelica si rialzò e si mise a gattoni, avanzando lentamente verso di me fino a prendermelo in bocca: me lo leccò per un po', poi prese a succhiarlo. Era qualcosa di sublime come riuscisse a stimolarmi con la bocca, magari sarei venuto proprio lì, sarebbe stato favoloso… Ma non ora, era sempre deciso a farla godere ancora, a tornare a penetrarla come poco prima, a farla gemere per il piacere intenso.
Le sfiorai capelli, carezzandogli lentamente scendendo via sul suo viso intento sul mio sesso, le mie dita sulle sue guance… Fu qualcosa di estremamente dolce e tenero, per nulla frenetico e volgare, come del resto non poteva che essere quella sua attenzione di estrema affettuosità nei miei confronti: voler baciare e accarezzare così intimamente il mio sesso, il centro nevralgico del mio piacere, prendendolo nella sua bocca.
Il suo sguardo incrociò il mio e mi sorrise con gli occhi, stavolta senza alcuna malizia o doppio senso, ma con tutta il sentimento che si era creato quella sera fra noi due.
"Grazie Angelica, sei fantastica…" le sussurrai quasi nell'orecchio mentre ancora le carezzavo il viso e il collo nella maniera più delicata di cui fosse capace. Lei allora si lasciò scivolare fra le labbra la mia asta in un attimo di estrema delizia, sentii un brivido di piacere percorrermi dalla punta del pene fin tutta la colonna vertebrale e, come se ciò non bastasse, subito dopo le sue labbra si posarono per un bacio sulla mia zona più sensibile, propria sulla punta, dove il glande andava a fondersi con il membro. Poi andò a baciarmi sul ventre, appena sopra il vello del pelo pubico e, bacio dopo bacio, in un crescendo di sensualità, le sue labbra andarono a posarsi sul mio collo mentre io rimanevo immobile a subire il suo sottile gioco di leziosità. Infine le sue morbide labbra tornarono a lambire le mie, sfiorandole in un dolce bacio che non durò che qualche secondo durante il quale ebbi comunque modo di costatare il suo sapore leggermente aspro, diverso dal solito. Fu forse quella stranezza, raramente sperimentata, oppure il fatto che il mio cazzo eretto fu prima sfiorato dalle sue rotondità e poi schiacciato contro il suo ventre, ma mi sentivo più eccitato che mai.
Scambiandoci qualche bacio leggero e svelto, sfiorandoci con le mani godendo del contatto delle mie dita con la sua morbida e liscia pelle, andammo finalmente a sdraiarci sul materasso, anche perché l'amplesso ci aveva spossati un po' e allo stesso tempo ricoperti di un lieve velo di sudore.
Nello stretto letto che solitamente accoglieva una persona ci trovammo fianco a fianco, praticamente a diretto contatto, i miei occhi che si perdevano nei suoi, le nostre bocche quasi incollate, i corpi che si sfioravano vogliosi di riprendere quanto poco prima interrotto. La posizione ravvicinata ci aiutò a provare nuovamente un desiderio quasi spasmodico per il partner che cercammo di accrescere e far lievitare sempre più, trattenendoci da qualcosa di più diretto che il lieve sussulto che aveva la mia asta eretta sul suo ventre piatto e perfetto.
Le mie dita scesero lungo la dolce curva del suo fianco, fin dove si restringeva nella sua vita sottile e oltre, ove si allargava nel suo armonioso culetto. Come poco prima andai a stuzzicarla proprio là, dapprima solamente con una carezza sui glutei tondi, quindi più maliziosamente lungo la fessura che li divideva, dove terminava la spina dorsale e più in basso… Nuovamente le mie dita giocherellarono col suo buchetto, stuzzicandolo ma senza tentare di entrare pur ben sapendo che era una cosa gradita per lei.
Angelica, quasi cogliendo al volo l'occasione, si staccò all'improvviso da me senza lasciarmi né il modo né il tempo di reclamare e si girò volgendomi le spalle. Ci accoccolammo l'una contro l'altro così, prendendo a coccolarci affettuosamente mentre la sua schiena nuda e sensuale aderiva contro il mio petto. E soprattutto, cosa che ben più mi sconvolgeva e mi turbava piacevolmente, il suo culetto sodo e tondo gravava sulla mia erezione sempre vigorosa.
Nonostante fossi in uno stato di arrappamento, la situazione e la posizione mi suggerì nei confronti di Angelica carezze meno audaci ma più affettuose, cingendole le spalle con il mio abbraccio. Lei evidentemente gradì e ciò mi aiutò a passare da una situazione di eccitazione repressa mista a un pizzico di delusione a uno stato interiore più propenso a uno scambio di coccole.
Restammo così per un po', senza nemmeno parlaci, toccandoci in modo quasi innocente con carezze vellutate e confidenziali.
"Hai ancora voglia di fare l'amore?" mi chiese a bruciapelo, quando meno me l'aspettavo, dopo qualche minuto.
Io risi, vinto l'iniziale stupore:
"Ne ho sempre… E tu?" indagai per sondare un po' il terreno in materia. Avrei ripreso più che volentieri, ma alla sola condizione che anche lei lo desiderasse. Furono attimi in cui non mi auguravo altro che una sua risposta affermativa, ma attesi inutilmente questa sua risposta. Lei infatti non parlò ma solamente allungò una mano dietro di lei cercando il mio sesso: lo trovò ancora semiduro, non del tutto afflosciato, ma presto si riebbe fra le sue dita.
Ci vollero poche manciate di secondi delle sue carezze perché si riavesse nella sua pienezza: allora lei ridacchiò divertita dalla facilità con cui riusciva a farlo e prese a giocherellare malignamente strusciandomi la punta fra le sue natiche. La lascia fare per un po', quindi anch'io presi a toccarla nuovamente: le mie dita cercarono i capezzoli e li titillarono a lungo, anche dopo che erano tornati ad essere due dure punte.
Scesi con una mano in basso, carezzandole amorevolmente via via i seni, il ventre, l'ombelico fino al suo ciuffetto morbido e serico. I miei polpastrelli scompigliarono un po' il suo pelo leggero per andare a cercare la sua calda fessura: le sfiorai ancora le labbra, con l'indice entrai nel suo scrigno mentre le sue dita si chiudevano delicate sulla pelle sensibile del mio glande.
Era una cosa che non provavo da tempo, quella di masturbarsi a vicenda in una situazione così, entrambi nudi, stretti l'uno addosso all'altro in un letto, un gesto molto confidenziale e allo stesso tempo anche erotico e stimolante. Anche perché Angelica era quel tipo di ragazza che forse non avevo mai trovato: disinibita ma allo stesso per niente volgare, passionale ma per questo non ninfomane. Sembrava in tutto e per tutto la classica brava ragazza, e infatti lo era, ma in situazioni così intime diventava molto focosa… Certo, avevo già sperimentato questo aspetto in una donna, ed era una cosa che apprezzava molto, ma nessuna era mai riuscito a celarlo così bene nella vita per così dire normale.
Le sue dita continuarono a serrarsi intorno al mio sesso, stuzzicandolo deliziosamente e guidandolo dove esattamente dove voleva lei. Sobbalzai quasi dal piacere quando sentii il mio glande strofinarsi nel solco delle sue natiche, credei di impazzire quando accarezzò il suo buchino posteriore. E ancora avanti, verso le sue labbra grevi di eccitazione sulle quali invece si libravano le mie dita. Per un attimo le nostre mani quasi si incrociarono, mentre lei indirizzava la mia asta verso la sua vagina: a questo punto avevo ben chiaro cosa volesse cosicché l'assecondai con una lieve e lenta spinta dei fianchi. Il mio pene penetrò in lei e allo stesso tempo carezzò il mio dito con cui non smettevo di stuzzicarla: lo stesso fece lei, titillandomi i testicoli e la base del membro.
Iniziammo a fare l'amore così, con i nostri sessi ma anche con le nostre mani che erano lì a toccare, sondare e stuzzicare in maniera pressoché irresistibile. E anche se il ritmo era blando e lento provavo intense scosse di piacere dal quel modo particolare di fare l'amore, senza poterla guardare negli occhi, senza poter vedere il suo corpo nudo se non per le spalle e la testa girata dall'altra parte.
Volle anche lei entrare con un dito nella sua vagina, che così fu più piena che mai: il mio cazzo che si muoveva lentamente, avanti e indietro, il mio dito a sfiorarle il clitoride e ora anche il suo a solleticarmi irresistibilmente. Mugolò quasi silenziosamente e io mi rialzai a baciarla sul collo e poi sulla guancia, sbirciando la smorfia di piacere che aveva dipinto sul volto che mi eccitò ancor più. Cercai di entrare in lei anche con un altro dito, ma lei si lamentò, probabilmente la cosa le procurava realmente dolore, o forse era più che altro paura; comunque desistetti dall'idea e tolsi la mano per andarla a carezzare sul resto del corpo… Sulle gambe raccolte, sulle sue cosce perfette, sul suo ventre seducente, lasciandole sulla pelle la scia di leggera umidità che il mio dito aveva raccolto dentro di lei.
Chissà se le piaceva la cosa, se la eccitava. Me lo chiesi solo perché a me eccitava non poco, non avevo idea se poteva risultarle gradita, così riprovai per sondare una sua reazione. E ancora affondai con un dito in lei, le stimolai per qualche secondo il clitoride e poi tornai a passarlo sulla sua pelle liscia, tracciando una linea che andava dal suo ombelico in su, verso i seni passando proprio in mezzo ad essi fino a sentire il duro osso dello sterno sotto il mio polpastrello. Quando intinsi di nuovo dentro di lei, Angelica mi chiese, fra il curioso e il divertito, pur con una sottile e velata nota di disappunto:
"Fin dove pensi di arrivare?".
"Tu che ne dici? Ti piacerebbe salissi ancora un po'?".
"Non lo so…" mormorò lei incerta, forse attirata da quella prospettiva, anche se non completamente.
Non restava che provare, cosicché di nuovo andai a toccarla, con il dito bagnato dei suoi succhi, stavolta ancora più in alto, sulla sua gola, sfiorandole poi la linea della mandibola per andare a attirarla a qualcosa in più. Lei però si limitò a mugolare ancora incerto, non so se le sarebbe piaciuto il passo successivo che avevo in mente, del resto raramente avevo incontrato una ragazza tanto sfrontata da essere disposta ad assaggiare i suoi succhi e un rifiuto era per me una cosa ben comprensibile, dal momento che non ero certo sicuro di riuscir fare altrettanto io stesso.
Tornai a toccarla mentre ora la penetravo più lentamente, quasi più interessato al gioco erotico che era in atto fra noi due. Stavolta indugiai più a lungo dentro di lei, la masturbai lentamente, cambiando spesso la maniera in cui la toccavo mentre la sentivo mugolare più eccitata che mai e questo non faceva che rinvigorire anche la mia erezione. Con l'altra mano le sfiorai ancora il buchetto posteriore, giocherellandoci audacemente fino a penetrare ancora un po': lo trovai estremamente disponibile e mi accolse facilmente la punta del dito. A quel punto decisi che era venuto il momento di provare: salii con il dito e lo appoggiai stavolta nel piccolo solco fra mento e labbra. Lei non disse niente, né protestò né mi incoraggiò: però il respiro trafelato che sentivo partire dalla sua bocca socchiusa mi diede l'ultimo sprone. Appoggiai così il mio indice sulle sue labbra e le percorsi lentamente lungo il contorno.
A quel punto provai anch'io un fremito di intensa eccitazione quando sentii il guizzo della sua lingua che veniva a catturarmi il dito che risucchiò un attimo dopo nella sua bocca, leccandolo con voluttuosità. Impazzii di piacere con lei e ripresi a scoparla a ritmo sostenuto, senza posa, unendo al mio movimento quello dell'indice della mano sinistra nel suo culetto, mentre la sentivo masturbarsi furiosamente il clitoride all'unisono con me. Furono attimi di intensa frenesia sessuale in cui rincorremmo insieme il culmine del piacere e, sempre insieme, esplodemmo in un orgasmo indimenticabile per durata e intensità. Nonostante fossi già venuto altre due volte quella sera sentivo lo sperma sparato dentro la sua vagina come mai nella mia vita, o almeno come non ricordavo essere mai accaduto. Urlai addirittura di piacere mentre lei non solo succhiava impetuosamente il mio dito ma addirittura vi affondava i denti senza peraltro io potessi provare dolore: tutto era piacere in quel momento. Si irrigidì con me mentre godevamo: a quel punto mollò il mio dito e anche lei si lasciò andare in un urlo liberatorio…
Ci vollero alcuni minuti in cui i nostri respiri affannosi poterono tornare, se non alla normalità, almeno ad un ritmo accettabile, prima che cominciassimo a riprenderci. Non parlammo, semplicemente io guardavo lei, nuda e ancora allacciata a me, con la pelle sudata per lo sforzo, e lei guardava le lenzuola davanti a sé e il mio braccio che ancora era proteso di fronte ai suoi occhi.
"Se mi scopi così perché ti ho leccato un dito che ha messo dentro di me, giuro che la prossima volta ti lecco il cazzo dopo che mi hai penetrata…" disse quando il suo pensiero tornò su questo mondo, riacquistando un minimo di quella lucidità che in quei lunghi momenti di estasi era andata a farsi un giro da qualche parte.
Ridemmo insieme alla sua battuta e ci baciammo soddisfatti entrambi. Restammo a lungo a coccolarci e a toccarci ormai senza più il desiderio di prima, che era stato in parte soddisfatto. Il mio pene scivolò infine fuori dal suo corpo, ormai ammosciato e stanco, mentre, come potei verificare toccandola là, dalla sua vagina iniziava a fuoriuscire un po' del mio sperma.
"Per fortuna prendo la pillola da un po'" mi disse ricordando quale rischio potevamo correre. Non ci avevo minimamente pensato, preso com'ero dalla passione e dalla voglia, per fortuna lei era preparata anche a questo e perciò mi aveva lasciato fare.
"Che ne dici di andare a lavarci un po'?" proposi, dal momento che oltre al sesso che ci aveva lasciati bagnati di sudore, sapevamo ancora un po' di sale dopo il recente bagno in mare.
Lei mi fissò maliziosa e il suo sguardo fu molto esplicito. Così, dopo pochissimi minuti, eravamo sotto il piacevole getto d'acqua tiepida della sua doccia, carezzandoci e lavandoci a vicenda, senza per altro tornare ad eccitarci nuovamente: forse ne avevamo finalmente abbastanza entrambi, eravamo troppo stanchi e spompati per arrivare a un altro amplesso, seppure il pensiero mi stimolasse un po'. Sarebbe stata la conclusione ideale di una giornata favolosa fare l'amore per un'ultima volta sotto la doccia. Ma a dire la verità era proprio il mio equipaggiamento a non rispondere più ai suoi stimoli e del resto Angelica non si impegnò più di tanto per dare vita a quella che forse era solamente una mia fantasia.
Mentre io tornai a indossare i soliti indumenti, che andai a ripescare in salotto dov'erano ancora sparsi per terra, Angelica si cambiò nuovamente mentre ancora i capelli bagnati le donavano un'aria tutta particolare e molto sensuale. Ora sulla pelle nuda aveva indossato una camicetta abbastanza ampia, che naturalmente aveva lasciato piuttosto aperta in modo che la scollatura rivelasse una non troppo pudica visuale sul suo seno. Come se non bastasse mi ammiccò mentre si infilava un altro paio di eccitantissimi shorts senza nemmeno pensare di indossare delle mutandine. Mi chiesi anche perché tornasse a vestirsi, dal momento che ormai ci saremmo lasciati, almeno così pensavo io, immaginando che fosse stanca. Invece, per mia somma felicità, mi invitò a fermarmi ancora un po' da lei, nonostante cominciasse ad essere tardi.
"Perché non ci guardiamo un film insieme? Non credo di essere in grado di dormire tanto presto stasera…".
"Nemmeno io a dire la verità. Sì, è una bella idea".
"C'è una videoteca non molto distante da qui, andiamo?".
"Eccomi, sono pronto!" dissi scherzando mentre ci apprestavamo ad uscire di casa.
Venezia era favolosa in piena notte, fra l'altro nemmeno così pericolosa come molte altre città italiane. Almeno io pensavo fosse così, spesso uscivo la sera tardi, tanto per farmi un giro quando non riuscivo a dormire o quando ero alla ricerca di sensazioni particolari. Mai avevo corso un pericolo o fatti brutti incontri, forse perché un ragazzo abbastanza robusto provoca una certa soggezione nei malintenzionati che si rivolgono a ben più facili vittime.
Quella sera poi c'era un'aria tutta speciale, mi sembrava che le calli, i ponti e i canali fossero in sintonia con noi e cantassero di gioia nel loro silenzio.
Trovammo con facilità la videoteca di cui mi parlava Angelica e smanettammo un po' con il videocatalogo finché ci trovammo d'accordo nel provare con una cassetta di cui nessuno dei due sapeva molto, ma che sembrava piuttosto interessante. E così tornammo a casa sua, a distenderci sul divano con una bella bibita fresca, a guardare abbracciati, di tanto in tanto baciandoci, quella che forse era una banale storia d'amore ma a che noi due piacque particolarmente e un po' forse ci entrò nel cuore. Forse era dovuto all'atmosfera, anzi, quasi sicuramente, ma tutto ci sembrava così perfetto e romantico in quei momenti in cui il nostro amore era esploso in tutta la sue prepotenza. E il finale, molto romantico e appassionato, ebbe come conclusione anche il nostro lungo bacio mentre stavamo ancora fianco a fianco, abbracciati sul divano. Alla fine, mentre la luce della televisione si spegneva e Angelica riaccendeva quella del salotto, lei mi chiese se volevo restare a dormire da lei per quella notte.
La cosa mi sarebbe anche piaciuta, ma forse era il momento di staccarci. Chissà come sarebbe stato il risveglio l'indomani, magari non avremmo più provato quella passione travolgente che in quella sera era arrivata così improvvisa.. Forse era meglio che ognuno di noi dormisse nel suo letto e rimestasse un po' da solo quei pensieri…
"No, guarda, ora desidero solamente il mio letto, casa mia… Spero mi capirai, non è niente contro di me…" dissi cercando di non ferirla.
Lei fortunatamente sembrò comprendere quello che intendevo. "Va bene, nessun problema… Capisco quello che vuoi dire. Probabilmente farei lo stesso anch'io".
Non ne ero esattamente certo, però mi era sembrata convincente nell'essere tranquilla di fronte alla mia decisione.
"Usciamo insieme? Io vado a riportare la cassetta alla videoteca".
"Ti accompagno".
"No, non è necessario…" obiettò lei.
"Sì, dai, è distante, chissà che gente gira di notte…" provai a protestare.
"Ma non dire cavolate! Lo sai meglio di me che non c'è nessun pericolo!".
"Sarà anche vero, ma preferisco accompagnarti".
"Mi sa allora che dovrò accettare la tua compagnia" e così uscimmo di casa e ci avviammo nuovamente lungo le calli. Così facendo allungavo un po' il tempo per il mio ritorno a casa, dal momento che dovevamo prima andare dalla parte opposta rispetto casa mia, ma in quel momento desideravo più di ogni altra cosa un'altra bella passeggiata con lei per quei posti che tanto amavo. Camminammo abbastanza velocemente, tenendoci per mano e guardandoci senza parlare, i nostri occhi e i nostri sguardi riuscivano a comunicare meglio di quanto non potessero farlo le parole o mille discorsi. Riconsegnammo al distributore automatico la cassetta e tornammo sui nostri passi.
"Grazie di tutto, per stasera…" mi disse Angelica.
L'abbracciai, stringendola teneramente a me. Quasi mi veniva da piangere: mi ringraziava anche! Che ragazza straordinaria!
"Devo essere io a ringraziarti… Sei stata favolosa, sotto ogni punto di vista…".
"Oggi pomeriggio avevo deciso di uscire con te solo perché eri un ragazzo allegro e simpatico, ma stasera ho scoperto un lato di te che nemmeno sospettavo… È stato bellissimo scoprire quanto speciale sei" mi disse con un bacio.
"Anche per me…".
Continuammo a camminare e parlare, scambiandoci qualche impressione su quella serata fino a giungere, quasi senza accorgersene, sotto casa sua.
"Vorrei passare con te tutta questa notte, ho paura a ritrovarmi sola a casa ora…". Lasciò cadere una lacrima, quasi non credevo a quello che stavo vedendo. Ma era la stessa Angelica, quella ragazza così aggressiva e sicura di sé, che avevo scoperto quella sera?
"Scusami" mi disse asciugandosi rapidamente gli occhi.
"Scusami, è stato un attimo di debolezza. Hai ragione tu, è meglio che ognuno torni a casa propria".
Mi aveva commosso con quelle parole, con quelle lacrime così spontanee e così toccanti per me. No, forse era il caso di mandare al diavolo tutti i miei propositi, le mie paure che si rovinasse tutto di quella sera. Forse era il caso che ancora me la prendessi per mano e la portassi a scoprire casa mia… Ci saremmo addormentati insieme nel mio letto, coccolandosi amorevolmente, e al diavolo quello che avremmo pensato domani mattina svegliandoci!
"Dai Angelica, va su a chiudere casa tua, ho voglia di farti vedere casa mia".
Lei mi sorrise come una bambina a cui si regalava un giocattolo tanto desiderato. Capì che il mio era qualcosa in più di un invito a mostrarle casa mia e fu più contenta che mai che avessi compreso il suo stato d'animo. Aprì il portone e quasi di corsa andò a chiudere a chiave la porta di casa sua. Un attimo dopo l'avevo ancora al mio fianco, bella come sempre e tornavamo a percorrere i ponticelli di quella Venezia sconosciuta ai più.
Proprio su uno di quei ponticelli ci fermammo a baciarci un po', tanto per non perdere l'abitudine. Appena ci lasciammo mi venne in mente una cosa e subito gliela dissi: "Guarda che sciocchi, potevi prenderti qualcosa per la notte… Credo di non avere un pigiama che ti vada bene a casa…".
"Ma dai, col caldo che fa! Comunque preferisco dormire nuda!".
A quel pensiero, chissà poi perché, sentii il mio sesso riempirsi nuovamente e lei colse nel mio sguardo, nonostante l'oscurità della notte, una nota di eccitazione. Tornò a baciarmi e la sua mano corse subito là, in mezzo alle mie gambe, e credo non si stupì affatto trovandomi nuovamente duro e pronto. Chissà poi come mai mi era tornata la voglia dopo che lei mi aveva praticamente prosciugato con il suo splendido corpo.
I baci e le carezze si fecero sempre più audaci, la sentivo nuovamente strofinare il suo sesso su di me, quasi nemmeno lei ne avesse avuto abbastanza e un nuovo desiderio si fosse risvegliato. Ci guardammo, l'uno di fronte all'altro, i nostri visi a pochissimi centimetri: potevamo sentire i nostri respiri affannosi per una nuova eccitazione, gli occhi sconvolti di desiderio. Eravamo nuovamente in preda alla passione, una passione che sembrava non dover mai finire e che era in grado di donarci sempre nuove energie.
"Ho voglia…" mi disse solamente.
Per un attimo rivivemmo i momenti di folle eccitamento che avevamo provato poche ore prima per le viette di Murano: la situazione era esattamente la stessa, ma stavolta c'era forse un rimedio migliore che rischiare di prenderci in testa un secchio di acqua fredda che, per quanto refrigerante sarebbe stato, non era certo quello che volevamo.
"Quanto distanti siamo da casa tua…".
"Mancheranno cinque minuti" dissi sempre stringendola a me e senza lasciarla.
"Andiamo" mi disse e si divincolò dal mio abbraccio. Prendendola per mano cominciammo a correre, anche se l'oscurità e i gradini inaspettati, tutti diversi e sfalsati, ci facevamo rallentare e rischiare di inciampare. E proprio su uno di questi inciampai realmente e per poco non trascinai a terra anche lei: riuscii a mantenere l'equilibrio per miracolo ma Angelica mi fu addosso. Ci appoggiammo al muro in quell'angolo buio baciandosi furiosamente, senza posa per un po', mentre le mani erano tornate a frugare vogliosamente i nostri corpi. Sentivo quelle di lei sul mio petto, sul ventre, poi sulla schiena e scendere infine a sfiorarmi il pene. E io ugualmente la stringevo a me, stando con la schiena appoggiata al muro, palpandole vigorosamente il culo e in questa maniera dandole il ritmo a cui si strusciava l'inguine sul mio cazzo. Era qualcosa di rabbioso e senza freni, sembrava fossero giorni che eravamo separati e non quelle poche ore che erano passate dal nostro amplesso.
Scesi con la bocca a baciarle il collo, poi via via verso le spalle e ancora il decolté lasciato scoperto dalla scollatura della camicetta. Le afferrai fra le mani i seni, li strinsi vicini e la mia bocca andò a cercare, attraverso la stoffa leggera della sua camicetta, i suoi capezzoli eretti: li strinsi fra le labbra, li mordicchiai voracemente mentre Angelica gemeva irresistibilmente.
La voltai contro il muro aprendole la camicetta quasi con forza, rischiando di far saltare i bottoni: ne scostai i lembi e mi buttai con le mani e con la bocca sui suoi seni nuovamente nudi. Li succhiai fin quasi a farle male, mentre stringevo i seni tondi fra le mani e con i fianchi cominciavo a mimare quell'amplesso ormai quasi doloroso.
Fu lei a cercarmi con le mani, ad andare ad aprirmi i pantaloni e a liberare il mio cazzo dalle mutande, prendendolo in mano. Non ci fu tempo per alcune giochetto o carezza particolare: il desiderio di averci stava diventando una necessità sempre più impellente. Si aprì gli shorts senza nemmeno abbassarseli, sotto era nuda e pronta ad accogliermi: mentre con una mano mi dirigeva verso la sua fessura, con l'altra teneva dischiuse le labbra, anche se non ce n'era bisogno.
Penetrai in lei con estrema facilità e in profondità, era bagnatissima, eccitata quanto me… E quando presi a scoparla vigorosamente, con potenti e veloci stoccate dettate dalla frenesia della mia libidine, rispose prontamente gemendo rumorosamente con gridolini che rischiarono di svegliare tutto il vicinato. Evitammo una denuncia per atti osceni in luogo pubblico proprio perché un rapporto così selvaggio non poteva durare a lungo ed entrambi infatti arrivammo rapidamente al limite, anche delle nostre forze, movendoci quasi spasmodicamente l'uno contro l'altro. Venimmo per l'ennesima volta di quella sera, l'ultima ma certamente una delle migliori, in quella maniera, mentre la inchiodavo a un muro di una calle ancora semivestita che gridava ai viottoli oscuri il suo godimento.

Fu quella la mia più intensa passione veneziana, la più sincera e quella che ancor oggi ricordo con nostalgia.
Quella mattina poi risvegliarsi insieme a casa mia non fu poi così male, anzi. Angelica fu particolarmente premurosa, sia alzò a prepararmi il caffè mentre io, da pessimo padrone di casa, mi riaddormentavo nel mio letto, fortunatamente ad una piazza e mezza, che ci aveva permesso di dormire entrambi comodamente. Vederla nuda di prima mattina, portarmi il caffè a letto, era estremamente piacevole ed eccitante, ma in quel momento era ancora stanco dalle peripezie della notte e lei pure. Passammo un'altra meravigliosa giornata insieme e da allora cominciammo a frequentarci proprio come due fidanzati… Fu proprio una bella storia, molto appassionata e romantica, fatta anche, perché no, delle meravigliose scopate che ci facevamo. La nostra non era però solo un'intesa sessuale, inutile negare che senz'altro quella era ottima, ma prima di tutto un'intesa mentale e intellettuale: eravamo due spiriti ribelli in un certo senso, due persone a cui non andava a genio il normale scorrere della vita quotidiana media dell'italiano, che anelavano qualcosa di diverso per la loro vita.
Tutto finì quando mi laureai. Ero finalmente architetto come avevo a lungo sognato, un po' mi crollarono tutte le certezze della mia vita da studente, ora ne cominciava un'altra, era il via della mia nuova vita che sarebbe durata parecchi anni, molto più della mia parentesi da universitario. Vennero meno tutte le mie sicurezze e anche quella che sarei rimasto a Venezia a fare l'eterno studente, soprattutto quando arrivò una ricca offerta da uno studio dell'entroterra veneto, una di quelle offerte che non si possono rifiutare a meno che non si sia un po' pazzi. E io avevo tutte le carte in regola per rifiutarla, anche una occupazione in città, a Venezia, che avrebbe fatto proprio al caso mio. Invece commisi una pazzia nell'accettare, decidendo di trasferirmi in città.
Eccomi ora a qua a maledire quella scelta che mi ha portato non solo a perdere Angelica, ma anche Venezia, la mia libertà dalla vita fatta di routine, il mio spirito libero a cui tanto tenevo...


 

Se quella sera... Inquietudini

Capitolo 1 - Week End
Vedi racconto: Se quella sera... emozioni
Capitolo 2 - Lunedì-

Mattino, una nuova giornata
Il cielo terso, l'aria fresca e penetrante erano tipici di una giornata di primavera, ma gli alberi spogli e i rari passanti nel parcheggio dell'ospedale chiusi nei loro impermeabili toglievano ogni speranza. Un fotografo avrebbe senz'altro potuto apprezzare quel paesaggio, apparentemente triste, ma in realtà intriso di una bellezza che trascendeva dalla banale quotidianità di un giorno lavorativo. La dottoressa Karin Sanbelli dopo aver parcheggiato nel posteggio dei dipendenti era rimasta nell'auto consumando i minuti rimasti prima della timbratura. Non vi era angolo che non avesse impregnato in sé tutti i colori, anche se ormai calati di vivacità, dell'autunno appena passato. Le foglie rimaste tra le corsie del parcheggio parevano tacite testimoni e contemporaneamente scialbe pennellate finali al quadro che si presentava all'osservatore avvezzo a ricercare un po' di natura tra le masse di cemento.
Ancora tre minuti.
La mano sulla maniglia interna della portiera rimaneva immobile, perché, per la prima volta dopo tanti anni di studio frenetico, si trovava lì a far niente, seduta in macchina, a contatto con la natura che tanto amava, e ironicamente ancora braccata dal tempo.
Si scosse appena in tempo per vedere posteggiare proprio di fronte, a due file da lei, l'auto dell'aiuto primario, suo diretto responsabile; assieme al professor Taddeo Gandolfi viaggiava anche la moglie Paola, contabile, che lavorava all'economato dell'ospedale. L'uomo uscì dall'auto insieme alla moglie e dopo aver aperto la portiera posteriore ne tirò fuori una ventiquattrore che aprì poggiandola sulla gamba retratta e puntellata sul pneumatico. Karin Sanbelli non poteva sentire le loro voci ma da quel osservatorio privilegiato sbirciò, le mosse dell'aiuto primario e di sua moglie. Erano gesti consueti e semplici che osservati così nascostamente diventavano operazioni segrete e imperscrutabili che allo stesso tempo intrigavano e sconvolgevano la giovane: non era abituata a spiare la gente, specialmente se la conosceva, ma quella mattina non poté farne a meno e rimase a fissarli in silenzio.
Paola Gandolfi recuperò la borsetta evitando, però di infilare l'impermeabile e guardando il marito all'altro capo dell'abitacolo chiese con aria stupita "Come mai hai comprato quella rivista?"
Con moto quasi sincronizzato chiusero la portiere dell'auto, e il professore aggiustandosi leggermente la cravatta prese dalle mani della moglie la sua ventiquattrore "Luisella m'aveva chiesto cos'era una gang bang, e allora stamattina quando l'ho vista in edicola l'ho comprata"
La moglie sorrise complice, aggiustandogli con gesti semplici il colletto della camicia "Non saremmo mai in tanti per fare una gang bang"
Gli occhi di Taddeo brillarono maliziosi e con estrema delicatezza sfiorò con una mano il viso della moglie "Amore, dividi pure per due perché bene o male siamo tutti accoppiati, e nelle gang bang di passera ce n'è ben poca"
Taddeo le cinse la vita abbracciandola teneramente permettendole così di baciarlo leggermente sulla bocca suggellando quel gesto così bello e profondo che li accompagnava imperituro fin da gli anni del liceo, epoca in cui si erano conosciuti. Paola s'alzò sulla punta dei piedi per raggiungere le labbra del marito che svettava alla quota ragguardevole di cento novantacinque centimetri, scossa dai brividi d'una dedizione appassionata ed esclusiva che li legava da due decenni.
Lentamente si staccò dal marito e allontanandosi per imboccare il vialetto che l'avrebbe condotta alla palazzina dell'economato gli lanciò il saluto di commiato "Già, preferisco le cose più equilibrate, ciao scappo che debbo timbrare"
"A dopo, forse riusciamo a vederci in mensa", la salutò distratto dalle mosse furtive di Karin Sanbelli, il giovane medico del suo staff, l'ignorò dirigendosi verso il padiglione di medicina vascolare.
Karin Sanbelli aspettò che entrambi fossero lontani, e sgattaiolando fuori dal suo nascondiglio, volle avere una conferma di quanto aveva visto andando a sbirciare attraverso il finestrino della mercedes.

Fuori non era ancora giorno fatto ma la sveglia segnava le sette e mezza e Samanta Lecceti poteva intravedere la poca luce filtrare dalle tende; ristette qualche attimo dopo aver acceso la piccola luce tenuta bassa sul pavimento per non disturbare godendosi quegli ultimi attimi di silenzio irreale.
Si mosse nel letto comodo sotto il piumone, soffice sfregando la nuda pelle delle gambe e dei glutei sulle lenzuola di cotone leggermente felpato; la camicia da notte le era salita sopra l'addome e l'idea d'essere quasi mezza nuda l'eccitò a tal punto che desiderò masturbarsi. Si sentiva calda e morbida accarezzandosi, seguendo ogni curva sensibile del suo corpo con le dita tiepide; i capezzoli, il collo, di nuovo i seni, il pube il clitoride erano le stazioni principali del suo vagabondare. Frugava, girava e carezzava il suo corpo pensando e ripensando senza tregua alle sue esperienze e alle sue aspirazioni, ai suoi sogni; aveva una immaginazione molto fervida e quei pensieri le scatenavano la frenesia erotica.
Ad ogni tocco si stava facendo sempre più esigente e le sue mani sempre più presenti nella vagina, le dita insistevano sempre di più sull'ingresso dell'utero e con molta più foga pizzicavano e strizzavano il clitoride. Di colpo un pensiero prepotente, un sogno vivido si parò davanti ai suoi occhi: suo fratello Roberto che giocava con il suo sedere, che insinuava le dita alla ricerca dell'ano roseo morbido, avvolgente, esigente.
Sospirò, e l'urgenza di essere toccata, penetrata da Roberto le fece dimenticare ogni parentela e la voce forte di lui che impartiva disposizione per la postura migliore le procurò il primo sibilo di piacere. Sospirò con ritmo sempre più frenetico finché non raccolse nella dita i caldi umori che spalmò sull'addome fin oltre l'ombelico.
Ma ancora non le bastava, e sempre con la mente rivolta al fratello si tolse definitivamente la camicia da notte rimanendo completamente nuda sotto il piumone e con le dita umide riprese il controllo della vulva partendo dal perineo, su, su verso il clitoride immergendo ripetutamente le dita dentro lei finché traguardò di nuovo l'orgasmo macchiandosi sempre di più le dita.
"Samanta, sono quasi le otto, il bagno è libero... tuo fratello è già uscito" sentì gridare sua madre Anna.
"Si va bene ora mi alzo" bofonchiò intensificando le sue carezze; si sfiorò con le dita umide la pelle morbida dell'addome e dei seni. Chiuse per un attimo gli occhi e ritornò ad una sua frequente fantasia che la allietava durante le sue lunghe masturbazioni; assaporò quelle sensazioni trasmesse dal sogno che riservava per lei tanti uomini nudi che danzavano attorno a lei carezzandola, leccandola, penetrandola allo sfinimento.
"Allora!? sei ancora li?" tuonò di nuovo la madre e a quel punto non le fu più possibile continuare; infilò la camicia da notte dirigendosi in bagno. Davanti allo specchio recuperò le macchie d'umore sulla pelle, specialmente sull'ombelico; si carezzò ancora spostando con molta fluidità le dita lungo il bordo arrossato della vulva.
Come un fantasma si mosse sotto la doccia e giunta di nuovo all'orgasmo si lasciò andare stimolando l'ano con il manico della spazzola finché i sospiri, le contrazioni e il caldo delle pareti della vagina le ricordarono una volta di più che erano ormai sei mesi che non aveva una penetrazione, che non soggiaceva alla forza virile d'un uomo. Era rimasta inutilmente in attesa del suo lui, per saziare la fame e la sete della sua libidine; non poteva più aspettare, e doveva trovare un amico che la scopasse che le permettesse di prendere in bocca il suo pene fino a schizzarle in bocca. Riprese a premere leggermente le dita all'interno della vagina dove il piacere era più vigoroso, estenuante con piccoli ed incessanti colpi. Continuò finché dai glutei sentì colare di nuovo abbondanti gli umori sempre più appiccicosi, e allora fu che con grande libidine immaginò il fratello.

Come ogni mattina Helene Fintz si recò allo studio d'architetto in zona San Siro che gestiva ormai da tre anni con Clelia Falchi. L'attività di scrupolosa e pignola disegnatrice le aveva fatto risolvere per sempre il problema economico, ed era stata per lei uno dei tanti successi della sua vita. Figlia di un dirigente d'azienda tedesco e madre italiana mai sposati, era nata a Milano, e la sua ambizione l'aveva portata prima alla laurea in architettura, poi alla laurea in lettere moderne che si era rivelata col passare degli anni la sua vera passione, oltre a quella per le donne.
Vestiva quasi sempre in modo un poco eccentrico, ma stuzzicante.
Prediligeva il nero e sapeva valorizzare le sue belle e lunghissime gambe con gonne molto corte o con ampi spacchi e per un uomo vederla camminare con passi lunghi e decisi era sempre un piacere, ma anche un tormento vista la sua unica predilezione per il sesso femminile.
Salì a piedi fino all'ultimo piano, dove era ubicato lo studio di architettura ch'era stato del padre di Clelia, Gian Luca Falchi, che aveva ormai da anni delegato ogni incombenza alla figlia, e veniva consultato solo in caso di estrema necessità. Aprì la porta d'ingresso, ancora chiusa al pubblico consapevole che se non avesse conosciuto Clelia Falchi sarebbe rimasta probabilmente una delle tante laureate che per vivere s'adattavano ad insegnare, o alla meglio sarebbe diventata il responsabile di una grande azienda.
Accese il computer sedendosi alla sua scrivania dove Clelia le aveva fatto trovare il caffè con la brioche come era sua consuetudine, "Ciao Cle, sono arrivata" la salutò ad alta voce.
"Ti ho lasciato tutti i recapiti dei clienti nella vaschetta dei documenti, e ricordati di preparare il prospetto per oggi pomeriggio, mi raccomando non sbagliare" le aveva detto Clelia dalla stanza attigua dove avevano predisposto lo schedario e una piccola sala per le riunioni.
Helene con voce affannata le rispose azzannando la brioche "Sono già sconvolta di mio, non mi agitare di più" La sua mente era un rapido susseguirsi di immagini diverse, dolci, sconvolgenti, opportunistiche, magiche, meschine "Ho passato un fine settimana di merda" urlò alla fine.
"Perché?"
"Poi ti spiego..." rispose evasiva. Voleva tanto incontrare una mano che le sfiorasse il viso, voleva sentire labbra calde accarezzarle il collo, voleva perdere i suoi occhi innamorati dentro quelli di lei, voleva narici che annusassero il suo corpo.
"Con lei è tutto finito, vero?" chiese Clelia affacciandosi sulla porta.
Erano momenti di vero tormento alternati ad attimi di gioia, di vergogna di entusiasmo, di scoraggiamento, momenti che laceravano il suo cuore. La bella bionda teutonica era alta un metro e ottantacinque, aveva gli occhi azzurri e il fisico leggermente androgino, e nonostante fosse abituata a portare i capelli biondo cenere con un taglio corto e sbarazzino era consapevole d'avere una bella figura perché i clienti la guardavano con insistenza e le chiedevano di uscire con loro. I suoi seni erano della giusta dimensione e ben sagomati, e il resto del corpo era ben tonificato da anni di sport.
"Si" rispose mentre una lacrima ostinata scivolava impietosa sulla gota arrossata dalla rabbia.
"Che sfiga..." scherzò amorevolmente Clelia per tentare di distrarre in qualche modo Helene.
"Già!"
"Vado a farmi, bella!" annunciò Clelia, decisa ad indossare l'abito delle pubbliche relazioni; difatti sia lei che Helene, quando potevano e se non avevano incontri di lavoro, evitavano di vestire formalmente con tailleur e scarpe austere.
"Vengo anche io..." disse con un fil di voce Helene ripensando agli appuntamenti della mattina; dopo la consegna di un paio di progetti già ultimati, avrebbe dovuto incontrare da sola un nuovo cliente. Un incontro che in teoria avrebbe dovuto portare avanti Clelia in qualità di account manager della società, ma da qualche tempo accadeva che per mancanza di tempo non riusciva più a dedicarsi al lavoro come voleva e quindi aveva preso a delegare qualche impegno di minore importanza ad Helene.
Erano le nove, mancava un'ora all'appuntamento con i proprietari dello studio dentistico e due ore all'appuntamento con il nuovo cliente, la rock star che aveva acquistato un appartamento alla torre Velasca.
Helene sospirò.
Non era spavalda, non aveva il coraggio, abbandonata negli effetti e nell'amore, di concedersi completamente al lavoro, ma doveva.
Sentì battere il cuore; aveva la testa pesante, la mente si rifiutava di uscire da quel gorgo perverso di tormento e di ricordi. Entrò in una delle due stanze dell'appartamento studio che avevano destinato a tutte quelle operazioni di disimpegno estranee alle pratiche lavorative. Difatti, trovò Clelia nei pressi del bagno intenta a spazzolarsi i capelli, non troppo facili da pettinare visto che quasi costantemente accompagnava il gesto della mano con la testa inframmezzato qualche improperio sommesso.
"Poi ti racconto di Sabato e del nuovo uomo di Luisella, perché merita" le accennò appena la vide entrare nella piccola stanza arredata per contenere un armadio mezza stagione e una consolle per il trucco. -Anch'io avrei qualcosa da raccontarti...- si disse Helene alludendo alla sua recente rottura, ma rimandò ancora ad un altro momento -Voleva dimenticare, distrarsi-.
"Allora, cosa avete fatto?" chiese Helene. Provava un piacere sottile ad ascoltare i racconti e le avventure di Clelia che si divertiva ad evocare quegli strappi di vita che le trascinavano l'immaginazione fuori da ogni limite, e, in silenzio ad ascoltarla, fantasticava su una possibile relazione tra loro due.
"E' stata una bella serata... e una novità per tutti"
"Dai raccontami, adesso che abbiamo cinque minuti" Adorava speculare sulle carezze che sognava di ricevere dalle splendide mani affusolate di Clelia che gesticolavano nervose durante l'evolversi del racconto, ben sapendo che in ogni caso le sue fantasie erano destinate a rimanere tali, vista la natura eterosessuale più che mai confessata di Clelia.
"Almeno loro sono sempre insieme?"
Clelia posò il pettine sulla consolle "Sabato notte li ho lasciati ancora insieme... " sospirò "E tu hai chiuso occhio qualche ora?"
"Ho passato la domenica con una ragazza... "
"Ah, chiamatemi Helene e sarò la vostra messalina!" la canzonò Clelia.
"No, no che cazzo hai capito... è solo un amicizia e poi lei è del tuo partito" tagliò corto. Quindi, senza chiudere dietro di sé la porta, si infilò in bagno per rinfrescarsi un attimo, tolse i pantaloni e smise la biancheria, troppo ingombrante da indossare sotto il tailleur riponendoli nella borsa da viaggio che usava come guardaroba ed uscì dal bagno con indosso solo la camicia.
"Beh, Non ci avrei trovato nulla di male" aggiunse Clelia ad alta voce "Lo sai come la penso... e se ti fossi portata a letto quella ragazza sarebbe stato solo sesso. Magari ti faceva bene, ti distraevi!"
"Come sei insensibile. Come si può pensare di mettersi a fare mettersi certe cose nel mio stato, depressa come sono?"
"Vedila come ti pare, per me il sesso è anche voglia di distrazione... e a volte può essere un ottima medicina"
Helene chiuse gli occhi e li riaprì subito dopo confusa "Allora cosa mi dici di sabato?" chiese sperando che l'altra cambiasse discorso.
"No, adesso sarebbe riduttivo. Voglio farlo con tutti i crismi", le rispose Clelia impegnata a svolgere il suo vestito dal cellophane, ed Helene colse quell'attimo per sfilarsi velocemente la camicia ed infilarsi nell'accappatoio, ma l'anta dell'armadio sembrava non volersi aprire. Rimasta nuda, accanendosi sul pomello, fu colta da Clelia nel pieno del suo imbarazzo "Che fai, ti vergogni?" le domandò alludendo alla suo gesto istintivo che le aveva fatto retrarre il bacino abbastanza da nascondere la vulva in mezzo alle gambe "Ma sei scema?" tornò a insolentirla bonariamente prima di dedicarsi alla serratura dell'armadio.
"Non ti ho visto arrivare" mentì Helene per dissimulare l'imbarazzo che l'aveva colta quando gli occhi vispi di Clelia s'erano posati sul suo corpo nudo; non c'erano dubbi la socia non aveva perso tempo e ogni tappa era stata rigorosamente rispettata: seno, glutei e vulva.
Clelia sorrise intenerita "Dai che ci penso io" afferrò il pomello e l'anta si aprì con decisione. Helene la guardò aprire l'armadio imbarazzata per la sua sempre più evidente eccitazione: si sentiva le guance calde come due pietre roventi, e la vagina madida di umori.
"Ele, se ci vergogniamo noi... a mostrare un po' il culo, che ce lo possiamo permettere..."
Clelia sapeva della sua propensione per le relazioni omosessuali, ma Helene si era sempre ben guardata dal farle capire che si era innamorata di lei, almeno fino a quel momento "Non sono questo granché"
Clelia la guardò fissa negli occhi, intensamente, poi aprendo completamente l'anta l'inviò a vestirsi, "Non dire stronzate"
Anche Clelia si era tolta i jeans sdruciti, molto poco formali ma che le donavano quel non so che di ribelle, per indossare un lussuoso completo a pantalone grigio antracite; le pianelle erano state riposte nel porta scarpe, i pantaloni gelosamente riposti nell'armadio e le candide mutandine giacevano a terra solitarie. Da quella posizione ravvicinata, la camicia dal colletto orlato di Clelia si era aperta, e dall'attaccatura delle cosce spuntava il pube rasato e le grandi labbra, penzolanti all'ingiù, leggermente aperte dalla posizione divaricata delle gambe. La rima delle piccole labbra faceva capolino quasi al centro della vulva. Helene inebetita la guardava con in mano la biancheria intima, e sempre di più percepiva l'abbandono dei sensi. Clelia se ne accorse e lusingata cercò di rompere il silenzio lasciandola nuda e incapace di continuare la vestizione "Non metterai mica delle mutandine normali sotto quel completino li?"
"No, no" rispose con un groppo alla gola Helene; aveva entrambi i seni erano scoperti, ed i capezzoli erano così duri che quasi le facevano male, "Ho questo tanga ..." le disse sventolando il capo di biancheria che aveva in mano. Il suo sguardo s'era di nuovo fissato sul corpo di Clelia che aveva ricominciato mezza nuda la lotta a colpi di spazzola.
Clelia sapeva d'aver eccitato Helene; si girò a guardarla e si accorse che lei la stava guardando con tenera intensità. I loro sguardi si incrociarono per una frazione di secondo ed Clelia si sentì arrossire fino alla punta delle orecchie. Sperò con tutte le forze che Helene non se né fosse accorta perché se l'avesse solo carezzata, era sicura, avrebbe ceduto senza freni; di fronte a quella prospettiva rimase perplessa. Il suo primo impulso sarebbe stato di accettare, ma non voleva darle l'impressione di essere disponibile ad una relazione omosessuale, perciò distolse lo sguardo. Avrebbe voluto perdersi in quella sensazione di beatitudine poggiando la bocca sul sesso eccitato di Helene, ma non poteva farlo a meno di qualche gesto inconsulto: Helene era bella e Clelia si era masturbata più volte pensando a lei, ma lei non era lesbica.
"Tra poco arrivano, dai vestiti, magari un'altra volta te la faccio vedere meglio" scherzò Clelia ed Helene sentì come una coltellata nello stomaco, s'appoggiò con una mano alla spalliera della sedia, e senza capire come recuperò la biancheria intima spiando Clelia che, continuando a spazzolarsi, entrò nel bagno lasciando la porta aperta: la vide sedersi a cavalcioni del bidè, dando le spalle alla porta. Helene lentamente prese ad indossare il tanga di pizzo nero, e con gli occhi persi nella stanza da bagno spiava Clelia che aperto il palmo della mano l'aveva riempito di sapone liquido. Appena l'amica iniziò a frizionare la vagina non riuscì più a resistere, e infilata una mano nel tanga raggiunse il clitoride iniziando a massaggiarlo in perfetta sincronia con Clelia.
Lavoro, colleghi e tanti guai
La dottoressa Karin Sanbelli percorse con passo spedito il corridoio ed entrò senza aspettare, dopo aver bussato leggermente sulla porta, nell'ufficio dell'aiuto primario. Lì si arrestò di colpo, referente, e si rivolse al professor Taddeo Gandolfi, che si trovava indaffarato, dietro la sua scrivania dal piano di formica bianca "Ecco dottore, i dati che m'aveva chiesto"
L'uomo si stupì a guardarla con severità, uno stato d'animo sicuramente provocato, più dalla scontrosità della dottoressa Sanbelli che da un oggettivo errore nei dati che gli erano stati consegnati. Ristette alcuni istanti poi disse, calmo "Vedo, Sanbelli. Ho anche letto le note a margine scritte di tuo pugno sul terzo e il settimo referto, e le ho trovate molto acute e pertinenti. Quindi voglio che dai un occhiata anche ai referti diciassette e otto prima di consegnare tutto a Morelli"
Karin Sanbelli passò fugacemente un occhiata sul viso giovanile dell'uomo; il suo sguardo era privo di espressione, poi replicò monocorde "Bene dottore"
Il professor Gandolfi sapeva fin troppo bene che era poco dignitoso da parte sua strapazzare gratuitamente un collaboratore, ma una persona che non era capace di accettare un'illazione antipatica riguardante un collega, o un inevitabile differenza caratteriale doveva imparare a comportarsi meglio. Quindi si decise ad agire e con calma le chiese "Qualcosa non va?"
"Nulla dottore", fu la risposta diplomatica e volutamente evasiva.
L'uomo avvampò lievemente -Cazzo- pensò, -se avesse provato il desiderio di divertirsi con lei non l'avrebbe mai fatto in parcheggio così davanti a tutti, e sarebbe stato più esplicito nel suo invito- Guardò dottoressa Karin Sanbelli e in cuor suo scosse la testa. Sembrava ancora giovanissima; forse era più giovane di quanto l'anagrafe non la facesse apparire. Non poteva avere più di trentaquattro anni, e a quell'età di solito la fase dei rossori dell'adolescenza dovevano essere già passati. Lei però vestiva in modo anonimo e si arguiva che non era sposata, o quanto meno convivente. Del che Taddeo Gandolfi non si stupiva affatto; il suo modo di comportarsi, quella mattina, dimostrava che la ragazza aveva un bel caratterino, e non sarebbe stato facile trovare un uomo disposto a sopportare lei, la sua lingua tagliente e la sua indole integerrima. D'altra parte, non si poteva nemmeno dire che la dottoressa Karin Sanbelli fosse molto attraente. Benché fosse sempre presentabile, la sua faccia restava indecifrabile, e le sue mani erano nervose. La figura, almeno per quello che si poteva intravedere oltre il vestito, era più un monumento alla resistente praticità che alla grazia.
Sotto lo sguardo critico del professore, Karin Sanbelli si sentì a disagio e irritata, tanto che il labbro inferiore cominciò a tremare. Taddeo Gandolfi captò le sensazioni della ragazza e provò compassione. In effetti, lei era uno dei migliori collaboratori che componevano il suo staff, ed era questo solo che contava. Cercando di essere cordiale e di metterla a suo agio, disse "Sanbelli, il nostro è sempre stato un gruppo molto affiatato e lo spirito di corpo è sempre risultata la nostra arma vincente: in corsia, in sala operatoria, in pronto soccorso c'è sempre stata sintonia tra di noi. Quindi se hai un problema sei pregata di dirmelo, e se qualcosa non ti sta bene hai il dovere di parlarne prima di tutto a me. Non voglio mugugni destabilizzanti tra i corridoi perché siamo un team di medici, e non un gruppetto di burocrati: se qualcosa non va, chi ci va di mezzo sono i pazienti!"
Spalancando i grandi occhi neri, ch'erano piuttosto belli, lei rispose monocorde "Va bene"
Taddeo Gandolfi stupefatto sgranò gli occhi a sua volta "E' tutto quello che riesci a dire? Ma, cara mia"
La donna allargò le braccia facendo spallucce. Il professore s'interruppe. Come poteva mai spiegare a una ragazza cocciuta che livello di intelligenza, di affiatamento, di energia vitale occorressero per diventare un buon medico, una persona equilibrata?
"Non sei sposata, vero?", la domanda gli sfuggì incontrollata. Non erano affari suoi e, malgrado ritenesse che la vita estremamente morigerata della donna fosse uno dei punti principali del suo malessere, non era autorizzato ad entrare così prepotentemente nella vita di un suo collaboratore.
Karin Sanbelli drizzò la testa orgogliosa "Io so quanto valgo perché mi sono rotta il culo su i libri, ed ho voglia d'andare avanti. Non ho voglia d'essere una mogliettina perché proprio non mi sento adatta. Forse non sposerò mai"
Taddeo Gandolfi capì chiaramente che mentiva; non aveva nessuna intenzione di rifiutare il matrimonio, e facendo finta di crederle, si alzò dalla scrivania per chiudere la porta dell'ufficio. Per un attimo ebbe la tentazione di chiederle quanti uomini aveva avuto nella sua vita per capire da che cosa derivasse quel suo insano desiderio. Ma non era giusto farlo, quindi tentò di aggirare l'argomento, "Senti Sanbelli, non mi prendere per il culo. Ti conosco abbastanza per sapere che c'è qualcosa d'altro che ti rode e voglio che tu me lo dica"
La donna avvampò in viso e visibilmente offesa replicò "Adesso me ne vado perché stai entrando nel personale"
Il professore era consapevole che un manager nelle sue condizioni non poteva sollazzare il proprio Io giocando con i sentimenti dei suoi collaboratori: la sua posizione, aveva, come tutte le altre figure professionali, un suo codice morale. Almeno, così era in teoria. E di colpo si pentì di non essere andato subito al punto, e sorpreso dalla reazione della donna giocò a carte scoperte "Già, hai detto bene personale, e scommetto che l'hai con me per quello che hai visto stamattina"
Karin Sanbelli arrossendo dalla vergogna rispose flebilmente "Non pensavo che tu..." esitò nel trovare le parole " potessi leggere simili giornali, per me è inconcepibile è animalesco, Beh avrò pure il diritto di esternare le mie opinioni" tentò di spiegarsi con dei gesti vaghi che non gli avrebbero detto niente sulla natura delle situazioni che pretendeva di descrivere, se lui stesso non l'avesse intuito attraverso lo sguardo della ragazza che lo spiava nascosta in macchina.
Bruciava dal desiderio di saperne di più su Karin Sanbelli; così desiderosa di conoscere, nel bene e nel male, la sua vita privata. Tuttavia non riuscì a trattenere il suo disappunto "Certo che puoi dire la tua, però non mi puoi tenere il muso perché hai visto una rivista pornografica nella mia macchina, soprattutto non tollero che stronzate simili ci distolgano dal nostro lavoro. L'emotività è una brutta bestia specialmente se mal riposta, e noi, torno a ripetere, non ce lo possiamo permettere"
La donna si rivoltò in tono veemente "Permetti che mi sia scandalizzata, riesci a intuire il mio stato d'animo?"
Taddeo Gandolfi era ormai sicuro che, dopotutto, per quante idee la dottoressa Sanbelli si fosse fatta sulla letteratura erotica, la ragazza non poteva assolutamente sapere che cosa significasse in realtà per lui essere uno spirito libero. Era quindi necessario scoprire che cosa né pensava lei, facendole direttamente la domanda. Aggrottò la fronte chiedendole senza tanti complimenti "Un giorno mi dirai cosa c'è di tanto sconvolgente in una rivista erotica"
"Perché devo dirlo proprio a te?", e di colpo tornò a essere profondamente offesa, e il professore si rese conto di avere percepito qualcosa di strano, ma il suo discorso seguì binari diversi "Comunque voglio ricordarti che abbiamo ben altro a cui pensare, e sicuramente abbiamo già perso un mucchio di tempo con queste cazzate"
"Sei stato tu ad iniziare"
"Certo, ma fino in ultimo ho creduto di dover fronteggiare ben altri problemi. Non pensavo affatto di dovermi giustificare di fronte te, per una rivista che io leggo nel tempo libero a casa mia!"
"Ne prendo atto", disse uscendo dall'ufficio furibonda.

La fiorente caposala si mosse trafelata tra i carrelli disposti lungo il corridoio "Dottoressa Sanbelli, mi sa dire dove posso trovare il professore?"
Karin Sanbelli strinse impercettibilmente gli occhi. Aveva accuratamente evitato per tutta la mattina di incrociare il professor Gandolfi ma mettendo da parte tutte le sue rimostranze personali rispose alla donna "E' dal dottor Morelli"
"Grazie, ho bisogno urgente di parlargli. Il 421 ha chiesto espressamente di lui"
"Ah, " -un altro porco- pensò truce prima di aggiungere "Allora ci pensa lei ad avvertirlo?"
"Si dottoressa"
Karin era confusa. Aveva sempre creduto di intuire il carattere delle persone, ma a quel punto non né era più tanto sicura. Avrebbe dovuto essere indifferente per la reazione sua e del vice primario professor Taddeo Gandolfi, invece, ripensando al volto sorridente della moglie del professore, si sarebbe messa a piangere. Improvvisamente si ritrovò agitata a insicura: il 420 era un cardiopatico arrivato in gravi condizioni ed era stato ricoverato qualche giorno prima per un principio d'infarto; tutto l'ospedale aveva saputo dove l'autolettiga l'aveva raccolto -In un club equivoco di sua proprietà- masticò amaro la dottoressa Sanbelli. Il mondo le era crollato addosso. Per lei non si trattava solo del risvolto scabroso di una storia che in fondo non le apparteneva, ma di un colpo durissimo al suo entusiasmo, alla sua voglia di vivere, al suo atteggiamento nei confronti dell'amore. Nel suo tetro rimuginare, si girò e si accorse che il professor Gandolfi la stava guardando. I loro sguardi si incrociarono per una frazione di secondo e Karin si sentì arrossire fino alla punta delle orecchie. Sperò solo che l'uomo non se ne fosse accorto, ma invano "Venga Sanbelli, ho bisogno di lei"
Raggiunsero la corsia del 420 assieme alla caposala, Karin credette di non farcela ma strinse i denti. Si stupì quando vide uno dei figli del paziente, che si avvicinava apostrofandoli riconoscente "Professore, dottoressa, volevo ringraziarvi di persona per quanto a fatto per mio padre"
Karin Sanbelli un poco imbarazzata imitò il professore rispondendo "Dovere"
Il ragazzo che aveva poco più di trent'anni scosse la testa "Non credo che in molte altri posti avremmo trovato la medesima discrezione, lo stesso impegno e per questo le siamo molto grati"
"Professore" chiamò una voce con accento imperioso dell'interno della stanza "Posso parlarle?"
Il ragazzo scosse nuovamente la testa "Papa' non ti agitare"
"Non ti impicciare, tu!" fu la risposta aggressiva. Il professore mise delicatamente una mano sul braccio del ragazzo "Lasci, vado a parlare con suo padre"
"Ecco così va bene" disse sorridendo l'uomo rubizzo seduto sull'ampio letto d'ospedale che somigliava più ad un attrezzo ginnico che ad una branda.
"Allora come si sente oggi?" esordì il professor Gandolfi a mo' di saluto. L'uomo fece una smorfia "E' stata dura ma mi sto riprendendo" si lasciò sfuggire con un mezzo sorriso spostando il corpo pingue che ballava come gelatina.
"Poteva essere evitato, Cavaliere. In fondo l'abbiamo trovata in compagnia di due belle figliole... Bacco, tabacco e venere sono un po' troppi per il suo cuore" sorrise malizioso il professore.
"Bacco l'ho eliminato del tutto, il tabacco pure... ma la topa, caro professore, non riesco a farne a meno... a togliermi il vizio" ammise a bassa voce l'uomo con l'impeto di chi sa d'essere comunque nel giusto. Il professore Taddeo Gandolfi lo guardò scoprendosi invidioso di quell'uomo tutto sommato mediocre che nella vita gestiva un club privé per soli adulti "Cavaliere, nemmeno io al posto suo saprei resistere alla tentazione di partecipare ogni tanto a qualche festicciola delle sue, in fondo è l'unico divertimento gratis che la natura ci messo a disposizione"
L'occhio si strinse e in quella faccia rubizza da luna piena passò fulminea una folgore che fece mutare il timbro di voce del cavaliere "Vedo che lei mi capisce!" fece una brevissima pausa sospirando "Professore se io debbo proprio morire... allora lo voglio fare tra le cosce di una donna, e non mi piace l'idea di rimanere in ufficio mentre la mia signora con la scusa di controllare il personale di servizio si ripassa tutti i camerieri, e le cameriere, per giunta!"
"Alle donne bisogna lasciarle il cancello aperto, io con mia moglie faccio così da quando eravamo fidanzati, e le assicuro che andiamo d'amore e d'accordo" ammise il professore "Ma come medico ho l'obbligo di dirle che se continuerà cosi, corre seri rischi"
"Ah, ma questo lo so! Non avevo mica bisogno di venire da lei per saperlo" scherzò rudemente l'uomo facendo cigolare il letto sotto il suo peso.
"Beh era mio dovere metterla al corrente, perché la prossima volta non se la caverà con cinque sei giorni di degenza"
"Proprio perché so che non ci sarà un'altra volta che le volevo riconoscerle un ringraziamento"
"La prego non posso accettare personalmente, ma se vuole può fare una donazione all'ospedale, o lasciare qualcosa alle ragazze" rispose con estrema formalità il professore.
"Alle infermiere ci ha già pensato mia moglie," accennò con un gesto della mano "ma non ce proprio nulla che io possa fare per lei?" tornò ad insistere con impeto genuino.
"No lasci stare, mi sta mettendo in imbarazzo" protestò signorilmente il professore.
"Ha ragione, scusi" ammise il rubizzo imprenditore, poi ad alta voce "Adriana"
"Si Carlo" rispose una donna sulla cinquantina abbronzata, capelli color platino e un tailleur impeccabile su un corpo snello e scattante che entrò richiudendosi la porta alle spalle.
"Il professore non voluto accettare nulla, almeno invitiamolo a cena!" accennò con vigore l'uomo sperando nelle capacità femminili della moglie che pronta propose "Certo Carlo, inviteremo il professore e la sua signora sabato prossimo, le va bene?"
Al professor Taddeo Gandolfi non restò che accettare "Vada per la cena" e mentre proferiva quelle parole gli tornò alla mente la rivista con la gang bang e il sogno ricorrente di sua moglie Paola di partecipare ad un orgia di sconosciuti. Non ci pensò poi più di tanto e di getto aggiunse "Signora dicevo prima a suo marito che fare il direttore di un privé deve avere indiscutibilmente i suoi vantaggi..." Gli occhi della donna si accesero di interesse e interrompendo il professore aggiunse in tono confidenziale "Uno di questi giorni vorrebbe venire da solo a farci una visitina?"
"Se non disturbo troppo porterei anche la mia signora" chiarì il professore Gandolfi.
"Eh Adriana, che figura di merda mi fai fare col professore" sbottò il cavaliere sobbalzando sul letto che ormai cigolava come un cancello arrugginito.
"Calmati Carlo, il professore poteva non essere d'accordo" rispose altrettanto secca la signora Adriana "Ma siccome il professore verrebbe anche con la sua signora... allora facciamo comunque per sabato sera, le va bene?"
"Allora a Sabato sera," confermò il professor Taddeo Gandolfi.

Il campanello trillò querulo di conserva al piccolo display del video citofono; era l'una e un quarto e Clelia trasalì con gioia alla vista del ragazzo del bar "Si mangia Helene, è arrivato Fabio"
Il garzone transitò nell'ufficio con deciso passo marziale di chi era conscio di far sfoggio su due belle donne; scambiò quattro battute di cortesia tentando di sbirciare tra la minigonna di Clelia lasciata volutamente alzata per eccitare il giovane.
"Perché sei così stronza?" aveva commentato Helene addentando il suo tramezzino "Se continui a fargli vedere le cosce, vedrai, quel maschio lecchino, una di queste sere ti salterà addosso nella penombra"
Clelia alzò le spalle sconsolata.
"Ma non hai proprio paura che qualche pazzo ti violenti?"
"No, Helene. Uffa, sei una lagna!" si lamentò poggiando il tramezzino sul tovagliolo di carta. Detestava quelle uscite insipide della socia, prese tempo e le rispose "Ma Helene non hai visto com'è carino, e come cerca di vedermi la passera?" sospirò "Non mi preoccupano quelli come lui che mi lusingano con uno sguardo. Mi danno fastidio solo i moralisti palle mosce che sono sempre in perenne combutta con le fighe di legno. Mi danno noia tutti quelli come te inorridiscono per uno sguardo innocente in mezzo alle gambe!"
"Non lo fa neanche nascostamente il porco" rincarò la dose Helene storcendo la bocca.
"Dovrebbe forse?" rilanciò Clelia allargando le gambe di fronte ad Helene che deglutì a fatica "Vedi che piacciono anche a te. Però non mi offendo mica se mi guardate, anzi mi sento lusingata" la bordata trasfigurò il sorriso di Helene che a fatica accusò il colpo "Hai capito non ci trovo niente di male se mi guardate, anzi mi piace guardare ed essere guardata"
"Ma poi cosa vorresti dire che io sono figa di legno?" protestò dopo qualche attimo Helene. Clelia non le rispose malgrado quel suo silenzio valesse di più di una qualsiasi presa di posizione. Helene si smontò e brontolando le chiese "Dici sempre fighe di legno e palle mosce, ma in fondo cosa intendi? Che cos'è una figa di legno, Cli?"
"Prendi il divorzio, due si lasciano e si separano. Storie grandi o piccole alla fine si scopre che alla base di tutto ci sono delle incomprensioni, delle prese di posizioni, delle rivalse sempre più forti che distruggono l'unione. Ora immagina due notizie di due separazioni. Due fatti separati. Ma dove in tutti e due i casi c'è anche il terzo incomodo. Il primo caso è l'uomo che ha già una compagna! Il secondo caso è la donna che ha trovato il compagno"
"E allora, Cli? Ma che cosa c'entra essere fighe di legno?"
"Te lo dico subito. Il palle mosce o la figa di legno sono quelli che per il primo caso si impietosiscono per la sorte avversa dell'uomo ma in fondo sono contenti che si sia rifatto una vita. Nel secondo caso invece inorridiscono, affatto impietositi, e inveiscono contro la troia fedifraga che ha rotto il matrimonio. E se tutto ciò non bastasse ti farei anche notare che in entrambi i casi la donna è considerata come una troia e una stronza!"
Il telefono disturbò la loro piccola conversazione e quando Clelia chiuse la comunicazione tornò ad addentare il panino, poi disse "Cara la mia Helene oggi ho proprio voglia di trovarmi in mezzo ad un orgia con tanti uomini e tante donne da toccare, succhiare che mi scopino, mi sodomizzino... tanto per intenderci ho ancora in mente la sensazione di freschezza che ti dona il succo sulla pelle del viso, sulle tette..." spiò lo sguardo di Helene che malgrado fosse dichiaratamente lesbica si incantava quando lei le raccontava le sue avventure sessuali miste "Quando sono sotto nel sessantanove con un'altra ragazza nel momento in cui lei viene," mimò la posizione ondeggiando le mani a palpare un sedere inesistente "Hai presente, no? Il succo che ti cola sulle guance mischiato al tuo sudore, e magari vicino c'è anche un maschio che s'è inculato, o scopato quella sopra di te ed ora ti sta sgrullando l'uccello sulla faccia... eccezionale!"
Helene aveva aperto e chiuso le gambe spasmodicamente, quasi in preda all'orgasmo "Ma come fai a resistere, cioè come fai scopare con così tante persone" chiese spalancando gli occhioni "Non ti senti solo un numero, una delle tante!"
Clelia si pulì le mani spazientita portandosi con le gambe sotto la scrivania per toglierle allo sguardo di Helene "Cazzo se sei noiosa, noiosa! Ti accorgi che dici sempre le medesime cose? E' cosi bello poter stringere davanti ai tuoi occhi un bell'uccello, portarlo all'orgasmo, sentire, ingoiare, fare tuo il suo sperma, e poi passare ad un altro senza sapere chi fossero gli uomini che hai reso felici. E' così difficile da capire?"
"Forse se mi trovassi in un orgia per sole donne..." rispose flebile Helene e, per la prima volta, perse la compostezza che si era imposta mentre una smorfia di dolore trasfigurava il suo volto. Non poteva dirle che l'amava e l'unico modo per godere di lei era farsi raccontare le sue emozioni.
"Ma tu hai mai fatto sesso solo per godere, insieme ad altre amiche?" chiese Clelia con voce insolitamente profonda.
"No"
"Una volta o l'altra ti porto ad una festa dalla mia amica, eh ti va?"
Helene inorridì "Non voglio mica farmi vedere da un maschio, nuda!"
"Scherzi, o cosa?" chiese Clelia allibita.
"No, no! Non scherzo affatto!"
"Dico, sei matta?" sgranò gli occhi esterrefatta "Non ti porterei mica in mezzo agli zulù! Non vuoi farlo con un uomo... Va bene" sentenziò allargando le braccia "Ma ce ne corre dall'essere guardata al farsi scopare... mi sembra, o no?"
"Non mi fido della razza uomo," esclamò senza mezzi termini colmando le parole d'odio ad una ad una "Ti scopano e ti lasciano lì! E i tuoi amici non saranno certamente da meno" proclamò alla fine buttando nel cestino il tovagliolo con cui era avvolto il panino.
Clelia strinse gli occhi cattiva "Come?"
"Niente, lascia perdere non dicevo sul serio" s'affrettò a chiarire Helene bianca in volto.
"Non mi era sembrato proprio" ribatté sprezzante Clelia.
"Mi devi credere, l'ho detto apposta per vedere la tua reazione. Lo sai che mi piace, mi carica trasgredire a parole, fare la dura... sempre a parole ma poi rimango sempre più sola come una cogliona" tentò di riconciliarsi Helene sinceramente amareggiata con se stessa per aver detto quelle cose cattive.
"Porco schifo! Non c'è niente di peggio di una lesbica bacchettona!"
Helene abbassò gli occhi, "Non posso dire niente... me lo merito"
"Ma non fare la vittima" l'esortò con vigore Clelia "Cosa avresti di diverso da me?"
Helene non capì.
"Voglio dire nuda," spiegò Clelia gesticolando le forme di un corpo femminile "Nuda tra amici cosa avresti di diverso da me, dalle altre donne, eh?"
"Mi eccito nel vedere una donna nuda, capisci? Passerei il tempo a guardare tutte voi appassionandomi ai vostri corpi... insomma sarei lì con la bavetta alla bocca!"
"Anche io! Non sai come mi eccito al pensiero di mettere la lingua tra la valve di una bella ragazza!" affermò con chiarezza Clelia quasi ce ne fosse stato bisogno "E mi piace farmi guardare ed essere guardata, desiderata! E allora? Quale è il problema?"
"Che ci sono gli uomini! E se mi chiedono di scopare con loro?"
"Gli dici che sei lesbica!"
"E già come possono crederci, visto che voi altre lo fate anche tra di voi!"
"Ma noi non siamo lesbiche!"
"Guarda questa storia che le donne eterosessuali si comportano come noi ancora non mi va giù. Non mi capacito, non ci credo!"
"Prego, sono io, donna eterosessuale, che rivendico il diritto sul sesso saffico. Come rivendico a gran forza il sesso anale ai gay uomini!" Si alzò in piedi e si batté la mano sul petto "A me donna etero piace dar via il culo e leccare la passera! E poi è ora di finirla di confondere il sesso dalle unioni sentimentali"
"Cioè"
"Ma è ovvio! Faccio sesso con maschi e femmine ma è con l'uomo che voglio avere una storia e basta! Riesci a capire la differenza?"
"Che gran casino, non ci capisco più niente!"

Tenera è la notte
Luisella allungò il braccio verso la brocca posta nel mezzo del tavolo della cucina per servirsi e riempire il bicchiere che aveva nella mano sinistra con della invitante acqua fresca. Ettore seduto poco distante le chiese gentilmente di versargli un altro bicchiere, distratto dal suo corpo che pareva scolpito nell'alabastro più puro. Osservava i suoi lineamenti, le sue cosce sode, il suo ventre delicato, il rigonfiamento del pube che sapeva completamente rasato sotto il pizzo niveo, i suoi seni delicati e ben formati, il suo viso sottile molto dolce, i capelli biondi raccolti. Piroettò cercando delle stoviglie nell'armadietto pensile sopra il lavello, ed Ettore notò subito le sue natiche che sembravano irreali, troppo belle e pure per esistere in un corpo di una donna "Amore, come fai a rimanere mezza nuda, e restare solo con le mutande, perché non le togli?"
La luce tenue del cappa del lavello si rifletteva sulla pelle di Luisella mettendone in risalto i lineamenti che si facevano dorati al chiarore della lampada. Voltando la testa rispose a Ettore seduto al tavolo "Volevo farlo, sai. Ma poi mi sono messa a fare un altra cosa, e mi sono scordata di toglierle, tutto qui"
"Mi sembra che tu non lo faccia con convinzione"
"No, è andata come ho detto!"
Ettore continuò ad osservarla in silenzio, ora seduta sullo sgabello, fissandosi sul seno proporzionato e ben modellato, e da quella posizione poteva scorgere il bordo di pizzo bianco delle mutandine. Le pelle un po' scura e ancora liscia come quella di una ragazzina, emanava un profumo che lo turbava, con voce roca rispose "Guarda che se a te non piace, dimmelo subito e staremo nudi solo per fare l'amore, e quando stiamo con Paola e Taddeo"
Luisella si rilasciò sforzandosi di non mostrarsi imbarazzata: Ettore le stava fissando in continuazione il pube racchiuso nel pizzo. Percepì istantaneamente salire in lei un'eccitazione che avrebbe voluto frenare, ma invano. Allora cambiando discorso gli disse "Lo sai che hanno beccato due al lavoro che scopavano nella pausa pranzo?"
Ettore sgranò gli occhi stupito "Ma no, chi sono li conosciamo?"
Luisella non rispose subito e poggiata la pentola sul piano cottura, s'asciugò le mani prima di abbassarle verso le sue gambe per sfilarsi le mutandine. Lo fece con lentezza e con molta grazia, facendo scivolare a terra quel piccolo indumento di pizzo bianco. Rialzando lentamente le mani si sfiorò le gambe fino alla sua vagina. La sentiva molto calda ed umida: era vogliosa del proprio corpo come Ettore lo era di lei "Io, non li avevo mai sentiti, sono del settore merceologico, ma tu mi avresti scopata in ufficio?"
Ettore la osservava con attenzione per cogliere una volta di più la straordinaria bellezza del suo corpo nudo; anche lei lo guardava e sorrideva: aveva delle gocce d'acqua sul viso e sul seno che sembravano delle tracce di sperma. Meditabondo rispose "Forse no, no, Di sicuro ti avrei chiesto almeno di andare in bagno, magari solo per una pompa"
"Avresti avuto il coraggio di chiedermi, così, tout d'un coup, una pompa?"
"Non si fa la storia con i se e con i ma"
"Alla Giorgia, la segretaria del gran capo le faresti una proposta simile?"
Ettore si alzò dalla sedia un po' scocciato avvicinandosi a lei "Eh, quante domande! Sei brava a fare la parte della spavalda, eh? Comunque voglio ricordarti che tu, nonostante sia una donna sessualmente aperta, mi hai proposto un orgia con un sotterfugio degno di una ragazzina. Senza contare il fatto che sempre tu, e la tua bella compagnia avete sempre scopato con foga, mezzi vestiti con l'aggravante che nessuna di voi si rasava"
"Eccoci ancora con questo fatto della rasatura, è scomodo farlo ogni volta, sai?"
Ettore s'appoggiò al freddo piano di formica massaggiandosi un testicolo perso nella bellezza dei capelli biondissimi e tutti arruffati di Luisella che aveva tirato su col naso, come una bambina. Scrollò la testa "Se ancora non hai capito che rasarsi la figa, non portare le mutande vuol dire essere sempre universalmente eleganti, allora parlo con il muro"
"E' arrivato Freud, ma tu che ne sai? E tu perché non ti radi?"
Ettore scocciato sentendosi un poco a disagio la osservò mentre era lei questa volta a venirgli incontro. Alzò quindi la testa cercando di assumere un'espressione tranquilla e con un gesto della mano cambiò discorso "E' sabato che ci vediamo con Paola e Taddeo?"
"Si" rispose Luisella sedendosi accanto a lui a gambe larghe mostrandogli il sesso; era disponibile e questo rendeva ancora più grande la sua eccitazione. Gli sorrise e lentamente accostò la bocca alla sua. Ettore chiuse gli occhi provando a rilassarsi, ma poi di scatto le chiese "A te piace di più un uomo rasato o preferisci che sia la donna a rasarsi?"
Luisella iniziò a baciarlo delicatamente mentre Ettore rimaneva con la bocca chiusa lasciando le labbra in balia della donna. Ebbe un fremito lungo tutto il corpo quando la sua lingua cominciò a lambirlo, la sentiva farsi strada tra le sue labbra e aprendo la bocca la lasciò entrare. Era un bacio molto dolce, la lingua di Luisella cominciava roteare sulla sua, lentamente. Ettore si lasciò andare e rispondendole seguì i suoi movimenti.
"No, un uomo rasato è ridicolo, mentre una donna riconosco che è più bella rasata, però ci sono momenti che voglio vedermi nuda e rasata, altri che no, e poi tu che cazzo ne capisci sei un uomo" la voce era giunta agli orecchi di Ettore come una scossa elettrica. Le rispose con molta dolcezza, ignorando la provocazione "Io, quando ti vedo nuda, con la patata depilata e semi aperta ti trovo stupefacente. Vorrei leccarti tutta, spalancarti le gambe e cercare il bottoncino con le labbra per farti spruzzare"
Con un sorriso quasi imbarazzata chiese "Ti piaccio solo nuda e aperta?" poi, avvicinando il volto alla sommità del pene, lo baciò, lo alzò con una mano e gli baciò i testicoli: Ettore dimostrò tutta la vitalità offrendole un membro quasi turgido che Luisella scappucciò abbassandone il prepuzio. Iniziò quindi a leccarlo per tutto il suo perimetro fino ai testicoli; poi lo imboccò risucchiandolo lentamente mentre Ettore le faceva notare quanto fosse bella col il membro in bocca.
Dopo qualche attimo emerse dalle gambe di Ettore esigendo una risposta che lui fornì subito "Ma va sciocca, mi piaci per così come sei, ma a casa e nei rari momenti in cui stiamo soli, o con Paola e Taddeo mi piace pensarti sempre nuda, perché voi ragazze siete al meglio senza niente addosso, lo sai vero che il tuo profumo è diversissimo da quello di Paola, Clelia, e che la vostra patata è unica per forma, colore"
"Ma dai, cos'è un quadro?"
"Lo vedi che ho ragione? Stai troppo poco nuda, ti guardi poco allo specchio magari facendoti un ditalino"
Luisella aveva preso ad accarezzarsi con una mano in mezzo alle gambe mentre con l'altra tornò ad impadronirsi del pene palpandolo. "Posso cominciare anche subito"
"Dai andiamo tutti e due davanti allo specchio dell'entrata a masturbarci, vieni prima tu, e poi io ti schizzo in faccia o in bocca, dove vuoi tu!"
"Ci sto!"
Rapidamente una mano chiuse il rubinetto del gas, e l'acqua nella pentola smise di bollire.

Ettore era in bagno per una doccia e Luisella seduta a gambe aperte di fronte allo specchio non poteva fare a meno di constatare la bellezza d'una vulva depilata e madida di sudore e di umori vaginali. Sul letto, seduti sul bordo vicini allo specchio dell'armadio avevano goduto con lunghe urla di piacere, provocate dalle loro dita sfiorate, serrate sui propri sessi, al fine d'ottenere un estenuante quanto appagante masturbazione. Erano impazziti dal piacere, tanto quanto Luisella avrebbe voluto che il mondo intero vedesse. Si immaginava ancora con il bacino proteso in avanti, le gambe aperte sollevate con i piedi sul comò, masturbandosi mormorando il nome del suo uomo.
Quei pensieri la stavano nuovamente stimolando, accrescendo la sua voglia; erano dei nuovi impulsi che le imprimevano nuovi ritmi alle sue dita. Sollevò il sedere dal bordo del letto, facendo perno sulla schiena e spingendo i piedi sul comò. Uno sbuffo di piacere cristallizzò la sempiterna esigenza di vedersi tutta aperta e disponibile. Allungò il braccio afferrando il vibratore dal comodino e con studiata lentezza, fissando i propri occhi riflessi allo specchio, lo abbassò sino alla soglia della vulva e spinse. Con molta delicatezza sfregò il pene meccanico, inserendolo per qualche centimetro, prima di interrompersi e stuzzicare il clitoride con il polpastrello del dito indice: riprese quasi subito la corsa, spingendo il pene meccanico sino in fondo. Quando lo tirò fuori era bagnato e filamentoso, e piano, dopo averlo avidamente succhiato, lo appoggiò all'ano inserendolo tutto nel retto. Tornata con le dita alla vulva, lasciò il pene meccanico vibrare stretto nell'ano, così come vibrava d'eccitazione tutto il suo corpo finché violente scosse le percossero il corpo. Sentiva il sudore gocciolare dai seni, giù verso il ventre finché il trillo del telefono non la riscosse dal torpore. Lasciò il pene meccanico completamente affondato nel retto e tranquillamente rispose al telefono "Pronto?"
La voce di Paola Gandolfi gracchiò attraverso l'apparecchio "Luisella, ciao tesoro sono Paola t'ho beccata in un brutto momento?"
Luisella ansimò emettendo dei sospiri, e portandosi per un attimo il pollice in bocca rispose "No, no, beh anzi si. E' che l'abbiamo appena fatto davanti allo specchio, ed ho il mio cazzo finto infilato su per il culo, sai quello fosforescente"
Paola rise, "Sono senza parole, è bellissimo quello che mi dici. Tieniti in forze per sabato, mi raccomando"
Luisella era cullata da sensazioni indescrivibili, percepiva delle lievi scosse proprio dentro l'ano, leggere fitte che nascevano in quel punto preciso da cui nasceva il piacere, l'orgasmo anale. Trasalì, "Dai, sciocca è stato solo del petting, e tu cosa mi dici?"
"No dai, dai racconta tu"
Luisella in quell'istante non sapendo più quale fosse lo stimolo più urgente, se la solida presenza del pene meccanico o il piacere del conversazione, cominciò a muovere lentamente il fallo meccanico raccontando l'accaduto "Le regole erano che io dovevo toccarmi e venire davanti allo specchio, e lui tenendoselo in mano doveva resistere più che poteva dicendomi cose dolcissime all'orecchio, io mi guardavo mi toccavo il campanellino, mi strizzavo il capezzolo sinistro"
"Luisella sono emozionata! Ci pensi? Siamo donne Luisella, donne a cui piace il sesso quello vero, è bellissimo ed emozionante"
"Infatti, quando si scopa, ci si tocca, ci si lecca, ci deve importare solo la bellezza e l'emozione del rapporto che abbiamo con il nostro corpo, nient'altro"
Paola si mosse bagnata e scompostamente bella oscillando lentamente le gambe godendo dei sospiri sempre più forti di Luisella, consapevole d'essere un immagine sconvolgente per lei "Prima ho pensato a voi due, a te e a Ettore"
Luisella per un attimo si calmò, e lentamente sfilò il vibratore con un leggero fruscio che le provocò una lieve sensazione di bruciore dentro l'ano. Strinse le labbra godendosi quegli ultimi attimi di piacere prima di riprendere con un groppo in gola "Scommetto che poi, ti sei toccata, sei sola vero?"
"Si Taddeo è in ospedale ed ero sul divano nuda e ancora frastornata quando vi ho pensato"
"Dai raccontami come lo hai fatto, quando hai pensato a noi"
"Come ci ha detto Ettore appena sono entrata in casa mi sono denudata completamente mi sono eccitata con i seni, e solo all'ultimo ho stimolato il sesso"
"Ti piace molto stimolarti il seno vero? sei molto sensibile"
Paola diminuì il volume del televisore poggiando poi il telecomando sul mobile di vetro posto vicino il divano "Si', sul seno parecchio, e tu adesso te lo stai toccando?" aprì meglio le gambe avvertendo con il palmo della mano il rigonfiamento del clitoride, e sempre con le dita allargò le labbra viscide dei suoi umori.
"Si, anche a me piace molto"
La signora Gandolfi aveva le mani completamente bagnate dagli umori che a quel punto le uscivano a fiotti. Chiuse gli occhi soggiogata, della sua libido chiedendo con insistenza "Ma poi prima come è finita, li da voi?"
"Lui mi diceva ch'ero bellissima, che avevo una bella passera luccicante e che, così bella e depilata, era il massimo che un uomo poteva desiderare da una donna. Me lo ha detto in tutte le forme, e quando si è messo in ginocchio vicino, ho capito che mi avrebbe detto l'ultima frase d'amore prima di bagnarmi il viso. Ho ancora i capelli intrisi del suo seme"
Paola era esausta. L'eccitazione e la tensione nervosa avevano bruciato tutte le sue energie. Chiuse gli occhi lasciandosi andare: il corpo nudo, le gambe aperte, la vulva grondante di umori con tutto il dito indice affondato. Sospirò e dopo qualche attimo aggiunse "Mi fai venire i brividi. Da quando stai con lui, la nostra vita sessuale di gruppo è proprio cambiata anche, Taddeo ha preso a chiedermi sempre con più insistenza di depilarmi, e in quasi venti anni che ci conosciamo non è mai stato così insistente come adesso sul fatto di stare sempre nudi"
"Si, all'inizio anche a me non diceva niente stare nuda in casa quando non facevo sesso, poi però poi l'idea m'è piaciuta perché ti senti bene nuda davanti allo specchio, e quando me la guardo depilata mi trovo, ogni giorno di più, sempre più me stessa"
Paola aveva constatato ormai da anni sulla sua pelle che gli istinti sessuali andavano assecondati, come sapeva che a tutte le donne piaceva essere al centro dell'attenzione. Aveva scoperto il sesso di gruppo negli anni del liceo e da allora non l'aveva mai rinnegato, anzi quando le veniva fatto di pensare ad un orgia sentiva prepotente sorgere in lei un impulso profondo, avvolgente, esigente, ineluttabile! Quella sua pregante animalità la coinvolgeva talmente tanto che per anni aveva dato poco peso all'aspetto estetico. Prima dell'arrivo di Ettore avevano sempre dato sfogo ai loro istinti spogliandosi alla rinfusa gettandosi senza regole l'uno sull'altra e senza una particolare cura estetica al proprio corpo, a parte le abluzioni igieniche. Più per un fatto fortuito che per calcolo voluto non avevano mai razionalizzato un pensiero comune sul galateo sessuale, ma ora che Ettore aveva messo loro la pulce nell'orecchio quelle piccole raccomandazioni sembravano giorno dopo giorno sempre di più acquistare un significato profondo. Alzò le ginocchia, allargandole, fino a poggiarle al petto con la testa ficcata in mezzo. Si trovò di fronte al suo sesso completamente glabro dalla rasatura che si estendeva fino all'ano, rosa e palpitante. Cominciava a piacersi anche se nutriva ancora qualche riserva "Beh, depilarsi è una scocciatura ulteriore, che devi programmare nell'arco della giornata, e che non puoi tralasciare perché altrimenti il pelo ti struscia addosso mentre cammini. Non puoi neanche pensare di depilarti solo qualche ora prima di un appuntamento perché ti ci vuole molto di più"
Luisella le rispose quasi con un sussurro "Non è quello il motivo, molte volte non me la sento e basta! Non centra un cazzo togliersi le mutande o depilarti! La verità e che non vorresti proprio uscire. Vorresti mandare tutti a fanculo e basta!"
"Mandare tutti a fanculo e stare da sole," sospirò Paola "tanto poi, passa, è una verità"
"Si, però in fondo è una verità del cazzo," abbaiò Luisella "perché a mente lucida non mi piace neanche l'idea di restare ad aspettare che passi! E, anche se mi incazzo con lui, mi piace quando Ettore mi riprende perché finisco sempre per rimanere con le mutande addosso"
"Ma perché, tu stai biotta sempre?"
Luisella passò la cornetta sull'orecchio sinistro e con la mano destra raccolse un grumo di secrezioni filamentose che frizionò sul seno, rispondendo sorpresa "Si, Paola non te lo avevo mai detto?"
"Giuro non lo sapevo"
"Dai cazzo, eppure da quando sto con Ettore sei venuta qualche volte a casa mia, sola senza uomo"
Paola si difese con vigore "Beh, è vero però siamo sempre uscite per andare in centro, e se vogliamo ben vedere ci sono state poche occasioni di uscire da quando ti sei messa con lui"
Luisella fingendosi piccata parò i fendenti rispondendo per le rime "Adesso non mi dare la colpa, se gli anni, per te, si fanno sentire"
Paola punta sul vivo degli anni le chiese in tono canzonatorio "Io sono di novembre, invece tu mi sembra luglio, o sbaglio?"
Ettore finita la doccia fu di ritorno in camera, dove recuperò le comode ciabatte di pelle scamosciata prima di baciare sulla fronte Luisella sussurrandole "Ti faccio un panino?"
"Si, amore" gli rispose sussurrando dopo aver baciato il pene floscio.
"State calmi, altrimenti sabato fate cilecca" urlò Paola gioviale dall'altro capo del filo per farsi sentire anche da Ettore. Risero tutti e tre, e quando Ettore uscì dalla stanza Luisella tentò di ricucire il filo dei pensieri, asserendo "Punti di vista. Comunque visto che non te ne sei accorta, allora ti dirò che appena metto piede in casa mi metto biotta. Tolgo tutto, e quando Ettore passa da me sono già ore che non porto nulla addosso"
"Ma sempre, anche quando hai il ciclo?"
"Non dire cagate, ovvio che no! Comunque adesso prendo la pillola, Ma ti sembra così strano che io mi possa trovare a mio agio nuda mentre stiro?"
"No, no, e che quando noi ci spogliamo, è per scopare"
"Certo, ma stare senza nulla addosso ha i suoi vantaggi. Prima di tutto ti puoi toccare quando vuoi, e poi sei continuamente eccitata. Ti guardi allo specchio, prendi confidenza con la passera"
La luce guizzante del televisore illuminava Paola a tratti, ondeggiando come una ballerina, come una donna che avanzava decisa verso il suo uomo. Avrebbe voluto che Luisella avesse sentito il suo profumo mentre parlava con lei, e di lei. Probabilmente, anzi sicuramente Luisella poteva immaginare il riflesso tenue della luce sulla sua pelle bagnata, del pube, dove aveva appena goduto in un tripudio caldo di sensazioni. Aprendo gli occhi le chiese "Lo fai per Ettore?"
"Affatto! Mi capita più spesso quando sono sola, ho preso l'abitudine di toccarmi appena sveglia, sempre tutte le mattine. Mi piace, ah come è bello, è dolcissimo e rassicurante"
Paola s'animò all'improvviso cambiando repentinamente discorso "Lo sai cosa ci è successo oggi in ospedale?" le chiese percependo Luisella più vicina, la sentì tranquillizzarsi e l'agitazione di prima era passata. L'immaginò in attesa con gli occhi sgranati senza dire nemmeno una parola.
"No? Cosa è successo?"
Paola si sedette sulle ginocchia per raggiungere la libreria dietro il divano dove aveva lasciato le sigarette, indugiò. Recuperò il pacchetto allungandosi talmente tanto che sfregò i capezzoli sulla stoffa del divano. Gemendo s'apprestò a raccontare "Una ragazza che lavora con Taddy, ci ha visto in parcheggio con una rivista porno, e pare che si sia turbata"
"Quanti anni hai detto che ha?"
S'accese una sigaretta e rispose "Pochi, capirai è appena passata di ruolo"
"Così giovane, ed è così bacchettona?"
Un ulteriore trillo arrivò alle orecchie di Luisella attraverso la cornetta.
"E' Taddy sul cellulare, ti lascio, un bacione"

Clelia s'accorse d'avere un estremo bisogno di rivedere Luisella, e non si trattava di sesso, no, o almeno non solo di quello. Era una notte strana: un momento prima era stata stesa sul divano, in maglietta e pantaloncini a guardare senza vederlo il solito monotono programma sui problemi degli altri, poi il bisogno irrefrenabile di abbracciare e farsi abbracciare. Si scoprì un pesce fuor d'acqua, e come un pesce boccheggiava sognando una bocca che la baciasse, di mani che la accarezzassero. Aveva bisogno di parlare e di farsi ascoltare, ed era sicura che il tempo che poteva dedicarsi era davvero poco: troppo poco per le cose di cui aveva bisogno Clelia.
"Ho voglia di vederti", le disse Clelia appena si fu stabilita la comunicazione
"Anch'io, non riesci a liberarti una sera di questa settimana?", le rispose Luisella dopo i saluti. Poi continuando "Non ti posso promettere nulla, piuttosto perché non vieni tu da me, sarebbe più semplice" sentendo che l'altra titubava aggiunse "Ho appena messo già con Paola, sai? Ti saluta e sei invitata per sabato"
Clelia sembrò ignorare l'invito dei coniugi Gandolfi rispondendo alla disponibilità di Luisella di vedersi in settima "Sì, va bene, ma se c'è Ettore non vi disturbo?"
"Ma va, sciocca! Hai paura di trovarci in atteggiamenti intimi?", scherzò Luisella massaggiandosi un seno.
"Lo so, ma c'è un limite a tutto, e anche se tra noi c'è molto affiatamento, non voglio uomini in giro e per quello che ho da raccontarti"
"Non so... che c'è, dimmi la verità, sento che stai nascondendomi qualcosa"
"Ho voglia di stare un po' con te", sbottò di colpo Clelia, forse con troppa enfasi ma Luisella per nulla turbata le rispose con molta semplicità "L'avevo capito, sai. Vedo come organizzarmi, dai, e ti faccio sapere. Sentiamoci domani"
"Va bene, ti chiamo domani in giornata, buonanotte"

Ettore fatta la doccia s'era steso sul divano mangiando un panino, sino a che dalle scale della zona notte non comparve Luisella completamente nuda senza quelle mutande che lui tanto detestava.
"Sarò sempre così, se lo vuoi", gli disse avvicinandosi al divano, e in piedi davanti a lui si lisciò voluttuosamente l'addome, mostrandogli il monte di venere perfettamente glabro.
"Ti eri addormentata, o stavi ancora parlando con Paola? Se poi si può definire parlare, farsi i ditalini al telefono"
Luisella non raccolse lo scherzo spiegando semplicemente "No, mi ha chiamato Clelia, è incasinata, non so cosa le sia successo"
"Perché?"
"Ma non lo so, domani ci sentiremo con più calma"
Ettore scrollò la testa "Allora mi sa che domani si salta"
"Tu non hai il tennis, di martedì?"
"Si"
"Allora non ti sentirai tanto solo"
"Dovrò fare la scorta di coccole, adesso per domani", le disse con voce fintamente afflitta. Quindi la attirò a se ed immerse il volto tra le sue cosce, premendo le labbra sul pube morbido, aspirandone la fragranza mentre le sue mani accarezzavano le natiche. Iniziò a leccarla freneticamente gustandone il calore, apprezzandone il gusto delicato degli umori che iniziavano a sprigionarsi dalle pieghe più profonde della vagina. Le succhiò il solco rosa per una diecina di minuti, aspirando in bocca le piccole labbra e il clitoride, e poi spingendo la lingua dentro, mischiando saliva e umori. Luisella, estasiata, gli accarezzava i capelli mentre avvicinava ritmicamente il bacino finché lei non fremette in preda all'orgasmo.
"Amore così mi fai morire" farfugliò Luisella in preda agli ansimi dell'orgasmo. Allora Ettore si rilassò stendendosi sul divano e lei con molta grazia si chinò sul pene imboccandolo ancora poco irrorato di sangue. Quando fu ben insalivato iniziò a succhiarlo vigorosamente affondandosi profondamente il glande in gola sino ad ingoiarlo completamente. Eccitatissimo Ettore la rovesciò sul divano penetrandola con ardore: le baciava i seni prosperosi, tormentandole i duri capezzoli, mentre le sue mani vagavano indecise su ogni parte del suo corpo. Luisella, con inaspettata forza, si divincolò portandosi accucciata davanti ad Ettore che riprese a penetrarla con ritmo frenetico: l'ammirava, l'amava anche per quella selvaggia bellezza, per quella frenetica eccitazione.
Ormai incapace di controllarsi, gemendo, si contrasse eiaculando con allunghi sincopati che accompagnarono l'orgasmo di Luisella che accolse quelle deliziose frustate di sperma con un urlo più forte degli altri. Esausto si accasciò su di lei consumando le ultime fitte di un orgasmo travolgente, e senza sfilare il pene sempre avvolto e stretto nel collo dell'utero, rimase così sopra Luisella, abbracciandola. Per alcuni minuti rimasero sdraiati l'uno sull'altra incapaci di riprendere fiato, poi lentamente si staccò da lei e si stese al suo fianco: Luisella gli poggiò la testa sul petto abbandonandosi tra le sue braccia.
"L'altra sera ti ho osservato mentre inculavi Clelia, eri incredibilmente scatenato, spiegami, che cosa ti ha acceso così?", gli chiese con ammirazione dopo un lungo silenzio, carezzandogli il volto arrossato. Ettore s'irrigidì orgoglioso e lei se n'accorse subito. Allora Luisella dolcemente, alternando baci al petto, mentre le mani lo accarezzavano dolcemente, iniziò a parlargli "Non devi fare così, io sono la tua donna, la tua compagna, con me puoi fare tutto, dire tutto, tra noi non devono esserci barriere. Noi viviamo per il nostro piacere, siamo felici del nostro piacere e dobbiamo donarci quanto più piacere ci è possibile. Per farlo debbo però conoscere il tuo animo, le tue passioni i tuoi desideri"
Ettore sembrò rilassarsi "Io sto molto bene con te, ed è con te che per adesso voglio stare, ma sono anche molto geloso quando si parla di sentimenti: sono molto contento d'averti trovata. Sono entusiasta della mia donna che scopa liberamente con uomini e donne"
"Amore non avevo messo in dubbio la tua fedeltà amorosa" replicò Luisella con ardore e il timore d'essere stata fraintesa.
"Allora cosa volevi sapere?"
"Volevo capire quanto l'altra sera t'eri eccitato all'idea di inculare una ragazza che conoscevi da poco o cos'altro"
Ettore scosse la testa continuando a pensare, e facendo un gesto vuoto con la mano rispose "Tanto! Non so se l'hai mai notato ma amo vedere il sorriso, l'idea, la felicità nel viso di una donna che sa cos'è la sodomia. E' un particolare che ho sempre notato ma che prima di oggi non avevo gustato appieno come l'altra sera. Poi il fatto che fossi a casa tua, in una festa con i tuoi amici, scoparmi la tua amica davanti ai tuoi occhi. E' difficile da razionalizzare, non credo di riuscire in questo momento ad essere più lucido"
Si distese sul petto di Ettore, mentre la mano si portava a sfiorare leggermente il fallo flaccido "No amore, non ti preoccupare, capisco perfettamente. Sono lusingata quando mi guardi scopare, quando ho addosso i profumi che non sono i nostri. Vedrai amore mio che la tua Luisa saprà fornirti sempre nuovi emozioni, ti presenterò tutte le mie migliori amiche"
Ettore ammiccò colpito da un idea "Tornando al giochetto di prima, chi ti faresti in azienda?"
Il ventre di Luisella si contrasse spasmodicamente e maliziosamente rispose "Perché mi guardi con quell'aria porcella?"
"Immagina di fare la tua lista di colleghi e colleghe che ti attizzano, io ti dirò quali sono per me le ragazze che me lo fanno tirare, e poi facciamo il piano di battaglia. E' rischioso ma penso che con molta delicatezza potremmo allargare i nostri orizzonti"
Luisella si voltò di scatto come colpita, trafitta dalla dirompente carica sensuale della proposta e mentre la sua mano aveva ripreso a masturbarlo chiese "Chi è la tua preferita?"
Ettore si rilassò adagiandosi meglio sul divano "Ma non saprei, ce ne sono almeno tre o quattro che trovo eccitanti, Galli, Tucci, Zanchi e Coviello si, le considero belle donne. Per intenderci quando le guardo, la prima cosa che vorrei dirle è: togliti le mutande"
Luisella sussultò di piacere e la mano perse il ritmo della masturbazione, ma ugualmente chiese "Amore mio, non ti lascerò mai. Ma adesso dimmi cosa ti piace di loro"
Ettore gemette sommessamente, ma fu in grado di proseguire "La Galli è una deliziosa ragazzina, piccola ma ben fatta, non so dirti altro, è l'insieme che m'attizza. La Tucci! non è bellissima, ma quello sguardo, quella patata carnosa che sfoggia con i fuseaux, sembrano fatte apposta per eccitarmi. La Zanchi invece ha le più belle tette e gambe che ho mai visto prima di vedere le tue"
Luisella si chinò a baciargli il glande eccitato "Grazie amore per il complimento, ma continua"
Ettore quasi con un lamento riprese il filo del discorso "Dove ero rimasto, ah si, resta la Coviello, miss culo d'oro. Ecco lei è un'altra che mi incularei subito, magari sopra di te, ed io da tergo che la penetro"
Luisella eccitata accelerò il ritmo che divenne frenetico, disse "Quindi avresti voglia di vedere la mia amica Lucia Tucci dell'ufficio pratiche estere alla pecorina con un vibratore nel culo mentre tu la scopi? Oppure scoparti furiosamente la bionda Rita Zanchi, con la quale io ho un buonissimo rapporto, fissando estasiato le sue tette che sobbalzano elastiche nell'aria mentre io sprofondo la mia lingua nella sua passera?. O depilare la piccola ed indifesa ragazzina, la Galli che io non conosco bene?"
Ettore gemette sotto la spinta irresistibile della sua mano vellutata ma ferrea "Si, si, ma tu le conosci tutte? Dai che proviamo con la Rita"
"Aspetta, aspetta amore che mi dici del culo della Lucilla Coviello, si è lasciata da poco ed è in astinenza da uccello. Conosco bene Lucilla ci vediamo spesso in mensa, e per la commessa con Taiwan"
Ettore esausto gorgogliò il suo orgasmo e Luisella repentinamente si chinò affondandosi il glande il bocca mentre il primo copioso getto di sperma veniva golosamente ingoiato, seguito dai successivi sempre più ravvicinati e frenetici. "Sarebbe fantastico"
Luisella continuò a baciare, succhiando ed ingoiando lo sperma sino a che il pene non si rilassò iniziando ad ammosciarsi. Tornata al suo fianco lo baciò con passione prima chiedergli "Io è una vita che voglio essere chiavata da Federico Pisani, il mio direttore"
"Federico, il tuo capo?"
"Perché qualcosa non va? Lo conosci no, andate sempre alle vostre riunioni di alto managment"
"No, no mi è anche simpatico in quel ritrovo di vecchi, io e Federico siamo i manager di secondo livello più giovani, Comunque si, appoggio la scelta, e poi solo lui, nessun altro?"
"Allora amore intanto scegli tu: Lucilla o Rita?"
"Lucilla"
Si trasferirono in camera dove s'abbandonarono esausti ad un sonno ristoratore, ma prima di spegnere la luce Ettore promise "Conosco almeno un paio di colleghi che muoiono dietro al tuo culo"
"Chi sono?"
"Eh, eh curiosona cominciamo con Lucilla"

 

Vacanza al mare

Stazione dei treni di un paesello di campagna, doppio binario che trent’anni prima era sembrato a tutti una grandissima innovazione e che aveva portato alla costruzione di una banchina in cemento anche dall’altra parte delle rotaie. La costruzione era piuttosto grande data l’importanza della fermata, ma era stata pensata anche come ufficio delle poste, poi puntualmente spostato. La piccola sala d’aspetto eternamente vuota, accessibile soltanto dai binari e perciò molto scomoda, era di uso escluso di una giovane coppia di ragazzi che solo lì riuscivano a trovare una certa privacy. Sembrava che la mattina l’impiegato aprisse solamente per loro: vi si rifugiavano nella tarda mattinata o nel primo pomeriggio, per poter godere del fresco che quegli spessi muri di sassi sapevano creare, e vi stavano un po’ baciandosi e scambiandosi effusioni.
«Francesco, mi piacerebbe così tanto passare del tempo con te fuori da questa maledetta stazione, a godersi un po’ il sole!» esclamò Mara.
«Ma lo sai che non è possibile! Se ci beccano i nostri genitori siamo fritti…» ribatté lui. I rispettivi genitori erano infatti in rotta da molto tempo, a causa di continue liti scatenate da futili motivi di non buon vicinato. Loro due, pur abitando fianco a fianco, erano costretti a vedersi di nascosto alla stazione, distante un paio di chilometri da casa loro.
Ripresero a baciarsi e ad abbracciarsi. Le mani di lui si fecero più audaci, andando a toccare il suo fianco e risalendo poi lentamente verso il seno fino a carezzarlo. Mara si staccò subito, scandalizzata: «Cosa stai facendo?».
«Niente, niente. Credevo di piacesse» si scusò lui, leggermente imbarazzato. Ogni tanto Mara reagiva alle sue carezze un po’ più audaci con moti di stizza, altre con infuocata passione: proprio non riusciva a capirla.
«Certo che mi piace» rispose lei. «Continua pure. Baciami, stupido» e riprese a baciarlo e lui a toccarla. A lui piaceva da morire il suo seno, toccarlo sotto la maglietta come spesso avveniva in quella piccola sala d’aspetto: lei aveva un seno che gli riempiva le mani, tondo, grande ma non esagerato, che rivelava una certa consistenza alla stretta. Ogni tanto le concedeva di vederlo più o meno scoperto, erano quelli i momenti che gli piacevano di più, in cui sbirciava quelle perfezioni sotto la sua maglietta, sotto la quale talvolta il suo sguardo non incontrava il reggiseno.
Quella mattina lei era particolarmente eccitata, glielo aveva rivelato in parte con le sue parole quando era andato a toccarle il seno, se ne accorse più chiaramente quando una mano si infilò sotto la maglietta a sfiorare il ventre di lei, che si staccò delicatamente dalla bocca di lui.
«Non vorrai mica per caso andare a sentire i riccioli fra le mie gambe, vero?» gli chiese passandogli un dito sulle labbra.
Lui rimase di sasso, in realtà voleva solamente salire a toccarle il seno. «No, no…» rispose lui sinceramente.
«Non dire le bugie. So quanto birichino sei. Be’, per oggi, ma stamattina solamente, puoi andare a darci un’occhiatina».
Nonostante quella non fosse la sua idea originale, non se lo fece ripetere due volte: la sua micetta era merce pregiata che non gli veniva concessa di certo tutti i giorni, anzi.
Le sue dita si infilarono sotto i pantaloni e le mutandine, abbassandone un po’ l’elastico sperando di vedere qualcosa di più che il suo bel ventre. Lei però non lasciò spazio alle sue speranze andandolo a baciare quasi subito.
Presto le dita andarono a intrecciarsi con i suoi peli arruffati, ci giocarono per un po’ proprio come stavano facendo le loro lingue, riprendendone il ritmo e le evoluzioni. Poi scesero ulteriormente sulla fessura calda, le punte la sfiorarono e Mara si staccò sussurrandogli a fior di labbra qualcosa.
«Ancora, rifallo un’altra volta» aggiunse e Francesco ubbidì.
«Bene, ora entra dentro con un dito», mentre lui scrupolosamente seguiva le sue istruzioni e infilava l’indice dentro la sua fighetta che andava inumidendosi. Il passo successivo lo conosceva bene e non occorreva di certo che lei glielo spiegasse: iniziò a muovere piano il dito dentro di lei, passandolo sul clitoride.
Sentiva l’erezione fra le cosce premere vigorosamente, come gli sarebbe piaciuto fare l’amore con quella ragazza! Se ne avessero avuto l’occasione, era sicuro che anche lei sarebbe stata felice, era così sanguigna e passionale che non avrebbe resistito a lungo. L’occasione, appunto. Non riuscivano nemmeno a vedersi come una normale coppia della loro età a causa dei dissapori fra i loro genitori, figurarsi riuscire a trovare l’occasione per fare l’amore! Era pressoché impossibile.
Quel giorno si sentiva particolarmente infoiato e si fece più spudorato: non smise di sditalinarla e allo stesso tempo le strinse il seno massaggiandolo con libidine, poi si abbassò e baciò attraverso il tessuto la punta, stringendo il capezzolo fra i denti.
Proprio in quel momento si sentì il suo sospiro di piacere che sempre si lasciava sfuggire al momento dell’orgasmo: fu ripetuto più volte, tanto fu intenso quel giorno, mentre chiudeva gli occhi estasiata.
Si fermarono entrambi, immobili, per lunghi secondi, lui sempre con la mano dentro le sue mutandine e l’altra stretta attorno al seno, lei con la testa reclinata all’indietro, un sorriso sulle labbra che era indice del piacere che aveva appena provato.
Riaprì gli occhi: le scintillavano dall’emozione e dal brivido provato in quei momenti di clandestinità: la segretezza di quelle carezze aveva il pregio di accrescere il godimento che comportavano. Lui alzò la testa a incrociarne lo sguardo e lei si allungò per baciarlo in segno di gratitudine.
«Grazie, se vuoi possiamo…» Mara iniziò la frase per lasciarla poi in sospeso, pur essendo chiaro cosa volesse dire.
«Sì, mi piacerebbe moltissimo ora» rispose lui. Lei volle accertarsene passando la mano fra le sue gambe, mentre lui si ritraeva da sotto i suoi indumenti. Sì, aveva una delle erezioni granitiche che spesso lo prendevano quando erano in intimità. Talvolta si sorprendeva dalla facile eccitabilità del suo ragazzo, ma oggi si sentiva particolarmente in vena di quei giochi, per cui fu felice che rispondesse così.
Erano insieme da alcuni mesi e da qualche tempo le passavano certe idee per la testa: fantastica su come avrebbe fatto l’amore con lui, come sarebbe stato accoglierlo dentro, come si sarebbero toccati, e nel frattempo di solito si masturbava furiosamente. Ormai i tempi erano maturi e lei non era più quella ragazzina che a sedici anni aveva regalato la sua verginità a un ragazzo molto più grande di lei. Da allora aveva fatto l’amore non molte volte per la verità, col primo ragazzo l’aveva fatto ancora in macchina dopo la famosa prima volta a casa sua, poi con un altro l’estate precedente al mare e un terzo ancora durante l’inverno. Con Francesco era tutto diverso, non solo perché poteva vedersi solo lì: aveva la sua stessa età, era molto meno esperto di lei e per di più vergine, come le aveva confessato fin dagli inizi della loro relazione. Il loro rapporto, essendo fra coetanei, era più alla pari, non come i precedenti in cui lei era la ragazzina da sedurre: spesso si trovava perciò in difficoltà, di non sapere bene cosa fare e cosa dire.
Si alzarono ed entrarono nei bagni della sala d’aspetto, che sembravano esclusivamente loro: il personale alla biglietteria e tutti i passanti utilizzavano quelli esterni, molto più comodi da raggiungere per tutti. Nessuno aveva mai capito perché ci fosse questo bagno in sala d’aspetto, ma Mara e Francesco erano ben lieti che ci fosse: lì si consumavano le loro effusioni più spinte e solo in quel luogo si erano visti più o meno nudi. Più volte Mara si era dedicata amorevolmente a masturbarlo lì dentro, in altre occasioni era lui a inginocchiarsi di fronte a lei e a leccarla fino ad orgasmi da capogiro. In certe situazioni particolari, peraltro molto rare, Mara gli aveva concesso addirittura di metterglielo in bocca anche se non di venirle dentro perché diceva che il sapore dello sperma era disgustoso.
Entrarono dunque nel bagnetto e richiusero come al solito la porta dietro di loro: stavolta non erano necessarie le solite effusioni verso Mara per ottenere poi le sue attenzioni, erano entrati col preciso proposito di soddisfare lui. Francesco però non volle dimostrarsi né sgarbato né tanto meno egoista, così si dedicò un po’ a lei, baciandola e carezzandole il seno. Lei intanto lo carezzò nuovamente sulla patta, col palmo aperto proprio come piaceva a lui, poi sbottonò i pantaloni e afferrò il membro eretto avvolto nei boxer. Infilò poi la mano sotto l’elastico e sfiorò la punta, mentre si ritraeva da lui per chinarsi ed abbassare i boxer azzurri.
Francesco credé per un momento che volesse prenderglielo in bocca e fu scosso da un fremito di emozione. Lei lo carezzò dolcemente con la mano, lentamente, mentre sussurrava: «Non mi daresti un bacino?».
Lei alzò gli occhi, sorridendo divertita a quel gioco e allungandosi poi leggermente a baciarlo sulla punta.
«Mmm, che bello! Non me ne daresti un altro?» chiese speranzoso.
«Ah, ma come sei birichino!» replicò sorridente mentre lo accontentava. Sentì la carezza sui suoi capelli, poi sulle sue guance: era così piacevole quel tocco!
«Oh Mara, mi piacerebbe tanto che lo succhiassi un po’…» osò dire lui.
La ragazza non era però di quell’idea, se le andava qualche giochetto non voleva dire che era disponibile a prenderglielo in bocca e fargli un pompino. Un po’ fu irritata da questa richiesta, d’altra parte sapeva che lui impazziva per il sesso orale e decise di non fargliene una colpa, tuttavia rimanendo della sua opinione.
«No, non mi va ora, sai che non mi piace molto…» ma allo stesso tempo lo prendeva fra le sue mani carezzandolo sapientemente, oramai aveva accumulato molta esperienza in quel campo da potersi ritenere altrettanto abile di un ragazzo nel far seghe. D’altro canto anche con Francesco si dedicavano a quell’attività quasi ogni volta che si incontravano: erano rare le volte che dalla sala d’aspetto non passavano per il bagno prima di andarsene.
I movimenti erano lenti, esasperanti: le dita scorrevano sul glande liscio, tiravano un po’ indietro la pelle e il prepuzio, poi scendevano fino alla base. L’altra mano intanto raccoglieva e giocherellava con i suoi testicoli, cosa questa che lui apprezzava sempre molto. Non ci vollero molte carezze perché lui fosse alle soglie dell’orgasmo, tanto meno ebbe tempo per spogliarla un po’ come faceva di solito: diceva di venire molto più di gusto vedendola nuda o seminuda e spesso lei lo lasciava fare, anche se spesso notava che lui si strusciava di proposito con il pene su di lei nel spogliarla. Mara tuttavia non gli lasciava più di tanto spazio in quegli sfregamenti non certo casuali e solo in poche occasioni erano arrivati a del petting più deciso in cui lui si masturbava col corpo di lei.
Sentendolo pulsare leggermente aumentò il ritmo della mano e si fece un po’ da parte in modo che fosse libero di eiaculare: dopo nemmeno venti secondi il suo seme sprizzava vigoroso in aria ricadendo sulle mattonelle del bagno. Ancora pochi scossoni e le ultime gocce di liquido seminale fuoriuscivano dal suo pene: era stato come sempre un orgasmo soddisfacente anche se non completamente appagante, dal momento che desiderava qualcosa di più dal loro rapporto che delle semplici seghe, per quanto piacevoli. Anche lei era un po’ di quell’opinione, anche se talvolta era ritrosa e non si buttava certo in pazzi giochi sessuali: come lui desiderava trovare il posto e l’occasione per fare l’amore insieme per la prima volta, cosa non certo facile data la loro situazione di clandestinità.
Stavolta fu lei a pulirlo con cura con la carta igienica e a riabbottonarlo, poi si lavarono entrambi le mani e uscirono di nuovo in sala d’aspetto che come sempre era deserta. Francesco si sedette su una delle panchine eternamente vuote e Mara si accomodò a gambe aperte sulle sue ginocchia, posizione che entrambi gradivano parecchio. Lei gli abbracciò le spalle e si appoggiò con la fronte alla sua, baciandolo fuggevolmente sulle labbra.
«Francesco, non possiamo andare avanti così!».
«Lo so, nemmeno io ce la faccio più, ma chi lo dice ai nostri genitori che stiamo insieme? A casa mia succederebbe un putiferio, lo stesso da te!».
«Prendiamoci una vacanza» buttò lì la sua idea che da qualche giorno meditava.
«Sei matta!» fu la sua reazione stupita.
«No, non hai capito. Non dobbiamo far sapere a nessuno che andiamo al mare insieme. Troviamo una qualche scusa per coprirci, che andiamo con gli amici, magari organizziamo davvero di andare con gli amici, poi invece andiamo per conto nostro».
Francesco ci pensò un attimo, era davvero una buona idea! I suoi genitori non avrebbe avuto niente da ridire se fosse andato al mare con i suoi amici. Doveva solamente essere sicuro che lo coprissero. Be’, se diceva che andava con una ragazza sicuramente gli avrebbero dato una mano…
Lo stesso ragionamento lo avevo già fatto Mara e sapeva che le sue amiche erano ben felici di coprirle le spalle con tutti: aveva anche già pensato una data.
«Facciamo fra due settimane. Dal venerdì mattina alla domenica sera».
«Amore, devo dirti una cosa: sei un genio!» rispose calorosamente Francesco baciandola appassionatamente, cosa alla quale lei rispose con altrettanto entusiasmo. Dopo un po’ si divisero: «Saranno tre giorni di follie e divertimento» disse lei.
«Sì, faremo festa tutta la notte, ti porterò a vedere l’alba in spiaggia e poi dormiremo fino a mezzogiorno».
«Poi però andremo in spiaggia a prendere un po’ di sole altrimenti tutti penseranno che abbiamo passato il week-end solamente in tenda a scopare» disse lei.
Lui si fece un attimo serio, era il momento di parlarne.
«Sì, io lo desidero tantissimo, è un po’ di tempo che ci penso, credo sia proprio il momento adatto» confidò Mara.
«Anch’io stavo pensandoci, però sai che sono vergine e proprio non mi andavano questi cessi, perché ti amo e non credo sia solo una questione di piacere fisico, te l’ho detto ancora».
«Sì, lo so amore…» e lo baciò sulle labbra.
«Allora è deciso, ci divertiremo proprio in questo week-end al mare» proclamò Francesco dopo qualche secondo di silenzio.
«E certo, per tutta la notte fino a mattino, e poi…» e prese a muovere vigorosamente i fianchi su di lui, simulando l’atto sessuale.
«Ci sto» fece solo tempo a rispondere mentre prendevano a baciarsi furiosamente, continuando ad agitarsi e strusciandosi l’una sull’altro. Già fantasticavano le nottate di festa e le scopate folli che avrebbero fatto in quei giorni.
L’organizzazione non presentava certo difficoltà: Francesco aveva una comoda canadese che faceva al caso loro, non certo un lusso però andava più che bene. Le amiche di Mara furono fin da subito disponibili ad aiutare la loro amica, poi avrebbero passato un divertente week-end al mare.
«Così vai al mare con un ragazzo!»
«Lo conosciamo?» chiesero subito.
«No, non lo conoscete, non è di qui, però se la cosa va avanti ve lo presento».
«Com’è?» vollero sapere.
«Stupendo!».
«Dai non fare la misteriosa! Altrimenti dovremmo pensare che è uno scorfano pieno di soldi».
«Ci hai già scopato?».
«No, ma vado al mare apposta per farlo!»
«Insomma, vuol dire che tornerai tutta bianca!».
«Spero proprio di sì…» sorrise lei maliziosa.
Francesco non volle fare le cose in gran stile come Mara che aveva proposto la cosa a sei sue amiche, ma chiese solamente ai tre amici più stretti di coprirlo con i genitori e di passare questo fine settimana al mare, mettendo ben in chiaro le cose:
«Ma da quanto sei insieme a questa ragazza?».
«Una decina di giorni».
«E già te la porti al mare… Devi proprio presentarmela!».
«Dai, non scherzare, non è mica detto che me la molli subito. Andiamo solo al mare insieme per divertirci, ci conosciamo appena. Poi si vedrà…»
«Sì, sì, dicono tutti così. Ma si può sapere almeno chi è?».
«L’ho conosciuta andando in piscina al paese qui vicino, è da lì, non penso la conosciate».
«E quanti anni ha?».
«La nostra età».
«Be’, vorrà dire che se ci scopi e la cosa va avanti ce la porterai a conoscerla una sera».
«Ok, promesso».
Così il viaggio fu organizzato e le due comitive indirizzate in due località balneari differenti per evitare spiacevoli incontri e conseguente pettegolezzi. Mara e Francesco scelsero una terza destinazione, certamente meno famosa delle altre. I tre ragazzi partirono alla mattina dalla stazione, Francesco uscì di casa con loro, visto che si era accordato perché venissero a chiamarlo. Li accompagnò fino alla prima grande città, dove scese per attendere Mara, che giunse con il treno di mezzogiorno. La aspettava davanti alla biglietteria, per non farsi vedere dalle amiche dal treno, e quando arrivò rimase di sasso: era stupenda! Indossava una magliettina corta, chiara, che mostrava le splendide curve del suo seno. I pantaloncini, un paio di short aderentissimi, grigi, non erano da meno: le si vedeva il culo che era un piacere.
Si corsero praticamente incontro, come se non si vedessero da molto tempo, e si abbracciarono e baciarono nonostante l’ingombro degli zaini.
«Finalmente, non vedevo l’ora che il treno arrivasse! È da tanto che mi aspetti?».
«No, non moltissimo… Comunque fosse stato anche un giorno intero, non avrebbe importanza se alla fine riesco a incontrarti» e la baciò sulle labbra.
«Come sei galante oggi!» rispose sorridente.
«Tu invece sei molto sexy» e le posò una mano sul sedere. Subito lei la scostò: «Dai, non qui, siamo in mezzo alla gente. Andiamo invece a mangiare un boccone. A che ora parte il treno?».
«Ce n’è uno alle tredici e dodici: abbiamo quaranta minuti, i biglietti li ho già fatti io ed ho adocchiato anche quel chioschetto di panini».
«Sei un tesoro! Hai pensato a tutto».
Presero un panino e una bibita al volo per poi andare a sistemarsi nella banchina dove si sarebbe fermato il loro treno che li avrebbe portati finalmente al mare. Si sedettero sul muretto del sottopassaggio e mangiarono insieme, chiacchierando finché la solita voce dall’altoparlante annunciò il loro treno. Salirono in uno dei vagoni verso la fine del treno che, essendo un venerdì d’estate, non era per niente affollato e infatti trovarono un intero scompartimento vuoto tutto per loro. Si sedettero vicini e ripresero a chiacchierare mentre il treno, di lì a poco, si rimise in marcia.
«Sei davvero carina vestita così» si complimentò ancora lui, mentre le allungava una carezza sul seno.
«Ho capito cosa vuoi dire, te lo faccio diventare duro» rispose lei provocatoriamente.
«No, non voglio dire quello, però sei molto sexy» precisò.
«Me ne sono accorta. Sai quanti ragazzi si sono girati per strada mentre andavo alla stazione?».
«Vuoi farmi ingelosire?» chiese.
«Un po’» rispose lei ammiccando.
«Ah, ma adesso ti faccio vedere io!» disse lui in tutta risposta mentre prese a farle il solletico, cosa a cui lei non sapeva resistere e prese a divincolarsi tutta ridendo follemente, pur accorgendosi (e compiacendosene) che le sue mani la toccavano un po’ dappertutto: sui fianchi, sulla pancia, ma anche sui seni, sul sedere, fra le gambe.
Il treno nel frattempo rallentò per fermare in un’altra stazione (era infatti un regionale), cosicché i due si ricomposero e lui le schioccò un baciò sulla guancia.
«Sei un cattivone, sei. Sai che non sopporto il solletico» si imbronciò per scherzo lei.
«Lo sai che io non sopporto quando mi fai ingelosire».
«Per farmi perdonare ti darò un regalo oggi» fece lei con tono di scusa.
«Che cosa?» chiese Francesco stupito dalla cosa. Era particolarmente curioso ed amava le sorprese ed i regali fin da bambino.
Lei per tutta risposta gli prese la mano ed andò ad appoggiarsela sugli short, fra le gambe. «Questa cosa qui» e si baciarono.
In quel momento si aprì la porta dello scompartimento (il treno si era nel frattempo fermato ed aveva aperto le porte): Francesco e Mara si divisero immediatamente e si girarono a guardare i loro nuovi compagni di viaggio.
«Ciao»
«Ciao»
Si salutarono amichevolmente: era una giovane coppia, lui avrà avuto ventidue o ventitré anni, lei era poco più che ventenne. Entrambi erano notevoli dal punto di vista fisico: lui alto e muscoloso, i capelli tagliati corti, indossava una maglietta piuttosto aderente che mostrava i suoi pettorali. Lei, un po’ meno alta, era tuttavia ben impostata, sembrava quasi una tedesca: capelli lunghi sul biondo, viso stupendo, seno perfetto ed abbondante con una generosa scollatura nell’abito bianco, gambe lunghe e ben tornite.
Sia Mara che Francesco, pur non essendo certo brutti, furono immancabilmente attratti dalla persona dell’altro sesso: Mara si chiese come fossero al tatto quegli stupendi pettorali, lui invece si immaginò lei nuda e provò un fremito all’inguine.
Si scambiarono quattro parole, su dove andavano, cosa facevano e scoprirono così di essere diretti nella stessa località. Lui si chiamava Marco, aveva ventiquattro anni, lei, Giulia, ne aveva venti, erano fidanzati da un paio d’anni e avrebbero passato tutta la settimana al mare.
«Noi invece ci fermiamo solo il week-end».
«Problemi con la famiglia?» chiese Marco.
«Sì, molti anche. A dire la verità le nostre famiglie si conosco e non si sopportano, per cui dobbiamo sempre vederci di nascosto. Siamo riusciti ad andare al mare grazie alla copertura dei nostri amici».
«Anche i miei all’inizio era piuttosto restii a lasciarmi andare in vacanza con Marco. Pensa che la prima estate che siamo stati insieme, ho dovuto andare al mare con le mie amiche e lui a venire da noi. I miei avevano paura che facessimo l’amore, anche il sabato sera non uscivano mai per non lasciare la casa libera: non sapevano che scopavamo da quattro mesi! Dopo l’estate l’ho fatto conoscere meglio ai miei e ora mi lasciano molto più libera».
La conversazione non durò però a lungo, presto cadde il silenzio nello scompartimento e allora Marco e Giulia non persero tempo ma presero a baciarsi con passione, fra risolini e parole sussurrate, accoccolati sui sedili.
Mara e Francesco erano invece piuttosto in imbarazzo, si limitarono a guardare fuori dal finestrino tenendosi la mano e scambiandosi poche parole. Non erano certo abituati a scambiarsi effusioni in pubblico come loro due, anzi, non lo avevano proprio mai fatto e qualcosa li tratteneva.
Senz’altro invece Marco e Giulia erano una coppia molto più disinibita, anche lei aveva parlato delle loro scopate e dicevano di fare l’amore da più di due anni. Ignoravano però il loro comportamento sfrenato in tale campo, che spesso li aveva portati a rapporti con altre persone e anche a giochi a quattro, se non proprio allo scambio di coppie vero e proprio. Si sussurrarono alcune parole nelle orecchie, poi Marco annuì.
Giulia riprese in qualche modo in mano la conversazione, mentendosi sull’argomento della coppia e poi sparò quasi a bruciapelo: «Vi andrebbe un gioco a quattro in questi giorni?».
Subito Francesco e Mara non colsero la domanda, tanto che lui chiese senza capire: «Cosa?».
«Vi ho solo chiesto se vi piacere fare qualcosa a quattro, noi insieme. Abbiamo una tenda abbastanza grande da poter starci tutti quanti, sarebbe divertente e anche molto piacevole, possiamo garantirvelo» rispose Giulia mentre Marco annuiva.
Solo allora la cosa fu chiara: entrambi arrossirono per l’imbarazzo di quella proposta e poi si guardarono in faccia, non sapendo cosa dire. Fu Francesco a prendere un po’ di coraggio: «A dire la verità noi due non l’abbiamo mai fatto insieme, era questa l’occasione per farlo… Credo ci piacerebbe avere un po’ di intimità».
«Scusate, non lo sapevo. È giusto che stiate insieme voi due solamente allora. Però se dopo la prima notte ci ripensate, noi siamo sempre disponibile. È veramente fantastico fare l’amore in tre o anche quattro, in due è bello, però in compagnia è una goduria unica. Anche per te Mara, appena fai un po’ di esperienza chiedigli di andare a letto anche con un altro amico: due uomini contemporaneamente sono la cosa migliore del mondo. Poi se uno è Marco…» e lo baciò sulle labbra, baciandolo con passione. I due ripresero così, dopo il tentativo andato a vuoto, a limonare furiosamente.
Sia Mara che Francesco, pur imbarazzatissimi da quella proposta indecente, non riuscirono a staccare gli occhi dai due, cercavano di sbirciarli senza farsi sorprendere e la cosa non era difficile, impegnati com’erano i due. Francesco ovviamente si concentrò su di lei, sulla sua scollatura straripante e, dopo un po’, si rese conto che il suo abitino corto era davvero corto… tanto da mostrare ogni tanto le mutandine nei movimenti!
Dal canto suo Mara non poteva staccare lo sguardo dai suoi muscoli, soprattutto quando si accorse di uno strano rigonfiamento fra le sue gambe. Aveva avuto un’erezione! Anche lei, non lo poteva negare, avvertiva una certa umidità fra le gambe. Istintivamente allungò un mano verso Francesco, che sentendo il suo tocco sobbalzò e staccò gli occhi dalla ragazza che aveva di fronte. Si scambiarono uno sguardo e vide negli occhi di Mara un lampo di malizia che gli fece da una parte piacere mentre dall’altra gli mise un certo timore perché capì che era lo sguardo di una donna verace che forse non si sarebbe accontentata di lui solamente.
Le loro dita si intrecciarono, quelle di lui sopra la mano di lei, con il palmo rivolto verso il basso, vicino al suo inguine sul quale lentamente poi scivolò. Prese a carezzargli l’erezione in quella maniera, senza dare troppo nell’occhio, cosa che a lui faceva impazzire e che eccitava anche lei.
I due ragazzi si concessero ancora qualche minuto ai loro sguardi, poi, dopo l’ennesimo scambio di frase sussurrate, Giulia si alzò.
«Scusateci, andiamo un attimo alla toilette. Marco non può più resistere…» e sorrise mentre uscivano.
La frase fu intesa come un’esuberanza della coppia, non colsero il fatto che i due si erano accorti dei loro sguardi fugaci.
«Hai visto come lei lo carezzava?» chiese Giulia una volta dentro il bagno.
«Sì, pensavo venisse da un momento all’altro» rispose lui mentre armeggiava con i pantaloni.
«Lascia, faccio io» lo interruppe lei. «Probabilmente sarebbe anche venuto. Aveva di quegli occhi spiritati» disse mentre prendeva in mano il pene eretto di lui.
«Ma perché non li hai lasciati fare? Mi sarebbe piaciuto vedere la scena!».
«Non so, avevo troppa voglia di prendere questo bel bambinone fra le mani» disse stringendo il pene eretto di lui. «E di prenderlo in bocca!» aggiunse accogliendolo fra le labbra e iniziando un delizioso pompino.
«Mara, ma perché…?» iniziò lui, non capendoci niente di quella situazione.
«Non so, mi pareva bello toccarti mentre li guardavamo. Ognuno di noi guardava una persona dell’altro sesso e per questo era eccitato, toccandoti mi sembrava di sottolineare il nostro legame» esternò la ragazza: quelli erano stati i suoi pensieri in quei momenti.
«Perché non andiamo anche noi in bagno?» chiese Francesco.
«No, oggi no, mi sembra troppo squallido. Ne ho fin troppo di bagni!» ne aveva voglia anche lei di un po’ di petting, però era veramente nauseata dai bagni.
Presto di due tornarono con un bel sorriso sulle labbra. «Ecco fatto!» esclamò raggiante Giulia.
«Scusate se mi permetto, ma sfogarvi farebbe bene anche a voi. Non abbiamo fatto sesso, abbiamo solo dato sfogo a una voglia momentanea, che altrimenti ci avrebbe tormentati tutto il giorno».
Si, avrebbe ascoltato quel consiglio, non però in treno, si disse Mara sorridendo e rispondendo cortesemente (nonché sinceramente): «Grazie, lo faremo anche noi, è che proprio i bagni non mi vanno, ne ho fin sopra di capelli di farlo in bagno!».
«Ti capisco, quando sei nella clandestinità è uno dei posti più sicuri. Pensa che io e Marco i primi tempi ne abbiamo provato di tutti i tipi, da quelli del cinema a quelli dei pub, dal treno alla scuola».
«Lo facevate nei bagni della scuola?» chiese Mara. Ormai fra le due ragazze s’era creata una certa confidenza, grazie anche alla disponibilità di Giulia.
«Sì, più di una volta. Prima solo petting, poi abbiamo fatto l’amore più di qualche volta. È estremamente eccitante, anche se un paio di volte abbiamo corso il rischio che ci beccassero. Voi invece, che bagni usate?».
Sorrisero tutti divertiti a quell’espressione. Mara rispose: «Quelli della stazione del nostro paese. La sala d’aspetto ha un bagno interno, ma non lo usa mai nessuno».
«Tranne voi» aggiunse Giulia, e Mara sorrise annuendo.
«A proposito di posti strani, noi una volta l’abbiamo fatto in cabinovia…» disse Giulia.
«Ma no!» esclamò stupefatta Mara.
«Sì, proprio così. Eravamo andati a sciare e per arrivare sulle piste c’era un bel pezzo da fare con la cabinovia, una con le cabine da sei. Ci siamo trovati solo noi due, c’era da aspettare mezz’ora: l’abbiamo fatto in piedi, aprendo solamente sul davanti le tute da sci altrimenti potevano vederci dalle altre cabine. È stato fantastico scopare con la vista di un paesaggio stupendo, totalmente innevato, con tanto di sciatori sotto di noi. Dopo essere venuti ci siamo messi a ridere…»
S’era ormai creato un certo clima di confidenza all’interno dello scompartimento e anche Marco si intromise a raccontare qualche divertente aneddoto in tema sessuale, senza più nessun imbarazzo da parte di Mara e Francesco. Presto arrivarono alla stazione del luogo che avevano scelto i quattro per le vacanze e insieme scesero. Si salutarono sulla banchina, dal momento che avrebbero alloggiato in campeggi diversi e si augurarono buone vacanze.
«Tieni, questo è il mio numero di cellulare» disse Giulia porgendo un foglietto a Mara. «Casomai cambiate idea o semplicemente vi va passare un po’ di tempo insieme».
«Grazie. Ciao».
Le ragazze si baciarono sulle guance, mentre i ragazzi si scambiarono una decisa stretta di mano. Poi Giulia porse la guancia a Francesco e lo stesso fece Mara con Marco. Infine si separarono e presero la via dei rispettivi campeggi.
«In fondo erano simpatici» disse Francesco mentre camminavano.
«Sì, molto. Forse un po’ aperti sessualmente per i miei gusti, ma decisamente simpatici. Giulia è molto estroversa, mi sta proprio simpatica».
Alle quattro e mezza la loro piccola ma confortevole canadese era già innalzata al cielo e loro poterono depositarvi gli zaini.
«Aspetta un attimo fuori che mi cambio» disse Mara entrando.
«Devo cambiarmi anch’io, perché non lo facciamo insieme, poi non hai niente da nascondermi, ho già visto tutto».disse lui.
«Sì, ma se dopo tutto quello che è successo oggi ti mostro la mia patatina e le tettine, tu sei capace di saltarmi addosso subito e tenermi qui fino a domani mattina, mentre abbiamo detto di far follie fuori tutta la notte. E poi non so se neanch’io resisterei alla vista del tuo pistolone ora. Quindi prima mi metto il costume io, poi tu: d’accordo?».
«Mi arrendo di fronte alle tue argomentazioni» rispose Francesco alzando scherzosamente le mani.
Proprio in quel momento a lui cadde lo sguardo fra le gambe allargate di lei e, dal bordo degli short cortissimi vide spuntare un’ombra scura.
«Ferma un attimo così» ordinò lui e Mara rimase immobile, spaventata. Lui si inginocchiò davanti a lei e passò un dito proprio là.
«Come immaginavo, degli splendidi peletti» disse. «Sei proprio sexy oggi, ti si vedono addirittura i peli!» scherzò, mentre lei si rendeva conto che quanto diceva era vero.
«Oh, no, mi sono dimenticata di depilarmi l’inguine, devo correre immediatamente in bagno!» e scomparve all’interno della canadese per ricomparire con un costumino grigio e il suo beauty-case che sembrava piuttosto una valigia. Chissà come aveva fatto a infilarselo nello zaino, pensò Francesco. Però stavo proprio bene in costume da bagno.
«Oh, guarda come spuntano! Sembrano una foresta!» si lamentò lei.
«Ma no, secondo me sono sexy».
«Non dire fesserie» rispose lei e si diresse verso i bagni.
«Mi raccomando, non lasciarti calcare la mano e tirar via tutto! Mi piace vedere un po’ di pelo…» le sussurrò nell’orecchio. Lei sorrise a quella piccola perversione, anche se una volta tanto le sarebbe piaciuto depilarsi completamente, o quasi. Un giorno o l’altro avrebbe provato, magari gli sarebbe anche piaciuto.
Un quarto d’ora dopo era già pronta per la spiaggia, poco dopo le cinque era già sistemati al sole, che nonostante l’ora batteva ancora piuttosto forte. Si erano spalmati la crema proprio come due fidanzati, approfittandone per toccarsi e massaggiarsi un po’ a vicenda. Lui si soffermò un po’ più del dovuto sul seno, stringendolo amorevolmente, ma subendo dopo un po’ il rimbrotto pur scherzoso di lei. Mara si distese poi di schiena e su sua richiesta Francesco le slacciò il reggiseno e glielo sfilò, pur lasciandolo sotto. Lui le spalmò la crema con un massaggio sensuale al quale lei rispose con qualche sospiro e degli apprezzamenti, anche quando si prolungava sui fianchi verso i seni. Per il resto del pomeriggio giocarono un po’ a corteggiarsi, lui cercò di far di tutto per far sì da sbirciarle per un attimo il seno, però lei non si concesse.
Alle nove lui propose di andare a guardare il tramonto sul bagnasciuga, e lei accettò di buon grado quel tocco di romanticismo. Camminarono un po’ in riva al mare, portandosi dietro le loro poche cose, mano nella mano, guardandosi ogni tanto negli occhi e scambiandosi qualche bacio. Presto il sole scomparve oltre l’orizzonte e il cielo imbruniva rapidamente, si affrettarono perciò a tornare indietro poiché non conoscevano affatto il luogo e sarebbe stato imbarazzante oltre che un problema perdersi.
«Mio caro, alla fine sei riuscito a scalfire il cuore di questa ragazza altezzosa, però questa sera dovrai portare a divertirmi in qualche posto, non credi?» disse lei ironicamente mentre rientravano.
«Sì, ho in mente di portarti in un favolosa pizzerie perché ormai credo tu abbia fame, poi faremo un salto in qualche localino e infine in discoteca».
«Sì, il programma mi soddisfa abbastanza, per l’afterhours qualcosa ci verrà in mente…» disse maliziosa.
Tornarono in campeggio e Mara si infilò sotto la tenda per cambiarsi il costume: vi uscì con l’accappatoio e il beauty in mano. Francesco si limitò ad un semplice asciugamano intorno ai fianchi e al doccia-shampoo. Arrivati ai bagni, Mara stava infilandosi in quello delle donne, ma lui protestò: «Potremmo almeno farci la doccia vicini, così facciamo quattro chiacchiere».
«Affare fatto» rispose Mara, l’idea la stuzzicava, era insolito.
Si infilarono nel bagno degli uomini, deserto a quell’ora, in due docce a fianco e iniziarono a chiacchierare mentre si lavavano.
«Cosa indosserai di bello stasera?».
«Sarà una sorpresa, non posso dirtelo proprio ora. Tu mi preferisci con o senza reggiseno?».
La domanda lo stuzzicò: «Mmm, non saprei. Toglierti il reggiseno è qualcosa di fantastico, ma che tu non lo porti apposta per me mi stuzzica…».
«E le mutandine?».
Francesco, come lei aveva previsto, rimase senza parole sotto l’acqua che scorreva.
«Ehi, ci sei? Ti ho chiesto se devo mettermi le mutandine o meno!».
«Sì, sì, ho capito. Ma davvero faresti a meno di mettertele?».
«Sì, lo vuoi sì».
«Mara, sarebbe fantastico!». Già si immaginava di sfilarle la maglietta e trovarla nuda sotto, ma non solo, di provare a infilarle una mano sotto la gonna quella sera e incontrare solamente i suoi peli: il pene cominciava a reagire, ma lui distolse il pensiero mentre l’acqua fresca faceva il resto.
«Ok, affare fatto!».
Dopo un po’ uscirono dalla doccia lavati e profumati e insieme andarono alla tenda: stavolta fu lui a cambiarsi per primo. Ne uscì con una bella maglietta e un paio di pantaloni alla moda. Lei si infilò sotto la canadese e si fece attendere un po’.
«E allora? Arrivi? Non hai nemmeno la biancheria da infilarti, perché ci metti tanto?».
«Eccomi, eccomi» lo tranquillizzò riemergendo con una maglietta scollata e aderentissima bianca e un paio di jeans che era altrettanto incollati alla pelle.
«Sei fantastica!» esclamò lui.
«È bello sentirsi amata» rispose lei mentre si avviavano. Ulteriore sosta ai bagni per un po’ di trucco, giusto quel rossetto che non si nota e un po’ di ritocco agli occhi, perché sembrasse a Francesco la più bella ragazza sulla faccia della terra.
In un attimo furono in centro e si infilarono in una pizzeria, un locale economico ma accogliente, che a quell’orario non era per nulla affollato, anche se qualche ragazzo qua e là si vedeva. Mara notò con la coda dell’occhio che più di un ragazzo la guardava, Francesco invece non aveva occhi che per lei, non si sarebbe accorto nemmeno se le avessero fischiato dietro.
Alle dieci un quarto due belle pizze fumanti erano davanti a loro e in un attimo furono divorate, poi due passi in centro, già affollato di genti di tutte le età. In una piazzetta si esibivano due giocolieri in numeri divertenti. Attaccarono bottone con dei ragazzi più o meno della loro età che lì vicino a loro guardavano gli artisti di strada. Era una compagnia composta di ragazzi e ragazze sui diciotto, vent’anni, alcuni del posto, altri turisti come loro. Chiacchierarono un po’ lì in piazza e poi furono invitati in un locale carino.
Così, davanti a una birra e a un succo di frutta, continuarono a parlare.
«Avete detto che siete appena arrivati?».
«Sì, oggi pomeriggio. Siamo qui, nel campeggio dietro il parco giochi. Restiamo fino a domenica».
«Un week-end romantico in coppia» commentò una delle ragazze.
«Esatto, proprio così» rispose Francesco.
«Però stasera abbiamo intenzione di divertirci. Alle intimità ci penseremo dopo, no?» fece Mara rivolta infine al fidanzato e tutti risero.
Parlando del più e del meno, dei cantanti del momento, dei sogni e degli ideali, proprio come vecchi amici, arrivò l’una.
«Avete detto di essere in vena di far festa. Se volete potete venire con noi, andiamo nella discoteca che hanno aperto quest’anno qui vicino, vi va?»
«Certo! Sempre che vogliate darci un passaggio».
«Non c’è problema!» rispose uno dei ragazzi della compagnia.
Si ritrovarono così a ballare in una pista affollatissima, come aveva preventivato. Mentre nessuno dei ragazzi della compagnia osava provarci con Mara essendo già fidanzata, una delle ragazze faceva di tutto per farsi notare da Francesco, anche con strusciamenti vari. Lui, pur continuando nelle danze folli fino a tarda ora, quella sera non aveva occhi che per Mara e le attenzioni di un’altra ragazza non lo toccavano minimamente.
Uscirono alle quattro, assordati e assonnati, e si fermarono a uno di quei bar che aprono presto per la colazione dei camionisti e di altri lavoratori mattinieri. Un bel caffè forte e un cornetto rimise in sesto Mara e Francesco che non avevano certo in programma di andare a letto. Furono lasciati con mille saluti e inviti per la serata successiva (che era il compleanno di uno di loro) proprio davanti al campeggio, ma per loro non era ancora ora di rientrare.
«Che ne dici di andare a guardare l’alba?» propose Francesco, con la piena approvazione della ragazza, entusiasta e affascinata da un’idea così idilliaca. Si avviarono così per la spiaggia, camminando sulla sabbia a piedi nudi e ammirando il cielo ai confini col mare che andava lentamente rischiarandosi quando già ormai avevano fatto un buon tratto di strada. Quando il buio si era un po’ dileguato e le case lungo la riva ormai scomparse, si ritrovarono presso una collinetta con alcuni arbusti ed alberi. Arrivarono in cima e da lì, abbracciati e baciandosi, ammirarono lo spettacolare rosseggiare del sole che appariva lento all’orizzonte con lo scintillio del mare che prendeva mille colori come il cielo.
Le effusioni si fecero un po’ più calde e Francesco infilò la mano sotto la maglia, carezzando la sua pelle liscia e risalendo fino a cingere i seni tondi dai capezzoli sensibili. Appena li sfiorò lei infatti sussultò scossa da un brivido di piacere, ma disse: «No, non qui… Torniamo in tenda».
«Ma dai, è prestissimo, qui non passerà mai nessuno, guarda: è un posto deserto. È troppo bello qui!».
«Mara si guardò intorno e si rese conto che quando diceva era vero. Sotto di loro c’era solamente un piccola baia riparata e una vegetazione fatta di pochi alberi e molti arbusti per chilometri. Solo in lontananza si scorgeva una strada e qualche sparuta casa.
Le mani di lui le cinsero nuovamente i seni e lei sospirò, mentre la baciava. Fra baci e carezze la maglietta lentamente salì fino a che lei se la sfilò del tutto appoggiandola al suo fianco. I suoi seni, alti e tondi, apparivano ancor più belli nella luce del mattino, sormontati dalle punte erette dei capezzoli scuri. Era un’immagine troppo irresistibile per non abbassarsi a baciarli, e così fece Francesco.
Dopo che le sue labbra ebbero sfiorato per un po’ quelle punte deliziose, fu la lingua a guizzare su di esse provocando in Mara un dolce brivido. Presto le labbra cinsero uno di quei capezzoli e lui si mise a succhiare amorevolmente, sapendo che la cosa le piaceva molto: la ragazza iniziò infatti a bagnarsi fra le cosce e sorrise mentre carezzava i capelli del suo ragazzo. Erano più di sei mesi che non faceva l’amore e finalmente sarebbe tornata a provare quelle dolci sensazioni che tanto aveva desiderato ultimamente, a questo pensiero si accese quasi quanto al tocco delicato di lui e prese a toccarlo più appassionatamente. Dal suo capo scese sul collo, alle spalle dai muscoli compatti fin giù lungo la schiena, arrivando a sfiorargli il sedere. Le dita trovarono strada però sotto la sua maglietta e cercavano la pelle nuda, quando la trovarono fu una sensazione fantastica, il calore e la perfezione di quella schiena. La percorse a lungo, alzando via via un lembo sempre maggiore di maglietta e arrivando anche a carezzargli il ventre. Non fece tempo a scendere all’inguine come aveva intenzione, poiché lui si alzò dal suo seno per guardarla intensamente negli occhi e sussurrarle. «Mara, ti amo» come mai prima aveva fatto.
«Anch’io, ti amo tanto» fu la risposta di lei mentre gli sfilava la maglia e lo baciava, esplorando nuovamente con la lingua la sua bocca e un’altra lingua dalla vita propria. Si abbracciarono strettamente, il seno nudo di lei contro il suo torace altrettanto nudo, pelle contro pelle come non era mai successo fra di loro.
Lui si staccò per primo, la fissò con gli occhi accesi dalla passione e le disse: «Voglio farti provare piacere, un forte piacere, farti venire fra le mie braccia, una, due, cento volte…» disse a voce bassa mentre una mano andava a carezzarle l’inguine ancora coperto dai jeans.
«Voglio che tu urli di piacere, che mi invochi di fare l’amore con te».
«Sto già fremendo» rispose lei. «Basta che infili una mano dentro ai pantaloni e sentirai quanto.
Francesco si inginocchiò sull’erba secca davanti a lei, che teneva le gambe divaricate, la baciò ancora sulle labbra, poi sul collo, sul seno, sul ventre, infine, esitando un po’, sull’inguine attraverso la tela. La aveva baciata là sotto ancora, non erano rare le volte in cui lui la leccava fino a farla venire, ma quella era un’occasione speciale, in cui voleva dimostrarle tutto il suo amore per lei.
Con le dita che quasi gli tremavano, aprì lentamente il bottone e fece scivolare la cerniera verso il basso. Scostò appena i lembi di tessuto e la vista del suo cespuglietto scuro gli provocò una scossa; istintivamente si abbassò a baciare quei peli. Con l’aiuto di lei le sfilò i jeans che finirono da parte insieme alle loro magliette, poi si avvicinò all’inguine e prese a sfiorarla là, prima evitando accuratamente la fessura umida, poi concedendole solamente il tocco rapido delle punte delle dita. Lui la sfiorava mentre lei gemeva a occhi chiusi, desiderando qualcosa di più: solo dopo una decina di minuti di quella tortura Francesco gli concesse il tocco delle sue dita, che andarono a penetrare in profondità una sola volta, trovandolo lubrificata come non mai. Fu la sua lingua a stimolarla con più decisione, leccandole a lungo le labbra e il clitoride. Mara non poteva opporsi in nessuno modo a quelle carezze, e per nulla al mondo lo avrebbe fatto: lui le teneva le mani appoggiate alle cosce, imprigionandole contro il terreno.
Presto lei gemette per l’orgasmo che sopraggiungeva, ma Francesco non le lasciò tregua continuando a leccare, ora con maggior decisione, ora delicatamente per lunghi minuti in cui lei ogni tanto apriva gli occhi e lo guardava.
«Spogliati ora, smettila, facciamo l’amore» lo supplicò un paio di volte, ma per lui non era ancora venuto il momento. Temporeggiava ancora stuzzicandola, alternando ogni tanto il tocco delle dita, desiderava portarla veramente a un piacere immenso per poi penetrarla. Non era sicuro di riuscire a farla godere con il solo atto sessuale, voleva assicurarsi che fosse indimenticabile anche per lei.
Mara non riuscì a fare a meno di trattenere un altro orgasmo, meno delicato e più intenso, gemette mordendosi le labbra al momento del culmine del piacere, dimenticato cosa aveva detto lui. Per la verità non credeva dicesse sul serio, che fosse da prendere alla lettera, in realtà Francesco voleva far passare anche a lei la notte più eccitante della sua vita.
Dopo averla sentita venire per la seconda volta cambiò tecnica. Smise di stimolarla direttamente ma tornò a leccarle e succhiarle i capezzoli, andando di tanto in tanto a baciarla sulle labbra e a carezzarla nel suo scrigno. Lasciò che lo spogliasse, ma non che toccasse il suo pene che già si erigeva dal suo inguine. Salì su di lei, ma senza l’intenzione di penetrarla: si limitò a strofinarsi piano sul suo ventre e a baciarla. Le concesse anche qualcosa di più, sfiorandole la fessura con il glande: prima una volta di sfuggita per tornare a baciarla sulle labbra, poi con chiaro proposito, più volte. Ma alla fine non le aveva concesso nulla di più, tornando a succhiarla e a leccarla fra le gambe che ormai colavano umori.
Mentre continuava a leccarla lasciò che un suo dito scorresse sotto la fessura fino a raggiungere la rosetta del suo buchetto posteriore. La punta del dito lo sfiorò delicatamente, poi tentò di entrare ma senza spingere: lo trovò leggermente dilatato e lei non ebbe nessun moto di ripulsa. Aveva ancora il dito dentro di lei per un centimetro o due quando la sentì gemere e agitarsi con decisione, rendendogli difficile anche leccarla. Infine urlò, un urlo acuto che non ripeté: il suo cuore fu colmo di felicità, era riuscito veramente a farla urlare di piacere! Che fosse stato un caso che era venuta poco dopo che le aveva cercato l’ano col dito? Chi poteva saperlo!
Lui allora smise e si distese al suo fianco: «Amore, ti è piaciuto?».
Lei aprì gli occhi marroni e lo guardò un po’ spersa, col fiato ancora grosso che le agitava il ventre: «È stato fantastico! Facciamo l’amore ora, ti prego. Lasciami solo un minuto per riprendere fiato e poi…» lasciò in sospesa la frase con un ampio sorriso che lasciava immaginare cosa sarebbe successo e soprattutto quanto piacevole sarebbe stato per lui.
Stettero un po’ distesi fianco a fianco mentre il sole era già tutto oltre l’orizzonte, comunque ancora molto basso. L’atmosfera, che sarebbe stata magica già di per sé, risultava a loro due, nudi, con la mano nella mano, quanto mai romantica. Quale momento migliore per immortalare il loro amore nel congiungimento carnale?
Fu lui a farsi avanti dopo un po’, avendo ancora una ferrea erezione fra le gambe e smaniando finalmente di possederla. La baciò sulla guancia, poi sul collo e sulla bocca, girandosi lentamente verso di lei, con una gamba scavalcò il suo fianco e molto lentamente si ritrovò disteso sopra di lei, pronto a penetrarla. Mara approvò con un sorriso, sapeva che non era necessaria nessuna raccomandazione, né che facesse piano, né che fosse delicato: sapeva che era pronto a fare quello che stava per fare.
Nella concitazione del momento, che li aveva totalmente presi, si dimenticarono delle precauzioni per evitare una gravidanza indesiderata, se ne ricordarono solo più tardi, tornandosene al campeggio mentre camminavano sulla spiaggia. Un po’ di sana preoccupazione non guastò certo loro, d’altra parte Mara era in un periodo in cui la gravidanza era altamente improbabile.
Quando allargò le cosce sotto di lui, Francesco non seppe resistere oltre ed iniziò a penetrare lentamente in lei, guardandola appassionatamente e senza tregua negli occhi, che brillavano di felicità come i suoi. Fu felice di trovarla ancora umida e accogliente, evidentemente era ancora eccitata. Pur completamente inesperto prese a muoversi in lei, prima molto delicatamente, poi con un po’ più di decisione, cercando di dar piacere anche a Mara, cosa che la ragazza apprezzò moltissimo, tanto da stringerlo a sé con forza e a baciarlo quasi commossa. Lasciò che fosse lui a guidare il rapporto, per dargli sicurezza, carezzandolo per tutta la schiena e sussurrandogli parole di incoraggiamento. Nonostante fosse non avesse mai fatto l’amore con una donna, riuscì a farle provare un certo piacere, anche perché le sue mani presto corsero al suo seno, stuzzicandolo delicatamente, come aveva fatto in precedenza.
Lo sentì mentre ormai stava avvicinandosi all’orgasmo e, con molta naturalezza lo fermò un attimo.
«Che ne dici di cambiare posizione? Ti andrebbe di venire sotto di me?» disse col suo fare maliziosa che a Francesco era sempre irresistibile: lui colse quella proposta come un pizzico di pepe da aggiungere al loro primo rapporto e accettò di buon grado.
Senza ritrarsi si piegò su un fianco e Mara, che non era nuova a quel movimento, riuscì a salire sopra al ragazzo senza che il pene fuoriuscisse dalla sua micetta bagnata. Lo lasciò riposare ancora qualche secondo, vezzeggiandolo con qualche carezza e qualche bacio, poi fu lei a muovere i fianchi in modo da eccitarlo e allo stesso tempo di stuzzicare il suo clitoride. Con un movimento circolatorio, dapprima molto lento, poi più profondo e veloce, lo portò lentamente in visibilio. Riuscì a provare un quarto orgasmo, nascosto maldestramente con qualche sospiro, poco prima di lui.
«Sei venuta?» chiese lui gemendo.
«Sì, ma ora pensa a venire tu, vieni, dai…» gli disse mentre lo baciava lascivamente sulle labbra. Lui le lasciò fare, sentendo il piacere iniziare a diramarsi dal suo glande e passò solamente le mani dalla schiena di lei, che aveva carezzato amorevolmente, ai suoi seni, che strinse con libidine. Venne così, soffocando sulle dolci labbra di lei l’urlo sconvolgente che gli usciva dai polmoni mentre il suo membro pulsava fortemente, riversando senza posa fiotti caldi di sperma dentro di lei. Anche Mara si sentì pervadere da un brivido, non sapeva dire se era un orgasmo o meno, mentre per la prima volta provava la deliziosa sensazione di essere pervasa e riempita da quelli zampilli. Si appoggiò solamente al suo corpo, dimentica di tutto se non del piacere provato, mentre Francesco guizzava nella sua vagina per l’ultima volta per poi abbandonarsi anch’egli. Passarono molti minuti, esausti, in quella posizione, aprendo lentamente gli occhi e scambiandoci un lieve bacio a fior di labbra. Nessuno dei due sapeva cosa dire: se per Francesco era stato qualcosa di sconvolgente, Mara poteva comunque ritenersi soddisfatta sia dal fatto che lui l’aveva fatta godere prima più volte, sia per l’atto sessuale vero e proprio, comunque molto soddisfacente.
Erano entrambi alle soglie della commozione, erano riusciti a coronare il loro sogno e per entrambi era stato meglio di quanto che si attendessero.
«Sei stata fantastica» mormorò lui con voce incerta, ma le parola non esprimevano minimamente quello che aveva provato e stava provando in quel momento. Lo stesso Mara non trovava il modo di esprimere la sua felicità: «Sei stato eccezionale, non pensavo riuscissi a farmi venire tante volte in una sola volta. Anche quando sei venuto ho provato un brivido di piacere… Vorrei poter averti tutti i giorni, sempre» disse con un velo di tristezza, consapevole che una volta tornato a casa sarebbe stato tutto come prima, o quasi.
«No, non fare di questi pensieri ora» la consolò lei.
«Sì, hai ragione, viviamo intensamente questi momenti. Non vorrei più lasciarti andare» disse sorridendo mentre lo teneva ancora stretto fra le sue gambe, dal momento che non si era del tutto afflosciato.
Lui per tutta risposta riprese a carezzarla, lasciando per un attimo i suoi seni: passò le mani sulla schiena, delicatamente, quasi sfiorandola. Un brivido la percorse: «È bellissimo quando mi tocchi così».
Lo fece ancora, senza posa e di nuovo i brividi la percorsero. «Sì, che bello, ti amo» disse baciandolo.
Dopo un po’ la sua carezza di fece più decisa ed esplorò tutta la sua schiena, da dove la colonna si attaccava al collo, alle scapole e giù, sentendo le costole scorrere sotto le sue dita, verso i fianchi perfetti e le natiche tonde. Circondò i glutei con le mani, come spesso aveva fatto con i seni e li strinse, assaporandone estatico la consistenza. Glielo diceva spesso di amare particolarmente il suo culo, che così raramente aveva potuto toccare nudo: spesso doveva accontentarsi di qualche carezza rubata sulle panchine della loro sala d’aspetto.
«Sai una cosa Mara?» disse Francesco in quel momento.
«No, dimmi» lo incoraggiò lei avendo già una mezza idea di cosa gli passava per la testa.
«Hai un culo come nessun’altra!».
«Lo sapevo l’avresti detto!» rispose lei mentre scoppiavano tutti e due in una risata.
Con una mano Francesco riprese la sua corsa scendendo nel solco fra le natiche, superando velocemente il suo buchetto posteriore e giungendo nel posto dove i loro corpi si congiungevano. L’indice entrò a far compagnia al suo cazzo e a giocherellare un po’ col clitoride, poi lo ritrasse e tornò sull’ano fermandosi un attimo di più, stuzzicandolo per qualche secondo per poi penetrare di qualche centimetro e subito ritrarsi.
«Ah, ah, birichino, cosa stai facendo?» chiese Mara in tono scherzoso. Era proprio contenta e di buon umore, in condizioni normali avrebbe reagito se non in malo modo, senz’altro in maniera meno scherzosa.
«Niente, volevo sentire se eri ancora eccitata come prima anche qui».
«Ti piace anche quel buchetto, allora!» esclamò lei sempre in tono scherzoso.
«Sì, e mi sembra piaccia anche a te quando ti tocco» replicò lui con ancora ben in mente la reazione che c’era stato non molto tempo prima.
«Sì, oggi mi è piaciuto, ma non so se mi va sempre. Quando mi hai toccata lì prima ero al colmo dell’eccitazione, è stato qualcosa di piccante che mi ha contribuito a farmi venire, nulla di più» fece una pausa di qualche secondo, poi facendosi ancora più seria disse tutto d’un fiato. «Non so se sono pronta e se mi piacerebbe un rapporto anale, se è questo che vuoi dire».
La guardò: sopra di lui era leggermente crucciata, con quel leggero broncio che la faceva sembrare un po’ bambina e che a lui ispirava tanta tenerezza.
«Non ti preoccupare, dicevo così, per dire, non volevo certo arrivare a queste conclusione. È stato divertente toccarti lì, volevo solo sapere se è piaciuto anche a te e se ti va di farlo ancora, nulla di più».
«Sì, se è solo questo non c’è problema, basta che mi piaccia, possiamo farlo ancora se vuoi».
«Tipo adesso?» chiese lui tornando a toccarle il buchetto.
«Mmm, sei davvero birichino, però se insisti così…» disse in segno di assenso.
Francesco non se lo fece ripetere e affondò leggermente col dito, di qualche centimetro come prima, lo mosse piano, senza esagerare con la profondità.
«Com’è?» chiese curioso delle sensazioni che lei provava.
«Piacevole, anche se nulla di speciale. Se mi fai così nell’altro buco mi eccito molto di più…» disse quasi per incoraggiare a farlo. Francesco però non colse l’allusione e interpretò la frase semplicemente come l’aveva detta, senza alcun secondo fine.
Ormai si era ammosciato in lei ed era ancora umidiccio, provò per un attimo il desiderio di lavarsi, ma non era possibile; poi si ricordò che di fronte a loro aveva un intero mare per ripulirsi un po’ e un’idea lo stuzzicò.
«Che ne dici di fare un bagno mattutino?».
«Non sarebbe male…Ma…» iniziò per obiettare qualcosa.
«Dai, di che cosa hai paura? È prestissimo, ci siamo solo tu e io nel raggio di chilometri, la baia qui sotto per di più è fantastica e inoltre è pure nascosta. Dai, andiamo!» la esortò entusiasta.
«Ok, affare fatto» rispose Mara per accettare quella proposta che per altro le piaceva parecchio. Lo fece scivolare fuori dal suo scrigno e si rialzò in piedi, guardandosi attorno come per assicurarsi che non ci fosse davvero nessuno.
Il ragazzo si rialzò pure e la prese per mano, guidandola verso la baia appena sotto di loro.
«Ma i vestiti? Non li prendiamo con noi?» chiese preoccupata Mara.
«Ma no, lasciali, tanto non c’è nessuno!! Te lo vuoi mettere in testa?» ripeté.
«No, dicevo che giù sarebbero più comodi».
«E chi se ne frega? Torneremo, sarà più bello così» sorrise maliziosamente come per dire che la loro notte, anzi alba, d’amore non era ancora concluse. Lei non osava chiedere di meglio che tanta baldanza da parte sua non le faceva che piacere: non sapeva perché, forse il mare, forse la clandestinità o l’idea che era la prima volta per loro due, ma tutto ciò le aveva messo una certa voglia non del tutto scomparsa.
Camminando lentamente sull’erba non del tutto soffice, poi con più decisione sulla sabbia fino a mettersi a correre mentre arrivavano nelle vicinanze dell’acqua, giunsero infine a tuffarsi insieme nell’acqua che arrivava loro alle ginocchia. Giocando come due foche in amore si portarono un po’ più al largo, dove toccavano appena ed erano costretti a tenersi a galla.
«Sai, lo sento tutto appiccicoso» confessò lui.
«Immagino, scemo, mi hai inondata. Anch’io sto iniziando a colare…».
«Facciamo così: io sciacquo te e tu fai lo stesso con me» Francesco si era fatto piuttosto audace in quella lunga giornata che per loro doveva ancora concludersi mentre per tanti stava per cominciarne un’altra di nuova. Tuttavia Mara era più disinvolta del solito per gli stessi motivi per cui era ancora eccitabile, e sicuramente meno ritrosa che in circostanze normali.
«Ok, ci sto, però devi iniziare tu».
«D’accordo, però dovrai insegnarmi tu. Devi tener conto che non ho mai fatto la pulizia intima ad una ragazza, specialmente dopo un rapporto».
Lei arrossì appena a quelle parole così esplicite, ma non volle lasciarsi cogliere dall’imbarazzo, lo fece avvicinare a sé e, sempre stando a galla, gli guidò la mano fra le cosce mostrandogli come doveva fare. «Mi raccomando, sii delicato, ricorda che non sono larghissima laggiù…».
Nonostante l’inesperienza, il ragazzo seguì meglio che poteva le sue indicazioni, e si dimostrò molto delicato, magari senza ottenere grandi risultati. Lei comunque lo lasciò frugare a lungo, ricavandone anche un certo piacere da tutto quel via vai che, insieme all’acqua del mare, non poté non ripercuotersi sul suo grilletto.
Quando fu la volta di lei a lavare il compagno, trovarono una posizione più comoda per certi versi: Francesco si mise a fare il morto, mentre lei si poté sistemare fra le sue gambe divaricate e sciacquargli per bene il pene già mezzo duro. Il tocco delicato delle sue dita che andavano a ripulirlo per bene gli procurarono in breve un’erezione, che lei commentò con una certa ironia: «Ehi, ma cosa sta succedendo qui? Ho capito, era solo una scusa perché te lo menassi. Non lo sai più fare da solo? Ora capisco, per questo c’era tanto sperma in questi coglioni» disse raccogliendoli nel palmo della mano e andando inaspettatamente a baciarglieli, cosa che lui gradì moltissimo, pur non dandoci molto peso. Solo quando sentì un paio di secondi dopo la lingua di lei scorrergli proprio là si sorprese.
«Sanno di salato, mi piace. Sai cosa vuol dire questo?» domandò Mara con civetteria. Francesco stava per esplodere solo all’idea delle meraviglie che celavano quelle parole, il cuore gli fece un balzo in petto, si fermò per un secondo e poi prese a battergli all’impazzata.
«Non vorrai dire… che…» farfugliò stupito mentre rimaneva immobile per non rischiare di annegare per la sorpresa.
«Proprio così» confermò lei facendo guizzare la lingua sulla punta e assaporandone il particolare sapore di salato, un mescolio fra sesso e mare. Le labbra poi si appoggiarono sul piccolo orifizio per un bacio da capogiro e poi scesero sull’interno membro, divenuto duro come il marmo, avvolgendolo nel loro calore. Non riuscì ad accoglierlo molto a fondo a causa della posizione non proprio comoda, ma Francesco non ci fece nessun caso, si godeva ancora incredulo tutte le meravigliose sensazioni di piacere che si irradiavano dal suo cazzo eretto grazie alle attenzione della bocca di lei. Nonostante Mara avesse pochissima esperienza in materia, a lui sembrava la più brava donna del mondo in fatto a pompini, ora lo succhiava aspirando lievemente, ora lo percorreva con la lingua, ora lo rilasciava un po’ baciandolo e dandogli lunghe leccate. Si era appoggiata ai fianchi di lui, senza peraltro dare peso per non rischiare che l’oggetto delle sue attenzioni sparisse sott’acqua, e con le gambe si teneva a galla continuando la non facile operazione.
Stava proprio leccandolo, cercando di lambire il membro in tutta la sua lunghezza per quanto le fosse possibile, quando lui esclamò rocamente: «Mara, amore, sto per venire» quasi voler avvertirla che stava per schizzare in modo che lei potesse evitarlo.
Lei, invece, presa dall’eccitazione e da mille altri circostanze che le fecero dimenticare i suoi soliti pensieri e convinzioni, lo prese nuovamente in bocca passando la lingua sull’orifizio del glande. Bastò quello perché nuovi, potenti schizzi le arrivassero sul palato e anche direttamente in gola, non furono così corposi come i precedenti, ma senz’altro considerevoli. Mara rinunciò a farsi colare dalla bocca lo sperma, come inizialmente aveva intenzione di fare perché non entusiasta all’idea di inghiottirlo: in fondo la repulsione non era così forte, anzi, non ne provava quasi per nulla, e sapeva che la cosa lo avrebbe fatto impazzire.
Ingoiò perciò tutto, poi lo lasciò sfilarsi dalle sue labbra ed esclamò: «Proprio buono, non credevo fosse così gradevole» e per confermare ciò che diceva, ormai aveva fatto trenta, perché non far trentuno e dargli ulteriore piacere?, lo prese fra le mani e vi leccò via le ultime gocce, scuotendolo per bene in modo che non colasse ulteriormente.
Come lei aveva immaginato, Francesco non aveva più parole, ma sentiva soltanto il suo cuore battergli ancora all’impazzata nel petto e le tempie a fargli eco. Non riusciva neppure a ipotizzare cosa fosse preso a Mara per renderla così disinvolta tanto da fargli uno di quei famosi pompini con l’ingoio che lui ormai si era rassegnato a non poter mai ricevere, almeno da lei. Aveva goduto immensamente, forse addirittura più di prima, non riusciva a fare un paragone. E non sapeva nemmeno cosa dire, come ringraziarla di tanto.
Lei intanto lo sciacquò nuovamente, il lavoro di prima era infatti stato reso inutile dal suo orgasmo, ma né Mara né Francesco se ne rammaricò; quando ebbe finito provò a ridestarlo dallo stupore che ancora lo pervadeva: «Torniamo a riva? Dovremo pensare ad asciugarci anche ora».
«Già» fu la sola cosa che riuscì a dire mentre si mise a nuotare dietro di lei, continuarono a farlo fin dove l’acqua lo permise, poi si rialzarono e camminarono per un breve tratto sull’acqua bassa. Non si fermarono sulla spiaggia, la sabbia si sarebbe immancabilmente attaccata ai loro corpi bagnati, ma cercarono di attraversarla sporcandosi il meno possibile. Ritrovarono il posto dove avevano lasciato i vestiti e si sedettero fianco a fianco, osservando il mare.
«Mara, grazie per quello che hai fatto, non me l’aspettavo proprio, è stato unico. Non volevo però che tu lo facessi per forza, se non ti piace non devi…».
«Sss» le fece segno di tacere mettendogli un dito sulle labbra e appoggiandogli poi un bacio delicato. «Te l’ho detto, l’ho fatto sì per farti piacere, ma non mi è dispiaciuto poi così tanto, sapevi di salato, un buon gusto. Poi non mi sono sentita forzata da te, ho pensato di prendertelo in bocca perché mi andava di farlo, lo stesso quando sei venuto» tacque un attimo e poi aggiunse: «Non è poi tanto male, davvero, sai? Immagino sia un po’ come me là sotto». E si indicò la fessura che faceva capolino nell’intreccio dei suoi ricciuti peli neri.
«Grazie. Grazie davvero» riuscì solamente a sussurrare, infine.
Passarono pochi secondi che lei fece notare: «Siamo ancora tutti bagnati, ce ne vorrà prima che il sole di asciughi».
«Si, e non abbiamo nemmeno niente per asciugarci» notò lui osservando le loro magliette e i pantaloni da una parte. Avrebbero potuto usare la sua maglietta, ma in un attimo sarebbe stata fradicia e sarebbero cambiate di poco le cose, se non il fatto che avrebbe dovuto tornare in campeggio a torso nudo. Fu lei a risolvere un po’ la situazione, passandogli le mani sul torace e strofinandole un po’: «Non ci resta che fare così per asciugarsi un po’ a vicenda» disse scherzando.
Presto si trovarono a carezzarsi e a strofinarsi l’un l’altro più o meno innocentemente: il seno di lei infatti fu la prima parte del corpo ad asciugarsi.
«Guarda che non ho solo le tette» commentò ironicamente Mara dopo qualche minuto ed entrambi risero.
«Giusto, mettiti di pancia, il tuo splendido culo dev’essere ancora bagnato» scherzò Francesco mentre lei lo assecondava. Lui, come detto, si dedicò assiduamente al suo sedere, poi scese fra le sue gambe e si insinuò nella vagina esposta al suo sguardo.
«Oh fanciulla che dormi nel bosco, un brutto orco cattivo ti percuote col suo bastone» disse penetrandola a fondo col medio.
«Oh, orco, non farmi del male, non vedi che sono una povera fanciulla indifesa?» stette al gioco lei.
«No, non ti farò del male. So che tu sei una ninfa e quando un bastone ti percuote riversi dal tuo corpo della fresca acqua. Non vedi com’è secco questo terreno?».
«Sì, tutto ciò è vero, ma per farlo devi utilizzare due o tre bastoni. Solo allora l’acqua sgorgherà in fretta».
«Così?» chiese il ragazzo mentre la penetrava con due dita, a fondo, strusciandosi senza posa sul clitoride che si era eretto di nuovo.
«Sì, proprio così… prova ad aggiungere un altro bastone!» disse con voce più concitata Mara.
«Eccolo!» e Francesco aggiunse un terzo dito, masturbandola con decisione ma stando anche attendo che provasse piacere. Non ci volle molto perché lei venisse, probabilmente la decisione del suo tocco era proprio ciò che desiderava, pensò, mentre portava alla bocca le dita, leccandone i succhi.
«Ah, è proprio fresca e dissetante quest’acqua!».
«Orco, non essere troppo cattivo, dammene anche un po’!» esclamò la ragazza stando sempre a carponi.
«Cosa?» chiese con voce seria Francesco, fino ad allora aveva cambiato tono di voce.
«Sì, orco, voglio assaggiare anch’io quell’acqua!» confermò Mara continuando a recitare.
Lui si convinse ad accontentarla, affondò le dita in lei e le porse alla sua bocca: lei le sfiorò appena con la lingua, no, non era un cattivo gusto, per cui leccò via tutta l’umidità finché non rimase che la sua saliva.
«Com’è allora?» chiese Francesco mentre saliva su di lei e puntava il pene che si era istantaneamente eretto verso la fessura.
«Buona, ma vuoi tu forse cavalcarmi con l’inganno?» lei non era ancora stanca di quella piccola commedia che stava eccitando entrambi e portandoli al loro secondo rapporto.
«Ninfa, devi portarmi in fretta fuori dal bosco, un cacciatore mi segue» disse mentre iniziava a penetrarla. La posizione e tutta la recita aveva eccitato non poco la ragazza che appena fu penetrata iniziò a provare uno squisito piacere che forse prima le era un po’ mancato. Francesco aveva acquistato anche una certa sicurezza per cui continuò senza titubare, appoggiandosi delicatamente alla schiena di lei.
«Almeno così ci asciugheremo meglio, strofinandoci un po’».
«Già, prima non ci avevo pensato. Guarda, se non mi avessi già asciugato il culo e le tette, potevo concederti un’inculata e una spagnola!» disse prendendolo in giro.
«Attenta che non sbagli buco!» rispose lui mentre invece la pompava con maggior foga in vagina.
Dopo un po’ calò però il ritmo, per non rischiare di venire prima del previsto: desiderava di provare l’ebbrezza di un orgasmo contemporaneamente a lei e ne fece espressa richiesta: «Ti andrebbe di venire insieme?».
«Certo!».
«Dimmi quando stai per venire» le raccomandò arrivando a delle lentissime stoccate che però gustava completamente, dal momento in cui arrivava in profondità, fino a quando si ritraeva quasi del tutto. Proprio quel continuo strofinio sul clitoride aiutò lei ad arrivare sulle soglie dell’orgasmo: avrebbe voluto venire e cominciare da capo, era estremamente più bello così, però desiderava provare al più presto anche lei di venire con lui, cosa che avevano sperimentato qualche volta masturbandosi a vicenda.
«Ora, sono pronta, quando vuoi» le fece sapere Mara.
Lui affondò a quel ritmo lentissimo ancora un paio di volte, tanto per essere sicuro che lei godesse  prima che lui si spegnesse, poi esclamò: «Ora!» e mosse i fianchi sregolatamente e con vigore più volte, mentre infilava un dito nella vagina insieme al suo cazzo pulsante e un altro nell’ano di lei che gemette di sorpresa e di piacere. Vennero insieme, lei leggermente in anticipo, mentre lui riusciva ancora a spruzzare dello sperma in lei.
Si accasciarono insieme sull’erba, ma stavolta lui uscì dopo una decina di secondi, temendo di gravare su di lei col suo peso. Aprirono gli occhi e sorrisero: «Non è vero che un cacciatore mi insegue» disse con voce normale Francesco, scherzando.
«E nemmeno che ci vogliono tre bastoni per far sgorgare l’acqua da me» rispose la ragazza ed entrambi risero.
Riposarono ancora parecchi minuti, era stanchi per la notte di allegria, la camminata e il sesso fatto assieme. Ora avrebbero dovuto camminare ancora un bel po’ prima di poter rientrare in tenda e riposarsi finalmente!
Quando giunsero al campeggio erano infatti le sette e mezza, ma a parte un paio di famigliole che stavano facendo colazione fuori dai camper, tutti dormivano ancora. Meglio così, non avrebbero avuto da vergognarsi per il loro aspetto: sporchi, assonnati, stanchi, non erano certo brillanti come quando erano usciti, sebbene Mara ancora ben figurasse nel suo abbigliamento aderente. Si affrettarono alle docce, stavolta lei gli concesse di infilarsi dentro insieme a lui. Si lavarono a vicenda, giocherellando con i loro sessi senza però andare oltre, erano stanchi anche per quello. Prima di uscire dalla doccia si assicurarono, ascoltando attentamente, che nel bagno non ci fosse nessuno, quando uscirono dalla porta però si resero conto che il signore sulla cinquantina che stava andando proprio verso quei bagni li aveva notati. Si allontanarono di buon passo, che pensasse pure male, tanto chi lo conosceva?
Si infilarono sotto la canadese e là Mara si tolse l’accappatoio, che poi Francesco appese fuori. Quando rientrò la trovò ancora nuda sul materassino: «Non ti infili niente?»
«No, non ne ho la forza. Poi credo siamo abbastanza in intimità per dormire nudi insieme, no?».
A quelle parole anche lui si tolse l’asciugamano da intorno ai fianchi e si distese vicino a lei, abbracciandola amorevolmente. Si addormentarono così, quasi subito, ripensando a quel giorno favoloso che era appena trascorso: no, non l’avrebbero mai dimenticato.
Si svegliarono che erano le tre e mezza: prima lei, che ridestò anche lui pur trovando una certa resistenza da parte sua, Francesco sarebbe rimasto volentieri a letto. Tuttavia decisero di andare insieme in spiaggia, dopo qualche bacetto e qualche carezza.
«Non ti andrebbe ora?» chiese lui col cazzo già mezzo eretto.
«No dai, dopo, andiamo a prendere un po’ di sole ora. Poi mi brucia ancora!» si lamentò lei mentre si infilava lo slip.
«Fammi dare almeno un bacino alle tette» disse ancora mezzo addormentato si allungava a baciarle i capezzoli. Lei lo lasciò fare, non poteva nascondere che le piaceva.
Si lasciò anche infilare il reggiseno da lui, pur con qualche difficoltà e lei a sua volta gli mise il costume fra fruscii e toccamenti vari.
Una volta in spiaggia si buttarono su un chiosco per mangiare due bei paninoni e bere una bibita fresca, poi si stesero al sole, dormicchiando un bel po’ e girandosi di tanto in tanto.
Ad un certo punto si sentirono chiamare da una voce femminile: «Mara, Francesco!». Si alzarono entrambi a sedere e videro non molto lontano Marco e Giulia che venivano loro incontro. Erano entrambi bellissimi, come sul treno, più che mai ora in costume: Mara non poté fare a meno di squadrare i pettorali e gli addominali di Marco, mentre Francesco già correva al seno abbondante di Giulia, nudo giacché era in topless.
«Ciao come va, tutto bene?»
«Sì, ci siamo divertiti un bel po’ ieri sera».
E dopo qualche altre scambio di convenevoli, Giulia chiese: «E voi, com’è andata allora ieri sera? Siete stati contenti?».
«Sì, moltissimo» rispose d’istinto Mara, pur arrossendo un po’ per l’imbarazzo.
«Questa ragazza è fenomenale» fu il commento di Francesco.
«Bene, sono contenta» si felicitò la ragazza. «Anche per noi non è stato male, abbiamo anche affittato una cabina, laggiù, casomai ci venisse voglia qui» disse indicando il posto, in lontananza, mentre il suo seno scrollò eccitantemente: per quanto grande fosse era alto e tondo, cosa che colpì sia Francesco che Mara.
«Cosa fate di bello stasera?» chiese Marco.
«Siamo stati invitati a una festa di compleanno da dei ragazzi con cui siamo usciti ieri sera» rispose Francesco.
«Peccato, sarebbe stato carino uscire insieme».
«Ah, ma allora non siete andati subito sotto la tenda come noi!» commentò gioiosa, com’era nel suo carattere, Giulia.
«No, abbiamo preferito far festa prima, e farne di più dopo» rispose Mara. «Comunque grazie dell’invito, saremmo venuti volentieri. Al limite faremo una volta a casa, verremmo a trovarvi dalle vostre parti».
«Ben lieti di ospitarvi!» disse Marco. «Camere separate ovviamente! Per ogni coppia dicevo» e si misero a ridere.
«Vi salutiamo, stiamo andando a salutare dei nostri amici che abbiamo conosciuto l’anno scorso!»
«Ciao!»
I due si allontanarono mentre Mara e Francesco li osservavano.
«Però sono proprio simpatici» commentò lui.
«Sì, davvero, li avevo giudicati male subito».
«Anch’io. Ma davvero vuoi andare a trovarli?».
«Perché no?» chiese Mara. «Mi sembra che la faccenda del gioco a quattro sia chiarita, alla fine è solo per uscire un po’ e divertirci. Mica possiamo tornare a stagnare in quella maledetta stazione!».
«Hai ragione» fu il suo solo commento, mentre meditava di aprire gli orizzonti dei loro mondo e cercava degli espedienti per farlo.
Verso le sei decisero per un bagno e, sguazzando in acqua, fecero la conoscenza di un gruppetto di ragazzi che erano alloggiati nel loro stesso campeggio. Anche una volta fuori su unirono a loro e rimasero in spiaggia fino alle nove passate, erano stati in discoteca fino a tardi tutti quanti e avevano assunto un ritmo giornaliero simile. Furono anche invitati a mangiare insieme, nel campeggio c’era la possibilità di fare il barbecue e la compagnia aveva preso carne e birra in abbondanza. Si ritrovarono così intorno a un fuoco da cui ricavarono belle braci, e verso le dieci e mezza mangiarono seduti sulle panche. Scoprirono proprio alla fine che anche loro, erano in sette, quattro ragazzi e tre ragazze, erano stati invitati alla festa di Claudio, con cui erano usciti la sera precedente.
Dopo cena le ragazze andarono a farsi belle, non perché in vesti normali fossero brutte, anzi, sia Martina che Chiara era due ragazze carine, ma, vestite di tutto punto, pronte ad andare ad una festa di compleanno, erano certamente delle persone che avrebbe fatto girare dei ragazzi per strada. Un po’ meno lo era Nicoletta, un po’ in sovrappeso e per questo non molto apprezzata dall’altro sesso. Se gli occhi di Francesco non poterono fare a meno di cadere sulla scollatura di Martina, che aveva un seno non molto grande ma perfetto, e sul seno più abbondante di Chiara, che lo metteva in mostra con la sua maglia aderentissima, quando arrivò Mara se la mangiò letteralmente con gli occhi, ben sapendo cosa lo avrebbe atteso alla fine della festa. La camicia chiara, annodata a mo’ di top sopra l’ombelico, rendeva ancor più attraente il suo seno, per di più era anche trasparente e si vedeva chiaramente il suo reggiseno nero. Indossava una minigonna nera, cortissima, che mostrava le sue belle gambe velate dai collant. Sì, senz’altro era la più bella fra quelle ragazze e probabilmente anche la più bella della festa, pensò Francesco pur rendendosi conto di non essere certo imparziale nel giudizio. Gli altri ragazzi sembravano invece avere più o meno tutti una certa preferenza per Martina, anche sapendo che Mara era già fidanzata.
Arrivarono alla casa di Claudio, una villetta un po’ isolata, in una zona tranquilla, ma sempre a due passi sia dal mare che dal centro, che era ormai mezzanotte, ma a quell’ora la festa era appena comincia e nel grande salotto, adibito a sala da ballo, la musica stava riscaldando gli animi più di quanto facesse la serata afosa. Le luci erano abbassate, mentre su un lato c’era un tavolo imbandito di ogni tipo di stuzzichini: nel gruppo che danzava, una ventina di persone, Mara e Francesco riconobbero alcuni ragazzi e ragazze con cui avevano passato la serata precedente. Il numero degli invitati salì fino a sfiorare la cinquantina, ma molti erano solamente di passaggio, per cui si trattennero poco, giusto per fare gli auguri a Claudio. Verso l’una e mezza, quando la sala era ancora molto affollata, le luci si alzarono mentre il contrario fu per la musica: era il momento del taglio della torta e dei regali, non molti poiché le varie compagnie avevano pensato di aggregarsi per prendere qualcosa di carino (e Mara e Francesco avevano contribuito al regalo dei ragazzi che avevano conosciuto la sera precedente).
Non passò che una mezz’ora abbondante e di nuovo la musica tornò ad essere padrona. Ballarono tutta la notte, qualcuno anche un po’ brillo per gli alcolici ingeriti ci provava con più decisione con le ragazze, senza lesinare toccatine e palpatine di nascosto, al buio della pista da ballo. Fra tutte le ragazze le più prese di mira, per la loro avvenenza, erano Daniela, prosperosa bionda diciottenne e Silvia, che col suo sguardo affascinante, i capelli lunghi e lisci, aveva fatto innamorare schiere di ragazzi nel corso dell’estate. Martina, Chiara, Mara ed altre due o tre non sfiguravano affatto, avevano sempre qualche ragazzo intorno a strusciarsi o a fingere di toccarle inavvertitamente. Anche Mara subì qualche tocco un po’ più audace, un ragazzo in pista le palpò senza tanti riguardi il culo, ma al secondo tentativo di approccio, lei fece chiaramente capire che non era disponibile.
Verso mattina il gruppo inizialmente molto folto andò scemando, finché non rimasero che una ventina di persone e cioè le due compagnie che Mara e Francesco avevano conosciuto. Già qualcuno si appartava sui divani a limonare o in giardino per essere più liberi, Claudio a quel punto annunciò che erano disponibili anche le camere da letto per dormire per chi volesse e dopo un po’ sparì con la sua nuova fiamma, Daniela. Sia Mara che Francesco immaginarono che avesse voluto festeggiare i suoi vent’anni portandosi a letto una delle più belle ragazze della festa, per quanto sembrasse scialba e non molto intelligente.
Alle cinque ormai c’erano ben poche persone che avevano ancora la voglia e la forza di ballare, per cui Mara propose di usufruire di una delle camere che Claudio metteva gentilmente a disposizione, anche perché uno dei ragazzi della compagnia le aveva assicurato che non c’era nessun problema, anzi, Claudio metteva spesso a disposizione la casa anche per dormire.
Mentre salivano a braccetto con la voglia di andare a scopare, notarono Silvia e un ragazzo che non conoscevano seduti su una poltrona, le mani di lui, che dimostrava non aver più di diciannove anni, infilate sotto la maglia di lei a frugarle il seno. Dall’alto dei suoi ventuno anni Silvia sembrava dominare quel ragazzo più giovane di lei, che la implorava di salire in qualche camera per fare l’amore.
«Più tardi, forse. Ci andremo solo se riuscirai a farmi venire così, toccandomi le tette. Ho proprio voglia che tu me le palpi a lungo» le sentirono dire mentre arrivavano al primo piano, dove su un lungo corridoio che si sviluppava sia a destra che a sinistra, si aprivano molte porte, tutte chiuse. Lo percorsero in tutta la lunghezza da un lato, arrivando all’ultima porta. Fu Mara ad aprirla, sicura di non trovarci nessuno poiché non era chiusa a chiave, ed a entrare. Subito dietro di lei arrivò Francesco: rimasero entrambi esterrefatti dalla scena che gli si faceva davanti.
A un letto matrimoniale era stato unito uno di singolo, a formare un grande campo di giochi erotici: c’era Martina che cavalcava con energia, mentre i suoi seni, una terza misura, sobbalzavano allegramente, un ragazzo, al suo fianco Chiara si dava da fare addirittura con tre ragazzi delle due compagnie, a uno lo aveva preso in bocca, un altro la scopava da dietro, mentre al terzo, seduto sul materasso, aveva preso in mano il cazzo e glielo menava con sapienza.
Martina li vidi appena entrarono e, senza nemmeno fermarsi, chiese loro: «Volete unirvi a voi? C’è posto per tutti qui!».
«No, grazie» rispose Mara dopo un attimo di esitazione dovuto ancora alla sorpresa e all’imbarazzo per quella domanda. Uscirono più imbarazzati che mai e si guardarono in faccia: in un attimo quella sensazione sparì e si misero a ridere.
«Ma guarda te dove dovevamo finire, nel bel mezzo di un’orgia!» disse Francesco.
«Sì, ormai è diventato un festino erotico».
«Andiamo in tenda, lì nessuno ci disturberà» propose lui, ottenendo il consenso della ragazza. Scesero al piano inferiore, trovarono Silvia ormai senza camicetta e reggiseno che si faceva succhiare i capezzoli, piccoli ed appuntiti, dal suo spasimante. Andarono a salutare i pochi ragazzi che ancora non erano stati coinvolti nei giochi sessuali, quasi rammaricandosi per loro, e uscirono in giardino.
Il sole già aveva fatto capolino all’orizzonte e, nonostante fossero le sei, sembrava già piena mattina. Camminarono di buona lena, senza far caso a strani movimenti fra i cespugli del giardino da cui provenivano anche mugolii e gemiti. In breve arrivarono in tenda e si infilarono uno dopo l’altro, desiderosi di dar sfogo alle loro voglie trattenute per tutto il giorno precedente. Seduti in qualche maniera uno di fronte all’altra presero a spogliarsi: Francesco le sbottonava la camicetta, mentre Mara gli sfilava la maglietta; un bacio sulla bocca, qualcun altro sul seno, una carezza su quelle rotondità che spuntavano provocanti dal reggiseno nero di terza misura e poi le mani di lui dietro la schiena, a cercare di slacciarlo. Anche stavolta, alla vista dei suoi seni nudi, non poté fare a meno di chinarsi a prenderle in bocca i capezzoli, titillarli con lingua, giocherellarci un po’ con le dita.
Mara si godette quella dolce sensazione di piacere, pur non nuova in quei giorni, tanto da pensare di ricambiare quelle carezze: le sue dita andarono a toccarlo sul torace, sfiorandogli le costole una ad una, lentamente, fino a raggiungere il suo capezzolo. Si baciarono appassionatamente e toccandosi a vicenda, presto anche i capezzoli di lui si indurirono al punto di stuzzicare la curiosità di lei. Chissà cosa si provava a succhiarli, si chiese mentre le sue labbra si staccavano da quelle di lui per circondare invece il capezzolo, succhiandolo e leccandolo con ardore tanto da farlo gemere per il piacere.
Mara alzò la testa con un sorriso malizioso sulle labbra, guardando di sottecchi l’espressione estatica sul viso del fidanzata. “E non è ancora niente!” pensò mentre andava a distendersi sulla schiena divaricando leggermente le gambe: la sua mano scese dove le cosce si univano e, lentamente, prese a carezzarsi al di sopra della minigonna.
Francesco colse subito cosa desiderasse: le sfilò le scarpe poi con lentezza le fece scorrere le calze lungo le sue gambe, gustandosi il contatto delle sue dita con quella pelle liscia. Anche una volta sfilategliele non poté fare a meno di tornare a carezzare le sue cosce tornite, mentre lei continuava a toccarsi piano.
Le sue mani salirono nell’interno delle cosce fino a giungere al bordo delle mutandine: la carezzò piano con le dita, poi si inginocchiò fra le sue gambe, piegandosi verso di lei. Sollevò il bordo della minigonna e fu sorpreso dalla spettacolo delle sue mutandine nere di pizzo che lasciavano intravedere il suo bel triangolo peloso. Non si lasciò cogliere più di tanto dalla sorpresa ma si abbassò a baciarlo, sfiorando con la lingua il pizzo più volte. Lei rabbrividì mordendosi le labbra per non mostrare che già si stava sciogliendo per l’eccitazione.
Francesco si rialzò per sbottonarle la gonna e sfilarla da sotto con la sua collaborazione, poi fu la volta delle mutandine, che lasciarono scoperto il triangolo serico di lei che celava la fessura già umida della sua micia, che lui presto si abbassò per leccare.
Mar, per fargli capire quanto desiderasse quel suo tocco, gli appoggiò le gambe sulle spalle mentre lui automaticamente la leccava più in profondità, lambendole con delicatezza il bocciolo già duro del clitoride e assaporandone i succhi che iniziavano a colare abbondanti.
Stavolta non riuscì a impedire che qualche mugolio le sfuggisse e nemmeno voleva nascondersi: ormai il suo unico desiderio era di darsi completamente a lui, così attento e felice di farla godere.
Lei iniziò anche a muovere il bacino, assecondando le sue lunghe leccate, mentre le mani di luterano andate ad appoggiarsi sui fianchi della ragazza.
Dopo un po’ Francesco ritrasse la lingua dalla sua vagina e prese a leccarle le labbra insinuandosi appena fra di esse per arrivare a lambire appena il clitoride, e continuò così per un po’. Mara sentiva già l’orgasmo avvicinarsi e decise di abbandonarsi al piacere quando lui allungò il raggio d’azione della lingua arrivando fino all’ano, senza trascurare di leccarlo per bene e infilarvi la punta. In quel momento lei venne e gli spasmi durarono qualche secondo mentre lui continuava a lambirle alternativamente vagina e ano.
Si accorse subito del mutamente in lei, a dire la verità anche grazie a qualche gemito più deciso: aveva imparato da tempo a capire quando arrivava al culmine del piacere. Tuttavia continuò a leccarla per un po’, lasciò che fosse lei a fermarlo, decisa a spogliarlo completamente e toccarlo là.
Si rialzarono e stavolta fu lui a distendersi sulla schiena e lasciarsi spogliare, pur molto lentamente. Lei stuzzicò a lungo, prima attraverso i pantaloni, quindi, sfilatiglieli, attraverso le mutande, la sua ferrea erezione. Una volta che fu nudo afferrò il pene racchiudendolo nel palmo in modo che il glande spuntasse: dopo qualche carezza provocatoria se lo passò fra i seni, mimando quasi una spagnola, facendolo sussultare, quindi gli fece sfiorare entrambi i capezzoli, ancora eretti e via via tutto il seno per risalire sul collo, la linea dolce della mandibola, le guance, il mento. Solo alla fine gli concesse le sue labbra per un bacio, facendo sì che si chiedesse a lungo se anche quella notte, o meglio mattina, lei gli avrebbe concesso la sua bocca.
Proprio quando era al colmo dei suoi dubbi sentì e vide le labbra della ragazza accoglierlo, già un secondo dopo sentiva la lingua leccarlo fra i suoi sospiri di piacere. Si godette ogni singolo tocco della sua bocca, intrecciando le mani sulla sua nuca e carezzandola dolcemente quasi a voler incoraggiarla a continuare.
Ovvio dire che fu deluso quando la sentì abbandonarlo e rialzarsi, mai avrebbe immaginato che stesse per distendersi su di lui riprendendolo subito in bocca e offrendogli nuovamente la fighetta per il loro primo sessantanove.
La novità li tenne impegnati per qualche minuto: fu ancora lei ad alzarsi e ad andare a distendersi su di lui, stavolta faccia a faccia, per sussurrargli con voce resa roca dal desiderio: «Mettimelo dentro».
Si affrettò a infilargli un preservativo che quel giorno si erano procurati per tornare immediatamente sopra di lui. Francesco non ebbe molte difficoltà a penetrarla, era molto lubrificata dai suoi succhi: le mani corsero al suo culo perfetto per stringerlo e dare il ritmo che preferiva. Nonostante la posizione era infatti lui a dettare i tempi con colpi del bacino, presto però si girarono su un fianco, lui le passò una gamba sopra la coscia trovando così una posizione più comoda. Fare l’amore così, distesi di fianco, non era mai rientrato nei loro sogni erotici, però entrambi trovarono la posizione comoda e stimolante. Riuscivano infatti anche a toccarsi facilmente: mentre i loro fianchi si muovevano quasi all’unisono le loro mani erano tornate ad esplorare il resto del corpo. In particolare Francesco sembrava non riuscire a saziarsi mai delle rotondità del suo seno, che racchiudeva nelle palme con libidine, assaporandone consistenza e morbidezza.
Si baciarono ancora senza che nessuno dei due smettesse di muovere i fianchi e di esplorarsi i corpi a vicenda: se lui si dedicava assiduamente ai bei seni di lei, Mara si godeva il contatto delle sue mani con la schiena e giù fino al sedere di lui, che stringeva delicatamente.
Sapeva che, a causa dell’eccitazione accumulata tutta durante la notte, il suo cazzo non avrebbe retto a lungo alle dolci penetrazioni che scatenavano il piacere in lei: non le restava che farlo godere più che poteva per poi godersi insieme la seconda volta che, per esperienza, sapeva essere più duratura.
Decise di provocarlo proprio come aveva fatto lui: una mano si intrufolò fra le loro cosce cercando i suoi testicoli oscillanti che raccolse nel palmo, giocherellandoci deliziosamente per un po’, quindi l’indice corse lungo il membro che entrava e usciva dalla sua vagina. Quella carezza piacque ad entrambi: smisero di baciarsi per un breve gemito e un sorriso mentre si guardavano negli occhi a vicenda.
Mara lo sorprese ulteriormente poiché il dito si appoggiò alle labbra del sesso unendosi poi la pene fra queste: Francesco non riusciva a credere che lei si infilasse dentro un dito mentre facevano l’amore! Poca fu invece la sorpresa quando si rese conto che lei si stava sditalinando il clitoride, stuzzicandolo col dito.
Non riuscì a dire niente, ma solo a rimanere a bocca aperta, che lei si affrettò a baciare mentre sfilava il dito, ripassava sui testicoli sobbalzanti per il movimento incessante dei loro fianchi e arrivava poi dietro questi. Scorse lentamente sul perineo per arrivare al suo ano: l’indice lo stuzzicò leggermente per penetrare poi appena con sua immensa sorpresa. Si chiese a che fosse dovuta tanta audacia, ma non riuscì a capirlo pur formulando diverse ipotesi: la lunga attesa di ventiquattro ore per tornare a fare l’amore, la visione dell’orgia a casa di Claudio, l’atmosfera stimolante di un’alba al mare, sotto la tenda col suo ragazzo, il desiderio di ricambiare le sue carezze piccanti…
Nonostante ciò doveva ammettere che quelle carezze insolite, il cui pensiero nella vita di tutti i giorni non lo avrebbe certo stuzzicato, gli fecero molto piacere.
«Piace anche a te?» gli chiese Mara con un sorriso provocante.
«Mmm, sì…» ammise lui pur malvolentieri, dovendo svelare una sua debolezza.
La ragazza maliziosamente penetrò più a fondo strappandogli un lieve gemito per l’intrusione.
«Scusami» disse lei capendo di aver forzato troppo.
«No, niente, è che così, senza lubrificazione fa male» rispose lui quasi proponendo un nuovo gioco.
Mara sorrise comprendendo cosa volesse dire e allungò il braccio al vicino zaino per prendere della crema idratante, mentre lui la guardava stupito ancora da quella iniziativa. Ne spalmò un’abbondante quantità fra i suoi glutei, mentre il ritmo dell’amplesso era rallentato parecchio.
Quando lei ritentò di affondare in lui il suo dito lo fece piuttosto facilmente poiché oltre alla lubrificazione i suoi muscoli si erano rilassati: Francesco emise un lungo sospiro che lei accolse con piacere: «Come va ora?»
«Molto meglio… È strano, non fa male» furono le sue parole, dopo le quali la ragazza iniziò a muovere il dito avanti e indietro, cominciando per pochi centimetri, poi per buona parte della sua lunghezza.
Lui, eccitato, riprese a scoparla con più decisione, assecondando il ritmo del suo dito, decise poi di cambiare posizione e fece leggermente pressione sul suo fianco sussurrandole: «Fammi stare sopra».
Lei si lasciò scorrere fino a trovarsi di schiena con lui sopra, sempre dentro di lei. Con qualche difficoltà riuscì ad alzarsi in ginocchio accompagnando il suo bacino con le mani strette ai suoi glutei e riprendendo così a penetrarla, mentre lei, con le mani ancora impiastricciate di crema, gli carezzava il ventre aiutandolo anche a stare in quella posizione puntellandosi con i piedi al materassino.
Mara tuttavia non aveva ancora soddisfatto quella sua piccola perversione “ereditata” proprio da lui e, con voce roca, gli propose: «Fammi giocare ancora col tuo culetto, mi piace tanto…».
Nonostante lui gradisse quella posizione che gli dava l’impressione di dominarla e farla sua, accettò volentieri di tornare a farsi toccare così intimamente da lei.
La ragazza allargò le gambe il più possibile sul materassino mentre lui si distendeva su lei tornando immediatamente a muoversi. Subito le sue mani corsero al suo culo dopo aver preso ancora un po’ di crema, per penetrargli di nuovo l’ano.
Non passò molto che Francesco iniziò ad ansimare parole d’incoraggiamento cercando sla sua bocca per qualche frenetico bacio: lei lo accontentò e riprese a muoversi sotto di lui, accorgendosi che ormai mancava poco perché venisse.
Infatti si rialzò sui gomiti, appoggiandoli ai lati del suo meraviglioso corpo mentre le mani tornavano a stringere le sue tette e inarcando la schiena: riuscì così a trovare nuova profondità in lei.
Il suo cazzo entrava e usciva da lei con maggiore frequenza, così come faceva lei col dito, seguendo il ritmo che in breve diventò indiavolato.
«Vieni, dai, datti tutto a me!» lo incoraggiò Mara ben sapendo quale sarebbe stato l’effetto di quelle parole infilandogli nel frattempo il dito con vigore nel culo.
Lui gemette, anche per l’intrusione più profonda in lui, poi scattò in avanti più volte con i fianchi e riversando man mano il suo sperma nel preservativo, mentre dalle sue labbra usciva un urlo soffocato.
Si abbandonò poi sui gomiti per qualche secondo per rifiatare, ansimando rumorosamente per cavalcata appena conclusasi, mentre lei teneva il dito ancora all’interno del suo ano.
I due fidanzati si guardarono e sorrisero soddisfatti, Mara attese ancora qualche secondo, poi le sue mani con un velo di crema andarono a prendere il suo membro sfilandoselo da lei per toglierli il preservativo e metterlo da parte.
«Piaciuto?» s’informò il ragazzo.
«Sì, e a te?» chiese maliziosa: si era infatti resa conto quanto avesse apprezzato quell’amplesso.
«Alla follia. So che non è normale…» aggiunge con tono di scusa.
«No, è assolutamente normale, e non vuol certo dire che sei frocio perché piace farti toccare là dalla tua ragazza, soprattutto facendo l’amore».
Si baciarono contenti mentre lui le scivolava di nuovo al suo fianco, in una posizione molto più comoda per entrambi.
Dopo qualche minuto che pomiciavano, con una leccatina all’orecchio, lui le mormorò senza nascondere un pizzico di rammarico: «Avrei voluto che anche tu provasse il mio stesso piacere. Non puoi sapere quanto mi dispiace di non riuscire a farti venire scopandoti».
«Non ti preoccupare» lo rassicurò lei cingendolo con le braccia. «È normale non trovare una perfetta sincronia le prime volte. Vedrai che impareremo a conoscerci e allora sarà fantastico, più di ora…». Lo baciò sulle labbra e tornarono a coccolarsi. Il sonno li sorprese mentre stavano tranquillamente abbracciati, entrambi avevano intenzione di prolungare i loro giochi ma la stanchezza accumulata ebbe la meglio.
Passarono un paio d’ore in cui dormirono profondamente, poi fu lui a svegliarsi e, divincolandosi lentamente per non risvegliare anche lei, cercò l’orologio: era ancora prestissimo, fissò l’allarme alle tre del pomeriggio e fece per tornare a dormire, girandosi verso di lei, nel frattempo messasi di schiena.
I suoi begli occhi marroni si spalancarono all’improvviso e fissarono il telo della canadese, poi girò la testa verso di lui: «Buongiorno» disse in un sorriso che rivelava che era ancora molto assonnata. «È già ora di alzarsi?».
«No, no, dormi cara» rispose accoccolandosi a lei.
«A dire la verità ho ancora una certa voglia…» buttò lì.
Francesco rialzò la testa come a mettersi in ascolto e la guardò allettato, mentre nuda si stiracchiava come una gatta, sbirciandolo fra le gambe, al di sotto del suo inguine coperto da un folto pelo.
«Ma come, non ti eccito più?» chiese con un’ironica espressione di sorpresa, alzandosi a sedere e prendendogli il pene ancora flaccido fra le dita. «È ancora molle e senza vita. Sai che a me piace quand’è lungo e pulsante».
Lui la lasciò fare, sicuro che in breve l’avrebbe portato a quell’erezione che ancora non aveva, pur apprezzando il suo bel corpo nudo.
Mara fece scorrere sul membro il palmo, più volte, ma non ottenne altro che un lieve accenno di erezione: a quel punto decise di alzarsi e sistemarsi fra le gambe di lui, abbassandosi sul suo membro e appoggiandoselo alla sua gola. Lentamente lo fece scivolare verso il basso, fra i suoi seni, strofinandolo con delicatezza mentre lui aveva finalmente una prepotente erezione: «Ah, birichino, volevi ti facessi qualcosa di nuovo per diventare come piace a me!».
Francesco, con un’espressione estatica, le appoggiò le mani sulle spalle, quasi volendo guidarla in quel movimento irresistibile.
«Ti piacerebbe spruzzarmi lì i tuoi succhi, innaffiarmi i seni e la gola col tuo seme e poi spalmarmelo con le mani fino a farmelo assaggiare?».
«Sì, continua così che sei fantastica!» commentò lui fuori di sé per la gioia.
Mara, contenta che lui apprezzasse tanto quella carezza erotica, anche se provò una punta di delusione quando lui la fermò esclamando: «Aspetta!». Francesco si alzò e, desideroso di ricambiare tutto il piacere che lei gli aveva donato, la fece distendere sulla schiena attaccandosi ai suoi bei seni leccandoli con foga. Poco dopo carezzandola ovunque con la lingua, arrivò al suo cespuglietto e alla fessura umida alla quale si dedicò con cura finché lei prese a mugolare. A quel punto sostituì alla lingua un dito, entrando in profondità senza alcuna difficoltà tanto era eccitata. Francesco si leccò avidamente il dito sotto il suo sguardo, poi frugò un po’ nel beauty di lei trovando un tubetto di qualche centimetro di diametro.
Mara capì al volo la sua intenzione e allargò le gambe passandogli anche un preservativo dalla confezione: «È meglio che lo infili, non si sa mai…». Lui rimase leggermente sorpreso da quella precauzione, rendendosi peraltro conto che era legittima. Andò perciò ad appoggiare alle labbra del sesso il tubetto ricoperto dalla guaina di lattice e glielo infilò lentamente. Fu stupito dalla facilità con cui scorreva in lei, mentre la vulva si dilatava gradualmente. Francesco lo fece scorrere a lungo mentre la ragazza godeva e gemeva sotto di lui, che andò a unire anche due sue dita al tubetto, arrivando a titillare il clitoride.
Lei venne immediatamente, in un intenso orgasmo che la sconvolse per alcuni secondi e la fece gemere rocamente a bocca aperta. Il fidanzato non le lasciò tregua nemmeno un istante ma seguitò a penetrarla e stuzzicarla senza posa: non tardò molto ad arrivare un’altra volta al culmine del piacere, ancora accompagnato dai suoi numerosi sospire.
«Basta, ti prego, fammi riposare un attimo, sto godendo troppo» lo supplicò.
Lui le tolse il tubetto, ma solo per cercare qualcosa di maggior diametro: trovata una bottiglietta di deodorante che era poco più grande del suo cazzo in erezione, vi infilò a fatica lo stesso profilattico e riprese a penetrarla.
Mara si divincolava per il piacere intenso, cercando di aprirsi il più possibile, venendo ancora dopo qualche minuto di intense penetrazioni. «Ora basta, ti prego, sta iniziando a farmi male» gli disse con più decisione con voce rotta dal piacere. Francesco ubbidì, prese un altro preservativo, se lo infilò sul pene in erezione sotto lo sguardo attento di lei che pur ancora anelava di farsi scopare. Il ragazzo tuttavia temporeggiò ancora qualche minuto, baciandola sulla bocca, nell’incavo del petto, sulla gola, sulle ascelle depilate e bagnate da un velo sottile di sudore, sul ventre piatto dai muscoli contratti, sulle punte dure dei piccoli capezzoli scuri ed eretti per tutta quella eccitazione. Quando penetrò velocemente  in lei fu una liberazione: scoparono con furia, lui affondava con lunghe stoccate, lei muoveva quasi convulsamente il bacino. Non riusciva a credere di poter avere un quarto orgasmo a così breve distanza; neppure quando venne stringendolo a sé con le gambe con cui gli aveva circondato la schiena. Non ci vollero che pochi altri affondi per far venire anche lui: riversò ancora varie volte lo sperma nel serbatoio del preservativo, poi si ritrasse da lei mettendosi al suo fianco. Rifiatò appena, poi le sue mani tornarono a carezzarla con dolcezza: l’una sul ventre, l’altra fra le pieghe della vagina.
«Sai qual è la migliore crema di bellezza per la pelle?» chiese Mara dopo un po’, senza che lui cogliesse il senso della domanda.
«No, no di certo» rispose titubante senza capire.
«Questa» fu la sola sua risposta togliendogli il profilattico e mettendoglielo in mano.
«Cosa vuoi che faccia?» le chiese ormai vaccinato alle sue perversioni di quelle ore.
«Spalmamela con cura sul viso» rispose maliziosamente: senza esitazione alcuna lui le versava il contenuto della guaina di lattice sulle guance, passandogliela con le dita per tutto il viso, facendo colare un paio di gocce lungo la gola: le andò a spargere per ultime sulla parte superiore del suo seno.
Alle narici di lei saliva il sapore acre dello sperma che la stuzzicò al punto di leccarsi le labbra sperando di raccogliere un po’ di quel sapore salato. Notandolo, Francesco le porse il preservativo capovolto che lei leccò avidamente finchè fu sporco solo della sua saliva.
«Ne vuoi dell’altro, per il resto del corpo?» chiese lui con fare premuroso.
«Davvero non sei ancora stanco?» chiese stupendosi della sua virilità, cosa che gli fece molto piacere.
«Sì, basta solo che ti dia da fare in qualche modo per averlo!» assicurò lui speranzoso di qualche gioco interessante.
La sua fantasia finì ancora una volta per incuriosirlo e provocarlo: «Mettiti a carponi, mi è venuta un’idea» disse rialzandosi con entusiasmo mentre si apprestava ad ubbidire. Quando fu in quella posizione lei si distese sopra, sulla sua schiena, appoggiando l’inguine al suo sedere.
«Bene schiavo, ora sarò io a dominarti e a scoparti, tu dovrai sottostare in tutto e per tutto alla tua padrona» introdusse quel gioco, evidentemente una recita, con voce autoritaria.
«Sì, signora» rispose lui stando al gioco mentre cominciava ad avere un’erezione per il continuo strofinio del pube di lei sul proprio sedere e anche per quelle parole.
«Vediamo, barbaro, se le ragazze delle tue terre ti hanno insegnato a usare il randello che hai fra le gambe» disse impugnandolo con la sinistra mentre la destra raccoglieva i suoi coglioni, stringendoli e giocherellandoci: l’altra mano intanto iniziava a masturbarlo piano.
«Ti hanno mai toccato così?».
«Sì, ma senza cavalcarmi come fate voi».
«E chi è che lo fa?».
«Le mie sorelle e le mie cugine».
«Siete proprio dei rozzi e incivili, per abbandonarsi all’incesto!».
«Ma giochiamo solamente: il loro fiore viene conservato per la prima notte di nozze».
Ormai con la sua vagina gli aveva imperlato con un velo sottile di umidità la zona del culo dov’era passata.
«Bene, ora siediti e appoggiati sulle braccia. Indietro con la schiena!» ordinò superba ammirando il cazzo duro che puntava in alto. Prese un altro profilattico e lo calò lentamente sull’asta.
«Cos’è?» chiese per metterla in crisi.
«Budella di bue. Serve a non farmi restare incinta da uno schifoso schiavo teutonico».
Con abilità si sedette su di lui, appoggiandosi anche lei indietro con le braccia e cominciando a muoversi su di lui, che rispondeva con prontezza.
Mara mostrò tutta l’esperienza che aveva accumulato con i precedenti ragazzi, stringendolo con i suoi muscoli interni fino a farlo gemere a quella dolce tortura.
«Hai visto di cosa sono capace?» chiese superba.
Lui si piegò in avanti, ghermendole i seni e cercando la bocca che lei ritraeva: «Sì padrona, siete una maestra dell’arte dell’amore. Vi prego, fatemi venire!».
«No, non così, la mia figa non può essere concessa al seme di un barbaro, nemmeno con il condor!» disse togliendosi da lui e mettendogli a nudo pure il cazzo sfilandogli il preservativo. Si distese sul ragazzo a baciargli i capezzoli strofinandosi sapientemente il membro sul ventre, ma era ancora troppo presto perché venisse, nonostante l’eccitazione. Mara si distese perciò supina e gli ordinò: «Strusciati sulla mia schiena!».
Un attimo dopo Francesco le era a cavalcioni, le mani sulle spalle, a muovere il bacino sulla sua schiena.
Quando lei gli disse: «Ora sul culo, ma senza entrare!» gli venne un brivido, ma ubbidì ancora. Com’era eccitante strofinarlo fra i glutei, sfiorando l’ano! Spera di venirle proprio lì e poi massaggiarla mentre rimaneva distesa di pancia. Mara invece lo fece rialzare e distendere di schiena per tornare a stuzzicarlo, ormai prossimo all’orgasmo, con il suo ventre.
«Eccomi, sto per innaffiarti!» urlò quasi.
«Bagnami tutta coi tuoi succhi, fammi una doccia!» lo incoraggiò mentre lo sperma iniziava a flottarle sulla pancia. L’orgasmo fu intenso pur non farlo urlare come i precedenti, si rialzò subito per spalmarle, come promesso, l’abbondante chiazza di sperma sulla pancia e sui seni.
La ragazza lo baciò sulle labbra una, due, tre vole, senza posa, ringraziandolo per aver realizzato quel suo desiderio. Erano nuovamente distesi fianco a fianco, abbracciati mentre le loro gambe si intrecciavano pur senza che lui la penetrasse.
Non ci volle molto perché il sonno cadesse su di loro, uno dopo l’altro, senza che aprissero gli occhi fino al squillo dell’allarme dell’orologio. Entrambi si guardarono con un ampio sorriso: «Buongiorno» fece lui.
«Buongiorno caro» lo salutò lei a sua volta.
Francesco le avrebbe proposto volentieri la scopatina del risveglio, ma si sentiva il pene leggermente indolenzito dall’attività di quella notte. Si accontentò di toccarla un po’ ovunque, facendole scivolare anche una mano fra le gambe.
Non furono che brevi carezze affettuose che presto terminarono: quello era l’ultimo giorno della loro breve vacanza, anzi, le ultime ore che intendevano occupare andando in spiaggia, poiché alle sette il treno ripartiva per riportarli a casa a sera inoltrata.
«Ho bisogno di una doccia, l’ultima me l’hai fatta tu con lo sperma» disse Mara di buon umore.
«Anch’io» ammise lui dopo una risata. Ancora l’idea di una scopata in doccia lo stuzzicò, però non era il caso.
Lei si alzò cercando l’accappatoio che si infilò sul corpo nudo, prese con sé il costume e il beauty: uscendo dalla tenda lo invitò ad affrettarsi.
Com’era prevedibile le docce erano deserte come tutto il resto del campeggio: in un attimo furono pronti anche perché stavolta usarono ognuno un bagno differente. Subito dopo si affrettarono anche a smontare la piccola tenda e a preparare gli zaini, portandoseli poi con loro in spiaggia.
Si misero a prendere il sole per l’ultima volta, ma non passò molto che decisero di andare a salutare gli amici conosciuti in quei giorni. Si avviarono prima dalla compagnia conosciuta il pomeriggio precedente che alloggiava nel loro stesso campeggio. Camminando fra la gente scorsero Giulia e Marco distesi al sole a pochi metri da loro, si guardarono e dissero: «Andiamo».
«Ciao Giulia, ciao Marco».
«Ciao ragazzi, come va?»
«Passavamo di qua e abbiamo pensato di venire a salutarvi, partiamo prima di cena».
«Di già? Oh, è vero, mi dispiace. Ci sentiamo allora?» chiese Giulia alzandosi e facendo sobbalzare i suoi abbondanti seni sempre scoperti.
«Certamente, vi lascio anche il mio numero» disse Mara dettando il telefono di casa.
«Fate buone scopate stanotte?» chiese Giulia ammiccando maliziosamente.
«Sì, fantastico» risposero praticamente in coro. «E voi?» incalzò Mara.
«Non abbiamo praticamente mai smesso!» esclamò felice.
«La cabina è stata un’idea grandiosa: abbiamo fatto un salto anche prima. Purtroppo ci si deve rassegnare a farlo in piedi o al più seduti» ammise Giulia.
«Non è che la canadese si tanto più confortevole» fece notare Francesco.
«Ma non via andrebbe di provare? Da soli, s’intende?» propose loro Marco.
«Ma sì, una scopatine in questa spiaggia affollata dovete sperimentarla! Ecco le chiavi!» fece Giulia porgendole.
«Ma no, grazie mille comunque Giulia…» rispose leggermente imbarazzata lei mentre il fidanzato cercava di rifiutare ugualmente senza offenderli.
«Dai, non fate complimenti» insisterono prima Marco e poi lei, al punto che gli altri due ragazzi si videro costretti ad accettare la loro gentile offerta.
Ancora leggermente imbarazzati e a disagio si avviarono verso la cabina in questione, aprirono e poi si chiusero dentro. In intimità, molto più a loro agio, si lasciarono andare all’ardore della passione divorandosi vicendevolmente di baci infuocati. Erano le quattro e mezza, lui ormai era pronto a una nuova cavalcata anche grazie alla situazione particolare che lo aveva eccitato. Mentre lui si inginocchiava ai suoi piedi scostandole un po’ il costume per mettere il mostra il sesso di lei, Mara si ricordò di una cosa.
«I preservativi!» esclamò.
“Oh, no!» pensò lui, “proprio adesso”. Gli occhi di lei caddero però su una mensola, che insieme ad una panchetta di legno era l’unico elemento d’arredo della cabina: c’era una scatola aperta, qualche confezione chiusa sparsa fra le altre cose sulla mensola. Certamente Giulia e Marco non si sarebbe offesi se avessero fatto ricorso alla loro abbondante scorta di profilattici.
Tranquillizzato da quella scoperta, Francesco andò a avanti, carezzandole il triangolo segoso e infilando un dito fra le labbra del sesso. Lo stuzzicò sapientemente e presto aggiunse anche la bocca per essere sicuro che si eccitasse. Non occorrevano tuttavia molte attenzioni in quei giorni perché si lubrificasse e i succhi prendessero a scorrere fino alle sue cosce.
Desideroso di qualcosa di più ed eccitato si rialzò, infilandole le mani sotto le coppe del reggiseno scoprendole i seni con le mani e palpandoli con ardore. Quando smise glieli scoprì e la strinse a sé, premendole l’erezione stretta nel costume contro il suo monte di Venere. Si baciarono ancora stringendosi mentre lui le slacciava il reggiseno che lei fece cadere a terra con un rapido movimento. Mara corse con le mani al suo membro facendolo uscire da uno dei buchi per le gambe del suo slip e masturbandolo lentamente mentre veniva sditalinata con più decisione dalla sinistra di lui arrivata sotto il suo costume.
Ormai erano entrambi pronti a fare di nuovo l’amore e stavolta fu lui ad avere la lucidità di sottrarsi per un attimo alle carezze di lei e infilarsi un preservativo senza curarsi tanto di indossare ancora il costume.
Lo stesso fece lei, di proposito, per farlo in modo inusuale, ma scostò appena il bordo delle mutandine esattamente come lui. Francesco la inchiodò alla parete di legno con ardore, lei lo assecondò felice cingendogli le natiche, spingendolo maggiormente a sé. Per un attimo temette che intendesse penetrargli l’ano come quella notte e che per questo ancora gli bruciava.
Aveva alzato le braccia sopra la testa, appoggiando le mani a palmi aperti sulla parete di legno e scopandola più lentamente. Dopo un po’, fra un bacio e l’altro, cambiarono posizione: lei si girò, offrendogli lo spettacolo della sua schiena nuda e delle natiche ancora fasciate dallo slipino.
Francesco scostò appena il necessario l’indumento e tornò a penetrare la sua fighetta fradicia con suo sommo piacere, mal celato da mugoli e gemiti sommessi per non farsi scoprire dagli altri bagnanti. In quella posizione lei godeva più intensamente, anche grazie alle attenzioni che lui stava rivolgendo ai suoi seni. Muoveva i fianchi all’irresistibile ritmo che lui imponeva fino a sciogliersi quasi all’improvviso, rilassando i muscoli pur senza urletti o mugolii.
«Sono venuta, è stato bellissimo, grazie!» annunciò felice.
«Ora tocca a te, abbandonati, vienimi in figa, aprimi» gli sussurrò piano all’orecchio in modo che solo lui potesse sentire: era la prima volta che lo stuzzicava con quel linguaggio sconcio da battona di basso rango, era ansiosa di sapere come avrebbe reagito.
«Sì, dimmi ancora queste paroline, ti accontenterò» rispose lui eccitato, sempre a voce bassissima.
«Voglio che mi sfondi, che mi riversi il tuo nettare caldo nel profilattico, poi lo berrò: dicono che sia così nutriente…».
«Ma dove hai imparato certe frasi?» chiese lui curioso.
«Da un mio ex, gli piaceva che dicessi le parolacce» confessò.
«Piace anche a me» ammise senza gelosia.
«Allora monta sempre di più la tua cavalla, bello stallone, sfondami col tuo arnese gigantesco. Lasciati andare al piacere…».
Cominciò a venire proprio in quell’istante, con un primo fiotto di seme mentre la sentiva contrarsi a sua volta in preda al proprio orgasmo. Solo quando si calmò un attimo poté essere contento di quell’orgasmo pressoché simultaneo mentre lei teneva fede alle parole dette poco prima e andava a cercare il preservativo gonfio di liquido. La sua lingua guizzò avida raccogliendolo mentre lui assisteva incredulo a occhi spalancati la scena. Sorridendo e leccando pulì il preservativo, inghiottendo vistosamente. Gli rimise a posto il pene, tornato a dimensioni normali e si riallacciò il reggiseno. Non passarono che pochi secondi ed erano di nuovo sotto il sole battente, che colpì i loro occhi abituatisi alla penombra della cabina.
Riconsegnarono le chiavi alla coppia di amici che li accolsero sorridenti, scambiando ancora qualche battuta.
«Mara, ma toglimi una curiosità: hai mai provato il topless?» le chiese la solita Giulia.
«No, a dire la verità no» ammise candidamente la ragazza.
«Che ne diresti di provare? Ti dà un senso di libertà, poi è divertente vedere quanti uomini ti fissano là sulle tette» la incoraggiò spingendo avanti il suo giunonico seno dai capezzoli chiari su cui spesso si erano appoggiati anche gli sguardi di Francesco. «In più staresti bene, hai davvero un bel seno».
«Perché no?» chiese a voce alta Mara, le cui inibizioni erano via via cadute in quei giorni. «Che ne dici?» fece rivolta al suo lui, cercandone l’approvazione.
«Se lo desideri si potrebbe fare…» disse dando il via libera, curioso di vederla a seno scoperto in una spiaggia affollata. Mara portò allora le mani dietro la schiena e un attimo dopo i suoi seni erano nudi, esposti al sole e a mille sguardi.
«Però, niente male. Stanno su che è un piacere, poi ha dei capezzoli molto sexy» si complimentò per primo Marco.
«Grazie!» rispose lei semplicemente mentre anche Giulia e Francesco le facevano dei complimenti.
Verso le seri salutarono con baci e abbracci la coppia di amici: l’abbraccio di Giulia a Francesco fu particolarmente caloroso e lui si godette lo splendido contatto del suo torace con i bei seni di lei, avvertendone i capezzoli appoggiati contro di lui. Arrivarono finalmente a salutare gli altri ragazzi: quanti nel frattempo si erano voltati lungo il cammino a fissare le tette al vento di Mara!
Nessuno di loro si scandalizzò a vedere la ragazza in topless, pur stupendosi di ciò. Anche Martina faceva bella mostra delle sue tette e, al momento dei saluti, si scusò dell’inconveniente della mattina. Fra baci e abbracci, i ragazzi fecero praticamente a gara per strusciarsi addosso un attimo di più le belle tette di Mara.
La coppia passò infine per un rapido saluto dalla compagnia di Claudio, ringraziandolo per la festa e alle seri e mezza si rivestirono (a malincuore di Francesco che volentieri l’avrebbe ammirata in topless fino a casa). Lui indossò un completino corto, lei reggiseno nero, canottierina e shorts.
Raccolsero in fretta i bagagli e arrivarono alla stazione addirittura in anticipo di dieci minuti buoni, mentre il treno, immancabilmente, giunse un po’ in ritardo.
Fu un viaggio tranquillo: qualche bacio, molti progetti. Ormai non potevano più rinchiudersi in quella stazione, avrebbero preso il treno per vedersi tranquillamente nei paesi più o meno vicini o in città. Qualche volta lui avrebbe potuto ottenere la macchina dai suoi, lo stesso lei. Per scopare la cosa era più complicata: oltre a qualche avventura in macchina decisero che avrebbe sperimentato l’ebbrezza dell’aria aperta come la loro prima volta e dei molti campi di grano della campagna dalle loro parti.
Scesero al loro paese, i soli del loro treno, che ormai il sole era già tramontato. Guardarono la sala d’aspetto, poi si fissarono: erano alla fine della loro prima vacanza, una vacanza tutto divertimento e soprattutto sesso.
«Diamo l’addio in grande stile a questo posto?» propose lui.
«Andiamo, ti farò vedere le stelle!» rispose lei decisa, mentre infilavano con i loro zaini la porta del piccolo bagno per l’ultima volta.

 
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