Mi chiamo Marie, sono nata in Bretagna e sono venuta in Inghilterra qualche anno fa, quando Lady L., la madre del signorino Gerald, mi ha assunta al suo servizio. Gerald era allora un ragazzetto, sottile, con i capelli biondi e lisci, gli occhi azzurri e lo sguardo sempre trasognato. Era attaccatissimo alla madre. Stavano sempre assieme, e lui, quando Lady L. si vestiva , stava a guardarla a lungo, seguendo ogni suo movimento, dandole dei consigli, pettinandola, aggiustandole le pieghe della camicetta, scegliendo per lei scarpe, guanti, cinture, gioielli. Sono ancora giovane, piena di desideri, e devo dire che non mi sarebbe affatto dispiaciuto se quel ragazzo di straordinaria bellezza, che si era affezionato molto anche a me, fosse stato un po' più intraprendente. Ma pareva che le donne non gli interessassero affatto - tranne, beninteso, la mamma. Quando le sue cugine venivano alla villa, chiacchierava con loro del più e del meno, ma in maniera distaccata, distratta: parlava di vestiti, di mode, degli spettacoli che si davano a Londra, della noia della vita, redenta solo dai ricevimenti che sua madre, rimasta vedova già da molti anni, dava per i vicini di casa, dei tè pomeridiani ai quali partecipava immancabilmente il sindaco del vicino villaggio. Dal canto suo, pareva che Lady L. non avesse amanti, che dedicasse interamente la propria esistenza al figlio, quel figlio dagli occhi da cerbiatta, sempre abbigliato di tutto punto e che imitava la madre truccandosi come lei gli occhi, imbellettandosi le guance, passandosi il rossetto sulle labbra. Era l'estate del 196... Una lunga estate calda, piena del ronzio di api e di mosche, con il profumo delle rose che penetrava dal giardino attraverso le finestre spalancate, invadendo tutta la villa. Un profumo languido, che rendeva l'atmosfera più sonnolenta ancora. E quante voglie, quanti desideri mi passavano per la mente. Ma non c'era niente da fare. In quella villa sepolta nella campagna inglese ero costretta alla castità, e l'unico mio sollievo erano le lunghe masturbazioni alle quali mi dedicavo soprattutto di pomeriggio, quando non avevo niente da fare e, sola nella mia camera, mi sdraiavo sul letto, tiravo su la gonna e lentamente cominciavo ad accarezzarmi pensando a lui, quel ragazzo che tanto desideravo ma con il quale sapevo che non c'era proprio niente da fare. Sì, sembrava davvero che avesse occhi solo per la madre, quella bella donna alta, austera, regale, dall'aria così inavvicinabile, tanto rigida e severa con i domestici e che, se avesse intuito quali erano i miei sentimenti per suo figlio, mi avrebbe immediatamente cacciata. E io non avevo nessuna intenzione di tornare al mio villaggio di pescatori bretoni, sempre battuto dal vento dell'oceano, invaso dall'odore del pesce e dove la vita era tanto dura. Preferivo la noia della campagna inglese e pensavo, di lì a qualche anno, raccolto un bel gruzzoletto, di partire per il continente dove avrei trovato senz'altro qualcosa di meglio da fare. Fu ai primi di agosto, quando la noia di quell'estate inglese era giunta al culmine, che alla villa giunse un cugino di Gerald, un ragazzo della sua stessa età, con i capelli bruni e ricciuti. Era figlio di un fratello della madre che aveva sposato una donna italiana, e Anthony, tale il suo nome, aveva preso molto dalla madre: grandi occhi scuri, lunghe ciglia arcuate come quelle di una donna, una larga bocca sprezzante, il volto pallido, la pelle ambrata. Era alto quanto Gerald, ma non altrettanto sottile, anche se aveva membra snelle e mani lunghe e affusolate. I due non si erano mai visti prima e strinsero subito amicizia. Andavano molto d'accordo, e stavano molto spesso assieme, a parlottare fitto. Notavo tuttavia che Lady L. appariva un poco preoccupata di quella loro eccessiva intimità: li seguiva con lo sguardo quando uscivano insieme nel parco, mi chiedeva spesso dove fossero, cosa stessero facendo, e quando rispondevo che erano andati a fare il bagno nel laghetto, la vedevo tamburellare nervosamente con le dita sul bracciolo della poltrona. Possibile, mi chiedevo, che fosse gelosa del figlio e dell'amicizia che Io legava ad Anthony? Un giorno, passando lungo il corridoio davanti alla camera di Gerald, udii dei sussurri, delle mezze parole e, mi parve, anche il rumore di un bacio. Mi fermai interdetta e, cosa che non ho l'abitudine di fare, accostai l'orecchio alla porta. Sì, Gerald e Antony stavano evidentemente facendo qualcosa di strano. “Ma mi vuoi bene?” Questa era la voce di Gerald. “Te ne voglio sì, ma tu devi smettere di essere troppo insistente,” rispondeva Anthony. “Sei troppo geloso, Gerald.” “Ma tu non puoi guardare a quel modo i giardinieri e le cameriere,” replicava Gerald. “Non me la farei mai con un domestico,” ribatteva Anthony. “Ti conosco, puttanella!” strillò a questo punto Gerald. “Come se non ti avessi visto, al villaggio, fartela con quel ragazzo!” A questo punto, vinta dalla curiosità, mi accoccolai e avvicinai l'occhio al buco della serratura. Li vedevo molto bene. Stavano in piedi accanto alla finestra, uno di fronte all'altro, guardandosi fissi negli occhi. E vidi la mano di Gerald scendere ad afferrare Anthony sopra i calzoni. “Ne hai voglia?” chiese Anthony. “Ho sempre voglia di te,” disse Gerald. “Spogliati, allora,” fece l'altro. Lentamente, continuando a fissarlo, con un sorriso beato sulle labbra, Gerald cominciò a togliersi gli indumenti. Cominciò dalla camicia. Rimase a torso nudo, il petto magro - che tanto volentieri avrei accarezzato io - esposto allo sguardo del cugino. E il cugino allungò una mano, gli toccò delicatamente i capezzoli, gli passò le unghie sulle costole. Gerald stava fermo, adesso, con gli occhi chiusi, la testa leggermente rovesciata all'indietro, le narici dilatate, ad accogliere le carezze di Anthony. Fu questi a slacciargli la cintura dei pantaloni che caddero rivelando il ventre piatto, le anche ossute, il pube coperto da una nuvola di peli biondi, e un lungo membro roseo, bellissimo. Il membro si drizzò piano sotto gli occhi di Anthony che continuava a sfiorare il petto del cugino, guardando quel meraviglioso serpente che cresceva, allungandosi verso di lui, spinto dal desiderio. Ero eccitatissima. Infilai la mano sotto la gonna, mi toccai il sesso. Ero tutta bagnata, con le labbra spalancate. Oh, come avrei desiderato che quel meraviglioso uccello mi penetrasse! Continuavo a guardare, con l'occhio incollato al buco della serratura, mentre il mi dito indice si agitava freneticamente sul clitoride. A questo punto, Gerald si mosse, si scosse dal suo stato di trasognatezza. Senza aprire gli occhi, allungò le mani verso il cugino, gli sbottonò la camicia, gliela tolse, gli slacciò la cintura dei pantaloni, glieli fece cadere, percorse con le dita il ventre e il pube del cugino, gli carezzò il membro che era già duro, più corto di quello di Gerald ma più grosso, immerso in una foresta di peli neri. Il corpo di Anthony era meno magro di quello di Gerald e non glabro come il suo. Il petto era coperto d peli, e peli salivano dal pube all'ombelico, si infittivano sulle cosce. Gerald scappucciò il pene del cugino con una mano, con l'altra accarezzandogli i testicoli. Adesso aveva aperto gli occhi, guardava affascinato l'organo che coccolava, trastullava, vezzeggiava, mentre il cugino, le mani lungo i fianchi, lo lasciava fare. Poi Gerald si inginocchiò, prese in bocca il cazzo di Anthony. Lo succhiò a lungo. Quindi se lo sfilò di bocca, alzò occhi imploranti al cugino che lo guardava dall'alto in basso, il volto immobile, fermo. “Perché non mi inculi?” gli chiese. “E va bene,” accondiscese Anthony. “A patto che poi tu mi inculi a tua volta.” “Ma sai che non mi piace,” replicò il cugino. “Devi smettere con questa tua passività,” disse Anthony. “Ma io mi sento femmina,” ribatté Gerald. “Una femmina con un palmo di cazzo,” rise Anthony. “Oh, come sei volgare! E come sei ingiusto!” piagnucolò Gerald. “E tu sei un illuso,” ribatté Anthony. “Non sei una donna, mio caro, sei un maschio, mettitelo bene in testa. E non è detto che un maschio non debba metterlo o prenderlo nel culo. E piacevole, ecco tutto. Ognuno ha diritto di godere come gli pare e piace. E va bene, adesso mettiti sul letto.” Gerald si tolse i calzoni che gli erano rimasti attorcigliati alle caviglie, si sfilò calze e scarpe, si mise sul letto a quattro gambe. Adesso, dalla mia posizione al di qua dell'uscio, vedevo soltanto il culo proteso all'insù; il resto del corpo era nascosto. Vedevo invece interamente la figura di Anthony, che gli si accostò; la mano di Gerald si protese all'indietro, afferrò il membro del cugino, lo guidò verso il proprio ano. La verga affondò di colpo, il culo di Gerald ebbe un sussulto, il corpo evidentemente si inarcò, e udii un grido di dolore e di piacere, mentre la mia mano letteralmente impazziva come se fosse una cosa a sé, distaccata sul mio corpo, accanendosi sul clitoride. Ero caduta in ginocchio, e anch'io gemevo piano, mordendomi le labbra perché dalla mia bocca non uscissero suoni capaci di tradirmi. Il ritmo di Anthony andava accelerando. Il suo uccello entrava e usciva, sempre più veloce, con furia, dal corpo del cugino, il quale adesso si era lasciato cadere bocconi sul letto, e Anthony gli fu sopra, schiacciandolo con tutto il suo peso, allargandogli le gambe con le ginocchia, premendole in giù, e intanto ruggendo, vomitando ingiurie: “Troia, puttana, bambino viziato sempre attaccato alle gonne di quella vecchia vacca di sua madre! Povero stronzo che si crede una donna e invece è un maschio come tutti, illuso, cretino, deficiente, idiota che vorrebbe giocare con le bambole!” “Oh, oh, oh, ancora, ancora,” strillava Gerald. “Mettimelo più a fondo, fammi male, dimmi che sono una troia, offendimi, frustami, fammi sanguinare!” E Anthony glielo sfilò dal culo, si alzò in piedi, prese là cinghia dei propri pantaloni e cominciò a colpire furiosamente le natiche del cugino. Le vedevo torcersi, arrossarsi sotto i colpi implacabili di Anthony, vidi il sangue che cominciava ad apparire, e a questo punto urlai godendo come mai avevo goduto in vita mia. Adesso non guardavo più dal buco della serratura. Abbandonata sul pavimento, singhiozzavo istericamente, a occhi chiusi. E quando li riaprii, vidi davanti a me due piedi nudi. Una mano mi afferrò per i capelli, fui trascinata nella stanza, gettata sul letto accanto al corpo nudo di Gerald. Questi non si mosse, non mi guardò. Rimase immobile, come perduto in un sogno. E Anthony mi alzò le gonne, mi palpò il culo, alzò la mano ancora armata della cinghia, e cominciò a farmi piovere sulle chiappe una tempesta di colpi, urlando: “Brutta troia, ci stavi spiando, eh? Hai voglia di cazzi, eh?” Mi rovesciò sul dorso, mi allargò le cosce, mi infilò un dito nella vagina. “Sei tutta bagnata. Ti masturbavi, eh, brutta porca'? Gerald, chiavala!” “No, no, no,” piagnucolò Gerald. “Chiavala, t'ho detto, o io non ti inculerò mai più. Piangendo, Gerald mi strisciò sopra, mi infilò il membro nella fica, mentre Anthony continuava a colpirlo spietatamente con la cinghia sulle natiche. “Chiavala, chiavala più forte, così ti renderai conto di essere un uomo!” urlava. Ero travolta, mio malgrado, dal piacere. Mi rendevo conto di essere in una situazione dìfficilissima. Quasi impossibile che Gerald me la perdonasse. E, anche se non poteva certo andare a spifferare tutto a Lady L., avrebbe fatto in modo di mettermi in cattiva luce ai suoi occhi, e io sarei tornata al mio borgo selvaggio sulle coste della Bretagna battute dai venti del nord, percosse dall'onda incessante dell'Atlantico. A meno che..... …. “Che cosa sei, dunque, un uomo o una donna?” urlava adesso Anthony, continuando implacabilmente a frustare il cugino. “Più forte, più forte, chiavala più forte, sborrale nella fica, maiale! Deciditi a venire, altrimenti non te lo metterò mai più nel culo.” La frusta, si sa, opera miracoli. Gerald, che aveva scoperto di essere, come tutti noi, fondamentalmente bisessuale, mi inondò la vagina del suo umore vischioso, e io godetti con lui, immemore, senza ormai preoccupazioni di sorta. Perché adesso sapevo che nulla mi sarebbe accaduto, e che nella villa di Lady L. le estati non sarebbero più state noiose.
Questo inverno mi sono recato a Milano una settimana per frequentare un corso d'aggiornamento, ed un pomeriggio visto che avevamo terminato presto e, che non avevo voglia di rintanarmi in albergo, decisi di recarmi in una sauna per rilassarmi e, magari, per trovare qualche ragazzo interessante. Ero infreddolito ed una sauna era esattamente quello che mi ci voleva. Nell'ingresso c'era una piccola reception; dietro il banco, un bel ragazzo con il camice bianco, mi chiese molto educatamente se conoscessi già il posto; io risposi di si, senza specificare che la mia conoscenza si riferiva a saune di altre città. Pagai quello che mi chiese, presi una chiave d'armadietto numerata e le ciabatte di plastica che egli mi consegnò, ed entrai dalla porta che immaginai introducesse allo spogliatoio. Nell'aprire la porta si sentì suonare un campanello; fatti due metri nel corridoio che si dipartiva dalla porta, vidi, sulla destra, una stanza illuminata con diversi sgabelli colorati e, tutt'attorno, degli armadietti metallici. Cercai l'armadietto con il numero corrispondente alla chiave che mi era stata data; l'aprii e mi spogliai e mi cinsi con uno dei due asciugamani che vi erano all'interno.
Era tardo pomeriggio, ed all'interno della sauna vi erano già parecchie persone e, così già tutto eccitato misi le mie cose nell'armadietto e lo chiusi a chiave; questa era attaccata ad un braccialetto di plastica, che mi allacciai al polso, quindi uscii dallo spogliatoio. Di fronte vidi un locale per doccia parzialmente chiuso da una tenda di plastica, entrai e vidi che era una doccia a più posti. Aprii uno dei rubinetti e mi feci una rapida doccia, quindi uscii di nuovo nel corridoio. Fatti altri due metri, mi trovai in una saletta con divani e poltrone foderati di similpelle; in un angolo, un tavolino con delle riviste. A destra ed a sinistra, arrivando, c'erano due varchi senza porte; m'inoltrai in quello di sinistra e mi trovai in un locale poco illuminato con parecchi camerini privati. Di fronte a me c'era una porta che dava in una stanza quasi completamente buia, la dark room ed a sinistra un'altra doccia con, di fronte, finalmente, la sauna e subito dopo il bagno turco. Era molto grande, e c'era spazio per una ventina di persone. Faceva molto calda, stesi il mio lenzuolo da bagno, e mi sdraiai nudo sulla panca più alta. Ero lì da pochi minuti che si aprì la porta ed entrò un giovane; stese il suo lenzuolo sulla panca mediana, proprio sotto di me, e si sdraiò. Lo guardai: era un giovane di forse trent'anni, snello, non alto, ma ben fatto. Il suo pene pur essendo in stato di riposo, mi parve che avesse un principio d'erezione; non ci feci troppo caso, ma non riuscivo a distogliere lo sguardo. Lui non sembrava badare a me, e non cercava di nascondere il suo sesso, che ora era ostentatamente eretto. Erano ormai passati dieci minuti da quando ero entrato, perciò uscii, coprendo il mio sesso con l'asciugamani mentre passavo davanti al giovane.
Feci una doccia fredda e, poi decisi d'immergermi nell'enorme vasca idromassaggi che vi era; notai subito che alcuni ragazzi si stavano scambiando effusioni e che altri si stavano masturbando. Uscii dalla vasca e dopo essermi asciugato decisi di andare a fare un giro nella dark room. Guardai dentro la stanza buia e, dopo pochi secondi, cominciai a distinguere i particolari: era lunga forse quattro metri e, a destra ed a sinistra entrando, c'erano dei tavolati, come dei grandi letti, ricoperti da due grandi materassi sottili, foderati di similpelle, che occupavano entrambe le pareti. Nella vicinanza vi era una sala dove venivano proiettati films porno logicamente gay. Decisi di sdraiarmi stendendo il mio asciugamano in uno degli enormi tavolati che vi erano, nella speranza che arrivasse qualcuno. Poco dopo anche il giovane entrò, stese il suo lenzuolo vicino a me, tanto che pensai che non mi avesse visto, e si sdraiò. Forse lui non mi vedeva ancora bene, ma io notai che aveva una grossa erezione. Questa situazione mi stava facendo eccitare enormemente e non vedevo l'ora che accadesse qualcosa. Passarono pochi minuti, quando entrò un altro uomo di sulla quarantina; i miei occhi s'erano abituati all'oscurità e ci vedevo abbastanza bene. Si sdraiò anche lui accanto a noi lasciando il giovane in mezzo. Fingevo indifferenza, ma li guardavo di sottecchi. Non passò molto che il nuovo venuto cominciò ad accarezzare il mio vicino e gli prese il membro eretto in mano, poi si abbassò e glielo prese in bocca. Il giovane non si scompose e lo lasciò fare.
Dopo poco, l'uomo lasciò il cazzo che stava succhiando, ed andò a sussurrare qualche parola all'orecchio del giovane. Non riuscii ad udire ciò che disse, ma mi fu chiaro poco dopo. Si abbracciarono e si baciarono per alcuni minuti, toccandosi ed accarezzandosi, senza assolutamente badare a me, che ora mi ero sollevato e guardavo la scena eccitato. L'uomo, ad un certo punto, si voltò, sollevandosi sulle ginocchia alzando il sedere. Pensai che volesse farsi penetrare, ma il giovane gli andò dietro, e gli leccò l'ano; poi gli infilò un dito, quindi due o tre; infine lo fece voltare e porsi supino, gli alzò le gambe, se le mise sulle spalle e lo penetrò in quella posizione, come se stesse penetrando una donna. Sentii l'uomo mormorare:
"Che bello! Sei stupendo, mi stai riempiendo tutto, mi sento una puttana. Dai! Dai! Scopami forte, fammi morire". Era una scena sconvolgente. Intanto, senza che me ne fossi accorto, tanto ero preso dalla scena, erano entrate altre tre persone, che s'erano fermate vicino a noi e guardavano i due amanti. Sentii una mano che mi sfiorava una coscia: lasciai fare! Lentamente la mano, che ora avevo visto appartenere ad un ragazzo di circa vent'anni, si avvicinò al mio pene, ormai eretto e duro come il ferro, e lo afferrò; poi egli si abbassò su di me e me lo prese in bocca. Fu in quel momento che sentii il gemito di godimento del giovane che, accanto a noi, stava sodomizzando il suo amante. Subito estrasse il cazzo, e se ne andò senza dire una parola. L'altro rimase lì con gli occhi chiusi. Dopo pochi minuti il ragazzo che mi stava spompinando si mise alla pecorina così da farsi inculare da un altro uomo che stava gurdando. Senza avermi fatto sborrare il ragazzo si alzò ed uscii dalla stanza. Intanto l'uomo che si era appena fatto sodomizzare, aveva preso in mano il suo pene e lo accarezzava lentamente; nel muoversi, mi toccò lievemente; io non mi mossi, e lui mi sfiorò di nuovo il fianco e, questa volta, incrementò impercettibilmente la pressione su di me; evidentemente lo stava facendo con intenzione. A questo punto non potevo più fingere di non aver notato i suoi movimenti, e, vincendo il turbamento che si era impossessato di me, lo sfiorai a mia volta. Lui allungò la mano fino a raggiungere il mio membro, lo impugnò e sussurrò:
"Che bel cazzo hai". Quasi che ad agire non fossi io, ma un altro fuori di me, impugnai il suo, che era molto grosso, e risposi:
"Il tuo è meglio". Lui si avvicinò fino a far aderire il suo corpo al mio, si abbassò su di me, in posizione di sessantanove, e mi prese il cazzo in bocca; io gli ricambiai il favore. Mi piaceva sentire quel grosso cazzo che mi penetrava in gola, sentire i suoi umori e la sua grossa cappella nella mia bocca, mi stava dando delle sensazioni mai provate. Mi piaceva succhiarlo, sentire il grosso glande riempirmi la bocca, sentire l'asta pulsare. Mi accorsi che stava per godere e lo trattenni, per timore che uscisse dalla mia bocca, lui spinse e godette con un gemito, riempiendomi la bocca di sperma acre e denso. Al colmo della libidine, inghiottii tutto. Appena ebbe goduto, l'uomo si alzò e mi lasciò senza una parola. Ero sconcertato. Avevo assistito ad una sodomizzazione che mi aveva eccitato moltissimo, ero stato oggetto di fellazione e, a mia volta avevo fatto godere un uomo con la bocca, ma ero rimasto insoddisfatto. Non volevo masturbarmi; perciò tornai nella sauna. Questa volta c'erano sei uomini, tutti di mezza età, salvo un giovanissimo sui venti anni. Andai a sdraiarmi sulla panca più alta, già occupata per metà da un uomo di forse quaranta anni, che aveva i piedi rivolti verso di me. La panca era abbastanza lunga, ma i miei piedi sfioravano i suoi. Mi guardai attorno e notai, sotto di me, sulla panca mediana, un uomo sdraiato che faceva penzolare il braccio verso la panca sottostante, dove stava seduto il ragazzo giovane, sfiorandogli, a tratti, come casualmente, la coscia. Il giovane pareva indifferente, ma aveva un principio di erezione e l'uomo, di tanto in tanto, gli sfiorava il membro. Ero eccitatissimo ed avevo voglia di godere. Sentii qualche cosa sfiorarmi il piede: era il piede dell'altro occupante della panca. Dapprima pensai che si trattasse di un caso ma, poiché il fatto si ripetè più volte, reagii sfiorando il suo piede a mia volta. Ora ci stavamo apertamente toccando vicendevolmente i piedi. Lui mi guardò e mi fece cenno di uscire.
Accettai l'invito. Era un bell'uomo, con un arnese di rispettabili dimensioni, sia pure in posizione di riposo. Andammo nella sala illuminata; ci sedemmo sul divano, fasciandoci i fianchi con il lenzuolo, e ci presentammo: si chiamava Marco. Mi chiese se era la prima volta che venivo in quella sauna, ed io risposi affermativamente. Poi, a mia volta, gli chiesi se quella fosse una delle saune migliori di Milano e lui mi rispose affermativamente. Era una persona intelligente, e conversammo un po' piacevolmente. Dopo poco, arrivò un altro giovane, che Marco evidentemente conosceva, che si aggiunse alla conversazione. Erano entrambi ragazzi perbene, tutt'altro che volgari, e mi piaceva parlare con loro. Dopo una ventina di minuti, i due, quasi fossero già d'accordo, mi invitarono ad unirmi a loro nella dark room: accettai con piacere. Ci sdraiammo vicini e, subito, presero a baciarsi sulla bocca e ad accarezzarsi. Uno dei due allungò una mano e mi prese il membro. L'altro si era sdraiato supino e Marco, che mi stava masturbando, si abbassò su di lui e gli prese il cazzo in bocca, senza lasciare il mio. Volevo partecipare più attivamente, perciò abbassai a mia volta il capo e presi in bocca il cazzo di Felice, che fu costretto a lasciare la presa del mio membro. Fu a quel punto che mi sentii toccare dietro; mi voltai e vidi il giovane ragazzo, che avevo visto nella sauna, che mi stava accarezzando le natiche. Allungai una mano e sentii il suo bastone durissimo, anche se non enorme. Desideravo essere penetrato e sporsi il sedere verso di lui, rimanendo su di un fianco. Lui capì che accettavo la sua tacita proposta, e cominciò a leccarmi l'ano. Intanto avevo ripreso il pompino a Marco che, a sua volta stava succhiando il suo amico. Era una situazione oltremodo eccitante, non avrei mai pensato di provare tante sensazioni contemporaneamente! Il giovane m'introdusse un dito nell'ano, procurandomi un piacere grandissimo, ma volevo di più. Dopo poco me ne introdusse due, poi tre, facendomi un po' male, ma sopportai. Infine tolse le dita, mi leccò ancora un po' il buco dilatato, poi mi puntò il cazzo e prese a spingere: entrò tanto facilmente che mi stupii. Era una sensazione meravigliosa: avrei voluto che non finisse mai; finalmente mi pareva di essere una donna posseduta da un maschio. Mentre mi inculava, il ragazzo mi masturbava dolcemente, ed io continuavo il mio pompino. Il primo a godere fu l'amico di Marco, ma rimase a guardare la sodomizzazione. Il ragazzo stava per godere anche lui; me ne accorsi dall'accelerazione che aveva preso il suo va e vieni nel mio culo. Marco godette nella mia bocca, ed io ne bevvi tutto lo sperma, ma volevo sentirmi un cazzo in bocca mentre godevo, quindi lo trattenni; lui mi accontentò, si voltò, tolse la mano del ragazzo che mi stava masturbando, e mi prese il cazzo in bocca. Il giovane godette nelle mie viscere, ed io lo seguii con un getto di sperma nella bocca di Marco. Fu un'esperienza indimenticabile.
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La moglie di Ralph mi telefono’ presto la mattina. Prima che andassi al lavoro, dicendomi che lei stava partendo, che Ralph era a letto con la febbre e se potevo, una volta uscito dal lavoro, visitarlo e assicurarmi che tutto fosse a posto. Le risposi, ed era vero, che ero ben felice di farlo. Uscito dal lavoro, la sera, mi fermai a comprare alcune arance, del latte e alcuni giornali per Ralph. Immaginavo il suo corpo nero muscoloso, disteso sotto le coperte, sudato e tremante per la febbre…. Quante fantasie correvano nella mia mente, mentre sentivo che il cazzo si ingrossava dentro I miei boxers. Arrivai a casa di Ralph, aprii la porta (avevo le chiavi) e mi diressi verso la sua camera da letto. Volevo fargli un asorpresa ma mi accorsi che Ralph dormiva! La stanza era in penombra e Ralph era su un fianco, sotto le coperte. Ero eccitatissimo nel vederlo. Mi infilai una mano dentro I pantaloni, mi toccai la cappella bagnata, quindi mi leccai le dita. Sentivo l’odore della mia eccitazione. Mi spogliai completamente, mentre Ralph dormiva, e mi infilai nel letto, a fianco a Ralph. Ora era di fronte a me, immerso in un sonno profondo. Mi infilai sotto le coperte, il mio cazzo era enorme e ansimavo di eccitazione. Infilai una mano nel suo piagiama, raggiungendo I suoi slip. Sentii la sua mascolinita’ nel palmo della mia mano. Era enprme anche a riposo. Ralph non accennava a svegliarsi e questo mi eccitava ancora di piu’. Gli abbassai pigiama e slip, nel buio totale sotto le coperte, e sentii l’odore muschioso del suo pene e delle sue palle… Accarezzai la sua verga, scapellandola…. Avvicinai il mio volto nella usa zona pubica e sentii ancora piu’ forte quell’odore di maschio. Presi il cazzo in bocca, caldissimo a causa della sua febbre, e iniziai a succhiarlo, come un cono gelato…Cona la mano accarezzai le sue palle grosse e pelose..era una sensazione fantastica… Sentii in quel momento le sue mani afferrarmi la testa per spingerla piu’ forte verso il suo cazzo. Inizio’ ad ansimare. Si giro’ per favorire il mio pompino al meglio. Il suo cazzo aveva raggiunto dimensioni enormi. Io aveva ormai perso il controllo di me stesso…. "succhiamelo meglio…voglio sborrati in bocca" disse lui con quel suo accento americqano che mi faceva impazzire.. "voglio anche chiavarti dopo….voglio spruzzarti il mio seme dappertutto"….Mi sollevai dal suo cazzo.. "Ralph….chiavami ora… possiedimi… fammi sentire il tuo cazzone di maschio nero dentro…" Mi girai, abbassai la testa, sollevai il bacino e mi allargai l’ano con le mani. Il mio buco roseo era ora di fronte a lui. Si sollevo’, appoggio’ una mano sulla mia natica sinistra e con la destra oriento’ il suo bastone vero il mio buco…. Mi pompo’ conmaestria, facendomi urlare di passione.Mi chiavava come un cavallo e non veniva..forse per la febbre alta…Inizio’ a mugugnare in americano e tirandosi indietro sborro’ I suoi umori dentro il mio culo. Sentii le mie interiora bruciare e afferratomi il cazzo lo menai fino a sborrare. Stramazzai distrutto e Ralph abuso’ di me tutta la notte.
(N.B.: Io sono un fan di "Star Trek" e avevo pensato di fare una storia con questo sfondo. Alexander Popov e Roberto Farnesi esistono realmente, ma ho voluto renderli due ufficiali della U.S.S. Voyager).
Alexander Popov e Roberto Farnesi erano due ufficiali della U.S.S. Voyager. Il primo era della sezione scientifica, era alto e snello e aveva i capelli e gli occhi neri. L'altro era della sicurezza, anche lui era alto e snello, aveva i capelli castani con delle ciocche di grigio (nonostante avesse solo trent'anni) e gli occhi azzurri.
Una sera i due erano nel loro alloggio. Erano entrambi nudi e nel loro letto. Erano reduci da una brutta settimana. Un alieno chiamato Q aveva chiesto a Janeway di accudire ed educare suo figlio, e questo aveva causato numerosi problemi all'equipaggio della Voyager. Alla fine comunque il compito fu svolto nel migliore dei modi e Q fece risparmiare alla "Voyager" alcuni anni di viaggio. (1)
-- Oooh... finalmente un po' di pausa - disse Alexander.
-- Concordo - disse Roberto. - Con uno come Q nelle vicinanze non puoi avere altro che guai.
-- Mi chiedo come facesse il Capitano Picard a sopportare le sue visite!
-- Che stia tra noi, ma credo che mi sarei suicidato.
-- Già, credo anche io.
-- Ora non pensiamoci più, O.K.?
-- Va bene!
-- Spero non ti piaccia se prima di dormire ti faccio una piccola cosa.
-- Che cosa?
Roberto avvicinò una mano al pene di Alexander e cominciò a stimolarglielo. - Questa - rispose.
-- Aaaah... uuuh... -- gemeva Alexander. - Sei... un traditore!
-- Credevo che mi conoscessi - disse l'altro - sai che mi piace prendere di sorpresa le persone.
-- Mi sa che... aaah... dovrò cercare di anticipare le tue mosse - disse Alexander.
-- Lo vedremo!
-- Aaah... uuuh... e adesso cosa mi fai?
-- Osserva e vedrai.
Roberto continuava a masturbare Alexander, e il piacere aumentava.
-- Aaah... oh, santo cielo, non resisto... -- diceva con parole disarticolate il giovane. - Non ce la faccio più... basta... oddio...
Roberto si tenne seduto sul letto, e cambiò la mano con cui lo masturbava. - Ma se ho appena iniziato - disse.
-- Perché? Che vuoi farmi? - disse Alexander.
-- Lo capirai subito.
Dal pene di Alexander cominciava a uscire sperma. Roberto fece in modo che lo sperma andasse a finire su tutto l'addome di Alexander.
Poi alla fine Roberto cambiò posizione e cominciò a pulire l'addome di Alexander... con la lingua!!!
-- Aaah... aaaaaooooohhh.... - gemeva Alexander.
Roberto leccava l'ombelico, poi andava da un fianco all'altro, e alla fine si diresse verso il pene. Con le mani abbassò il prepuzio e poi... si mise il pene del compagno in bocca.
-- Oohh... oh, no! Quello no! - gemeva Alexander, mentre sentiva la lingua dell'altro andare su e giù per il pene - quello è troppo per me! Non ce la faccio più... oddio... ti prego... non resisto... -- e in quel momento fu vittima di un fortissimo orgasmo e emanò un urlo liberatorio - Ooooaaaaahhh...
Roberto lo lasciò andare.
-- Oh, cielo... è stato incredibile! - ansimava Alexander.
-- Ti è piaciuto? - chiese Roberto.
-- Sì... -- disse Alexander. - Mi piacerebbe riprovarlo!
-- D'accordo... ora dormiamo, si sta facendo tardi!
-- Va bene!
Roberto si rimise a posto e entrambi dormirono.
(1) Mi sto riferendo alla puntata "Q2", per il momento ancora inedita in Italia. Q, il personaggio menzionato, è un'entità onnipotente e immortale e dall'indole bambinesca, che ha disturbato i capitani di numerose navi spaziali. In "Questioni di Q-Ore" ha procreato e dopo alcuni anni padre e figlio sono ritornati sulla Voyager a rompere le scatole al suo equipaggio.
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